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Convegno dedicato a Giacomo Matteotti socialista riformista rivoluzionario

IMG-20240507-WA0004di Raimondo Giustozzi

Mancava solo qualche giovane in più, venerdì 24 maggio 2024, nella sala consiliare, comune di Civitanova Marche, al convegno dedicato a Giacomo Matteotti, nel centenario della sua morte, avvenuta in modo barbaro il 10 giugno 1924. “Se il passato fosse veramente finito o morto, vi sarebbe un solo atteggiamento verso di esso, lasciate che i morti sotterrino i loro morti. Ma la conoscenza del passato è la chiave per capire il presente.  Gli avvenimenti passati non possono essere separati dal presente vivo senza perdere il loro significato. Il vero punto di partenza della storia è sempre qualche situazione attuale con i suoi problemi” (J. Dewey, Democrazia ed Educazione, pag. 275). L’assassinio di Giacomo Matteotti non può né deve essere dimenticato, anche se qualcuno scriveva, in una rivista di qualche anno fa, di non sapere nulla del deputato socialista, anzi aggiungeva che la morte se l’aveva cercata. Uscendo di casa, sapeva che l’avrebbero rapito e ammazzato, dove e in che modo. Qualcun altro, in un non meglio precisato paese, suggeriva in Consiglio Comunale, di cancellare il nome di una via dedicata a Giacomo Matteotti, mettendo un altro nome. Tremila siti, in Italia, sono dedicati al deputato socialista di Fratta Polesine, ha ricordato Stefano Valenti, rappresentante della lista civica Futuro in Comune, nella introduzione alla serata. Sono vie, piazze, centri culturali, biblioteche. Chi non conosce il proprio passato deve fare solo una cosa: studiarlo. La professione di ignoranza non assolve nessuno e non è un vanto.

Il Polesine, il lembo di terra chiuso tra l’Adige e il Po, era tra le zone più povere d’Italia. Sifilide, tubercolosi, malaria e pellagra erano le malattie endemiche che mietevano vittime tra la popolazione. L’assistenza del malato era affidata alle Opere Pie messe in campo dalla chiesa. Tutto cambia con l’istituzione del medico condotto. Una figura che collega le Marche al Polesine è quella di Nicola Badaloni. Nato a Recanati nel 1854, dopo la laurea in Medicina, conseguita presso l’Università di Napoli nel 1877, si trasferisce a Trecenta, località del Polesine, vicina a Fratta Polesine, la città dove Giacomo Matteotti risiedeva con la propria famiglia. Con l’Istituzione della Sanità Pubblica, il medico viene “condotto”, spostato dal centro alla periferia. Ha iniziato così la propria relazione su Nicola Badaloni, medico recanatese nel Polesine, il dott. Romano Mari, presidente dell’ordine dei medici per la provincia di Macerata. In tutta Italia, la stessa malattia veniva curata con metodi diversi. Nicola Badaloni gira le campagne del Polesine, entra nelle misere abitazioni contadine dove vivevano ammassate decine di persone. L’alimentazione a base di polenta portava ad un indebolimento generale di tutto l’organismo umano, per mancanza di vitamina C, fino ad intaccare il sistema nervoso centrale. I pellagrosi, negli ultimi stadi della malattia venivano internati nei manicomi. Nicola Badaloni, medico condotto, si impegna nella cura e nel riscatto della povera gente. Di idee socialiste, viene eletto in Parlamento nel 1886, prima della nascita del Partito Socialista. È l’uomo di valore che promuove in Giacomo Matteotti l’interesse per la politica e l’adesione all’ideale socialista.

Giacomo Matteotti, alla scuola di Nicola Badaloni e di Filippo Turati, padre del socialismo riformista, capisce subito che gli strumenti indispensabili per la costruzione di una società autenticamente democratica e più giusta siano la centralità del parlamento e della dimensione giuridica. Il suo era un socialismo riformista rivoluzionario. La giustizia e la libertà andavano costruite dal basso, fondando cooperative agricole, società di mutuo soccorso, leghe contadine, istituti di credito, scuole. Non ci poteva essere nessuna libertà senza affrancarsi dai bisogni primari. “Negli anni in cui Giacomo Matteotti fu impegnato nelle amministrazioni locali lavorò con l’abnegazione di un monaco e con la costanza di un apostolo, convinto che l’elevazione delle classi inferiori passasse attraverso tre strumenti: la scuola, il comune, la lega. La scuola per istruire, educare e incivilire; il comune per rompere alla base il monopolio borghese del potere; la lega e il partito per creare la coscienza di classe” (Gianpaolo Romanato, Giacomo Matteotti un italiano diverso, Giunti Editore S.P.A. /Bompiani, marzo 2024, Firenze – Milano). L’istruzione era il primo gradino per l’elevazione dell’uomo, e qui non si può non citare don Milani, che fece proprio questo principio. Il secondo gradino era il comune per Giacomo Matteotti, che scisse un manuale per gli amministratori degli enti locali. Ogni consigliere comunale doveva conoscere a fondo parole come Patrimonio, Bilancio, Conto, Residui, Imposte. Comuni, province, cooperative, aziende agricole o industriali, e in qualsiasi economia, borghese o comunista dovevano impadronirsi della scienza economica e non demandare al segretario comunale o agli impiegati ciò che ogni lavoratore doveva conoscere e saper maneggiare.

Simona Colarizi, nel proprio intervento, ha sottolineato che, dal 1919 fino alla marcia su Roma dell’ottobre 1922, l’Italia fu attraversata da una vera e propria guerra civile. “Il bilancio era pesante: 425 fascisti uccisi a fronte di oltre 3000 morti tra i militanti del Psi, del Pci, dei democratici, dei cattolici e un numero di feriti mai conteggiati. In questo dato approssimativo, stimato da Gaetano Salvemini, non sono compresi infatti i decessi avvenuti dopo mesi, quali dirette conseguenze dei pestaggi – come nel caso di Giovanni Amendola e di Piero Gobetti, entrambi deceduti nel 1926, dopo aver subito per ben due volte feroci aggressioni squadriste” (Simona Colarizi, La resistenza lunga, Storia dell’antifascismo 1919 – 1945, pag.16. Editori Laterza, Bari – Roma 2023). In Puglia, il 26 settembre 1921, veniva assassinato il deputato socialista Giuseppe Di Vagno, appena un mese dopo la firma del patto di pacificazione. Giacomo Matteotti, aggredito nel pomeriggio del 10 giugno 1924 sul Lungotevere Arnaldo da Brescia da una banda fascista, fu ammazzato nel corso di una violenta colluttazione all’interno dell’auto su cui era stato caricato a forza. Cinque delinquenti contro uno, eppure il deputato socialista lottò con tutte le sue forze per difendersi. Il suo cadavere fu ritrovato diversi mesi dopo, nel bosco della Quartarella, fuori Roma.  Anche i deputati del Partito Popolare ebbero i propri morti, il più illustre fu don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta, assassinato dagli squadristi di Cesare Balbo, il ras di Ferrara. L’arciprete Minzoni, ex cappellano militare, iscritto al Ppi nel 1923, curava l’educazione alla libertà e alla fede dei giovani Scout.

Gli antifascisti, che riuscirono a scappare, si rifugiarono in Francia, dove confluirono soprattutto i socialisti (Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat). Sandro Pertini rientra in Italia ma viene arrestato e trascorrerà diciannove anni in prigione e al confino. Gli esponenti del Partito Comunista scelsero Mosca, dopo essere stati per un breve periodo, anche loro a Parigi. Altri antifascisti si rifugiarono in Svizzera, dove esistevano più di centomila italiani: “Ginevra, Basilea, Zurigo e Lugano erano i centri di una intensa attività antifascista, in cui i repubblicani esercitavano il ruolo più incisivo, anche per la presenza a Ginevra di una sede della Lidu (Lega Italiana dei Diritti dell’uomo) e dell’associazione “Dante Alighieri”. Randolfo Pacciardi a Lugano riuniva i più giovani antifascisti, tutti ex aderenti dell’associazione repubblicana “Italia Libera” e del “Non Mollare”, rivista fondata da Carlo Rosselli, a Firenze nel 1925. Riparato anche lui a Parigi assieme a Fausto Nitti ed Emilio Lussu, fuggiti dal confino di Lipari, raccoglie, nel 1929 attorno ad un nuovo partito “Giustizia e Libertà” tutti gli antifascisti che non si riconoscevano più nei partiti tradizionali dell’Italia prefascista. Con il motto “Insorgere per risorgere”, di stretta derivazione risorgimentale, Rosselli lanciava un appello per l’unità d’azione rivolto a socialisti, repubblicani, democratici, senza più tessere di partito, per combattere tutti insieme il fascismo in nome della libertà, della giustizia sociale e della repubblica” (pag. 95).

Tutti gli esiliati si adattano a fare ogni lavoro per sopravvivere. Sandro Pertini fa il muratore, Giuseppe Saragat il rappresentante di vini, l’anarchico Camillo Berneri il piazzista clandestino di pasta, il repubblicano Mario Bergamo il contabile. Filippo Turati arriva in Francia dopo una rocambolesca fuga da Milano, organizzata ai primi di dicembre 1926 da un gruppo di giovani, tra i quali c’erano Sandro Pertini, Ferruccio Parri, Adriano Olivetti e Carlo Rosselli. I fuoriusciti italiani all’estero fondano nel 1927 la Concentrazione antifascista che diventa punto di riferimento per tutti gli esuli. L’organizzazione è anche di stimolo, soprattutto per i socialisti, per riflettere sui motivi delle proprie sconfitte subite in patria. La democrazia era stata sempre vista come una istituzione borghese, ma dopo un’attenta riflessione conclusero che non era così: “La democrazia politica alla base degli Stati liberali, malgrado i suoi limiti, era pur sempre garanzia indispensabile all’esercizio delle libertà e dei diritti per tutti i cittadini, proletari e borghesi, e sola strada per arrivare al socialismo. Non si rinnegava dunque la lezione del marxismo, ma si rifiutava la versione marxista – leninista che teorizzava la dittatura del proletariato” (Ibidem, pag. 93).

“Era nel ’22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette ad aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l’Obbedienza cieca, pronta, assoluta, quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50 milioni di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo”. Nel 1936 cinquantamila soldati italiani appoggiarono il colpo di stato del generale Franco, dal ’39 in poi i soldati italiani aggredirono una dopo l’altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro: Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia (Don Lorenzo Milani, Lettera ai cappellani militari).

Con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922, la classe dirigente liberale manifesta tutta la propria divisione davanti alla minaccia fascista. C’è chi esprime la propria avversione al Fascismo solo nella sfera privata o con amici fidati: “In sintesi si trattava di un’opposizione basata sui principi e sui valori dello Stato di diritto, violati dai fascisti prima e dopo la conquista del potere, quando la dittatura avrebbe cancellato tutte le libertà. Al regime si sarebbe piegata però la grande maggioranza delle élite, rimaste per tutto il ventennio nelle posizioni di potere già ricoperte, università, esercito, libere professioni, industrie, banche” (pag. 44). Era la posizione di tutti quei liberali che avevano sì qualche riserva verso il Fascismo ma non ci tenevano affatto a dimostrarla.

Quanto ai veri e propri fiancheggiatori del Fascismo, che in seguito si dichiareranno non fascisti, vanno annoverati i “Tanti esponenti della vecchia classe dirigente liberale, pronti a consegnarsi persino con sollievo e convinzione al dittatore, all’uomo forte, il solo in grado di governare la società italiana. Alla resa incondizionata li aveva indotti anche la consapevolezza della loro incapacità quando il potere era stato nelle loro mani, di guidare il paese nel pieno della transizione innescata dalla grande guerra che aveva marcato il passaggio dall’Ottocento al Novecento. Tra questi va collocato anche Vittorio Emanuele III, protagonista indiscusso del golpe mussoliniano” (pag. 45). La scusa di non firmare lo stato d’assedio, per non innescare una guerra civile, non reggeva, in quanto l’Italia era già nel pieno di una guerra civile. Un suo atto di coraggio avrebbe risparmiato alla penisola lutti e distruzioni inenarrabili.

Ma doveva andare tutto così come è andato. Sta a noi raccogliere il testamento spirituale di Giacomo Matteotti, anche come uomo, quale emerge nelle Lettere a Velia, sua moglie, sposata civilmente in Campidoglio e madre dei suoi tre figli: Giancarlo, Gianmatteo, Isabella. Emilia Bacaro ha letto alcune lettere di Matteotti a Velia, suscitando la commozione tra i presenti. Sulle lettere a Velia si rimanda al link: Libri: Giacomo Matteotti, lettere a Velia | LO SPECCHIO Magazine.

Aldo Caporaletti, promotore culturale, ha coordinato tutti gli interventi e i momenti della serata, tra i quali anche una breve intervista Rai a Giorgio Amendola, figlio di Giovanni Amendola. Quella mattina non era andato a scuola, ma si era introdotto di nascosto nell’aula di Montecitorio e aveva ascoltato il discorso di Giacomo Matteotti nel quale il deputato socialista chiedeva l’annullamento delle elezioni dell’aprile 1924 per i brogli e le violenze fasciste. Giorgio Amendola aveva allora solo diciassette anni. Temeva per l’incolumità del padre, per questo era solito accompagnarlo nei suoi spostamenti, anche a sua insaputa.

Numerose le domande dei presenti verso i relatori del convegno. Giacomo Matteotti era un socialista riformista. Non era democristiano né tanto meno comunista. Questo il motivo per il quale non è mai stato ricordato da chi in un modo o nell’altro ha dominato la scena politica e culturale dell’Italia negli ultimi ottant’anni. Questo ha sottolineato Simona Colarizi sui motivi del silenzio verso Giacomo Matteotti. C’è solo il film di Florestano Vancini, Il delitto Matteotti, che ha fatto conoscere al grande pubblico la figura del socialista di Fratta Polesine. Il centenario dell’omicidio è l’occasione per studiarne la personalità e la tempra morale. Si sta pensando infatti ad altre serate dove mettere a tema il pericolo dell’oblio. Continueranno poi le recensioni di altri libri che stanno uscendo in questi mesi in occasione del centenario dell’omicidio.

1 commento a Convegno dedicato a Giacomo Matteotti socialista riformista rivoluzionario

  • Dino Carlini

    Interessante sintesi del convegno svoltosi a Civitanova Marche su Giacomo Matteotti ed efficace panoramica degli aspetti che delineano i contorni della figura di G. Matteotti e del suo tempo.
    Leggere queste pagine di storia attraverso tali descrizioni, fluide nello stile, sintetiche e al tempo stesso ampiamente comprensive nel contenuto, trasmette il desiderio di conoscere un po’ più di storia e di contrastarne l’oblio.

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