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Cipolla e Annoni: quando siamo stupidi, quando egoisti e quando no

n_persone-folladisegnodi Valerio Calzolaio

Egoismo e altruismo appaiono come fenomeni comportamentali definibili forse come precisi opposti e, tuttavia, entrambi sono relativi, molto condizionati dalla relazione fra chi li pratica e chi li riceve, ed entrambi possiedono un alto grado di variazione interna: difficile che esistano in uno stato permanente e puro. Se ne sono occupate da millenni scienze umanistiche, sociali, biologiche, un po’ tutte e in modo vario: impossibile proporre in materia una bibliografia unitaria e compiuta. Del resto, quel che colpisce quasi sempre è la definizione “soggettiva”: si assegna quello specifico carattere a qualcuno che conosciamo o delle cui gesta ci informano, in relazione a uno o più comportamenti tenuti verso altri, dando magari per scontato il carattere assolutamente neutro o precisamente opposto nostro o del ricevente, prima e dopo: noi o quelli altruisti, lui egoista; noi o quelli egoisti, lui altruista. Insomma, egoismo e altruismo sono dinamiche relazionali e l’egoismo andrebbe comunque tenuto abbastanza distinto da egocentrismo (più individuale) e antropocentrismo (più di un gruppo o di una cultura o dell’intera specie).

Anche dell’egoismo si è a lungo scientificamente discusso se fosse un carattere di tutti i sapiens, solo che il relativo gene non è stato proprio ben individuato e il carattere relazionale è comunque indispensabile per capire bene. Si è egoisti verso chi: verso il o la compagno/a (di vita o contingente)? In famiglia, verso figlio/a, padre/madre? Verso un amico o un’amica? Rispetto alla comunità di cui si fa parte, residenziale o professionale? Verso i concittadini locali o tutti gli altri che materialmente si incontra? Nei confronti dell’ecosistema, di altre specie, di fattori biotici e abiotici maneggiati? E viceversa con l’altruismo. Dire che lo siamo tutti, sempre e comunque, certo semplificherebbe la vita: competizione costante e assoluta, generosità costante e assoluta, niente fronzoli. Solo che così non ci raccontiamo tutta la realtà. Tanto più che, vicendevolmente, esistono tanti tipi di relazioni, sia egoiste che altruiste, esiste soprattutto un altruismo efficace, lavoriamoci bene.

Il volume di Marco Annoni sul dono che perlopiù rende felici (fra l’altro recensito e consigliato nell’editoriale di fine anno da Telmo Pievani) è molto interessante. Dopo il primo breve capitolo (con il cenno all’istruttiva storia di due sensibili intelligenti altruisti coniugi inglesi che vinsero pure 114,9 milioni di sterline nel 2019), Annoni richiama le riflessioni americane dello storico Cipolla e il possibile nesso fra la stupidità e la coppia egoismo-altruismo. Il secondo capitolo s’intitola Altruisti intelligenti e il primo paragrafo Altruisti ma non troppo, parafrasando appunto Cipolla, il cui libro s’intitolava Allegro ma non troppo (1° edizione italiana 1988). Quel famoso testo è stato recentemente riedito come Le leggi fondamentali della stupidità umana, illustrato da Sergio Staino, Il Mulino Bologna 2022, pag. 96. Annoni mostra anche il grafico proposto da Cipolla con la classificazione delle persone in sprovveduti, stupidi, banditi e intelligenti, in base agli effetti delle proprie azioni, applicabile a tutte le azioni, compreso a quelle altruiste ed egoiste.

Non è mai stupido tentare di discutere tale classificazione e le connesse “leggi” sulla stupidità relativa, che hanno ormai sulle spalle oltre 45 anni e innumerevoli edizioni, tanto più che l’ultima contiene le illustrazioni di un grande vignettista e un’appendice con grafici ad personam, completabili dal lettore rispetto a persone (o gruppi) con i quali ha correntemente a che fare, in modo di adottare poi una linea d’azione razionale nei loro riguardi. Fu scritto e pubblicato originariamente in lingua inglese, come regalo di Natale ai propri stretti amici, The Basic Law of Human Stupidity (1976), con una nota per il lettore, pochi essenziale concetti connessi a quella lingua (per la basilarità, piena di senso “semplice”, dell’inglese, in ogni paese), una “spiritosa invenzione” del Cipolla americano, tradotta solo nel 1988 e disponibile insieme a un altro saggio altrettanto breve, scientifico con qualche “puntata ironica”. Ne ho almeno un paio di copie del 1989, una delle due con dedica a mia madre (recuperata dopo la sua scomparsa).

Capita di regalarlo in determinate occasioni. È un po’ come regalare un fiore, a sé stessi o ad altri, niente di dotto o complicato, un riassunto concentrato e immediato di un punto di sostanza in tutte le relazioni identificate fra persone umane, da esporre e condire poi ciascuno a proprio modo. Sempre e inevitabilmente, ognuno di noi sottovaluta il numero degli stupidi in circolazione; la probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona; una persona stupida è una persona che causa danno a un’altra persona o gruppo di persone, senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita (questa è la terza legge, aurea), e così via. Già.

L’eccelso Carlo Cipolla (Pavia, 1922 – 2000) è stato un grande storico dell’economia, maestro pure di concisione. Dopo studi a Parigi e Londra, ottenne la cattedra a 27 anni a Catania. Ha insegnato in varie università italiane e negli Stati Uniti, soprattutto a Berkeley in California. Nelle apprezzate pubblicazioni (anche dopo la morte) viene nominato come Carlo M. Cipolla a seguito di una sua ulteriore invenzione già del 1947, per evitare confusioni e omonimie, di un inesistente secondo nome. Il Mulino è l’editore di gran parte dei suoi libri in italiano, su epidemie e declino, istruzione e sviluppo, tecnologia e rivoluzione industriale, oltre che di questa chicca sulle regolarità quasi immutabili e ubique della stupidità umana.

In tutto Cipolla elenca cinque leggi fondamentali, distribuite in nove garbati capitoli, con qualche intervallo e digressione, bellamente accompagnate ora nel volume rilegato da quasi una ventina di vignette a colori di Staino. Non aspettative un saggio corposo e filosofico: sono poche illuminate parole e frasi applicabili sia a egoisti che ad altruisti, per essere un pochino più consapevoli di almeno un paio di paradossi antropologici sapiens, poi la vita è tutta da evolvere. Non pensate che parli solo degli altri da noi: sono stato talora stupido, continuerò purtroppo a esserlo, c’è molto di male in ciò ma poco da fare, quel poco vale introiettarlo prima possibile, esserlo meno spesso non risolve i problemi dell’umanità e degli ecosistemi, però. Aggiungo: una grande e utile distinzione è fra persone molto o poco generose, preventivamente, prima che accada altro.

Impariamo, dunque, a essere preliminarmente generosi, a donare a quanti più altri incontriamo il meglio di quel che siamo, con gentilezza e senza iattanza, con ironia e senza prosopopea, con serenità conviviale, intelligentemente, conoscendo e riconoscendo che non sempre ci riusciamo ed è utile, comunque non ci costa niente. E possiamo allora tornare al bel libro di Marco Annoni, La felicità è un dono. Perché l’altruismo intelligente è la scelta migliore che puoi fare, prefazione di Telmo Pievani, Sonzogno Venezia 2022, pag. 141 euro 16. Le riflessioni di Cipolla fanno ovviamente riferimento solo alla nostra specie, alla storia dai primi sapiens in avanti, ovunque ci siamo manifestati successivamente. Annoni compara in più punti anche gli studi su altre specie di questo pianeta, soprattutto rispetto all’ordine dei primati, e subito relativizza il fenomeno comportamentale dell’egoismo.

L’egoismo individuale e parentale è spesso imperfetto, nel senso che può essere bilanciato da un vantaggio di un gruppo appena più largo, oppure della comunità e di specie. L’evoluzione, infatti, accade a più livelli di selezione ed è ambi o plurivalente: tendiamo a essere meno egoisti e più altruisti quando sentiamo (in teoria e in pratica) di appartenere a un insieme. In un mondo dilaniato da diseguaglianze feroci e da conflitti violenti, abbiamo un grande bisogno di altruismo efficace verso i sapiens e il vivente, niente di solo emotivo o istintuale, niente autolesionismi o sprechi. Fare ciascuno di noi più bene possibile in cerchi morali concentrici sempre più ampi: sé stessi, i parenti stretti e allargati, la propria comunità, le proprie scelte di empatia e solidarietà, il proprio contesto istituzionale, gli otto miliardi della propria specie, gli ecosistemi.

Certo, è inutile dividerci in buoni e cattivi: ereditiamo dal nostro passato evolutivo la capacità di fare il meglio e il peggio al contempo, ripetono Pievani e Annoni. Tanto vale allora capire, prima o poi, una volta per tutte, che e quanto conviene donare e donarsi, ognuno attraverso un personale consapevole cammino. Risulta pertanto utile distinguere le tre dimensioni della felicità del dono, più facile da raggiungere di quanto si creda, in tutti i suoi tre differenti livelli, in vario modo presenti pure nelle grandi tradizioni del pensiero spirituale e religioso: emotivo, cognitivo, esistenziale (l’autore fa spesso riferimento a un contenuto morale ed etico della vita, alla libera scelta di una responsabilità collettiva). Una nutrita serie di studi sperimentali evidenzia che chi dona ha, in media, una vita più felice e soddisfacente, ed è in media anche più in salute. Provare per credere.

Il giovane bioeticista e ricercatore di filosofia della scienza Marco Annoni (1981) descrive le basi serie e oggettive per diventare sapienti “donatori”, intelligenti e felici (da cui titolo e sottotitolo). Possiamo fare del bene o prevenire malori e dolori: chiunque ha la possibilità di salvare o migliorare in modo radicale la vita di decine, se non centinaia, di altre persone che oggi si trovano in una condizione di sofferenza, pericolo o povertà, senza gesti straordinari o eclatanti e senza danneggiare sé stessi (o altri). Praticare l’altruismo attraverso il dono o il volontariato può essere un modo per migliorare il proprio carattere e diventare persone più virtuose, informate e in grado di rispecchiare i valori in cui credono (crediamo), o si dice di credere in teoria.

In molti casi, quando si agisce per il bene degli altri, si ha un ritorno positivo anche per sé. La chiara ottima narrazione è poi molto ben argomentata con gli aggiornati studi empirici, distinta in due parti, prima la natura quindi la pratica dell’altruismo, in tutto sei capitoli che terminano ognuno con un box riassuntivo e le idee “chiavi” (non proprio consequenziali) nel titoletto, da assimilare e gestire: una felicità piena; l’altruismo intelligente fa bene a tutti; l’altruismo esiste; superare l’altruismo ingenuo; chiunque può salvare una vita; quale è la buona ragione per non donare?, il sesto e ultimo. Sarebbe stato interessante avere qualche valutazione rispetto al disagio psichico, individuale e sociale. E, poi, c’è il caso, oltre alla necessità. In fondo, le conclusioni (“la sfida della felicità”), una breve appendice per “verificare personalmente e informarsi in modo adeguato” e la bibliografia sintetica. Provar non nuoce.

Il nostro vivere social è ossessionato dalle manifestazioni esteriori di singoli momenti apparentemente felici, di singoli momenti perfetti (foto, frasi, attestati), di emozioni invidiabili perché abbastanza sganciate dalla ragione e dalla conoscenza (come se l’alternativa fosse fra vivere e capire). Forse esiste anche un’altra felicità altrettanto emozionante, virtuosa, densa: capire e donare o donarsi, conoscere e gioirne, vivere ora consapevoli che esiste sia un prima che un dopo (e altre emozioni). Vale sempre, anche se probabilmente è più difficile nelle avviluppate dinamiche relazionali, dove appare spesso uno sfruttamento materiale e psicologico di altruismo ed egoismo, che talora addirittura viene giustificato dai sentimenti, ma un uomo violento non può far passare i comportamenti violenti per amore, quella violenza non va mai accettata.

Soprattutto nei contesti delle relazioni in famiglia pesano tantissimi altri fattori, sentimentali e economici, di genere e di potere. In parte egoismo e altruismo sono dinamiche comportamentali che possono prescindere dai sentimenti e dalle classi sociali, ma impattano sempre sulla felicità altrui e nostra. Non diamo dell’egoista a chi semplicemente non ha risposto alle nostre aspettative su di lui o è rimasto deluso dalle sue aspettative su di noi; non diamo dell’altruista a chi ha donato senza attendere un poco per vederne l’effetto reale. Ho visto anche degli zingari felici. E altri infelici. L’arte della felicità si può imparare, almeno un poco. Come l’arte del dono efficace. Ci si può educare, in luoghi pubblici, in contesti sociali, reciprocamente. Diventare sapienti equi e solidali nel corso di ciascuna nostra esistenza individuale da sapiens.

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