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“L’estate sta finendo e un anno se ne va” Con il mese di settembre inizia la scuola

1598854715409.jpg--com_era_il_primo_giorno_di_scuola_senza_gel_ne_mascherinedi Raimondo Giustozzi

Voglio una vita in vacanza”. Cantava così mio nipotino con i compagni di classe, alcuni anni fa, nell’ultimo anno di Scuola Materna,  nel corso di un piccolo recital che apriva le vacanze estive. Con il mese di settembre per lui, per i genitori e per i nonni ricomincia la scuola. Sembra ieri di averlo accompagnato alla fattoria didattica di Morrovalle, l’ulivo di nonno Amato. Era l’otto giugno, solo tre mesi fa. La classe aveva voluto festeggiare così la fine dell’anno scolastico. Tutto scorre, tutto passa. Ce ne accorgiamo anche con il mutare del tempo atmosferico. Il fresco di questi primi giorni di settembre si va sostituendo alle ondate di calore dell’estate, trascorsa al mare o comunque all’aperto. Tanto tempo fa, la scuola riapriva i battenti il primo ottobre, con l’autunno già iniziato: “Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto, / nelle piogge di settembre / torrenziali e piangenti / e un brivido percorse la terra / che ora, nuda e triste, / accoglie un sole smarrito…” (Vincenzo Cardarelli, opere, Milano, Mondadori, 1990).

L’autunno segnava anche la partenza delle rondini. Appollaiate sui fili della corrente elettrica, aspettavano di ritrovarsi tutte insieme per spiccare il volo verso terre lontane. Sarebbero ritornate nella primavera successiva, nello stesso nido, passati i rigidi mesi invernali. Quello tratteggiato è un quadro troppo idilliaco rispetto ai tempi in cui ci troviamo a vivere. Tre anni sono stati funestati dal Covid 19 con tutto quello che ha comportato: lockdown, didattica a distanza e tanta preoccupazione. A tutto questo si è aggiunta, negli ultimi sei mesi, la guerra in Ucraina, con tutti i contraccolpi risentiti anche da noi: approvvigionamento energetico, bollette alle stelle e tanto altro. Eppure bisogna sempre ritrovare la forza di ripartire: “E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di Mare” (Giuseppe Ungaretti, Allegria di naufragi).

Allegria” e “Naufragi” costituiscono un ossimoro, due parole dal significato opposto e apparentemente senza nulla in comune l’una con l’altra.  I naufragi rappresentano le avversità, la pandemia, la guerra. L’allegria è quella forza interiore che proprio nel disagio ci permette di dare il meglio di noi stessi. Questo moto interiore possiamo anche definirlo con il termine resilienza. Si spera che l’insegnamento avvenga in presenza. L’apprendimento per essere tale deve essere empatico. Non può esserlo se tra il docente e l’alunno c’è di mezzo solo la tecnologia. La scuola poi è il luogo di socializzazione per eccellenza. Deve ritornare ad essere lo strumento principe per la costruzione di una comunità educante quale è delineata nello spirito dei Decreti Delegati. Risalgono al 1974 ma sono ancora in funzione. Certo, il clima culturale non è proprio quello degli anni Settanta del secolo scorso, tutt’altro. Occorre allora riempirli di un’anima anche se è difficile farlo perché non c’è stata nessuna trasmissione generazionale tra chi in quegli anni era giovane ed ora è anziano se non vecchio.

“Dentro alla tematica complessa della partecipazione, così come delineata dagli organi collegiali della scuola, c’era anche un’altra idea di scuola, che probabilmente non è stata sviluppata in tutta la sua potenzialità. Andrebbe rilanciata, pena la morte sul nascere di ogni progetto di autonomia. Il riferimento è a un’idea di scuola, intesa come scuola di una comunità, bene inserita nel territorio, centro vivo di promozione culturale e di ricerca, in cui sia garantita una specie di circolarità educativa, così che in un comune processo di crescita si sentano tutti coinvolti, dall’insegnante all’alunno e al genitore – cittadino” (Ettore Ballabio, preside Scuola Media Alberto Da Giussano, Scuola viva, quaderno n° 2, Giussano (Mb), aprile, 1991).

Trent’anni sono trascorsi dalla pubblicazione di questo documento. Quei sogni di allora sono diventati realtà? Non è importante che lo siano o non lo siano diventati nella scuola dove è stato prodotto, la stessa, per altro, nella quale ho iniziato, per una breve supplenza di tre mesi, la mia carriera di insegnante. C’era allora un comune sentire che era uguale sotto qualsiasi cielo e a latitudini diverse. La scuola di ogni ordine e grado non si è trasformata in una comunità educativa di insegnanti, alunni e genitori. Proprio in quei primi anni Novanta insegnavo ancora nella Scuola Media di Verano Brianza (Mb). Una collega mi faceva notare che la gestione sociale della scuola non era mai avvenuta. I legittimi diritti dell’individuo si scontravano con quelli della società ed è stata quest’ultima a perderci.

Quale domanda educativa pone la società alla scuola? Nessuna. Alla società interessa solo che i docenti sfornino persone con competenze, da sfruttare nelle professioni, che sceglieranno di fare una volta diventati adulti. La scuola si adegua alla richiesta. Istruisce soltanto. Mette le nozioni e le conoscenze come dentro ad un imbuto, l’alunno. Questo avviene quando va bene, quando va male, la scuola non fornisce nemmeno né conoscenze né abilità, ma solo informazioni. L’elaborazione personale del sapere, inteso come gusto del vero e del bello, è una questione dell’alunno. Sta a lui farlo, ma senza che la scuola si impegni più di tanto. Se avrà avuto docenti interessati alla sua maturità umana, sociale, affettiva, religiosa, culturale sarà un adulto equilibrato, diversamente sarà sempre una persona scontenta di tutto. Eppure i termini alunno, educare, sapere, cultura sono da conoscere. Le parole non le portano le cicogne ma hanno una storia.

Il termine alunno deriva dal verbo latino aluo, is, aluere, vuol dire far crescere, alimentare. Educare deriva dal verbo latino e- ducere, tirar fuori dall’alunno domande, curiosità, desideri, sogni. Sapere rimanda al verbo latino sapio, vuol dire dare sapore, come il sale lo dà alle vivande. Il termine cultura proviene dal verbo latino colere; vuol dire coltivare. Come c’è la coltivazione dei campi, l’agricoltura (ager, agri, campo), allo stesso modo c’è la coltivazione dell’animo, cultus animi (Cicerone). Se la cultura non si trasforma in sapere, inteso come dare sapore alla vita,  è solo vuoto nozionismo che non basta per fare un adulto di domani, uomo o donna, capaci di partecipare assieme agli altri alla vita sociale, politica e culturale del proprio paese. Tutto questo alla società non importa un bel niente. L’insegnante, vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di altri vasi di ferro, soccombe a questi ultimi. Riesce ad opporsi se ha la forza di andare controcorrente, ma la scuola non è l’ambiente adatto per farlo, soprattutto se non fa proprie le mete educative, peggio se diventa succube delle richieste effimere e superficiali avanzate da una società che fa dell’apparire l’essenza della vita.

Mi diceva tanto tempo fa un dirigente, uno dei tanti che ho conosciuto nei lunghi anni di insegnamento, che la scuola sarebbe il luogo ideale di lavoro se gli alunni studiassero di più e i genitori rompessero di meno. Scopriva l’acqua calda. Il qualunquismo fa sempre capolino. Quel dirigente non parlava affatto dei docenti con i quali aveva rapporti più diretti, ma non di indirizzo o di stimolo. Era stato docente anche lui fino a poco tempo prima e sapeva del vaso di terracotta. L’aveva letto nei Promessi Sposi. Aveva la cultura, ma non quella che serve veramente, ma quella che si usa per fare sfoggio di sé. La scuola può essere davvero una comunità educativa se fa propri alcuni insegnamenti: “Insegnando imparavo tante cose. Che il problema degli altri è uguale al mio. Uscirne tutti insieme è politica, uscirne da soli è avarizia”, “Istruzione e educazione sono due facce di un problema solo” (Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa), “La scuola deve tendere tutta nell’attesa di quel giorno glorioso in cui lo scolaro migliore le dice: Povera vecchia, non ti intendi più di nulla e la scuola risponde con la rinuncia a conoscere i segreti del suo figliolo, felice soltanto che il suo figliolo sia vivo e ribelle” (Don Milani, Lettere, pag. 199- 200). E’ ancora così?

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