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Il poeta milazzese Vincenzo Calì ottiene una menzione speciale alla quarta edizione del Premio Letterario Teseo

Vincenzo Calì

Vincenzo Calì

Il poeta Vincenzo Calì, reduce da una mirabile iniziativa che lo ha visto collaborare con l’associazione no profit Italia for Ucraina, omaggiando il popolo ucraino con cinque poesie, ha ottenuto una menzione speciale alla quarta edizione del prestigioso premio letterario Teseo, iniziativa dell’ Associazione Teseo, il cui presidente Attilio Andriolo, si fregia giustamente di questo ennesimo traguardo.

L’associazione Teseo da sempre presente sul territorio milazzese e non solo, per promuovere libri, autori, scrittori, poeti, editori, nemmeno quest’anno e venuta meno al proprio impegno culturale.

Quest’anno si è giunti al quarto e tanto atteso appuntamento in cui poeti e scrittori hanno inviato poesie in italiano, poesie in dialetto, racconti in italiano e anche in dialetto siciliano, che sono stati sottoposti a un’attenta e non poco faticosa analisi meritocratica da parte di una giuria competente formata dalla Prof. Maria Lizzio – presidente della giuria – dalla Prof. Silvana Gitto, dalla Prof. Antonella Scaramuzza, dal Dott. Giovanni Albano e poi dal Sig. Salvo Pandolfo.

Tra tutte le meritevoli poesie che si sono aggiudicate i primi posto e altri premi, spicca la lirica “Voce di mare” del milazzese Vincenzo Calì, vincitore del premio “M. T. Bignelli” per la poesia d’amore (XXI Edizione del Concorso Nazionale “Garcia Lorca” 2010/2011), ha pubblicato in diverse antologie poetiche: Il Federiciano in diverse edizioni (Aletti Editore), ultima nel 2016 e Luoghi di Parole, “Premio Tindari- Patti Agenda Poetica 2010.

La poesia infatti racconta di un mare negato agli occhi del poeta, durante il primo lockdown del covid-19, si tratta di un mare immaginato, al quale Calì ha provato a parlargli attraverso la poesia, avvalendosi di parole incisive e piene di speranza.

Di seguito la poesia:

 

Voce di mare

Pensavi m’affidassi alla morte

tra i pantani melmosi ,

negato all’alba promessa,

che spalanca

 il mio mare.

Tra ferro e cemento

ho sputato bile,

il bolo cieco  strangolato al fluire.

Le brezze iodate negate,

scheggiano mai affondo,

di sferzate e profumi mi placano e

sovente m’attraevi all’incanto,

assaggiarti avvinghiato tra sabbia e

lo sguardo infinito.

Mare che ossa fai lievi,

senza  tumulti e spruzzi, mai saprei d’essere,

quei giorni ostili dell’aere infetta,

negato ai miei cicli,

ti ho albergato dentro come amalgama,

negli inquieti tempi,

tra aurore e vespri,

tra vortici sferzanti di moto innato,

ti ho amato più d’ora.

Scampato l’agguato,

la calma che cura, fa monito,

nulla è già uguale,

ma tremano l’iridi al nuovo,

i marker a guardia,

d’istinto l’attacco, la guerra ormai vana.

Mare d’effimero sai, alle vene ti porto,

al vagito di vita,

alla strada segnata.

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