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Libri. Henry Kissinger, Cina

Cina Kissingerdi Raimondo Giustozzi

Il saggio Cina di Henry Kissinger è il N° 16 della collana Geopolitica capire gli equilibri del mondo. E’ sato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti d’America nel 2011, due le edizioni italiane, la prima del 2011 per Arnoldo Mondadori Editore, la seconda sempre per Mondadori Libri S.p.A. nel 2018. La presente recensione è relativa all’edizione speciale per il Corriere della Sera, pubblicata su licenza di Mondadori libri nel giugno 2022. Il libro si articola in 18 capitoli, declinati da numerosi paragrafi di diversa lunghezza, è introdotto da una prefazione all’ultima edizione, una prefazione al libro, un prologo e un epilogo, per un totale di 533 pagine, compresa la bibliografia.

“Non è esagerato dire che l’autore di questo libro ha contribuito a fare la storia della Cina, prima ancora che a scriverla. Uno dei motivi per leggerlo è proprio questo: Henry Kissinger fu il regista di una delle operazioni diplomatiche più dirompenti del Novecento, il disgelo tra Stati Uniti e Cina. Fu lui, prima dietro le quinte, poi alla luce del sole, l’artefice dell’incontro fra Richard Nixon e Mao Zedong, incontro che avrebbe mutato il corso degli eventi. All’epoca, Kissinger guidava il National Security Council della Casa Bianca, poi sarebbe diventato Segretario di Stato. Prima di quel fatidico 21 febbraio 1972, per più di vent’anni le due superpotenze non avevano avuto relazioni diplomatiche. Dopo la vittoria comunista del 1949 gli Stati Uniti avevano fatto la scelta, gravida di conseguenze, di riconoscere come unica Cina l’isola di Taiwan, dove si erano rifugiati i nazionalisti di Chiang Kai- shek. Da quell’affermazione di principio sull’esistenza di una sola Cina, oggi deriva che Washington, dopo il riconoscimento della Repubblica popolare, non può trattare Taiwan come uno stato indipendente”.

“Mao Zedong,  schierandosi con l’Unione Sovietica, soprattutto quando la guidava Stalin, aveva combattuto l’America in più modi. Era entrato, militarmente, nella guerra di Corea (1950- 1953) in appoggio all’aggressione del Nord, mentre il Sud veniva difeso dagli americani. In quell’occasione si era perfino sfiorato il conflitto nucleare USA – Cina. Aveva offerto aiuti militari al Vietnam nell’altra guerra asiatica contro gli Stati Uniti. Un altro tipo di conflitto era ideologico. Mao era perfino più combattivo dei suoi compagni sovietici nel denunciare l’imperialismo americano. Pechino era alla guida dei Paesi sottosviluppati contro il capitalismo occidentale. Il maoismo divenne di moda in Europa nei movimenti studenteschi degli anni Sessanta e Settanta, quando adottarono il Libretto Rosso e scimmiottarono molti slogan della Rivoluzione Culturale, spesso senza sapere ciò che essa era in realtà: una guerra civile, per altro molto cruenta” (Federico Rampini, prefazione alla presente edizione (2022), in “Cina” di Henry Kissinger, pp. 8- 12, Milano, 2022).

Kissinger intuì che l’interesse geopolitico della Cina si scontrava con quello sovietico. Anche se professavano ambedue il comunismo e l’avevano eretto a sistema dei due stati, in realtà, le due superpotenze erano intrise di nazionalismo e miravano ad essere ambedue egemoni sulla stessa massa terrestre asiatica. Tra Mosca e Pechino si arrivò anche allo scontro militare sul fiume Ussuri, lungo un tratto di frontiera vicino alla Manciuria, conflitto che causò una settantina di morti. Mao temeva che l’Unione Sovietica di Leonid Bréžnev stesse preparando una vera e propria invasione della Repubblica popolare. Voleva avvicinarsi all’America per essere meno vulnerabile. Nixon era favorevole all’avvicinamento per defilarsi dal pantano vietnamita e con il gesto di apertura verso Mao Zedong, sperava che quest’ultimo riducesse gli aiuti militari al Vietnam del Nord. Senza l’incontro Mao –  Nixon, orchestrato da Kissinger e dal ministro degli Esteri cinese Zhou Enlai, forse la Cina sarebbe rimasta prigioniera dell’ala radicale del Partito Comunista, forse non avrebbe avuto, dopo la morte di Mao, un leader moderato e pragmatico, come Deng Xiaoping. Il mondo intero non avrebbe conosciuto nemmeno la globalizzazione in salsa cinese (pag. 8).

“Sempre proseguendo in questa elencazione di contro–scenari ipotetici e virtuali, si può considerare che lo scivolamento della Cina in un’orbita vicino all’America sia stato un fattore aggravante nella crisi dell’Unione Sovietica. Ancora oggi, quando Putin definisce la disintegrazione dell’URSS come una tragedia immane, dà ragione a posteriori alla scelta della stabilità politica che i leader cinesi fecero nel 1989 puntellando il potere in capo al Partito Comunista anziché cedere alle rivendicazioni democratiche presenti nel movimento di piazza Tienanmen” (Ibidem, pag. 8).

Kissinger, oltre ad essere uno storico sagace e un fine analista di geopolitica, è stato un protagonista di quella storia. Nelle pagine del libro ci dà la sua versione dei fatti. Non si limita a questo. Aggiunge anche una galleria dei leader di Pechino e una sua interpretazione della politica estera cinese, alla luce di almeno duemila anni di storia. Dopo il primo viaggio del 21 febbraio 1972, Henry Kissinger è ritornato in Cina almeno una cinquantina di volte, “imparando ad ammirare, come atri viaggiatori nel corso dei secoli, il popolo cinese per la sua capacità di sopportazione, la sua finezza intellettuale, il suo senso della famiglia e della cultura. Allo stesso tempo, per tutta la mia vita ho riflettuto sulla possibilità di costruire la pace, in larga misura da una prospettiva americana” (Henry Kissinger, prefazione, in “Cina”, pag. 17, op. cit.).

Nelle pagine del libro, lo statista americano cerca di sintetizzare le differenze filosofiche e esistenziali tra Cina e Stati Uniti: “Ambedue queste nazioni, scrive, si sentono investite da un destino eccezionale e di un ruolo unico nella storia. Ma un’élite americana ha spesso interpretato il proprio eccezionalismo in senso missionario, come un dovere di diffondere i propri valori nel mondo intero. Nella cultura della classe dirigente cinese c’è un enorme senso di superiorità, ma questo non si traduce nell’idea che le istituzioni cinesi siano esportabili altrove. Semmai, dall’impero cinese fino ai nostri giorni, a Pechino, c’è la tendenza a classificare e gerarchizzare le altre nazioni – in una funzione vassalla e tributaria – a seconda di quanto riescano ad approssimarsi a criteri politici e culturali cinesi”

“Il libro, lettura obbligatoria per chi voglia approfondire l’analisi geopolitica della Cina, fu criticato fin dalla sua prima pubblicazione. Oltre a qualche eccesso di autostima, gli è stata rimproverata un’esagerata simpatia o indulgenza verso i leader cinesi. Kissinger ammira in Zhou Enlai un moderno Talleyrand, servitore del principe che ne asseconda i capricci e perfino i crimini pur di portare a compimento una missione in difesa dell’interesse nazionale.  L’ex segretario di Stato americano accetta l’aureola di re filosofo che Mao si era voluto dare, e tende a perdonargli i tremendi crimini contro il suo popolo, in particolare le decine di milioni di morti durante il Grande Balzo (fine anni Cinquanta) e la Rivoluzione Culturale (dalla metà degli anni Sessanta). Kissinger prende per buona la teoria apologetica per cui la Cina di oggi non sarebbe la superpotenza che è diventata, se Mao Zedong non l’avesse tenuta unita con quei metodi e a quei prezzi. Alla luce di tutto questo, sembra anche solidarizzare con la giustificazione data da Deng Xiaoping per il massacro di piazza Tienanmen nel 1989 (Federico Rampini, prefazione alla presente edizione, in “Cina”, pag. 9, op. cit.).

Scritto ormai più di un decennio fa, ai tempi della presidenza di Hu Jintao, questo saggio segnala con perspicacia l’inizio di una svolta. Già allora, Kissinger si rende conto che la leadership cinese trae delle conseguenze radicali dalla crisi finanziaria del 2008; si convince che il tempo dell’imitazione degli Stati Uniti sta finendo, considera malato il modello politico – economico americano. Kissinger avverte anche l’emergere di una nuova generazione cinese più nazionalista, più orgogliosa, fino alla superbia” (Ibidem, pag. 9). Lo statista mette in guardia i connazionali sui pericoli di una nuova guerra fredda che fermerebbe il progresso su entrambe le sponde del Pacifico e diffonderebbe tensioni in ogni parte del mondo. Il rischio è reale. Kissinger sembra sottovalutare che la Cina può davvero trascinare tutti verso una nuova guerra fredda. Le avvisaglie ci sono tutte. La gestione della pandemia da Covid 19 ad opera della Cina lascia molti dubbi. Si sa che è iniziata in Cina ma nascosta da Xi Jinping e comunicata con molto ritardo al resto del mondo. Se fosse stata conosciuta un tempo si sarebbero evitati tanti morti. Quasi in contemporanea, la Cina ha moltiplicato le guerre economiche contro paesi che ha voluto castigare per posizioni politiche sgradite. Ne hanno fatto le spese in tanti, dalla Norvegia alla Lituania all’Australia. Sul fronte militare ha reso sempre più frequenti i gesti aggressivi contro Taiwan e diversi altri paesi asiatici con cui ha delle contese territoriali. Ha aumentato le sue basi militari all’estero. Ha superato per numero di navi la marina militare americana. In occasione della guerra di Putin contro l’Ucraina si è schierata dalla parte di Putin quasi in un gesto di sfida verso l’occidente (Ibidem, pag. 10).

In occasione dei giochi invernali di Pechino, il 4 febbraio 2022 Xi Jinping ha ricevuto Putin di cui ne ha cantato le lodi, ha proclamato un’alleanza sempre più stretta tra Cina e Federazione Russa e perfino un’amicizia illimitata. Definizione assai incauta perché nella sfera geopolitica, l’amicizia fra nazioni dovrebbe avere sempre dei limiti precisi, segnati dal prevalere dell’interesse nazionale di ciascuno. Appena l’aggressione ha avuto inizio, la diplomazia cinese ha fatto propria la teoria dell’accerchiamento: tutta colpa della Nato. Per tutelare gli interessi di Pechino, Xi Jinping avrebbe fatto meglio a usare il suo ascendente su Putin per dissuaderlo dall’attacco militare. Certo, nel lungo termine una Russia sempre più debole è destinata a diventare una colonia della Cina, che potrà usarne le risorse energetiche. E’ anche vero però che attualmente le grandi aziende cinesi si stanno barcamenando per sfruttare le opportunità di business con la Russia, senza però incappare nelle sanzioni occidentali. Alcune hanno preferito chiudere le filiali russe, pur di non mettere a repentaglio l’accesso al ben più ricco mercato degli Stati Uniti e dell’Europa (Ibidem, pag. 11).

Nel libro, costruito in parte su conversazione dirette con quattro generazioni di leader cinesi, l’autore cerca di spiegare i termini concettuali in base ai quali i cinesi ragionano sui problemi della pace, della guerra e dell’ordine internazionale, e di confrontarli con l’approccio più pragmatico e specifico degli americani. L’unicità della Cina, spiegata con dovizia di particolari nel primo capitolo del libro, spazia sulla centralità del Confucianesimo, visto quasi come se fosse il perno della storia cinese. “La Cina è un paese unico; nessuna altra nazione può rivendicare una continuità di civiltà altrettanto lunga, o un rapporto così intimo con il proprio antico passato e i principi classici della strategia e dell’arte di governo. Dalla nascita come stato unitario cinese nel III secolo a. C. fino al crollo della dinastia Qing nel 1912, la Cina ha costituito nell’Est asiatico il nucleo di un sistema internazionale di notevole durevolezza” (Henry Kissinger, prologo, pp. 21- 23, in “Cina”, op. cit. ).

Conclusioni (Epilogo) del libro

“Nel suo saggio Per la pace perpetua, il filosofo Immanuel Kant sosteneva che la pace tra i popoli si sarebbe infine instaurata nel mondo in due soli modi possibili: grazie alla capacità umana di comprendere, oppure attraverso conflitti e catastrofi di una tale gravità da non concedere alternative al genere umano. Ci troviamo oggi in tale congiuntura. Quando il primo ministro Shou Enlai e io approvammo il comunicato che annunciava la visita segreta, egli disse: Questo scuoterà il mondo. Che grande vittoria sarebbe se quarant’anni dopo, gli Stati Uniti e la Cina unissero i loro sforzi non per scuotere il mondo, ma per edificarlo” (Henry Kissinger, Epilogo, la storia si ripete? Il memorandum Crowe, pag.485, in op. cit. ).

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