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Libri. Federico Rampini: San Francisco Milano, L’Oceano di mezzo

San Francisco Milano

di Raimondo Giustozzi

Due saggi, un unico libro, il numero 18 della collana Geopolitica, capire gli equilibri del mondo, pubblicato dal Corriere della Sera, su licenza di Gius. Laterza & Figli, il primo luglio 2022. Sono due opere che assomigliano a diari di viaggio, testimonianze di vita vissuta, a tratti autobiografiche. Le analisi storiche, geografiche internazionali, le guerre e le competenze economiche non possono essere trattate in maniera asettica. La geopolitica non è una scienza esatta. Chi ne è appassionato cerca anche di penetrare nell’animo dei luoghi, di scavare dentro i costumi, le usanze, le abitudini e le tradizioni, le fisionomie dei popoli e delle civiltà.

I due saggi appartengono più al genere della geografia antropica più che a testi di geopolitica. “La mia esperienza personale” – scrive Rampini nella prefazione all’edizione ultima – “è quella di un nomade globale: ho avuto un’infanzia a Bruxelles quando là nasceva l’embrione della futura Unione europea, poi una vita da inviato e corrispondente estero su tre continenti, saltando da  una capitale europea all’altra per poi spiccare il volo verso la California, la Cina, New York. Otre alle città straniere dove ho piantato le radici per lunghi periodi, ci sono stati viaggi estesi e ripetuti dall’India all’Indonesia, da Vietnam al Giappone, dall’Iran all’Etiopia” (Federico Rampini, San Francisco Milano, l’Oceano di mezzo, prefazione, pp. 9- 10, Milano, luglio, 2022).

San Francisco – Milano è prima di tutto la scoperta di una West Coast molto più esotica e sorprendente di quanto si aspettasse un italiano al passaggio del millennio. E’ anche l’anatomia di un modello americano che vent’anni fa toccava l’apice della sue promesse e della sua vitalità. L’impatto con la West Coast americana è anche il racconto di una crisi di identità.. Tutto avviene nel 1979. Rampini, iscritto al Partito Comunista di Enrico Berlinguer, fa la spola tra Milano e Roma. Vive gli anni di piombo, il terribile 1977 con l’assalto della sinistra estrema al segretario della CGIL,  Luciano Lama all’università di Roma, il rapimento di Aldo Moro, la fine di tante speranze. Cresciuto a Bruxelles, dove i genitori, di origine genovese, lavoravano negli uffici dell’Unione Europea, Federico Rampini decide di ritornare in Italia dopo la maturità per frequentare l’università, “Convinto che il nostro paese fosse il laboratorio di un grande esperimento politico e sociale. Lo era davvero. Ma non l’esperimento che credevamo (F. Rampini, op cit. prefazione, pp. 17- 25). Arrivava nella West Coast con il bagaglio culturale dell’europeo medio. San Francisco gli ricordava i film: Il falcone maltese con Humphrey Bogart, La donna che visse due volte di Hitchcock, Bullit con Steve McQueen, Il laureato con Dustin Hoffman. La città californiana era per eccellenza la capitale della cultura con Jack London, Dashiell Hammett, John Steinbeck, Jack Kerouac e la generazione Beat.

Nel saggio L’Oceano di mezzo quel modello americano ha già delle crepe vistose al suo interno. Nelle peregrinazioni che racconto in questo secondo libro (saggio) si possono incontrare temi variegati. Il cuore nordico – germanico dell’Europa. La questione islamica vista con gli occhi di un adolescente negli anni Sessanta; poi di un ventenne in Indonesia negli anni Settanta; infine nella lunga traccia di attentati terroristici post – 11 settembre (2001). C’è una Francia che negli Ottanta era terra di conquista per noi italiani. Ci sono pagine di vita quotidiana in una Cina e in un’India eterne, fedeli a entità ancestrali. C’è un viaggio alle sorgenti etiopi del Nilo, che è anche un viaggio a  ritroso nel tempo, alle origini della cultura occidentale dei aiuti ai paesi poveri. Un libro che cita l’oceano nel titolo non può ignorare la visione marittima del mondo, e uno dei luoghi dove mi è apparsa più chiara è il Giappone. Dal Sol Levante ho rubato anche uno squarcio delle memorie dei piloti kamikaze nella seconda guerra mondiale: è una lezione oggi più attuale che mai, quando nuove leve di giovani vengono mandati a morire in nome di nazionalismi feroci e fanatismi totalitari” (Ibidem, pag. 10).

Nei quattro anni trascorsi in terra americana, Federico Rampini risiede sulla Baia di San Francisco, quartiere di Pacific Heigts a pochi isolati dalla spiaggia di Crissy Fields, anni non facili per la città, per la California, e per gli Stati Uniti. Lasciava la “Milano da bere” di Bettino Craxi, diventata poi la culla del leghismo con il sindaco Marco Formentini, infine il trampolino di lancio di Silvio Berlusconi come leader politico nazionale. La distanza tra la West Coast e quell’angolo di Vecchio Mondo che si autoconvinceva di essere Padania. Il giornalista di origine genovese arriva in America mentre volge al culmine la vicenda esaltante e sconcertante della New Economy, tipica esplosione di creatività innovativa, non soltanto un episodio di speculazione finanziaria. Poi viene l’11 settembre (2001), la lunga opposizione a Bush e alle sue guerre. San Francisco si propone al resto degli Stati Uniti e al mondo come una cittadella progressista assediata, è la costa di sinistra dell’America. Il culto del dissenso, tipico della città californiana, troverà che non collima affatto con l’obbedienza gerarchica confuciana, quando Federico Rampini si trasferisce dal 2004 al 2009 a Pechino nella terra del Dragone.

“L’America è il paese della trasparenza”. E’ l’incipit all’articolo: “Il mio esame per avere la Green Card”, raccontato con dovizia di particolari da Federico Rampini. Nel proprio curriculum, il giornalista italiano aveva omesso di essere stato comunista in passato. Era il 1979, quando Rampini aveva toccato il suolo americano per la prima volta. L’avvocatessa di San Francisco lo consiglia di non omettere nulla per la richiesta della Green Card, anche di essere stato comunista. Ironia della sorte vuole che la convocazione per sostenere l’esame a San Francisco presso gli uffici dell’Immigration and Naturalizzation Service (Ins), gli arriva mentre si trova a Hanoi, la capitale del paese comunista che aveva sconfitto la grande America.

Il funzionario americano legge il dossier preparato dal giornalista e gli chiede: “Ah, lei è stato comunista. Quando? Ho snocciolato gli anni esatti in cui avevo la tessera di partito. Ero pronto a fare una succinta lezione di storia: a evocare la figura di Enrico Berlinguer, l’eurocomunismo e lo scisma con Mosca, il celebre viaggio del nostro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che fu il primo comunista invitato a Washington dal Dipartimento di Stato. Ma il funzionario era giovane, e sentendo parlare degli anni settanta mi ha sorriso: Beh! Lei era un ragazzo, sarà stato al college, eravate un po’ comunisti in quegli anni no!” (Federico Rampini, San Francisco Milano, l’Oceano di mezzo, prefazione, pag. 23, Milano, luglio, 2022). L’esame si conclude con una promozione immediata: “Congratulazioni, lei è un Permanent Resident. Se sarà ancora qui e se lo vorrà, tra cinque anni saremo felici di fare di lei un cittadino degli Stati Uniti”. Quel giovane funzionario americano era cinese, dal momento che non spettava al giornalista fare domande, così Federico Rampini non ha saputo se era immigrato lui, o i suoi genitori, o i suoi trisnonni (a San Francisco i primi cinesi arrivarono nel 1848).

Altro grande impatto è la visita all’Università di Berkeley: “Immersa nel verde, è l’università che vide nascere sia la bomba atomica che il movimento antiautoritario. E’ il campus multietnico per eccellenza. Guardate i volti attorno a voi e vi sembra di essere in Asia. Tolleranza delle diversità, spirito trasgressivo, sono la chiave delle ondate di innovazioni partite dalla costa Ovest. Il passo successivo è visitare la Silicon Walley che il mondo intero ha cercato di imitare. Al suo centro c’è l’altra grande università, Stanford, con il suo campus di Palo Alto che sembra un villaggio vacanze” (Ibidem, pag. 25).

L’arrivo e la sistemazione di Federico Rampini nella propria casa californiana si trasforma subito in un evento tragicomico. La moglie preme un tasto sbagliato e fa scattare l’allarme antifurto. Quattro minuti dopo davanti alla abitazione accorrono tre pattuglie della polizia. Un paio di agenti bussano con cortese insistenza alla porta per controllare che cosa avesse innescato la sirena. A Milano non sarebbe mai successo che in pochi minuti, dietro ad un allarme, si sarebbero presentati così tanti agenti. Qualcosa d’altro colpisce il giornalista: “Dalle tre auto della polizia ho visto scendere un gruppo di agenti così fatto: due bianchi, due asiatici, un latinoamericano, un nero. Un campionario di forze dell’ordine molto politically correct, specchio fedele della società multietnica di San Francisco” (Federico Rampini, Benvenuti in California, in “San Francisco Milano”, pp. 27 – 28, op. cit. ). Scrive ancora Rampini: “Il giorno in cui Milano circoleranno pattuglie di polizia con agenti albanesi e marocchini, faranno meglio il loro mestiere. Da un lato gli immigrati sentiranno meno razzismo. Dall’altro il controllo del territorio e la lotta alla criminalità, compresa quella straniera, saranno più efficaci. Magari quel giorno daranno anche la caccia ai ladri d’appartamento”. L’invito è ottimo, basta accoglierlo e non parlare solo di  inclusione senza tradurla in un qualcosa di tangibile. L’integrazione passa attraverso determinate scelte, avendo il coraggio di proporle e di farle, senza fare troppo teatrino.

La conoscenza della città di San Francisco avviene per tappe come è ovvio. Federico Rampini scopre che sotto il grattacielo Transamerica Pyramid, nelle sue fondamenta e sotto l’asfalto giace un’intera flotta sepolta, quella dei cercatori d’oro. La General Harrison, aveva un robusto scalo di quercia, fatto per affrontare gli oceani. Non fu una tempesta ad affondarla 150 anni fa, ma la bolla speculativa che fece impazzire la California molto prima della New Economy: la febbre dell’oro” (F.  Rampini, Una nave nella City, in “San Francisco Milano”, pp. 29- 30). Quando questa febbre dell’oro passò, tutte le navi usate per l’impresa furono sepolte nel vecchio porto di San Francisco.

Il rispetto delle regole è una costante americana, vale la pena osservarle. Quando si sottoscrive il contratto per l’affitto di un appartamento, si deve firmare anche un foglio dove viene chiesto esplicitamente di non dover mai fumare in casa, pena  lo sfratto immediato, pur avendo pagato fior di canone e di cauzione (F. Rampini, Costretto a non fumare in casa mia, Ibidem, pp. 32- 33).  In America il soccer, il nostro gioco del calcio, è poco praticato. Qualora si partecipa a qualche partitella tra ragazzi, il figlio Jacopo, diciassette anni, di cui nove trascorsi a Milano, gioca con i propri coetanei a pallone (soccer) ma non deve fiatare davanti a qualsiasi decisione dell’arbitro (F. Rampini, le regole del gioco, ibidem, pp. 34- 35). Il soccer negli USA non è amato come in Europa o in Sud America, ma se la nazionale degli Stati Uniti batte il Portogallo, allora il tifo americano impazzisce (F. Rampini, Se l’America scopre il calcio, ibidem, pp. 36 – 37).

Cinquantacinque sono i capitolo del libro San Francisco Milano. Sono articoli brevi ma pieni di informazioni e di confronti continui tra la California, San Francisco – Milano – la Liguria, l’Italia. Le distanze in California coprono territori immensi: “Se non siete mai stati nella Baia di San Francisco, provate a immaginare dei panorami tra Portofino e Taormina, un clima che nove mesi all’anno è la primavera in Costa Azzurra, più il senso civico degli svizzeri, la tolleranza di Amsterdam, la cultura di Londra, e infine ricchezze e tecnologie californiane” (F. Rampini, buio e priori, ibidem, pp. 40 – 41). Si sa che tutta la California, in particolare San Francisco è soggetta a terribili terremoti. La gente sa che deve conviverci: “Il kit, che qui hanno tutti, fuorché noi, comprende fra l’altro torce elettriche collocate in punti nevralgici della casa, coperte, provviste d’acqua e medicinali, reperibili in un contenitore vicino alla porta… Con mia moglie ci siamo fatti un esame di coscienza: se capita il terremoto e ci becca impreparati, rischiamo di brancolare alla cieca e nel panico senza neppure trovare la porta d’uscita. In assenza di torce elettriche cosa faremo? Non oso immaginare dialoghi surreali al buio, del tipo: Dove hai messo l’ultima volta le candeline del compleanno” Nel terzo cassetto a sinistra della cucina? Ma c’è ancora la cucina?” (F. Rampini, terremoto e senso civico, ibidem, pag.51).

L’attacco alle torri gemelle è entrato nella memoria di chi ha visto tutto in diretta attraverso le immagini date dalla televisione: “Sono spuntate all’improvviso a centinaia, a migliaia intorno a noi. Pochi minuti dopo l’attacco alle Twin Towers erano già dappertutto: bandiere americane appese alle finestre delle case, sventolanti dai finestrini delle automobili… Dopo le bandiere sono venute le candele accese alle finestre, le veglie di preghiera che hanno unito laici e fedeli di religioni diverse, l’inno nazionale cantato a scuola…Il patriottismo buono – che non ha nulla a che vedere col nazionalismo o l’odio per lo straniero – offre rifugio e consolazione, quasi alla stregua di una religione”(F. Rampini, il patriottismo da invidiare all’America, ibidem, pag. 52). Belle le tre paginette dell’articolo “Steinbeck contro Bush”, dedicate a romanzi e ad autori immortali della letteratura americana: Steinbeck, Faulkner, Fitzgerald, Hemingway. Le radici californiane di Steinbeck sono note, anche se la sua era una California povera, riportata in “Furore”, uno dei più grandi romanzi della letteratura mondiale che ogni uomo o donna del pianeta dovrebbe aver letto o leggere se non lo ha ancora fatto (N.D.R.).

L’oceano di mezzo

I capitoli del libro “L’Oceano di mezzo” sono soltanto quattordici, ma ognuno ha una lunghezza maggiore rispetto agli articoli del primo libro, “San Francisco Milano”. Prevale la narrazione ma che si amalgama felicemente con un taglio anche descrittivo di ambienti e situazioni di vita. Federico Rampini indulge di più ai ricordi che si collocano parte a Genova, altri a Bruxelles, altri a Milano e alla Lombardia in genere, mentre vive il proprio presente a San Francisco ma con trasvolate verso la Cina e per l’intero spazio aereo degli Stati Uniti. Continui sono anche i riferimenti a pagine della letteratura, quando questa si traduce in poesia e canzoni d’autore.

Nell’articolo “Genova di tutta la vita” ricorda le proprie radici genovesi. Maria Pia, la mamma di Federico Rampini, nasce a Genova, si trasferisce a Napoli, dove suo padre era andato a lavorare. Quando iniziarono i bombardamenti alleati e il nonno di Federico vide morire un collega sotto i suoi occhi, decide di ritornare, da sfollato, con tutta la propria famiglia in Liguria, non a Genova ma in casa di una zia a Ruta di Camogli. Le ristrettezze economiche sono tante ma in  mezzo a tutto c’è anche tanta dignità. Inizia il dopoguerra. La mamma si sposa con un lombardo, del Lodigiano. Federico nasce a Genova nel 1956. Ha solo due anni quando i genitori si trasferiscono a Bruxelles, in Belgio, come impiegati negli uffici della Comunità Europea. Nella capitale belga rimane fino ai diciassette anni. Frequenta la Scuola Europea di Uccle (comune belga di 82.275 abitanti. Fonte Internet), dove c’erano tedeschi, francesi, italiani e tedeschi, e solo una piccola minoranza di belgi.

Se nell’articolo, dedicato a Genova, onora la propria città di nascita con la poesia di  Giorgio Caproni, Litania. “Genova mia città intera / Geranio. Polveriera. / Genova di ferro e aria, / mia lavagna, arenaria…”, nell’altro articolo “Il cielo basso di Bruxelles” celebra la città belga con “Le plat pays” (il paese piatto) di Jacque Brel, il cantautore fiammingo – francofono che è stato per Rampini, come dice lui stesso, la colonna sonora della propria giovinezza. Grazie al padre, profondo lettore della storia locale, anche per superare lo spaesamento di chi non si trova proprio a casa sua, il giovane Rampini vive da protagonista il lungo periodo vissuto a Bruxelles: “Il disinteresse verso la storia locale, mio padre lo contrastava divorando libri. Il grande medievista Henri Pirenne era il suo faro per illuminare la storia rigogliosa dei rapporti tra noi e loro, tra il Rinascimento italiano e quello delle Fiandre…” (Federico Rampini, il cielo basso di Bruxelles, in “L’oceano di mezzo”, op. cit. pag. 203).

Intanto, il giovane Rampini alterna lo studio, sempre affrontato da studente modello, con attività di volontariato a favore dei più svantaggiati, degli immigrati italiani e tunisini: “La grammatica francese e i Quaderni di Antonio Gramsci, l’algebra e la lettera a una professoressa di don Milani, il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels e Cristo si è fermato a Eboli (Carlo Levi) erano le nostre letture comuni nel doposcuola. Furono quelle serate le mie prime lezioni vere sull’ingiustizia” (Ibidem, pag. 206).

Nell’articolo “Le Pouget, il villaggio fantasma”, Federico Rampini ricorda ancora la propria attività di volontariato in questo villaggio sperduto tra le gole del Massiccio Centrale, un “Villaggio fantasma, abbandonato da tempo, venduto per pochi soldi al sacerdote gesuita che organizzava i nostri viaggi estivi. Ci accampavamo lì ogni anno, la prima missione era ricostruirlo e renderlo di nuovo abitabile. Naturalmente non eravamo capaci di fare quasi nulla. Coi fondi del nostro gesuita venivano pagati tre o quattro anziani muratori della zona” (Ibidem, pp. 211- 212). Termina anche il periodo belga e per il giovane Rampini arriva il periodo milanese.

“Arrivai a Milano, per viverci, nel 1973. Migrante da Nord a Sud, controcorrente, avevo ancora 17 anni quando lasciai per sempre la casa dei miei genitori… Arrivai a fine ottobre al pensionato universitario Bocconi avvolto in una nebbia fittissima, proprio come si addiceva alla Padania di altri tempi…Mi iscrissi subito al Partito comunista italiano, guidato a tempo da Enrico Berlinguer. Sbagliando? A quell’epoca era di moda tra i miei coetanei l’estremismo di sinistra, i gruppi extraparlamentari che predicavano la rivoluzione” (Federico Rampini, Milano, la muraglia di nebbia, in “L’oceano di mezzo”, op. cit. pp. 197- 200). Da studente universitario, Rampini ricorda di Milano gli anni di piombo, poi nel lungo intermezzo di nove anni (1991 – 2000) fu testimone di Tangentopoli, altro periodo infausto per la città meneghina. Prima la Milano da bere craxiana, volgare e gaudente, arrogante e disonesta. Poi la stagione della mannaia giudiziaria con tutte le sue conseguenze” (Ibidem, pag. 200).

Compiuti i trent’anni, nel 1986, Federico Rampini riceve il suo primo incarico da inviato speciale, la sede è Parigi, una delle città più belle del mondo. Si sposa con Stefania, cresciuta anche lei a Bruxelles. Ambedue sono impregnati di cultura francese. Vive a Parigi fino al 1991. Scrive: “Fu un periodo meraviglioso anche per la mia vita: i bambini piccoli che crescevano in una grande capitale europea, il privilegio di dargli subito un’istruzione internazionale, ripetendo per loro l’esperimento che i nostri genitori avevano fatto su mia moglie e su di me” (Federico Rampini, Parigi, il grande vortice, in “L’oceano di mezzo”, pag. 213). I figli di Rampini sono Costanza e Jacopo.

Attento e curioso osservatore, durante il soggiorno parigino, Rampini trova che i francesi hanno un occhio di riguardo per Les Condottieri, con l’accento sulla lettera i in finale di parola, che rispondono ai nomi di Gianni Agnelli, Carlo De Benedetti, Luciano Benetton, Raul Gardini e per ultimo Silvio Berlusconi che arriva in Francia per creare La Cinq, prima emittente privata in Francia. I francesi hanno sempre apprezzato le nostre città antiche, i nostri paesaggi, la letteratura, il cinema italiano, la musica e il cibo. Non hanno mai considerato l’Italia una potenza economica né politica, nutrono anzi un complesso di superiorità. Negli anni Ottanta quella certezza vacillò (Ibidem, pag. 215).

A Parigi, Rampini vive gli anni della grande trasformazione che avrebbero portato alla fine della guerra fredda. Segue “Mitterand nelle sue missioni in Europa Orientale, a Berlino Est e a Kiev; tentativi disperati di un vecchio francese talleyrandiano di impedire la riunificazione tedesca, trescando con i dinosauri dele nomenclature comuniste” (Ibidem, pag. 216). Da Parigi si sposta come inviato in Spagna e Portogallo, con una puntata in “Romania per assistere all’agonia di uno dei regimi più brutali dell’Est comunista. Finii in una sorta di casa degli specchi deformati. Ceausescu era stato a suo tempo corteggiato da molti leader occidentali (Charles de Gaulle in testa) come un comunista diverso, meno allineato con Mosca, da sostenere e incoraggiare. Aveva finito la sua carriera davanti a una dittatura ottusa e feroce, tra le più arretrate perfino secondo gli standard del Patto di Varsavia” (Ibidem, pag. 217).

Ma il tempo galoppa. Dopo Parigi si apre per Rampini il capitolo americano, al quale dedica due lunghi articoli: “L’aria oceanica di New York” (pp. 221 – 239) e “San Francisco dei magnifici spaesamenti” (pp.  240 – 258). Pur abitando negli Stati Uniti, Rampini compie dei viaggi in Cina a cui dedica tre articoli: “La melodia celeste di Pechino” (pp.259 – 268),  “Il Mullah dello sci a Tianjin” (pp.269 –  270) e “L’inferno della Sichuan” (pp. 271 – 276). Gli ultimi articoli del libro sono dedicati ai viaggi in Giappone (Tokyo, o della visione marittima del mondo, pp. 277- 286), in Indonesia (L’odore di Surabaya, pp. 287 – 289), in India (L’India umida e verde, pp.290 – 299), in Egitto (Alle sorgenti del Nilo, pp.300 – 306).

Più che in altri libri, in questo soprattutto, Federico Rampini racconta alcuni momenti della propria vita. “Scriviamo per ragioni varie: una di queste è quella di parlare con noi stessi” ( (Luca Serianni). Chi legge, tuttavia, può anche trovare analogie e differenze con frammenti della propria storia personale. Accanto alla narrazione sempre fluida e ad un linguaggio preciso e tagliente, Rampini propone delle riflessioni che ritornano spesso, soprattutto quando parla di se stesso, della propria famiglia di origine e della sua famiglia, moglie e figli.

“La vita dei miei genitori è stata quella degli espatriati, sempre un po’ sradicati, contesi tra le terre d’origine e quelle d’adozione. Un destino familiare che poi si sarebbe riprodotto su scala multipla. Deve essere per questo che da vent’anni in qua, fra i miei genitori e il sottoscritto c’è sempre stato almeno un oceano di mezzo. E forse spiega anche il luogo dove riposano le ceneri di mio padre. Mio padre era lombardo, del Lodigiano, affezionato anche alla Liguria per via della mamma, ma legatissimo alla casa di Bruxelles dov’era circondato dai suoi libri e col suo pianoforte. E’ stata la mamma ad avere quell’idea: seppellirlo in giardino” (Ibidem, pag. 190).

Insieme ai privilegi per chi fa il corrispondente all’estero di grandi giornali ci sono dei costi umani: “Per lunghi periodi della mia vita ho avuto un oceano di mezzo, che mi separava dai miei affetti: da mia moglie e dai miei figli, i miei genitori. Non sempre potevano inseguirmi nelle mie peregrinazioni. Quando mio padre ebbe l’ictus fatale io abitavo a tredici ore di volo da Bruxelles: arrivai in ospedale che forse era ormai incapace di riconoscermi. Da mia madre mi separano tuttora sette ore di volo; dai figli cinesi quindici… Nella mia vita di osservatore globale, in realtà non ho mai smesso la ricerca di radici. Immaginarie, costruite, conquistate. Ma indispensabili. Non puoi vivere cinque anni in Cina, e aspirare a raccontarla, senza uno sforzo di immersione nella sua storia, nella sua cultura, nella sua gente. Anche in America – che pure è meno diversa da noi – ho dovuto ripetere questo esercizio sule due coste orientale e occidentale, diventare in parte uno di loro, per cercare di capire meglio. Il libro che stai per leggere è il racconto di questo lungo viaggio” (Federico Rampini, prologo, in “L’Oceano di mezzo”, op. cit. pag. 188).

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