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Libri. Deaver, Konaté, Recami, Ellroy, Fantini-Capitini

Jeffery Deaver  Foto Coniglio

Jeffery Deaver
Foto Coniglio

di Valerio Calzolaio

La mappa nera
Jeffery Deaver
Traduzione di Sandro Ristori
Thriller
Rizzoli Milano
2022 (orig. The Final Twist)
Pag. 443 euro 19
Valerio Calzolaio
San Francisco. Inizio estate 2019. Il taciturno Colter Inquieto Shaw di mestiere fa il localizzatore, ovvero insegue ricompense, materiali e affettive. In genere, cerca le persone che qualcuno vuole ritrovare, valutando caso per caso, non lavora per criminali, risulta allergico alle burocrazie. Ha circa 31 anni, parla solo sobrio e composto, sorride molto raramente, è permanentemente leale e irrequieto; uno da non prendere alla leggera, talento da vendere nello sviscerare ogni tipo di indizio, calcola gli eventuali nessi di causa ed effetto e le probabilità dei possibili eventi futuri. Sfiora il metro e ottanta, capelli biondi corti, occhi blu con spruzzate di grigio, carnagione chiara, corporatura muscolosa e compatta, spalle larghe, muscoli tesi, cicatrici su guancia, coscia e (più grande) collo; vive solo in un camper (Winnebago), se può gira in moto (Yamaha da cross), affitta berline anonime e servizievoli. Il padre Ashton ha insegnato ai tre figli il grande Libro del Mai, l’arte della sopravvivenza in condizioni estreme o inattese (sfiduciati verso le autorità ma rispettosi della legge), pure al maggiore Eremita Russell (circa 37), da tempo altrove, e alla minore Astuta Dorion (circa 28), sposata con prole nel Maryland; il capofamiglia è stato ucciso molti anni prima, la madre vive ancora isolata alla Tenuta, vicino a Fresno. Colter decide di darsi definitivamente e finalmente l’indispensabile sfida personale: completarne la missione, scoprire chi e perché lo volevano morto, sa che la società BlackBridge faceva pessime cose e che è ancora in corso un progetto per manipolare i collegi elettorali con le droghe. Il padre aveva anche carpito e nascosto qualcosa, forse indicato in una mappa, che potrebbe sconvolgere la California, gli Stati Uniti, il mondo. Colter s’avventura ma deve pure ritrovare la giovane Tessy, la madre glielo chiede nel modo giusto. E si rifà vivo il fratello. Il pericolo costante è il loro mestiere.
L’eccelso scrittore americano di thriller Jeffery Deaver (Glen Ellyn, Illinois, 6 maggio 1950), dopo altri cicli ed esperienze narrative (dal 1988) e lo straordinario successo della serie con Lincoln Rhyme (dal 1997), ben conosciuto in 24 lingue e oltre centocinquanta paesi, pure al cinema, insiste con il nuovo affascinante personaggio. Dall’inizio della pandemia, ha scritto ancor di più: la nuova avventura di Lincoln di prossima uscita e varie consecutive storie di Colter Shaw, questa volta quasi in contrastata coppia con Russell. Come al solito i testi dell’autore hanno meccanismi perfettamente oleati, ormai ritmi e linguaggi delle serie televisive, meno chiacchiere e più azione, dialoghi godibili ed essenziali. Il titolo americano richiama il momento “finale” circa la ricostruzione della vicenda paterna, il titolo italiano lo strumento iniziale usato per capire il da farsi, senza successo. L’esergo rende l’idea dell’argomento di fondo, una frase di Noam Chomsky: “Per i potenti, i crimini sono quelli che commettono gli altri”. Siamo al confine fra la corruzione pubblica nello spionaggio industriale e gli interessi privati a condizionare ogni mercato: “le aziende non hanno coscienza né convinzioni, non hanno sentimenti, pensieri o desideri… Non fanno parte del Popolo, dal quale e per il quale la nostra Costituzione è stata redatta…”. Gli eroi solitari, come il protagonista, dovrebbero cercare di limitare i danni. Non a caso preferisce scrivere appunti a mano sulla carta: se digiti o ascolti crei un rapporto effimero con le parole. Tante birre locali, anche se l’onnipotente cattivo beve pessimo Chardonnay barricato mentre i manifestanti urlano: “Non ci vendiamo alle multinazionali”! Il chitarrista preferito di Colter è l’australiano Tommy Emmanuel, ma Russell conosce meglio il rock.

v.c.

Recensione Omicidio a Timbuctu
Omicidio a Timbuctu
Moussa Konaté
Traduzione di Silvia Scialanca (che firma un’ottima interessante nota finale)
Noir
Del Vecchio Bracciano
2019 (orig. 2014)
Pag. 245 euro 16
Valerio Calzolaio

Timbuctu, Mali. Fine 2010. Nell’accampamento dell’allegra famiglia di Aghaly Ag Hussein è l’ora dello zuhr, mezzogiorno, il momento della preghiera islamica recitata, la seconda delle cinque preghiere quotidiane. Rhissa, il figlio maggiore del patriarca, appare preoccupato perché il suo dispettoso fratello Ibrahim non è ancora tornato, manca dalla mattina. La moglie del patriarca Fatma Walette Sidi-Mohamed è allettata da molte lune e gioca con Ahmed, il nipote di nove anni e terzo figlio di Rhissa, il quale, d’intesa con la propria moglie e con quella incinta di Ibrahim, va a prendere il dromedario per cercarlo sulla strada verso Timbuctu. Dopo qualche chilometro trova solo il corpo, sdraiato su un fico, appoggiato sulla schiena, coperto di sabbia e con il volto insanguinato, è morto. Lo carica sul dromedario e va in commissariato. Famiglia e amici sono convinti che il responsabile vada individuato nella comunità apparentata (cugini che non si amano) di Saïf Ag Youssef. Intervento pubblico immediato? Spedizione punitiva privata? A fatica si concorda poco tempo per qualche preliminare procedura ufficiale. Il fatto è che quasi in contemporanea c’è una sparatoria contro un cittadino francese. Le due storie sono collegate? C’è un rischio incombente di terrorismo islamista? Di traffico di droga e rapimenti? Si muove l’ambasciata francese. Nella capitale Bamako si convoca una riunione al vertice e chiedono al commissario Habib di andare direttamente sul posto, accompagnato da due giovani, il suo fido assistente e un agente dei servizi francesi. Partono in battello verso l’area fluviale del Niger, un paesaggio indimenticabile. L’indagine fra i tuareg avrà bisogno di conoscenze e introspezioni sofisticate, come nello stile del mitico personaggio.
Non perdetevelo! Il grande maliano Moussa Konatè (Kita, 1951 – Limoges, 2013) ha insegnato e scritto a lungo, romanzi e saggi, opere per ragazzi e per il teatro. Fra l’altro, onesti umili capolavori noir. Letteratura di genere, certo, consapevolmente, ma differente da quella che mai avete potuto leggere, africana subsahariana. Niente a che vedere con il giallo classico, con l’hard-boiled, con il polar o con il noir occidentale, pur se è evidente che questi generi o sottogeneri sono stati tutti sentimentalmente digeriti. Konaté mette in campo un’altra portentosa cultura civile, che prevede (come ogni cultura sociale) pure crimini e misfatti, individuali e collettivi, per ragioni sia contingenti che strutturali. A proprio modo, assolutamente non esotico né prettamente pedagogico. La racconta facendoci conoscere tradizioni e abitudini, simboli e codici, corruzione e integralismo, assetti di famiglie e poteri, storia e geografia del Mali e di parte dell’Africa. Noir nel senso di romanzi che fanno capire differenze e fratture della società in cui sono ambientati. La narrazione è in terza varia al passato, prevalentemente sui poliziotti. Investigare in Mali è diverso che indagare in Francia: i costumi variano da una regione all’altra; l’islam e il cristianesimo convivono e si mischiano con l’animismo; il Mali di ieri non si ritiene vinto dal Mali dei tempi moderni; c’è sempre un qualche marabutto indovino del quale tenere (poco) conto; condurre un’indagine a cavallo, sul dorso di un dromedario o a piedi, nel deserto, non è proprio la stessa cosa che correre in macchina in una città francese. Una meraviglia di stile e contenuto, di ritmo e dialoghi, competenti ironici originali. Il probo e maturo protagonista è Habib Kéita, commissario capo della squadra anticrimine (qui prossimo alle dimissioni), discende dalla stirpe dell’imperatore fondatore della grande etnia dei mandingo, ricchi importanti studi dai bianchi in Francia (e dai rossi a Bordeaux, ma in patria si è riconvertito all’acqua); ha una cheta discreta moglie tradizionale e tre cari giocosi figli (qui il maggiore è adolescente). L’erede prediletto è il giovane intrepido collaboratore ispettore Sosso Traoré (qui promosso capitano). Cucina, bevande, melodie della meravigliosa leggendaria Timbuctu: vien voglia di partire, portatevelo!

v.c.

Recensione I killer non vanno in pensione

I killer non vanno in pensione
Francesco Recami
Noir
Sellerio Palermo
2022
Pag. 580 euro 16
Valerio Calzolaio

Treviso. Aprile 2015. Piove da giorni. Nelle sue omelie parrocchiali, preparate meticolosamente al computer da dove poi le legge, il celebrante don Carlo Zanobin allude al rischio di Apocalisse, per i fiumi che stanno per traboccare e travolgere le operose città. Il lavoro presso la Direzione Provinciale dell’INPS sembra scorrere tranquillo, con le solite dinamiche fra furbi e quieti, eleganti appariscenti e grigi marginali, chiacchiere e pettegolezzi su ogni aspetto pubblico e privato, meteorologico e sportivo, carrieristico e sessuale. Walter Galati risulta a tutti un modesto impiegato, preciso e subalterno, sfruttato dall’opportunismo di colleghi nullafacenti o corrotti; oltre che, a casa, sottomesso alle pretese della moglie Stefania (deve pure badare al cagnolino Fufi). In realtà, si tratta di una copertura per esercitare meglio la seconda redditizia professione di killer poliglotta di successo, irreprensibile e spietato. Ha iniziato circa dieci anni prima, più o meno da quando si è sposato. Non fa carriera in ufficio e continua a prendere solo 1.450 euro al mese; poi riceve messaggi cifrati a una casella postale elettronica con incarichi di varia difficoltà, realizza omicidi di personaggi noti o sconosciuti, prende 400.000 dollari a contratto, ne ha già completati diciassette, è intenzionato a smettere e sparire. Gli arriva l’ordine di uccidere un vecchio a Procida, età nome foto modalità, c’è qualcosa che non gli torna, forse è l’occasione per farlo fuori, ci potrebbe essere di mezzo un altro killer contro di lui, addirittura la mitica Colomba. La situazione si complica perché sta arrivando un’ispezione ministeriale, giustificata ma dirompente, sui suoi colleghi impiegati della Banda dei Quattro, i quali non possono che reagire con violenza. Ne succederanno di tutti i colori, mentre il Sile straripa: equivoci misfatti crimini e morti a volontà.
L’irriverente divertente scrittore satirico toscano Francesco Recami (Firenze, 1956), noto in passato soprattutto per romanzi e racconti gialli dedicati ai condomini di una casa di ringhiera a Milano, poi per una seconda serie toscana di favole (incubi) noir, narra in questo nuovo romanzo la doppia vita di alcuni di noi, in particolare quando sopravvengono elementi perturbatori. La narrazione è in terza (quasi) fissa sul protagonista, modesto funzionario ed eccelso assassino. Dopo un avventuroso decennio vorrebbe andare in pensione (sul conto in Svizzera ci sono circa sette milioni di dollari) ma non è certo che sia previsto dalle regole dell’Agenzia (da cui il titolo, identico quello generale e quello del primo capitolo). Lo svolgimento è ricco di riferimenti agli animali, soprattutto ai cani, non solo quelli del parallelo intreccio di efferate aggressioni; anche a tante altre famiglie e specie, tanto che quasi alla fine di ognuno dei dieci capitoli c’è un colto paragrafo scientifico in neretto sulle possibili contiguità evolutive di faine, iene, scimmie, scorpioni e altri con comportamenti umani come predazione in eccesso, infanticidio, movimento impazzito di fuga, violenza sessuale, cose così. Associazioni e movimenti in difesa degli animali hanno così un loro ruolo in tutte le vicende. Segnalo le povere traduttrici russe o ucraine delle esperte escort offerte ai russi per convincerli a investire sulla Sex City veneta. Grandi vini bianchi regionali accanto ad Amarone e grappa. Allo stremo delle forze, quasi in coma, l’ispettrice sente in testa solo canzonette tipo New Trolls e Loretta Goggi.

v.c.

Recensione American Tabloid

American Tabloid
James Ellroy
Traduzione di Stefano Bortolussi
Giallo
Einaudi Torino (prima ed. it. Mondadori 1995)
2022 (1° ed. americana 1995, qui con breve nuova introduzione dell’autore)
Pag. 772 euro 20
Valerio Calzolaio

Usa. 1958-1963. Cinque anni di storia americana inseriti in contesti criminali e romantici, ecco il mitico “American Tabloid”, primo romanzo della trilogia che, dopo la tetralogia ambientata in California (uscita fra 1987 e 1992, iniziata con “Dalia nera”), ha reso immancabile la lettura dello scrittore James Ellroy, pseudonimo di Lee Earle Ellroy (Los Angeles, 4 marzo 1948): “Dipingo la nostra storia politica come una vicenda di alta criminalità seguita da poliziotti violenti dai turbolenti legami amorosi con donne forti”. Qui tre di quegli sbirri facilitano l’ascesa al potere di John F. Kennedy e complottano poi per assassinarlo, audace verosimiglianza: elezioni truccate del 1960; Baia dei Porci con Cuba, omicidio presidenziale di Dallas; Cia, Fbi, Mafia, Ku Klux Klan; di tutto di più; verità dei fatti “risibile” (come riconosce l’autore), potenza letteraria magnifica ed elettrizzante: “È tempo di demitizzare un’èra e costruire un nuovo mito, dalle stalle alle stelle”.

v.c.

Recensione Un nuovo modo di sentire

Un nuovo modo di sentire. La religiosità “aperta” di Aldo Capitini
Roberto Fantini
Filosofia
Graphe Perugia
2022
Pag. 68 euro 9
Valerio Calzolaio

Perugia, Assisi e il mondo. Aldo Capitini nacque il 23 dicembre 1899 nel capoluogo umbro dove poi morì da docente universitario il 19 ottobre 1968. L’epigrafe sulla tomba fu dettata dal grande italianista studioso di Leopardi Walter Binni: “Libero religioso e rivoluzionario nonviolento pensò e attivamente promosse l’avvento di una società senza oppressi e l’apertura ad una realtà liberata e fraterna”. Il primo saggio pubblicato da Laterza nel 1937 (frutto di dattiloscritti consegnati a Benedetto Croce) s’intitolava appunto “Elementi di un’esperienza religiosa”, lui che aveva contestato il Concordato e non aderito al Partito Nazionale Fascista, che amava Gandhi ed era vegetariano. Bene ha fatto il professore di filosofia e pittore Roberto Fantini a raccogliere in “Un nuovo modo di sentire” alcuni testi pubblicati o pronunciati sulla religiosità “aperta” di Capitini, vera cifra intellettuale e morale del suo pensiero, simboleggiata dalla prima marcia per la pace promossa nel 1961.

v.c.

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