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Federico Rampini, L’ombra di Mao. Sulle tracce del grande timoniere per capire il presente di Cina, Tibet, Corea del Nord e il futuro del mondo

ombra di Maodi Raimondo Giustozzi

Quindicesimo volume della collana geopolitica, capire gli equilibri del mondo, curata da Federico Rampini, autore del libro: L’ombra di Mao, sulle tracce del Grande Timoniere per capire il presente di Cina, Tibet, Corea del Nord e il futuro del mondo. “L’eredità maoista nella politica estera cinese è più consistente di quanto si creda. Anche se oggi la Repubblica Popolare fondata da Mao nel 1949 è la seconda superpotenza economica mondiale, nella proiezione internazionale continua a presentarsi come la paladina dei paesi poveri, oppressi dal neocolonialismo dell’Occidente. Questo linguaggio è l’eredità di una scelta che fece Mao, quando volle costruire il ruolo mondiale della sua Cina comunista in contrapposizione all’Occidente ma anche all’Unione Sovietica, altra potenza bianca. La Cina divenne la più grande delle nazioni non allineate nella Guerra fredda Est – Ovest, in quello che fu chiamato Terzo Mondo” (F. Rampini, L’ombra di Mao, Prefazione, pag. 7, Milano, 2022).

Xi Jinping, mezzo secolo dopo la morte di Mao, non esita a rispolverare lo stesso armamentario di accuse verso il neocolonialismo occidentale. Se si osserva la mappa geografica delle nazioni, che all’inizio del 2022 non hanno aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia per la sua aggressione all’Ucraina, la somiglianza con la mappa dei non allineati degli anni Cinquanta Sessanta è notevole. Studiare il fondatore della Repubblica popolare è indispensabile per capire la natura del regime politico cinese, l’eredità del comunismo che resta forte pur in un contesto molto cambiato. I legami sono perfino personali. Il padre dell’attuale presidente X Jinping fu uno stretto collaboratore di Mao, un altro gerarca del partito, fino alla sua caduta in disgrazia in una delle purghe che segnarono il maoismo (Ibidem).

Oggi, in Cina, soprattutto nelle campagne, molti contadini hanno nostalgia di Mao, ma anche tutti coloro che si sentono tra i perdenti sostengono che si stava meglio quando ci stava lui, l’egualitarismo predicato da Mao era meglio della scalata al potere di quanti fanno carriera nel partito. Fanno di Mao una figura idealizzata, frutto di una mistificazione del regime che nasconde la verità storica sui suoi crimini. “Mao Zedong era egocentrico, presuntuoso, irascibile, amante del lusso, predatore sessuale, insicuro della propria cultura, vittima di periodiche e gravi depressioni, più furbo che intelligente. La sua crudeltà era talvolta il frutto di impulsi incontrollabili e patologici”, questo il quadro che ne faceva il medico personale Li Zhisui che lo aveva assistito dal 1954 fino alla sua morte nel 1976 (Ibidem, pp. 25- 26).

Il Grande Balzo in avanti tra il 1959 e il 1962, la Rivoluzione Culturale tra il 1966 e il 1976, due politiche scellerate perseguite da Mao, causarono sui settanta milioni di morti. All’estero, possono ringraziare Mao i nordcoreani, che oggi sono prigionieri di uno dei regimi dittatoriali più feroci del pianeta, anche perché dal 1950 al 1953 il leader cinese diede un sostegno decisivo nell’aggressione militare contro la Corea del Sud, una guerra che consolidò la monarchia rossa di Pyongyang.

Quel Mao Zedong che oggi viene rimpianto da alcuni è in gran parte una creatura immaginaria, idealizzata, frutto anche di unica mistificazione del regime che vuole nascondere la verità storica sui suoi crimini. Quelli che sono nati dopo la sua morte (1979) lo rivalutano soprattutto in opposizione a quello che percepiscono come gli eccessi venuti dopo: l’avvento del capitalismo, abbracciato da Deng Xiaoping e dai successori con gli slogan apertura (agli scambi con il resto del mondo) e cambiamento (verso un’economia di mercato). Dagli anni novanta del secolo scorso al duemila, il culto di Mao si è diffuso soprattutto tra i lavoratori. Molti di loro sostengono che l’apertura e il cambiamento funzionano solo per chi la capacità, cultura e istruzione nonché per tutti quelli che sono dei profittatori spregiudicati. Per le persone oneste, ordinarie e mediocri era meglio l’egalitarismo di Mao Zedong. Per i perdenti nella Cina di oggi, rivalutare Mao, fino a riesumarne il culto della personalità, è un modo sicuro di sfogare il proprio risentimento. Anche l’establishment del Partito Comunista Cinese ha sempre sottolineato la continuità con il Grande Timoniere. La loro legittimità deriva dal fondatore della dinastia; anche se la leadership non si tramanda di padre in figlio, l’elemento familistico è tutt’altro che secondario, e comunque il partito garantisce la continuità con il passato e la propria investitura dinastica. Da qui il silenzio sui crimini di Mao Zedong.

Nella Cina di oggi è lecito insomma nutrire nostalgia verso il Grande Timoniere, mentre non è consentito fondare un sindacato libero e indipendente. Peraltro poi, la corrente maoista o neo – maoista non ha mai smesso di manifestarsi all’interno del partito, che ha i suoi centri studi, i suoi intellettuali, i giornali e i siti. E’ in certo senso l’ala sinistra del partito. Fu sconfitta nel 1999- 2001 durante lo scontro interno al partito, che si concluse con l’ingresso della Cina nella World Trade Organization (Organizzazione mondiale del commercio); la battaglia fu vinta dall’ala destra del Partito che aveva in Dem Xiaoping l’esponente più rappresentativo; con questo l’ala sinistra del partito non è mai scomparsa, anzi negli ultimi tempi è in forte ripresa.

Riabilitare Mao Zedong è anche diventata un’operazione di regime, perseguita dall’alto. Il periodo chiave è il biennio 2008 – 2009, gli ultimi due anni trascorsi in Cina da Federico Rampini. “Un gigantesco corto circuito concentra in quei due anni almeno quattro eventi cruciali per il regime comunista: una serie di proteste interne alla Cina, talvolta violente e soprattutto a carattere etnico, le Olimpiadi estive di Pechino, la grande crisi finanziaria dei mutui subprime scoppiata a Wall Street e trasformatasi in una recessione globale. I Giochi olimpici furono conquistati come una prova di legittimità internazionale, dopo i lunghi anni di isolamento del gigante asiatico per il massacro di Piazza Tienanmen (3 – 4 giugno 1989). I giochi vennero preparati con una cura estrema. Le grandi opere furono affidate a celebri architetti stranieri per fare di Pechino una vetrina luccicante di modernità. Tutto venne pianificato per dare della Cina l’immagine di una grande superpotenza globale.

A rovinare la festa furono le proteste che scoppiarono prima e dopo i giochi nel Tibet che venne occupato militarmente. La fiaccola olimpica venne contestata all’estero, soprattutto a Parigi, dove Jin Jing un’atleta paraolimpica cinese venne aggredita da un tibetano. La Francia fu accusata dalla stampa cinese di non aver saputo proteggere l’atleta cinese e di non essere “Il paese che onora le leggi”, come è tradotto in mandarino il termine Fa- guo (Francia). In tutta la Cina si orchestrò la caccia alle streghe verso lo stato transalpino.

Oggi la Repubblica Popolare Cinese non è più quella dell’89 anche se persiste in Occidente, scrive Rampini, ancora l’immagine di un immenso Stato – lager, una Corea del Nord o una Birmania all’ennesima potenza. La rappresentazione è assurda: “Se nulla può essere vero e falso al tempo stesso, una nazione può essere parzialmente libera, e senz’altro si può essere più liberi di prima. Lo spazio delle libertà personali nella Repubblica Popolare si è ampliato enormemente negli ultimi anni… Restano gravi limiti per la libertà di espressione, di religione, e per altri diritti umani a cominciare dall’habeas corpus, il diritto alla certezza delle legge, a una magistratura indipendente e a un processo equo… La maggioranza dei cittadini cinesi sa di vivere oggi in un paese piuttosto tranquillo e sereno, non solo in confronto al terrore che vigeva sotto le Guardie Rosse durante la Rivoluzione Culturale (ancora quarant’anni fa), ma anche rispetto alla Cina del 1984 in cui Tiziano Terzani venne arrestato e poi espulso, o rispetto al clima che si respirava subito dopo il massacro di Piazza Tienanmen del 1989 (Ibidem, pp. 8 – 9- 10).

A giochi conclusi, sul finire del 2008, nasce una delle ultime iniziative visibili da parte degli intellettuali dissidenti, la Carta 08, cui aderisce il poeta Liu Xiaobo (poi insignito del Nobel) che pagherà il gesto con la morte in carcere. Nel 2009 esplode un’altra protesta nello Xinjiang mussulmano. Il movimento degli intellettuali, le manifestazioni antigovernative nel Tibet e nello Xinjiang nascondo i conflitti sociali nelle fabbriche, ben più destabilizzanti delle manifestazioni nelle due aree geografiche. Attorno a tutte queste manifestazioni, le autorità cinesi costruiscono la teoria del complotto, sposando in pieno la posizione di Vladimir Putin in merito alla rivoluzione arancione in Ucraina del 2004 – 2005, rivolta promossa dagli USA, a detta di Mosca, per rovesciare governi non graditi.

Tra le teorie del complotto, l’ultima, nata nella terra di Putin, racconta che i soldati russi al fronte non devono combattere contro gli ucraini ma contro soldati mutanti, costruiti nei laboratori biologici degli Stati Uniti (Fonte Internet). Intanto i missili della Federazione Russa colpiscono tutti, finanche una bambina di appena quattro anni, raggiunta dall’esplosione, mentre spingeva il proprio carrozzino. Non è un buon motivo per dire che anche gli americani facevano la stessa cosa in Vietnam o in Iraq, gli inglesi o i francesi in altre parti del mondo (N.D.R.).

La fragilità dei regimi autoritari si misura dalla lentezza con cui i dirigenti di questi governi riconoscono i loro sbagli. Non si sa ancora nulla che cosa sia successo nel laboratorio di Wuhan, cittadina cinese dove è iniziata la pandemia da Coronavirus. Il disastro di Cernobyl, ai tempi dell’Unione Sovietica, fu denunciato dal regime dopo settimane, quando la nube tossica girava sui cieli della Svezia, della Norvegia e di altre nazioni europee. Mao Zedong, nella testardaggine di voler superare la Gran Bretagna nella produzione siderurgica, impiantando altoforni nelle campagne cinesi, causò la morte per fame. Il piano tolse la manodopera dalle campagne, provocando un crollo nei raccolti. Decine di milioni di cinesi non ebbero di che mangiare per anni. Convinto che la causa dei cattivi raccolti fossero gli uccelli che mangiavano il grano, promosse una campagna di caccia ai passeri che furono quasi sterminati. Il risultato fu un’invasione biblica di locuste, che non avendo più chi le mangiasse, invasero le campagne, riducendo tutto a lande desolate.

Se nell’Unione Sovietica Nikita Kruscev denunciò nel 1956 i crimini di Stalin, la stessa cosa non è avvenuta in Cina. Nessuno dei successori di Mao Zedong ha mai denunciato i suoi crimini. Mao nell’immaginario collettivo cinese rimane il Grande Timoniere, colui che ha sconfitto Chiang Kai- shek e ha fondato la Repubblica Popolare Cinese. Rimane l’eroe della Lunga Marcia, colui che per sfuggire ai nazionalisti si rifugiava nelle grotte di Yanan ma nessuno ha mai rivelato tutte le verità scomode e imbarazzanti sulla repressione del dissenso, sui rapporti con i giapponesi e con i nazionalisti di Chiang Kai- shek, sull’appoggio fondamentale dell’Unione Sovietica.

Negli anni ottanta circolava una battuta ironica per giustificare la lunga fila d visitatori in pellegrinaggio perenne al mausoleo di piazza Tienanmen, in tutte le stagioni, con l’afa estiva o negli inverni polari della capitale. La metà dei visitatori veniva a celebrarlo, l’altra metà per assicurarsi che fosse davvero morto per poter tornare a casa più tranquilli. Oggi, chi ha una certa nostalgia di Mao Zedong è chi vive nelle campagne povere, perché rimpiange un’epoca in cui le diseguaglianze erano meno accentuate e crudeli di oggi (Ibidem, pp. 28- 29).

In Occidente Mao Zedong ha stregato un po’ tutti, non solo alcune correnti della sinistra marxista, basti pensare al Movimento Studentesco e al ’68 in genere quando non c’era manifestazione durante la quale si brandiva il Libretto Rosso e si inneggiava a Mao. Anche tanti conservatori, basta pensare a Richard Nixon e Henry Kissinger, hanno avuto un profondo rispetto per il Grande Timoniere e, a giudicare dalle loro memorie, non si può dire che quell’atteggiamento fosse dettato puramente da calcoli tattici. Mao Zedong ha sedotto l’Occidente da Simone de Beauvoir a Alberto Moravia, Dacia Maraini, Goffredo Parise. Nella sinistra italiana Mao ebbe un’influenza non del tutto marginale; basta ricordare che l’espulsione del gruppo del “Manifesto” (Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Aldo Natoli, Lucio Magri, Luciana Castellina) dal PCI fu originata dal diverso giudizio sulla Cina (Ibidem, pp. 72 -86)

Mao Zedong pone fine ad una serie di disastri che per tutto il corso del Novecento avevano fatto della Cina un paese isolato e povero: “Il crollo finale di una dinastia imperiale che aveva avuto alle spalle una civiltà ultramillenaria, la decadenza economica di un paese che era stato per gran parte della sua storia il più ricco e avanzato del pianeta, il livello di estrema indigenza e di degrado disumano delle condizioni di vita nelle campagne, il terrore seminato dai signori della guerra nel periodo in cui ogni ordine sociale era scomparso, il banditismo e la violenza diffusa. La Cina pre – comunista fu tutto questo. Affermandosi in un simile contesto, Mao non può essere ridotto a caricatura, racchiuso nella categoria patologica del genio del male” (Ibidem, pag. 31).

Ha tenuto testa agli americani nella guerra di Corea (1950- 1953), sotto la sua presidenza la Cina ebbe la propria bomba atomica, in politica estera, il non allineamento della Cina ai due blocchi (USA e URSS) fece della Cina una potenza alternativa nel dualismo della Guerra fredda.. Mao Zedong odiava i tecnici, gli specialisti, gli scienziati – anche per un suo evidente complesso di inferiorità culturale – mentre Zhou Enlai e Deng Xiaoping li apprezzavano e ritenevano che solo usando pragmaticamente le migliori conoscenze dell’Occidente, la Cina sarebbe uscita dal suo sottosviluppo (Ibidem, pp.32- 33).

Il libro di Federico Rampini, l’ombra di Mao, sulle tracce del Grande Timoniere per capire il presente di Cina, Tibet, Corea del Nord e il futuro del mondo, di 243 pagine, comprese due prefazioni, una per l’edizione del 2022, l’altra dedicata alla “trappola olimpica” e alla crisi del Tibet, una conclusione dedicata all’eredità di Mao Zedong, è diviso in ventiquattro capitoli. E’ il frutto di un giornalista curioso, profondo conoscitore della Cina per i cinque anni trascorsi nella terra del Dragone. Non è un libro di geopolitica ma un volume che indaga sulla società cinese di ieri e di oggi, penetra nei villaggi, incontra cinesi di tutte le età, quelli che non hanno conosciuto Mao di persona, perché nati dopo la sua morte, e chi invece lo ha conosciuto quando era ancora ragazzo. Le osservazioni in presa diretta sulla realtà che lo circonda, vengono legate in modo sapiente a saggi, romanzi, biografie scritte su Mao Zedong. Valgano per tutti, Stella Rossa del giornalista americano, Edgar Snow, Mao, la storia sconosciuta dei coniugi Jung Chang e Jon Halliday, il primo libro quasi un’agiografia di Mao, il secondo più vicino alla verità, tanto da esserne proibita a lettura in Cina (F. Rampini, Il messia e il mostro, in l’ombra di Mao, pp. 35- 48).

Appena lasciata Lhasa, sali subito i 4000 metri, attraversando i passi di montagna incontri solo qualche pastore solitario con le rughe bruciate dal sole e la compagnia dei suoi yak dal pelo lungo, gruppetti di contadine dalle gonne clorate che trasportano sulle spalle covoni di paglia molto più grandi di loro” (Federico Rampini, Tibet, la prima vittoria, in “L’ombra di Mao”, op. cit. pag. 56). E un articolo del libro, dedicato all’ultima ardita impresa voluta dal governo cinese nella regione ribelle del Tibet: la costruzione della linea ferrata Golmud – Lhasa, lunga 1142 chilometri, di cui 900 a un’altitudine superiore ai 4000 metri e con tratti a 5000 metri su terreni eternamente ghiacciati (Ibidem, pag.49). Il volume contiene altri passi descrittivi di rara bellezza.

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