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Libri. Cina, India e dintorni: la superpotenza asiatica da tre miliardi e mezzo di persone

impero di Cindia

di Raimondo Giustozzi

Pubblicato dal Corriere della Sera il libro di Federico Rampini: l’impero di Cindia come 11° volume della collana Geopolitica: capire gli equilibri del mondo. Il neologismo Cindia era già stato utilizzato in America. Qualcuno ritenne, quando uscì la prima edizione del libro nel 2006 con lo stesso titolo, che l’autore abbozzasse quasi un’alleanza tra i due giganti asiatici, Cina e India. Le due nazioni più popolose del pianeta sono separate da enormi differenze, in particolare nei rispettivi sistemi politici. La Cina, da quando nel 2012 è iniziata l’era di Xi Jinping, ha accentuato il carattere autoritario del suo regime. La democrazia indiana ha resistito perfino all’offensiva illiberale del nazionalista indù Narendra Modi. Altre differenze si sono accentuate nel corso degli anni. Sul piano demografico l’invecchiamento cinese accelera; l’India può contare sulla forza lavoro giovanile più vasta del mondo. La Cina non ha fatto mai mistero della propria ambizione egemonica in alternativa all’ordine mondiale americano – centrico; l’India per reazione si è spostata  verso la sfera di influenza strategica degli Stati Uniti. Il titolo Cindia non prefigura un asse fra due potenze separate da un’irriducibile diffidenza ma allude in modo esplicito allo spostamento del baricentro della storia umana nel cuore dell’Indo- Pacifico, quasi un ritorno al passato, quando le due civiltà, prima dei nostri imperi coloniali, erano di gran lunga più avanzate e più ricche delle nostre civiltà occidentali.

Il libro”, come scrive lo stesso Rampini, “è un reportage dal vivo, ritratti di personaggi e di luoghi che è obbligatorio conoscere per essere cittadini del mondo. C’è una terza parte dedicata al Giappone. L’ascesa della Cina lo ha relegato a un ruolo minore rispetto a quello che lo Stato del Sol Levante ha avuto fino agli anni novanta del secolo scorso. Nello scacchiere asiatico il modello nipponico, basato sulla liberaldemocrazia è un tassello da non sottovalutare nei giochi di alleanze per controbilanciare la Cina” (Federico Rampini, Prefazione, pp. 7- 9, in “l’impero di Cindia. Cina e dintorni: la superpotenza asiatica”, Milano, 2022).

Quella dedicata al Giappone è la quarta parte del libro. Il titolo che viene dato è: Giappone, le ferite aperte. La sezione è divisa in tre capitoli: il peso della storia, Tokyo – Pechino, faglia sismica, nuova destra e postmoderni. I capitoli sono declinati in diversi paragrafi di varia lunghezza. Mi piace iniziare da quest’ultima parte e non seguire l’ordine dato dall’indice, per trovare analogie e differenze tra il passato e il presente, rivisitando la storia degli umani conflitti e le scelte geopolitiche delle grandi potenze. D’altronde, rispetto al tema centrale trattato dal volume: l’Impero di Cindia (Cina e India), la parte dedicata al Giappone è marginale. Risulta comunque estremamente importante per la faglia storica mai rimarginata tra i due stati asiatici dal dopoguerra ad oggi. La guerra in estremo oriente non è iniziata con l’attacco giapponese di Pearl Harbour ma molto prima.

Nel paragrafo I sopravvissuti di Hiroshima, ampio spazio è dedicato all’incontro –  intervista con Takashi Tanemori, sopravvissuto alla bomba atomica sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945. Takashi, quella bellissima mattina d’estate era un bambino come tanti altri. Stava giocando a nascondino nel cortile della scuola, quando un bagliore bianco puro scuote tutto. La bomba atomica, sganciata dal bombardiere americano B- 29, Enola Gay, cade solo a 1000 metri di distanza da Takashi Tanemori. Rampini lo incontra il 15 luglio 2005 al molo 35 del porto di San Francisco, in California. Takashi è un hibakusha, termine che noi traduciamo con “sopravvissuto” ma che in giapponese suona più freddo: “persona affetta dall’esplosione”. Dice di sé nell’intervista: “A me la bomba ha portato via tutto, ha annichilito la mia infanzia, ha distrutto la mia famiglia. Di mia madre e di mia sorella minore si perse ogni traccia il 6 agosto, non fu mai ritrovato un frammento dei loro corpi. Mio padre morì il 3 settembre per le ustioni, le ferite e le radiazioni; mia sorella maggiore il 5 settembre. Un mese dopo erano morti anche i nonni. Io solo ero sopravvissuto per miracolo, non so se per la volontà di Dio o di Budda. Ma la società, da quel giorno, prese a guardarmi con disgusto, ero un relitto dell’atomica, un orfano della disfatta. A sedici anni tentai il suicidio” (Ibidem, pag.250- 251).

Una guerra senza fine, quella che si combatté nel Pacifico tra Giappone e Stati Uniti d’America. Era già iniziata da anni, nel 1937 con l’invasione nipponica della Cina, o addirittura nel 1931 con l’annessione della Manciuria voluta dai militari di Tokyo in funzione antisovietica. L’attacco giapponese alla baia di Pearl Harbor, la bomba di Hiroshima concludono una carneficina con cinque milioni di vittime giapponesi e trentacinque milioni di morti cinesi, dopo essersi allargata dalle Hawaii all’Indocina, all’India, dall’Alaska all’Australia. Gli orrori della guerra nel lontano oriente furono superiori a quelli vissuti sul suolo europeo. Alla fine della guerra che non si concluse neppure con la capitolazione, in Giappone non fu mai istituito un tribunale internazionale, come quello celebrato a Norimberga, in Germania, contro i vertici militari e economici del Terzo Reich. Al processo di Tokyo, la responsabilità per i crimini di guerra fu circoscritta a soli 25 dirigenti politici e militari. I vincitori occidentali, per la fretta di recuperare nel Giappone un alleato contro l’URSS sul fronte asiatico della guerra fredda, scelsero di mantenere l’imperatore Hiroito al suo posto. Il capitolo Tokyo – Pechino, faglia sismica è declinato in tre diversi paragrafi: lo scandalo dei manuali scolastici, la storia rivista dalle multinazionali e due musei a tre ore di volo.

Nei manuali di Storia non c’è nessuna condanna delle guerre di aggressione perpetrate dal Giappone verso le nazioni dell’Asia. “Il Giappone, spiega il tono neutro il manuale scolastico, era privo di risorse naturali, mancava di petrolio, era accerchiato dall’impero britannico e dal capitalismo statunitense. Fossero scritti così i testi scolastici e tedeschi, riecheggerebbero le teorie di Hitler sullo spazio vitale indispensabile alla Germania e la necessità di espandersi verso est ai danni della Polonia e dell’Unione Sovietica” (Ibidem, pag.259). Willy Brandt, cancelliere tedesco, andò ad inginocchiarsi nei lager e in Polonia. Il Premier giapponese Junichiro Koizumi non è andato mai a inchinarsi nei cimiteri cinesi, al contrario, va nel tempio Yasukuni dove sono venerati alcuni criminali di guerra giapponesi. Anche per il massacro di Nanchino (1937) che causò quasi 300.000 morti non c’è traccia nel manuale scolastico.

Anche le multinazionali riscrivono la storia del Giappone: “I deportati cinesi usati come schiavi – operai nella seconda guerra mondiale non hanno diritto a scuse o risarcimenti, perché quella del Giappone in Cina non fu un’invasione ma una guerra di autodifesa. E’ la clamorosa tesi della Mitsubishi, una delle più grandi multinazionali di Tokyo, un colosso mondiale che spazia dall’automobile all’energia, dalla chimica all’edilizia, dalla finanza alle assicurazioni” (Ibidem, pag. 261). Che dire della guerra di aggressione scatenata dalla Federazione Russa contro l’Ucraina? Da Putin, dal suo portavoce, al ministro degli esteri, al patriarca Kirill, quella contro l’Ucraina è solo una spedizione militare speciale. La Russia non ha mai invaso l’Ucraina. Sta solo difendendo i propri confini. E’ una menzogna. Anche il ministro della propaganda nazista, Joseph Goebbels raccontava menzogne, anzi diceva che una menzogna ripetuta più volte diventava la verità. “Ein Volk, ein Reich, ein Führer”: Un Popolo, un Impero, un Capo. Così si diceva della Germania Hitleriana. Un popolo (quello russo), un impero (zarista o sovietico non fa differenza), uno zar. Alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, Aleksandr Isaevič Solženicyn, che pur aveva patito con anni di confino in Siberia per la sua opposizione al regime, era preoccupato dei venticinque milioni di russi che rimanevano fuori dalla Federazione Russa. Putin e i suoi accoliti stanno facendo degli ucraini i nuovi russi, spostando migliaia di persone da un capo all’altro dell’immenso territorio russo. Impongono lo studio della lingua e della letteratura russa. Anche Stalin faceva così. La storia si ripete. Il pretesto è il genocidio dei russi nelle auto proclamate repubbliche filo russe del Donbass. In realtà se un genocidio sta avvenendo è proprio quello del popolo ucraino. Il terrore poi della Russia di essere accerchiata è stata sempre una costante nella storia zarista, sovietica e attuale. La scelta scellerata di invadere l’Ucraina per denazificarla, al momento sullo scacchiere internazionale, ha avuto come risultato la richiesta della Svezia e della Finlandia di entrare a far parte della Nato. Ora sì che quest’ultima non è al cortile ma quasi al tinello di casa. Non se ne farà nulla forse per l’opposizione di Erdogan che ha accusato la Svezia di proteggere i terroristi curdi.  (N.D.R.).

Due musei a tre ore di volo. A Tokyo esiste un parco, frequentato nelle giornate primaverili da  visitatori e scolaresche, è quello che insiste attorno al tempio shintoista Yasukuni. Da anni, il premier giapponese Junichiro Koizumi viene qui a pregare in memoria dei soldati caduti. Vorrebbe che i suoi pellegrinaggi fossero rispettati, come le visite che un presidente statunitense fa al cimitero di Arlington, o gli omaggi francesi e italiani al milite ignoto. Ma a Yasukuni si onora anche  il ricordo di generali condannati come criminali per gli orrori commessi nel secondo conflitto mondiale. Per le vittime, le visite di Koizumi equivalgono a un cancelliere tedesco che andasse ogni anno a pregare sulle tombe di Goring, Goebbels, Himmler e i capi delle SS naziste. Molti giapponesi rifiutano questo paragone, e non riescono a vedere lo scandalo. Takashina Shuji, professore emerito dell’università di Tokyo, invita lo straniero a capire la religiosità nazionale. “Nel tempio di Yasukuni non vi sono i resti fisici dei morti, si rende omaggio solo alla loro idea. E nella visione tradizionale giapponese i morti perdono la loro individualità, si fondono in un unico spirito collettivo degli antenati”.

A tre ore di volo da Tokyo, nella capitale cinese, il museo di storia militare sul vialone Fuxing Lu è la più spettacolare introduzione all’altra versione del novecento asiatico. A Pechino è una visita obbligata per capire come il Partito comunista ha plasmato, in mezzo secolo, l’identità di 1,3 miliardi di cinesi, con il nazionalismo come collante ideologico – ormai l’unico – di una società in preda a un frenetico cambiamento. L’aggressione giapponese della Cina, il massacro di Nanchino vengono documentati con dovizia di particolari. Il visitatore dei due monumenti, quello giapponese e quello cinese, non può non rilevare la distanza incolmabile tra i due stati asiatici, quanto alla memoria storica. Non c’è nessuna condivisione ma diffidenza assoluta, assenza di un minimo bagaglio comune. I cinesi accusano i giapponesi di minimizzare le sofferenze che inflissero agli altri popoli dell’Asia, però in nessun angolo del museo di Pechino c’è traccia dell’aggressione che l’esercito popolare scatenò contro i compagni del Vietnam nel 1979, facendo migliaia di vittime tra soldati e civili, per punire Hanoi di aver estromesso dalla Cambogia il sanguinario regime filocinese di Pol Pot (Ibidem, pp. 263- 269). Quando taceranno le armi e finirà l’aggressione russa all’Ucraina, non riconosciuta da Putin come nazione e per questo da cancellare dalle cartine geografiche, come alcuni stati arabi ritengono si debba fare nei confronti di Israele, si arriverà mai a costruire in qualche angolo del mondo un museo che metta insieme tutti gli orrori della guerra, che per natura sua è un crimine contro l’umanità? (N.D.R.).

 

 

 

 

L’Impero di Cindia

La prima parte del libro (pp. 27- 84) è dedicata alla nuova India, la seconda parte alla Cina, il rullo compressore (pp. 85- 202). C’è una terza parte del volume, Le periferie dell’impero celeste (pp. 205- 231) e Figli di un dio minore (pp. 232- 245) con molti resoconti di viaggi fatti dal giornalista nei villaggi più sperduti dell’impero celeste. Sono articoli che raccontano rivolte, ribellioni, condizioni di vita nei grandi casermoni dove, testa china sul pezzo, migliaia di donne cinesi guadagnano quel poco per mandare i propri figli a scuola e assicurare loro un avvenire migliore. Sono le pagine più belle del saggio: il villaggio ribelle di Taishi nella provincia meridionale del Guangdong, strage di Stato a Dongzhou, sciopero in redazione, morte di Wu, giornalista, nella terra dei Miao, non uno di meno, la dannazione degli Uiguri. La quarta parte del volume (pp. 249- 287), Giappone, le ferite aperte sono dedicate al Giappone, come detto sopra.

La lunga introduzione, scritta da Federico Rampini, è già una recensione del libro. Messi assieme, gli abitanti della Cina e dell’India arrivano a tre miliardi e mezzo. “Sono più giovani di noi, lavorano più di noi, studiano più di noi. Hanno più risparmi e più capitai di noi da investire. Hanno schiere di premi Nobel della scienza. Guadagnano stipendi con uno zero in meno del nostri. Hanno arsenali nucleari ed eserciti di poveri. Sono Cina, India e dintorni. Cindia non indica solo l’aggregato delle due nazioni più popolose de pianeta: è il nuovo centro del mondo, dove si decide il futuro dell’umanità” (Introduzione, pag. 13).

“Tra il 2005 e il 2006, mentre ancora molti occidentali si ostinavano a vedere la Cina soltanto come la patria della pirateria, della contraffazione e dello sfruttamento minorile, altri eventi avrebbero dovuto attirare l’attenzione di tutti noi. La Cina ha superato Gran Bretagna, Francia e Italia nella classifica delle nazioni più industrializzate del mondo. Ha scavalcato gli Stati Uniti come prima esportatrice mondiale di prodotti tecnologici, dai telefonini ai computer. Ha accumulato riserve valutarie che sfiorano i mille miliardi di dollari, diventando il vero banchiere degli americani, con una capacità di credito in grado di ricattare Washington”.

“Il re dell’Arabia Saudita si è recato in pellegrinaggio a Pechino – suo second cliente dopo gli Stati Uniti – per omaggiare la nuova superpotenza che si sta accaparrando giacimenti petroliferi su tutti i continenti. Dall’Iran alla Libia, Dal Canada all’Australia, la diplomazia cinese sta silenziosamente accerchiando l’Europa e gli Stati Uniti per garantirsi l’accesso alle risorse naturali e alle materie prime strategiche… Larry Summers, ex ministro del Tesoro di Clinton e oggi rettore dell’università di Harvard, ha definito l’ingresso della Cina nell’economia globale come il terzo evento più importante nella storia dell’umanità dopo il Rinascimento italiano e la Rivoluzione francese. Se il boom cinese ha preso la sua rincorsa dall’inizio degli anni Ottanta, di recente, l’India si è imposta come l’altro miracolo. Le riforme economiche di New Delhi hanno iniziato a liberare le energie del Paese nel 1991 e da allora le dimensioni dell’economia indiana sono più che raddoppiate. George Bush, nel discorso all’Unione nel gennaio 2006, ha affermato che Cina e India, i due giganti asiatici sono i nostri concorrenti”.

“Dal 2004 in poi, la Cina e l’India sono diventate le mete preferite degli investimenti delle multinazionali: la Cina ha superato gli Stati Uniti come destinazione di capitali produttivi, l’India li ha tallonati al terzo posto. Con i capitali arrivano i posti di lavoro. Cindia è la calamita che attrae il grande flusso delle delocalizzazioni dai vecchi paesi ricchi… La maggioranza degli italiani ha sentito pronunciare il nome Tata solo quando la Fiat ha annunciato un accordo di cooperazione con la marca automobilistica indiana nel settembre 2005. La famiglia Tata è in India una dinastia industriale più antica e più ricca della famiglia Agnelli. In Borsa, la filiale della Tata, che fabbrica automobili, vale nel 2006 più della General Motors… Quando la General Motors ha licenziato 30.000 dipendenti negli Stati Uniti, come prima mossa per rilanciarsi ha dato in appalto i suoi servizi informatici alla Wipro di Bangalore, India, che già svolgeva lo stesso lavoro attraverso l’Ibm”.

“Nel gennaio 2006, un’altra dinastia del capitalismo indiano, la famiglia Mittal, che controlla il più grosso gruppo siderurgico mondiale, ha lanciato un’Opa (Offerta Pubblica di Acquisto) ostile sulla europea Arcelor. Il panico ha invaso governi e sindacati a Parigi, Bruxelles, Lussemburgo, all’idea di veder finire  tutto l’acciaio franco – belga – lussemburghese in mani indiane. Come la Cina, l’India si rivela però non solo un produttore concorrente, ma anche un grande mercato in espansione per tutti i servizi e i beni di consumo, dal 1996 il numero dei viaggiatori sulle sue compagnie aeree si è sestuplicato, le vendite di auto sono raddoppiate, i telefonini crescono dell’80 per cento all’anno, 45 milioni di famiglie indiane sono abbonate alla cable- Tv (Televisione via cavo). Un miliardo e 300 milioni di cinesi. Un miliardo e 100 milioni di indiani. Il dragone e l’elefante. E dietro di loro c’è il resto dell’Asia, trainato da queste due grandi locomotive, coinvolto nello stesso formidabile decollo. Le nazioni più ricche – 130 milioni di giapponesi, 50 milioni di sudcoreani, 29 milioni a Taiwan, la tecnopoli di Singapore – hanno appreso a utilizzare i costi di produzione cinesi e indiani per rimanere competitivi nelle tecnologie avanzate. Le tigri del Sud Est asiatico, come Indonesia (240 milioni), Filippine (88 milioni), partecipano allo sviluppo come fornitrici di energia, materie prime, manodopera. I paesi dell’ex penisola indocinese (quasi 200 milioni fra Vietnam, Thailandia, Cambogia) diventano satelliti che ruotano attorno ai due colossi, studiano e copiano i modelli di Pechino o New Delhi”.

“Trecento mille migliaia di mussulmani fra Pakistan e Bangladesh sperano di agganciare il treno della crescita indiana. In totale, Cindia e satelliti, con 3,5 miliardi di esseri umani, sono cinque volte la popolazione dell’intero continente europeo inclusa la Russia, otto volte l’Unione Europea allargata a 25 membri, tredici volte gli abitanti degli Stati Uniti. E’ tutta questa metà de mondo che cresce, sia demograficamente sia economicamente. Tra le due crescite – popolazione e ricchezza – c’è un legame molto chiaro… Anche Henry Kissinger ha previsto che nel XXI secolo l’Asia sarà il centro del mondo, mentre l’America e l’Europa scivoleranno alla periferia. Per certi versi sarà un ritorno al passato; nel Settecento negli stessi due paesi si concentrava la metà della ricchezza mondiale, il 33 per cento in Cina e il 16 per cento in India”.

“Dietro il fenomeno Cindia c’è molto di più di una vicenda economica. Riemergono contemporaneamente, dopo una parentesi di decadenza, due universi che hanno un passato di 5000 anni, una profondità storica sconosciuta perfino agli europei… L’India è la madre di tutte le nostre lingue, la culla di divinità e poesie e musiche primordiali, il museo di bellezze monumentali che non ha mai dimenticato, il crogiolo dove da tempi immemorabili si sono incrociate razze, influenze e culture. La Cina fu una superpotenza tecnico – scientifica superiore all’Occidente per molti secolo; oggi, insieme a quella vocazione, riscopre Budda e il Taoismo, Confucio e le raffinate tradizioni imperiali”.

“L’India è la più vasta democrazia esistente al mondo, un esempio di pluralismo e di tolleranza unico per quelle dimensioni. Ha un sistema politico – istituzionale capace di tenere insieme nella libertà un subcontinente popolato da una miriade di gruppi etnici con differenze di lingue e di religioni, sotto uno Stato di diritto e all’insegna della laicità… Anche la Cina sprigiona un fascino irresistibile, di altro segno: è il più imponente modello di Stato autoritario, funzionale e modernizzatore; in pochi decenni ha traghettato dalla miseria al benessere 300 milioni di persone, mantenendo in mezzo a questa transizione epocale l’ordine e la stabilità; si è conquistata uno status di superpotenza che incute rispetto al mondo intero”.

“Chi conquisterà la leadership dell’Asia? Il dragone o l’elefante? Per capirlo, bisogna mettere a fuoco le analogie e le differenze tra il dragone e l’elefante. Molte sorprese le riserva l’India. Sta tentando il balzo dal sottosviluppo alla società postindustriale, sperimentando scorciatoie sbalorditive. Nel 2001 quando George Bush cedette alle pressioni della destra religiosa e tagliò i fondi alla ricerca sulle cellule staminali, la sua decisione fu accolta con gioia in India che si buttò a capofitto nel settore. L’India è già una potenza mondiale nelle biotecnologie con 11.000 scienziati al lavoro in questo settore. Motorola, Hewlett – Packard, Cisco Systems, Google e tutti i giganti della tecnologia statunitense ormai si affidano alle loro squadre di ricercatori indiani per creare le nuove generazioni di software. La città di Bangalore, nell’India meridionale, è il centro di una nuova Silicon Valley. La delocalizzazione dei servizi in India non conosce più limiti. Chirurghi statunitensi si vedono  rubare i propri pazienti dai loro colleghi indiani che sono in grado di offrire operazioni di alto livello a una frazione del costo occidentale. Un’operazione nel lussuoso e moderno ospedale di Madras, per 4.000 dollari fa la stessa operazione di cardiochirurgia che negli Stati Uniti costa 30.000 dollari. I grandi studi legali statunitensi delocalizzano in India non solo le mansioni più semplici, in che modo la contabilità e le buste paga; ormai ci sono giovani avvocati indiani bravissimi a redigere un contratto standard o una pratica di brevetto tecnologico secondo la legge americana, con una tariffa si 70 dollari all’ora contro i 300 dollari negli Stati Uniti”.

Anche nel mondo della scuola si assiste ad alcune trasformazioni epocali: ”A New York, di fronte al costo esorbitante delle ripetizioni di matematica, i genitori di molti studenti si sono abbonati a un servizio che offre l’assistenza in India via Internet ai ragazzi in difficoltà con l’algebra. Gli indiani sono dei geni in matematica e il servizio costa 25 dollari l’ora invece dei 100 di un professore statunitense…. Secondo le stime della Cia, a metà di questo secolo, l’India  sarà la terza economia più grande del pianeta davanti a Giappone e Germania”. Cina e India hanno bruciato le tappe rispetto allo sviluppo economico del Giappone e della Corea del Sud dopo la seconda guerra mondiale. La peculiarità dell’India sta nel fatto che riesce a competere con paesi più sviluppati nei servizi hi- tech (alta tecnologia) più qualificati. Cina e India, accanto a operai e manovali possiedono anche un esercito di forza lavoro qualificata e addestrata nei mestieri scientifici di dimensioni irraggiungibili per l’Occidente: in Cindia si laureano ogni anni 6 milioni di giovani, di cui mezzo milione di ingegneri e informatici, contro i 60.000 che escono nelle università statunitensi… Nella gara internazionale per avere il maggior numero di lavoratori nelle industrie della conoscenza, l’America perde terreno mentre avanzano Cina e India. In parte questo squilibrio è una conseguenza diretta delle proporzioni demografiche. La selezione dei migliori in Cindia si opera su un universo di candidati molto più ampio che da noi”. Questo è quanto ha detto Bill Gates, il fondatore della Microsoft davanti ai governatori degli Stati Uniti. Lo stesso Bill Gates concludeva un suo intervento, dicendo: “Tutti mi chiedono che ne sarà della sfida tra Cina e India. Io mi preoccupo di più della nostra sfida contro Cina più India” (Introduzione, pp.13 – 21).

 

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