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Guardiamo in faccia la crisi idrica. Se c’è una cosa che colpisce è la superficialità con cui la politica e i mezzi d’informazione affrontano questo tema.

Fonte internet

Fonte internet

Stefano Liberti

Se c’è una cosa che colpisce della siccità che attanaglia l’Italia è la superficialità con cui la politica e i mezzi d’informazione affrontano questo tema. Il collasso delle risorse idriche nel bacino padano è trattato come una calamità naturale, un fatto quasi imprevedibile. Come se fosse un terremoto improvviso. Eppure sono mesi che gli enti territoriali lanciano allarmi. L’inverno è stato eccezionalmente mite: sull’arco alpino non ha nevicato, facendo mancare le risorse di acqua fossile per la primavera. La pioggia è stata scarsissima. Già a marzo l’autorità di bacino distrettuale del fiume Po parlava dell’“incedere progressivo di condizioni di grave e severa prolungata siccità lungo il corso del grande fiume fino al delta”.

 

Nonostante l’allerta, nulla è stato fatto. La politica non ha ritenuto di dare alla questione il carattere dell’urgenza e i mezzi d’informazione non hanno pensato che fosse il caso di portare il tema al centro del dibattito pubblico. Si prospettano a breve razionamenti in vari comuni del Piemonte e della Lombardia, con interruzioni notturne delle forniture. L’agricoltura è in sofferenza. La produzione di energia idroelettrica è in crollo. Ma si preferisce parlare d’altro, sperare che piova o che “la crisi abbia carattere contingente”, come ha detto recentemente il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani.

 

Il problema è proprio che la crisi non ha un carattere contingente. È il segno del nuovo scenario climatico in cui ci troviamo. I climatologi concordano: l’area mediterranea è un ­hotspot, una zona dove gli effetti della crisi climatica si mostrano in modo particolarmente vistoso. L’Italia è al cuore della crisi climatica, ma la politica preferisce ignorare un problema su cui fatica ad avere una visione di lungo periodo. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede di stanziare 880 milioni per creare mini-invasi destinati a trattenera l’acqua piovana. Ma sono briciole rispetto all’entità del problema. La nuova realtà in cui viviamo ci impone di ripensare l’uso di una risorsa che una volta era abbondante ma che non lo sarà più. Ridurre gli sprechi nella distribuzione, promuovere l’uso delle acque reflue in agricoltura, nell’industria e negli scarichi delle abitazioni sono solo alcune delle azioni che dovrebbero essere promosse con tempestività. Si tratta di investire nel futuro e non nascondere la testa sotto la sabbia aspettando che passi l’emergenza. Perché l’emergenza non passerà e, se non si farà nulla, la situazione è solo destinata a peggiorare.

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