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Giustizia. I 5 referendum non sono materia di propaganda populista

schede-referendum-885-400-610x350di Nadia Urbinati 

La decisione di accorpare nella stessa giornata il voto referendario con il voto amministrativo in molti comuni è stata una scelta sbagliata perché distoglie l’interesse dei cittadini e dell’opinione dal tema delicatissimo che propongono, lasciandoli alla propaganda populista. Questa scelta è stata contestata tra gli altri dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale che, in aggiunta, ha promosso un Comitato per il No ai referendum sulla giustizia promossi dalla Lega e dai Radicali e sostenuti da Forza Italia, Italia Viva, Azione e, ma solo parzialmente, da Fratelli d’Italia; contrati il M5s e il Pd (che però lascia libertà di voto).

Al di la delle convenienze di bottega, i quesiti messi a referendum oltre ad essere astrusi e di difficile comprensione per la stragrande maggioranza dei cittadini, sono inoltre controversi nella forma, nella mentalità e per i contenuti.

Nella forma: la riforma della giustizia diventa una materia di propaganda elettorale quando dovrebbe essere il parlamento e il governo ad impegnarsi responsabilmente e con competenza. Tra l’altro, alcuni dei referendum intervengono su questioni già affrontate dalla riforma strutturale della giustizia targata ministra Cartabia, su cui sta ancora votando in parlamento. Ma i quesiti sono anche controversi per la mentalità che li alimenta, segnati da una forte diffidenza nei confronti della magistratura, della giustizia e del controllo della legalità.

Si tratta di una mentalità che ci riporta alle scaturigini di Forza Italia, in sintonia con il peggiore lascito del berlusconismo, sorto anche con l’obiettivo di piegare la giustizia a interessi particolari e al potere politico (una deriva che ha avuto successo nell’Ungheria di Orbán e che è stata fin qui ostacolata in Italia). Infine, i quesiti referendari sono controversi per i contenuti.

Il quesito sulle modalità di presentazione delle candidature dei magistrati per le elezioni del Csm e quello sulla partecipazione dei membri laici (avvocati e professori universitari) alla redazione delle “pagelle” professionali dei magistrati sono a dir poco controversi – sponsorizzano una proposta tecno-burocratica di valutazione delle performance dei magistrati tra l’altro inserita nella riforma Cartabia, che è stata giudicata molto severamente dai magistrati, non solo per le difficoltà tecniche di attuazione, ma soprattutto perché contiene un messaggio punitivo e può tradursi in una pratica di conformismo per quieto vivere.

Non migliore è il quesito sulla revisione delle carriere tra Pubblici ministeri e giudici che avrebbe l’effetto di allontanare il Pubblico Ministero dalla cultura della giurisdizione, “schiacciandolo su un’attività di polizia”, si legge nel documento per il Comitato per il No. Questo fu uno dei tradizionali cavalli di battaglia del berlusconismo.

Circa il quesito sulla custodia cautelare, esso è ingannevole in quanto si riferisce a tutte le misure, ovvero sia coercitive che interdittive; ma, esclusi i delitti di mafia e quelli commessi con l’uso delle armi, “l’effetto sarebbe quello di impedire la custodia cautelare non solo per chi ha commesso reati gravi, ma anche l’allontanamento dalla casa familiare del coniuge violento o il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona vittima di atti persecutori” si legge nel documento del Comitato per il No.

Decisamente pessimo è infine il quesito per l’abrogazione della legge Severino, una proposta che va nella direzione di proteggere i corrotti – a questo condurrebbe l’abrogazione della disciplina riguardante la decadenza e l’incandidabilità degli eletti condannati con sentenza definitiva a una pena superiore a due anni.

Difeso nel nome dell’esigenza di evitare la sospensione di sindaci ed amministratori locali condannati con sentenza non definitiva, il quesito riguarda anche la decadenza e l’incandidabilità dei parlamentari condannati con sentenza definitiva a una pena superiore a due anni di reclusione (il caso Berlusconi).

Traspare in questi quesiti l’insofferenza del ceto politico per il controllo di legalità della propria attività, il peggio della cultura politica inaugurata da Forza Italia, una vera e propria rivolta dei politici contro i controlli, proprio nel mentre la politica è percepita da molti cittadini come un privilegio e un’attività che richiede poche competenze a fronte di molte giuste frequentazioni.

Perqueste ragioni etico-politiche, tutti i quesiti dovrebbero essere bocciati. Come per i referendum abrogativi, anche in questo caso si prevede il raggiungimento del quorum di validità (devono partecipare al voto la maggioranza più uno degli aventi diritto). E non sarebbe irragionevole sperare che il quorum non venisse raggiunto.

Domani.it 

L’articolo è stato pubblicato il 25 maggio 2022 col titolo: Referendum Giustizia, perché spero che i quesiti siano bocciati

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