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Dialoghi in corso. Il nostro eterno fascismo, il recente scandalo nelle carceri dimostra una tensione illiberale a tutti i livelli

“Noi qui abbiamo il controllo in tempo reale dell’andamento dei nostri articoli e, quando ne scriviamo sullo sconcio delle carceri, sono regolarmente fra i meno letti, ed è la prova della abnorme trascuratezza dei diritti costituzionali ovvero basilari della nostra società da parte di tutti, dal primo all’ultimo, perché non sappiamo più che cosa è la democrazia, quali ne sono i postulati, i presupposti, e tutti noi siamo irrimediabilmente attratti dalla democrazia illiberale. È il nostro eterno fascismo. Poi sì, possiamo anche ridurre tutto a CasaPound e al suo murale.”

Fonte Internet

Fonte Internet

By Mattia Feltri

L’antifascismo italiano trova motivi quotidiani per la sua allerta. Ieri si è trattato dello stravolgimento di un murale antirazzista nel rione Monti di Roma, in cui il calciatore azzurro inginocchiato era di nuovo all’impiedi, in posa staraciana a braccio teso. Sui social (l’espressione sta cominciando a diventare molesta, ma consultarli è un inebriante instant poll) lo sdegno ha cavalcato la giornata e nemmeno il più consistente manifesto delle destre sovraniste europee ha reindirizzato la resistenza democratica. Non voglio essere ironico. La paura dell’estrema destra – al di là delle frequentissime manifestazioni caricaturali – è giustamente più viva della paura dell’estrema sinistra perché la dittatura fascista l’abbiamo assaggiata, e soltanto l’altro ieri, e quella comunista no, e perché ora l’estrema sinistra è residuale. Ma le tensioni illiberali percorrono quasi tutti i partiti italiani, in una deriva lentissima e dunque inapprezzata o sottovalutata, così la nostra democrazia vive di un precario equilibrio e pensare sia stata fondata settantacinque anni fa per i secoli dei secoli è un’ingenuità.

La notizia del manifesto dei partiti sovranisti europei è pessima. Annuncia un fronte anti europeista più regressivo che conservatore, nel segno della disintegrazione più che dell’integrazione, e nasce per iniziativa di Viktor Orbán, un leader immune dalle ipocrisie nostrane perché fieramente ed esplicitamente capotesta della “democrazia illiberale”. Nascondersi dietro la futile considerazione che Orbán è stato democraticamente eletto è fumisteria: anche Benito Mussolini e Adolf Hitler lo furono, e non lo si ripeterà mai una volta di troppo. La sua transizione verso la democrazia illiberale non è compiuta, ma succederà se l’anno prossimo gli elettori ungheresi non se ne sbarazzeranno.

Fin qui il passo di Matteo Salvini e Giorgia Meloni non è stato quello dell’oca ma delle oche – per citare il magnifico titolo di un vecchio libro di Alessandro Giuli – però il domani è un’incognita per tutti. Ma la prova fornita negli ultimi dieci giorni dal Movimento cinque stelle – parossismo teatrale di un decennio di plebisciti, parole d’ordine stentoree, guerricciole di potere, sfide feudali, bizantinismi analfabetici, personaggettismi – è la dimostrazione di una drammatica incultura democratica che sempre nasce da foie iperdemocratiche. Il Pd è stato fondato sull’ambizione di emanciparsi dal Novecento, un partito più leggero, che trasferisse alle primarie la fase congressuale con coinvolgimento della base (del popolo), ma è un esperimento fallito. Le primarie non funzionano, il più delle volte sono artificiose, altre si trasformano in sanguinose lotte intestine, ogni tanto nemmeno si indicono: Enrico Letta è diventato segretario sull’onda di un oplà e ha costruito la sua squadra per cooptazione cencelliana. Tutto si muove attorno a un autoritarismo più o meno in buona fede, più o meno mascherato.

In un incontro pubblico, ieri, il professore Angelo Bolaffi mi ha chiesto se un giornalismo di qualità non sia un’esigenza democratica, e se la scarsa qualità del nostro giornalismo non sia un’emergenza democratica. Naturalmente ha ragione. Ma la scarsa qualità del nostro giornalismo non è altro che uno dei sintomi della scarsa qualità della nostra democrazia, e la cronaca era lì a darmi una mano. La mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è un’emergenza democratica, per paradosso si dimostra tale proprio dallo scandalo che solleva – sebbene sia uno scandalo annoiato e passeggero, vedrete – perché rifiuta di considerarlo una regola. È lo scandalo dell’eccezione.

Ora guardate i partiti (e i giornali, ma un po’ meno) in gara a pretendere relazioni parlamentari, commissioni d’inchiesta, ora vogliono sapere tutta la verità, ma bastava seguire le denunce pluridecennali di Antigone, di Nessuno tocchi Caino, quelle quotidiane di Radio radicale per sapere che l’uso della violenza è la norma dei penitenziari italiani, e forse è una norma inevitabile a causa del totale e globale disinteresse per la politica penitenziaria. Le nostre prigioni sono una caienna, sono vecchie, cadono a pezzi, sono eternamente sovraffollate, c’è un tasso di suicidi, fra detenuti e guardie, senza eguali in altre categorie, ancora oggi, terzo millennio, ospitano bambini con le loro mamme per le quali non si trova un’alternativa alla detenzione in cella. Pure una colonia di samaritani finirebbe con lo scannarsi in condizioni del genere. Il carcere è l’approdo finale di una gestione della giustizia che di democratico non ha nulla. Il potere della magistratura è abnorme e antidemocratico. L’uso senza paragoni in Europa della carcerazione preventiva, cioè degli innocenti fino a prova contraria, è antidemocratico. La durata dei processi è un sequestro legalizzato e dunque è antidemocratica. La fissazione panpenalista della politica, per cui ogni problema si risolve introducendo un reato o inasprendone le pene, è il disarmo della politica, è la delega della soluzione al giudice, ed è antidemocratica. Il rifiuto di mettere mano ai problemi del processo e del carcere è la certificazione di un’indole antidemocratica. Le denunce troppo vaghe, troppo rapsodiche, enfatiche anziché approfondite, sono il fallimento del giornalismo ed è collaborazionismo antidemocratico.

Noi qui abbiamo il controllo in tempo reale dell’andamento dei nostri articoli e, quando ne scriviamo sullo sconcio delle carceri, sono regolarmente fra i meno letti, ed è la prova della abnorme trascuratezza dei diritti costituzionali ovvero basilari della nostra società da parte di tutti, dal primo all’ultimo, perché non sappiamo più che cosa è la democrazia, quali ne sono i postulati, i presupposti, e tutti noi siamo irrimediabilmente attratti dalla democrazia illiberale. È il nostro eterno fascismo. Poi sì, possiamo anche ridurre tutto a CasaPound e al suo murale.

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