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‘Na storia,’ na città Vicende civitanovesi in vernacolo Seconda Parte

nastoriaLi Portesi

Dopo i saccheggi operati dai fermani e le vicende legate al ducato di Giuliano Cesarini, la vita riprende con rinnovata speranza e fiducia. Gli antichi abitanti di Cluana, ora Civitas Nova, Civitanova, ritornano all’antico lavoro della pesca: “- E rcumingiava, co’ lo jì a pescà’! / E quésso adè ‘mbortande de sapéllo / perché era lo mestiere comme quello / che nuà facémo addè’, lo marinà! / – … Ce n’era ‘na dozzéna de ‘sse varche / che lora le tirava gjà a la sera: / prima de jì a durmì su ‘lle varacche // che l’era fatte tra ‘lli gamazzé’ / e ‘lla fortezza, do’ llà dendro c’era / ‘na chjesetta chjamata Sand’André” (pag. 73).

Traduzione: “E si ricominciava con l’andare a pescare / Questo è importante saperlo, / perché era lo stesso mestiere / che noi facciamo adesso, il pescatore! – … C’erano dodici barche / che loro ritiravano alla sera: / prima di andare a dormire sulle baracche // che si erano costruite tra i magazzeni / e la fortezza, nella quale si trovava / una chiesetta chiamata Sant’Andrea”.

Nonostante le tasse da pagare ai duchi Cesarini e al Delegato Apostolico, anche se spesso i corsari saraceni assaltavano le barche dei nostri pescatori e li facevano schiavi, continua Lucetto, la gente del Porto non si fermava più. Aumentavano le barche, la pesca e il commercio. La città alta era invidiosa della frazione e studiava di tanto in tanto di doverla frenare: “Ma che tte vò’ frenà’ do’ c’è lo mmòllo! / Quelli, no’ li fermava più gnisciù! / Je stava dacènne a rròtta de collo, // ‘ngrannènne cuscì bbè’ ch’era u’ m-piacere; / e mendre co’ ‘lla jènde de lassù, / ghjà ‘ngumingiava le cagnere nere!” (pag. 79). “Ma che vuoi fermare dove c’è l’acqua! / Quelli (I Portesi) non li fermava più nessuno! / Ci davano dentro a rotta di collo, / ingrandendosi così bene ch’era un piacere; / mentre con la gente di lassù (Civitanova Alta), / già incominciavano i litigi neri”.

I primi screzi tra la città alta, dove risiedeva l’amministrazione comunale, e la frazione, iniziano nel maggio 1846, quando il comune decide di modificare l’impianto di illuminazione nella città alta: “E mendre de lassù, Citanò’ Ardo, / che c’ìa lo Podestà che commannava, / non dava a ‘ssi Portesi mango u’ sguardo, / e nné lo vando che sse meretava. // Ma nun vurrio passà’ da vusciardo, / se, inzomma, dico… che li trascurava! / Perché non c’ìa nemmango ‘llo riguardo, / de mètteje u’ llambiò’ che ‘lluminava. // E invece, su, de quandi ce n- aia; / je ce ‘vvanzava angò’ a ‘ssi padretèrni! / Ma lo sapete u’ gnòrno che facìa? // Cambiava tutti li lambiù’ a carburo, / co’ quelli a òjo, ch’era più modérni, / freghénnese… de chj statìa a lo scuro” (pag. 77).

Traduzione: “Mentre lassù, a Civitanova Alta, / il Podestà che comandava, / non degnava i Portesi nemmeno di uno sguardo, / né il vanto che meritavano. // Ma non vorrei passare per bugiardo, / se, insomma, dico … che li trascurava! / Perché non aveva nemmeno il riguardo, / di mettergli un lampione per illuminare. // Invece, lassù, ne avevano così tanti, / che gli avanzavano anche a quei padreterni! / Ma lo sapete un giorno che facevano? // Cambiavano tutti i lampioni a carburo, / con quelli ad olio, che erano più moderni, / fregandosene… di chi stava al buio”.

La frazione del Porto cresce ogni giorno sempre di più: “La pesca e lo commercio, finarmende, // facìa ghjà divendà’ de più fiorende / ‘sso Porto nostro. E tando pe’ sapé’, / a costruia ‘na Chjesa, che ppò’ ‘dè / quella che sta llà piazza, esattamende…” (pag. 76. “La pesca e il commercio, finalmente, // facevano diventare più fiorente / questo nostro Porto. E tanto per sapere, / costruiva una chiesa che è / quella che esattamente si trova in piazza”. Il primo stralcio dei lavori per la costruzione della chiesa di San Pietro, in piazza XX settembre, è del 1837. Il progetto iniziale prevedeva la costruzione di due campanili, se ne fece uno soltanto per abbattere i costi. La posa della prima pietra avviene, con grande festa di popolo, il 29 giugno 1841. L’edifico sacro è terminato e aperto al pubblico nel 1853.

Nel 1833 la popolazione tra la città alta e il porto è di 8.400 abitanti. Il  Porto è un appodiato, “Negli stati pontifici, appodiato era una frazione del territorio comunale retta da un priore o da un sindaco e godeva di alcune piccole autonomia”(Enciclopedia Treccani). La frazione del Porto aveva in Vincenzo Guizzi il suo sindaco. I contrasti tra la frazione del Porto e la città alta continuano. Gli abitanti del porto chiedono, attraverso il proprio rappresentante, sig. Giovanni Paci, l’installazione di quattro lampioni nella frazione. La richiesta è respinta. I Portesi si rivolgono al Delegato Apostolico e chiedono l’installazione non più di quattro ma di sei lampioni. Il Delegato ne concede cinque. La città alta è costretta ad accettare. I Portesi, a fronte di una popolazione in continuo e costante aumento, chiedono che siano aumentati a quattro i loro rappresentanti comunali e l’impianto di una chirurgia condotta nei casi di gravi malattie. Anche in questo caso è solo per l’intervento del delegato apostolico che gli abitanti del Porto ottengono quanto richiesto.

 

La monarchia e la richiesta di autonomia

La storia arriva al milleottocento, alla formazione dell’Unità d’Italia, alla ferrovia adriatica e quella per Macerata- Albacina- Fabriano, all’industrializzazione della parte bassa che da frazione si avvia a superare il centro posto sulla collina. Nascono le fabbriche, la vetreria, l’industria metal meccanica, i cantieri navali e il commercio. Le due realtà si separano. Il tram, voluto dal marchese Ricci, non basta per tenere uniti la frazione e il capoluogo. Porto Civitanova chiede e ottiene l’autonomia amministrativa. Per anni ci sono due comuni. La prima guerra mondiale, la nuova fusione in un nuovo comune negli anni del fascismo, il secondo conflitto mondiale, la ricostruzione del dopoguerra, la nuova separazione tra i due comuni dal 1944 al 1951, la nuova unificazione in un unico comune sono gli altri tasselli di questa fase storica.

“Ve stavo a ddì’ che quelli era momendi, / che ghjà lo Porto divendìa ‘mbortande; / ma non per via che c’era… monumendi, / o quargh’andichità interessande. // Ma solo a ddì’ che c’era du’ ‘locande, / sett’otto vottegucce d’alimendi, / caffè, candine,… che cce n-era tande, / combrésa qua de li parendi. // E ‘lli travàccoli che cce ‘mbarcava / tando legname? Che ‘ssi commerciandi / cumbrìa jò-ppe’ ‘lla costa Jugoslava?… // – Ma… su, ppe’ Citanò’… che se dicìa?- / – Che vvòli dì’ Maré’!… Statìa a guardà’! / Ma certo che mbochétto je scuccìa, … // Indando, o pe’ quistione de pringipio, / o… pe’ non fasse pià pe’ lo sedére, / lassù, ricostruìa lo municipio. // Se ‘ccundindìa de quésso? No’ de certo! / Ma chj è che su ‘sto monno no’ n-è ghjotto, / che quanno ci ha ghjà sette,… vòle otto? / Più o meno tutti! Anghe quello ingérto! // Lassù… che c’ìa lo portafòjo nnèrto, / facìa fa’ pure, dopo n’- acquedotto,  / eppò’ u’ n-teatro, che parìa ‘n-zalòtto, / pe’ ghj a sindì’ ‘gni tando che congérto. // Ma ll’ùrdema jòttoneria, ‘dè stata / quella de fa’ lo Pingio e li jardini / pe’ ghisse a ffa’ che vvèlla passegghjata. // Finìa ‘sso tembo de le vacche grasse, / perché lo Porto, o mèjo li cugini, / a protestava pe’ le troppe tasse” (Ibidem, pp. 84- 89).

 

Traduzione: “Vi stavo dicendo che quelli erano momenti, / in cui il Porto diventava importante, / ma non perché c’erano monumenti, / qualche antichità interessante. // Ma solo per dire che esistevano due locande, / sette otto bottegucce d’alimenti, / caffè, cantine ce n’erano tante, / compresa questa dei parenti. // C’erano i trabaccoli che imbarcavano / tanto legname? Che quei commercianti / compravano sulla costa jugoslava? … // – Ma… su a Civitanova… che cosa si diceva? -/ – Che cova vuoi dire, Maretto,!… Stavano a guardare! / Certo che un po’ gli scocciava, … // Intanto, o per una questione di principio, / o per non farsi prendere per i fondelli, / lassù, ricostruivano il municipio. // Si accontentavano di questo? Non proprio! / Chi è che in questo mondo non è ghiotto, / che quando ha già sette,… vuole otto? / Piò o meno tutti! Anche chi è incerto! // Lassù… che avevano il portafoglio pieno di soldi, / facevano fare pure dopo un acquedotto, / poi un teatro, che sembrava un salotto, / per andare a sentire ogni tanto qualche concerto. // Ma l’ultima ghiottoneria, è stata quella di fare il Pincio e i giardini / per andarci a fare qualche bella passeggiata.. // Finiva il tempo delle vacche grasse, / perché il Porto, o meglio i cugini protestavano per le troppe tasse”.

La protesta si conclude con la separazione tra le due realtà, quella di Porto Civitanova che diventa comune autonomo il 25 maggio 1913, mentre Civitanova Alta continua ad avere il suo comune. Porto Civitanova era attraversata dalla nuova ferrovia adriatica: “E ll’imbortanza de la ferrovia? / No’ gné dicéte gnènde? E che quagghjò / ce stava ghjà ‘na vetreria? // vulìa pretènne la separaziò’, / po’ sùbbeto! Ma senza ‘spettà gnènde! / … Indando, a tutto spiano, funzionava / ‘lla vetreria, che stava vèrzo llà… / de là la ferrovia, ch’eppò’ ce java / tanda de quella jènde a fadigà’. // E la mannava avandi un direttore, / che cce sapìa ‘m-bo’ fa’, ma… Sando celo! / Se combortava comm’ un dittatore! // Lo séte ghjà capito: era ‘n-tipaccio, / perché ci- aìa lo còre ‘ngo lo pelo, / e ll’òcchj… ll’occhj ce l’aìa de jàccio” (Ibidem, pp.95- 96).

Traduzione: “E l’importanza della ferrovia? / Non gli dite niente? E che quaggiù / esisteva già una vetreria? // Volevano pretendere la separazione, / poi subito! Ma senza aspettare niente! / … Intanto, senza interruzione, funzionava / la vetreria, che stava verso là… / dietro la ferrovia, poi ci andava / tanta di quella gente a lavorare. // E la mandava avanti un direttore, / che ci sapeva un po’ fare, ma… Santo cielo! / Si comportava come un dittatore! // L’avete già capito: era un tipaccio, / perché aveva il cuore con il pelo, / e gli occhi… gli occhi ce l’aveva di ghiaccio”. Il direttore è Ambrogio Faccio, chiamato dal marchese Claudio Sesto Ciccolini a dirigere la fabbrica di bottiglie o la vetreria, come era anche comunemente chiamata dal popolo.

Dopo tante lotte, pene e affanni i Portesi, fatte le votazioni, eleggono come proprio sindaco Cesare Barboni, che prendeva subito il comando e di fronte ai nuovi consiglieri chiede: “Che nome je mettémo? – / – Porto Civitanova!… E sèmo fieri!- // Ch’adèra fieri, e òmini d’onore, / ‘dè ccòse che sse sa da che cambémo / E ha dato pure ll’ànema… lo còre… // Indando pe’ servì’ li cittadini, / mittìa lo municipio, co’ n-fierezza, / su ‘llo palazzo Sforza Cesarini, / do’ andicamende c’era la fortezza. // Ma ve domanneréte: e li cugini? / Ch’avrìa penzato, de ‘ssa frivolezza? / Ma gnènde! De ‘sse còse ne era pjni, / che quella, era pe’ lora, ‘na sciocchezza! // Eppò’ dicémolo: se conzolava / co’ lo tranve! Che ghjava scarrozzènne / fin’a quanno che no’ n-ze scarellava! // Quésse, è tutte storie de ‘sta nostra terra. / Tutte storie che stava succedènne / ll’anno avandi de la prima granne guerra” (Ibidem, pp. 101- 102).

Traduzione “ Che nome gli mettiamo? – / – Porto Civitanova!… E siamo fieri! –  // Che fossero fieri, e uomini d’onore, / sono cose che si sanno fin da quando viviamo / E hanno dato pure l’anima… il cuore… // Intanto per servire i cittadini, / metteva il municipio, con fierezza, / nel palazzo Sforza Cesarini, / dove anticamente c’era la fortezza. // Ma vi domanderete: e i cugini? / Cosa avranno pensato di questa frivolezza? / Ma niente! Di queste cose erano pieni, / quella, era per loro, una sciocchezza! // Poi, diciamolo: si consolavano / con il tram! Che andava scarrozzando / fin quando non si scarrellava! // Queste sono tutte storie di questa nostra terra. / Tutte storie che stavano succedendo /  l’anno prima della prima grande guerra”.

La Grande Guerra

Lucetto continua la propria narrazione e non si accorge che è entrato un suo amico: “Parlènne, Lucétto, no’ n-zèra ‘ccòrto / ch’era bboccato, rendro la candina, / Lisà la vrangia, pure de lo Porto,/ che ‘dèra stato inzème ghjà i’ n-Marina. // – Scalande!!! – Fa- … e ppòzzi vuttà’ la vae! / Angora cambi? E’ proprio perdaéro, / che le pellace cattìe no’ mmòre mae! – // -Toh, chj se rvede qua! Lisà la vrangia! / Però s’io devo èsse ‘m- bo’ singero, / … ne sì fatte più tu che Carlo i’ n-Frangia” (Ibidem, pag. 107).

Traduzione: “Parlando, Lucétto, non si era accorto/ ch’era entrato, dentro alla cantina, / Alessandro la vrangia (soprannome), anche lui del Porto / che era stato assieme in Marina. // Scalante!!! – Fa -…  che tu possa buttare la bava / Ancora Vivi? E’ proprio vero / che la pellaccia cattiva non muore mai!- // Toh! Guarda che si rivede! Alessandro Vrangia! / Però se devo essere sincero, / ne hai fatte più tu che Carlo in Francia”.

Termina la guerra. Arrivano gli anni venti: “…Duvìo da dì’  che c’era cambiamendi / su tutta la pulitica italiana. // E li Portesi, che strignìa li déndi / durande che cce stava ‘ssa buriana, / penzava, dopo, a li divertimendi, / costruènne tande còse. A mmana a mmana. // Che ccòse ? Lo Chalet jò- ppe’ lo maro, / che dopo de m-bo’ d’anni java a ffòco. / Peccato! Perch’dèra vèll’e ccaro ! // E se ll’ippodromo parìa ‘n- giojello, / ebbè’ lo lido Cluana? Dico pòco, / se dico ch’era un fiore su ll’occhjello!” (Ibidem, pag. 109).

Traduzione: “…Dovevo dire che c’erano dei cambiamenti / su tutta la politica italiana. // E i Portesi stringevano i denti / durante tutta quella buriana, / pensavano dopo ai divertimenti, / costruendo tante cose. A mano a mano // Quali cose? Lo Chalet lungo il mare, / che dopo qualche anno andava a fuoco. / Peccato perché era bello e caro! // E se l’ippodromo era un gioiello, / bene il lido Cluana? Dico poco, / se dico che era un fiore all’occhiello”. Lo Chalet era il Miramare, completamente in legno. L’attuale albergo Miramare è stato costruito dopo ma non nello stesso luogo del suo omonimo. Le due palazzine del Lido Cluana esistono ancora. Nell’area dove sorgeva l’ippodromo delle Marche, ora c’è il campo sportivo.

I due comuni, quello di Porto Civitanova e di Civitanova Alta si riuniscono in un unico comune (27 luglio 1938), grazie al lavoro del conte Pier Alberto Conti. “…Lo podestà, invece, de lo Porto, / ch’adèra ll’ingignere Caradonna, / … java ‘ngo li frati e… zappìa ll’orto! // Pe’ ddì’ che sotta… e tricche e tracche, / magari angò’ preghènne la Madonna, / riuscìa a formà’, Civitanova – Marche” (Ibidem, pag. 117). Traduzione: “… Il podestà, invece, del Porto, / che era l’ingegnere Caradonna, / … stava con i frati e… zappava l’orto! // Questo per dire che sotto sotto… e tricche tracche, / magari anche pregando la Madonna, /  riusciva a formare Civitanova Marche”.

 

La seconda guerra mondiale.

Porto Civitanova per la presenza delle officine Cecchetti che producevano armi belliche veniva bombardata dalle fortezze volanti anglo americane: “’Sso fatto, è rmasto imbrèsso, a nuà, pe’ sembre. / Succèsse ll’anno de’ r- quarandatre, / e dde li ventisette de novembre. // ‘Llo sàbbeto, lo tembo no’ -n- era chjaro; / e ll’arioplani, tando pe’ sapé’ / a ll’imbruise… vinìa de jò lo maro! // E dopo ‘sso desastro che cc’è stato, / che quasci tutti s’era spiritati, / su a Citanò’, ghjà in tandi era sfollati, / e senza perde tembo, de fugato. // Po’ mango a fall’apposta, è ccapitato / che dopo tandi sècoli passati, / ‘sta òrda pure s’era rifugiati / su quell’andico vòrgo ricindato. // Ci- avuto ‘n-accojenza a vraccia aperte, / che veramende no’ n-ze la ‘spettava. – / – Che sse ‘spettava … a vraccia ‘m-bo’ conzèrte? – // – Ma sai, Lisà! … Pe’ ‘lla separaziò’! / Pe’ quésso che ghjà quasci tutti stava / co’ n-u’ mbochétto de preoccupaziò’!” (Ibidem, pp. 122- 123).

Traduzione: “Questo fatto è rimasto impresso a noi per sempre. / Successe nel 1943, / il 27 novembre. // Quel sabato il cielo non era chiaro; / e gli areoplani, tanto per sapere / all’improvviso venivano dal mare! // E dopo questo disastro che c’è stato, / tanto che quasi tutti si erano spaventati, / su a Civitanova, già in tanti erano sfollati, / e senza perdere tempo, ma di fretta. // Poi nemmeno a farlo apposta, è capitato / che dopo tanti secoli passati, / pure questa volta si erano rifugiati / su quell’antico borgo recintato. // Hanno avuto un’accoglienza a braccia aperte, / tanto che,  veramente, non se l’aspettavano. – / – Si aspettavano che fossero a braccia conserte?- // Ma sai, Alessandro!… Per la separazione! / per quello quasi tutti stavano / con un po’ di preoccupazione”.

Intanto anche il tram faceva la propria parte nel trasportare da Porto Civitanova a Civitanova Alta persone in fuga con ogni cosa che riuscivano a portar via: “Li scherzi a parte; adèra in movimendo / tutto lo jòrno, e vuàddre capirete, / che cco’ lo ji su e ghjò, avandi e arrète, / se po’ capì’ lo sforzo ghjà tremendo. // E su ‘n-zalita, java sembre a sténdo; / ‘dè pure naturale, che volete; / du’ carrozze, lo remòrchjo derète, / lo carello avandi de cargamendo, // che cce mittìa le màttere, credènze, / rapégghj, séje, lètti, matarazzi, / e tutte quelle còse d’esigenze. // ‘Sso poro tranve, vojo dì’ porétto, / su i’ n-ardo, in curva, se fermava a sprazzi, / pop’, rugghiava arrote come a Caporetto! // Ma lo sapete po’ che succidìa? / Che un fatturì facìa calà de jò / lo tranve ‘m-bo’ de jènde, e lo spignìa, / pe’ fallo mannà avandi ‘n- andra ò’. // Se angòra un difettuccio ce l’aìa: / scarellamendo, indòppo, o che tte so, / ma c’era affidamendo a chj guidìa, / ch’adèra un sosia de lo Re Vittò’ // ‘n- omo serio, non facìa ‘na virgola; / tutto ‘mbittito a la vecchja magnera, / … gnènde! Mango te ‘ccinnìa ‘na vriscola! // Quanno c’è stato ‘llo mitrajamendo, / mango je s’è spostata la visiera! / Ma quelli, avrà’ penzato… è un monumendo?” (Ibidem, pp. 127- 128).

Traduzione: “Scherzi a parte; era sempre in movimento / tutto il giorno, e voialtri capirete, / che con l’andare su e giù, avanti e dietro. / si può capire lo sforzo già tremendo. // Su in salita andava sempre a stento; / è pure naturale, che volete; / due carrozze, il rimorchio dietro, / il carrello di carico, davanti, / dove si mettevano vetrine da tinello, / pentole, casseruole, sedie, letti, materassi, / e tutte quelle cose necessarie. // Quel povero tram, voglio dire poveretto, / sulla salita, in alto, a momenti si fermava, / poi, andava indietro come a Caporetto! // Ma lo sapete che succedeva? / Un fattorino faceva scendere dal tram / un po’ di gente che lo spingeva, / per farlo andare avanti un’altra volta. // Se anche aveva qualche difettuccio: / sbarellamento, intoppo, o altro, / ci si affidava sempre a chi lo guidava, / che era un sosia di Re Vittorio // un uomo serio, non faceva una virgola; / tutto impettito alla vecchia maniera! / …Niente! Manco ti accennava una briscola // Quando c’è stato il mitragliamento, / manco il cappello gli si è spostato! / Ma quelli (del tram) avranno pensato… è un monumento?” . Il monumento doveva essere dedicato al vecchio tram, aggiunge Sandro Bella. Civitanova, nei mesi dello sfollamento sembrava Parigi per il tanto movimento della gente, anche se erano tempi seri, duri e grigi. “E tandi a lo sindì le cannonate, / se sparpajava e ghjava, justamende, /… torgènne comme sécce tarvinate” (pag. 129). Tanti, sentendo le cannonate, / si sparpagliavano e vagavano giustamente, / come le seppie morse dai delfini (tarvì).

Lo Porto dopo la guerra.

“Venghé lo Porto era tutto rruinato,/ ma a li Portesi che je ne ‘mbortava? / A ppòco a ppòco avrìa recumingiato / comme a ‘lli témbi che li tartassava // ‘llo veccamorto de ‘’lo Delegato / pe’ ‘lle dodici varche che pescava. / Addè, ‘na sòrte, era tutto cambiato / combrése ‘lle langétte che cce stava. // Vinìa qua ll’alleati, li sordati, / che dava la fadiga a li Portesi / pe’ falli stà’ mbochetto ‘nquatrinati. // Ce usava a ddì’, a li sfadigati e stracchi / che non vulìa fa’ gnè, e per èsse offesi, / … e vann’a fadigà’ ‘ngo li Polacchi”(Ibidem, pag.133).

Traduzione: “Anche se il Porto era tutto rovinato, / ma ai Portesi non gliene importava? / A poco a poco avrebbero ricominciato / come ai tempi che li tartassava // quel beccamorto del Delegato / per le dodici barche da pesca. / Adeso la sorte aveva tutto cambiato / comprese le lancette (barche da pesca a vela) che ci stavano. // Si fermavano qui gli alleati, come soldati, / che davano lavoro ai Portesi / per farli stare un po’ con i quattrini. // Si usava dire agli sfaticati e stanchi che non volevano fare niente  e per essere offesi, / … e vai a lavorare con i Polacchi”.

Risucchiati dagli eventi, impossibilitati a ritornare nella loro amata patria, perché sotto il regime comunista, i Polacchi, che erano arrivati nella veste di liberatori, terminata la guerra, mal si adattavano alla vita di tutti i giorni nelle città che pur avevano contribuito a liberare. C’era però chi, conosciuta qualche ragazza del posto, metteva su famiglia e si prodigava per inserirsi il più possibile nella vita cittadina. Non è vero insomma che tutti i soldati polacchi erano uguali, dediti solo a bere e scansafatiche. Gli stereotipi e i pregiudizi verso chicchessia non vanno mai bene e creano solo dei problemi. Sulla integrazione o la mancata integrazione di questi militari polacchi che rimasero in Italia, loro malgrado per alcuni, c’è tutta una letteratura che si può consultare, da Gianfranco Vené (Vola colomba,) a Carlo Levi (L’orologio), a Eugenio Corti (Gli ultimi soldati del re). Sono solo alcuni libri, quelli che ho letto, ma ce ne saranno a centinaia sull’argomento.

In quei primi mesi della liberazione, continua Lucétto: “Ne succidìa de tutti li colori! / Jo lo giardì Cluana, era le lotte / ‘gni òrda che vallava: quande bbòtte! – / – Ma comm’adè che c’era stì rangori?” (pag.135). “Ne succedevano di tutti i colori! / Giù al giardino Cluana, erano le lotte / ogni volta che si ballava: quante bòtte! – / – Ma coma mai c’erano questi rancori?”. Era solo questione di vino, dice Lucétto. Soldati inglesi e Polacchi bevevano come spugne e quando i fumi del vino davano alla testa non ci vedevano più e se ne davano di santa ragione. Accanto a questi quadretti di vita quotidiana, c’era chi premeva, nella confusione del momento, a una nuova separazione tra le due realtà, quella del Porto e l’altra di Civitanova Alta: “Ma indando vòjo dì’ de ‘llo juchétto / ch’è stato cumbinato, lì per lì, / da che separatista ‘m-bo’ sospetto, / co’ un Capitano che statìa a sindì’ / e s’era fatto ‘nfinocchjaà’, o costretto, // de sta’ a firmà’ ‘lli documendi, o carte, / che riguardava la separaziò: / ossia, ‘n-andra ò’, ‘’li du’ Cummuni a parte. // Duvìa passà’ ‘m-bo d’anni… e scagnerate, / fin che ‘sso Capitano, a da rasciò’ / a nuà quagghiò: ma … co’ ‘lle barricate!”(Ibidem, pag.136).

 

Traduzione: “Ma intanto voglio dirvi del giochetto / che è stato combinato sul momento, / da qualche separatista un po’ sospetto, / con un Capitano che stava a sentire / e si era lasciato convincere, o costretto, // di dover firmare i documenti o le carte, / che riguardavano la separazione: / ossia, un’altra volta, i due comuni separati. // Dovettero passare un po’ d’anni… e litigate. / finché il Capitano dava ragione / a noi quaggiù, ma … con le barricate”.

 

Note di storia

Sandro Bella allude nel testo al capitano italo americano Pasquale Fiorella, uno dei funzionari, quasi sempre italo – americani, che curava per il governo militare alleato gli affari civili della provincia di Macerata. Alcuni cittadini di Civitanova Alta lo convincono che l’unione dei due comuni, un tempo separati, era il risultato di un sopruso commesso dal governo fascista ai loro danni. Il Capitano Fiorella emette, in data 30.11.1944, una propria ordinanza con la quale concede l’autonomia a Civitanova Alta, riconoscendo quindi due comuni separati. Passano solo alcuni mesi e in data 25.02.45 abroga l’ordinanza precedente e demanda le ulteriori decisioni al ministero competente. Questi non decide niente, anche per il caos amministrativo che regnava sovrano. Passano i mesi, intanto i due comuni rimangono separati fino al 9 novembre del 1947, quando a Civitanova Alta si tiene il referendum sull’autonomia del proprio comune. I fautori della separazione, spalleggiati dall’arciprete don Romeo Pantaloni, vincono con il 70% dei voti. I cittadini di Porto Civitanova si ribellano. Le barricate si fecero davvero a San Marone, per non far passare gli operai di Civitanova Alta che lavoravano presso l’officina Cecchetti. Se Civitanova Alta voleva l’autonomia, si prendesse anche tutti gli operai della Cecchetti e delle altre industrie del Porto e desse a loro il lavoro, dal momento che molti cittadini del Porto erano costretti ad emigrare. Il ragionamento non faceva una piega; quando la politica è incapace di risolvere i problemi della polis, della città, si scatena la guerra tra poveri. Le liti continuano per mesi. Si cerca di ricomporle con la nomina di due commissari prefettizi. Il dott. Pascucci impone di sciogliere le due giunte. L’operazione non va in porto perché i due comuni hanno due bilanci separati e propri dipendenti. Il dott. Giuliano Sini, inviato dalla Prefettura nel 1950 impone un unico bilancio e lo spostamento di alcuni impiegati dalla Città Alta al Porto. Il funzionario prefettizio rimane fino al 1951 e procede alla riunificazione dei due comuni. Nel 1951 – 52 si forma la nuova Giunta e viene eletto sindaco Gastone Corti (Cfr. Mariano e Angelo Guarnieri, Civitanova Marche, la storia, la vita, i giorni, pp. 400- 401, 1994, Centobuchi (AP)

Il comune rimane unico. Via gli alleati, gli abitanti di Civitanova Marche avevano ben altro a cui pensare: “Co’ la miseria, minga se ragiona? / Chj cambìa paese… tandi emigrati… / che momendaccio era, porca puzzona! // E sse rpijava ll’andico curtèllo / pe’ ‘m-bo’ de fòje che tutte le donne / rcujìa da Moricò e da Chjuchjunèllo” (ibidem, pag. 137). Traduzione: “Con la miseria, manco si ragiona? / Chi cambiava paese… C’erano tanti emigrati… / Che momentaccio era, porca puzzona! // E si riprendeva l’antico coltello / per un po’ di verdura che tutte le donne / raccoglievano da Moricò e Chjuchjunello (soprannomi dei due coloni).

Civitanova Marche, come tutti i paesi, dopo la guerra, viveva giorni difficili. D’inverno si pativa il freddo: “C’era lo vuschétto, che d’istata / la jènde ce java a godé’ tutta quell’arietta, / ma cuscì fina, ma cuscì freschetta, / che la natura l’era ‘mbrofumata. // Ce stava tande piande. Ma la jènde, / pe’ tutta quanda ‘lla necessità, / ruppìa jò tutto, comme ‘n-accidende! // — Dè scritto che le piande se protègghje. / ‘Sso caso, no’ n-ze pòle ragionà’! / Perché? … Perché lo freddo no’ n-za legghje! // E comm’adèra, se tirava avandi. / De certo che li témbi era duretti; / ma co’ la volondà de tutti quandi, / le còse mijorava, in cert’aspetti. // Langette, marinà, ce n-era tandi! / (no’ n-era angòra tembo de varchetti) / Ma le fadighe nere e più ‘mbortandi, / le dava ll’officina de Cecchetti; / ch’eppò’ derète a quéssa, ne venìa / divèrze addre, ‘m-bo’ più piccolette, / ma sapessèste comme fadighìa! // Pe’ chj vulìa sta’ u’ m-bòco divagato? / Le corze de cavalli e viciclette, / partite de pallò’ de cambionato” /Ibidem, pp. 138- 139).

Traduzione: “C’era il boschetto, dove d’estate / la gente andava per godere tutta quell’arietta, / ma così fine, ma così freschetta, / che la natura era profumata. // Ci stavano tante piante. Ma la gente, / per tutta quanta la necessità, / rompeva giù tutto, quasi forsennata! // E’ scritto che le piante devono essere protette. / In questo caso non si può ragionare! / Perché?… Perché il freddo non sa leggere! // Com’era si tirava avanti. / Di certo i tempi erano duretti; / ma con la volontà di tutti quanti, / le cose miglioravano, in certi aspetti. // Lancette, pescatori, ce ne erano tanti! / Non era ancora il tempo dei motopescherecci) / Ma le fatiche nere e più importanti, / le dava l’officina Cecchetti; / Poi dietro a quella, ne venivano / diverse altre, un po’ più piccolette, / sapeste come faticavano! / Chi voleva stare un po’ divagato? / Le corse dei cavalli e delle biciclette, / partite di pallone del campionato”.

Dopo la guerra, a Civitanova Marche, funzionavano ben tre cinema, il Rossini, l’Adriatico, la Casa del Balilla; si andava in quest’ultimo “Perché no’ n-ze pagava murduvè”, perché non si pagava molto. Al Lido Cluana per tutti gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, si esibiva la “Cuban Hot Bella”, grande orchestra che aveva in Sandro Bella (Violino) il proprio direttore, con gli altri due fratelli: Virgilio (Clarinetto e Sax) e Luigi (Contrabbasso). Altri componenti del gruppo erano: Gabriele Cantatore (Piano), Sandro Perticarà (Tromba), Ferruccio Ruzzier (Batteria). La storia del gruppo è raccolta in un grazioso volumetto, Questa è Bella! Piccola storia di una grande orchestra, curato da Paolo Marinozzi, edito dal Centro del Collezionismo di Montecosaro nel 2005.

Lucétto lo scalande (Lucetto lo scalante)

Lucétto è arrivato quasi al termine del proprio racconto, quando entra nella cantina Filomena, la moglie che lo sta cercando e gli urla: “Tu stai qua, puzzò? / Che no’ n-te vasta? Mòete, venn’a cena! / Che a ccasa addè’ me sèndi, chjacchjerò’”.  “Tu stai qua, lazzarone (in senso buono)? / Che non ti basta? Muoviti, vieni a cena! / A casa ora mi senti, chiacchierone”. Lucétto rimane un po’ perplesso per i rimproveri della moglie, ma che cosa ci si vuol fare quando si ha una moglie con poco tatto, commenta il narratore. Lucetto aveva fatto lo scalante ma la sua vera passione era la storia e quello che ha raccontato non l’ha fatto per boria ma per l’amore verso la propria città come è stata in passato e come è oggi. Siamo ai due ultimi sonetti che scorrono come titoli di coda.

“Commerci, industrie, de turismo tando, / vottéghe scicche, de supermercati, / pòsti a la moda e sembre frequendati. / De tutto quésso! Che ne ‘dè ghjà tando! // Chjsà Lucétto che putrìa dì’ indando / de Citanò’? Che ss’era ‘ccondendati! Lo cendro storico, pe’ chj c’è nati, / vòli e non vòli, adèra sembre un vando! // Ma guai a chj li chjamava li farghitti! / Che quanno se sindìa chjamà’ ssuscì / de li Portesi, a rispunnìa: – … mugnitti! // Còse d’allora! Addè’ c’è lo rispetto. / Ogghj lo Porto è granne a non finì’, / e Citanò’ se sènde vè’ protetto // “… Ma addè’ c’è d’imbortande, / che qua lo Porto è pjno ghjà de vanghe. // Cuscì che tutto quando de ‘sta storia / pjna de fatti, che ve piace o no, / dovete crédece! Fu vera gloria! // ‘Na storia ch’è basata su ‘lle varche, / ch’ha fatto granne Portocitanò’; / o mèjo angò’: Civitanova Marche” (Sandro Bella, ‘Na storia ‘Na città, pp. 153- 154).

Traduzione: “Commerci, industrie, tanto turismo, / botteghe alla moda, supermercati, / luoghi alla moda e sempre frequentati. / Di tutto questo! Che ne è già tanto! // Chissà Lucetto cosa potrebbe intanto dire/ di Civitanova? Si erano accontentati! Il centro storico, per chi ci è nato, / vuoi o non vuoi, era sempre un vanto! // Ma guai a chi li chiamava i falchetti! / Quando sentivano che erano chiamati così / dai Portesi, rispondevano: -… mugnitti! (pesciolini piccoli, lo scarto) // Sono cose di allora! Adesso c’è il rispetto. / Oggi, il Porto è grande a non finire, / e Civitanova si sente protetta // “… Oggi c’è di importante / che qual al Porto è pieno di banche. // Così tutto quanto di questa storia / piena di fatti, che vi piaccia o no, / dovete crederci! Fu vera gloria! // Una storia che è basata sulle barche, / che hanno fatto grande Portocivitanova, / o meglio Civitanova Marche”.

Raimondo Giustozzi

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