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Italia Nostra. Riparte la devastante speculazione dell’industria dello sci sui Monti Sibillini

Fonte Internet

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L’Appennino si sta spopolando. L’Appennino si sta desertificando.

Dal 1951 ad oggi le aree dell’Appennino centrale si sono costantemente spopolate con un tasso medio del 7 x 1000 all’anno (dati ISTAT); a questo si aggiunga il costante invecchiamento della popolazione che vale per tutta l’Italia, ma che in montagna risulta molto più accentuata.

Solo tra il 2002 e il 2018 i principali comuni maceratesi dei Sibillini hanno subito un decremento medio di popolazione dell’11% con punte massime a Castel Sant’Angelo sul Nera ( 28% circa) e Bolognola ( 13 % circa). Ma anche i comuni più dinamici e meglio serviti, come ad esempio Sarnano, perdono costantemente popolazione.

Ma contro questo dramma non si è trovata altra soluzione che far risorgere il vecchio e deleterio progetto di irretire la montagna con nuovi impianti  e piste da sci.

Un consesso di uomini politici, sindaci e amministratori vari, ha proclamato in un recentissimo convegno che la soluzione è stata trovata e produrrà per le genti tra Marche e Umbria degli effetti così miracolosi che l’arretratezza di queste aree sarà presto un pallido ricordo, da raccontare ai nipoti: il mirabolante piano “ Montagna quattro stagioni” il comprensorio sciistico unico più grande del centro Italia! da finanziare coi soldi pubblici del Contratto Istituzionale di Sviluppo di Invitalia (Ministero dell’Economia)

Si progetta di realizzare impianti di risalita e infrastrutture varie che collegheranno  Monte Prata con Frontignano, il Ragnolo e Sassotetto. Ovvero si sta preparando la completa e definitiva devastazione naturale e paesaggistica del Parco Nazionale dei Sibillini, che fu costituito proprio per salvaguardare il territorio dagli effetti perversi della precedente, più antica “valorizzazione turistica”. Che impallidirà a confronto di quella che si sta prospettando oggi. La stampa fa sapere che alla riunione ha partecipato ( on-line) anche il presidente del Parco, che sembra pronto a collaborare. Forse non sa che il Parco che dirige esiste ed è nato grazie alle lotte degli ambientalisti proprio contro la colonizzazione dell’industria dello sci delle nostre montagne.

In tale progetto, infatti, di nuovo non c’è niente, se non, forse, i soldi del PNRR, a cui si brama di attingere. Nel 1978 (non proprio ieri) un progetto analogo, per 7 miliardi di lire di allora, doveva collegare sciisticamente, attraverso impianti e funivie, addirittura Norcia con Castelluccio ( Val di Canatra), Forche Canapine e poi spingersi fino a Frontignano. Oggi si ripropone lo stesso piano anche se malamente  riaggiornato e imbellettato, perché oggi anche la distruzione dell’ambiente si fa sostenibile e green. Qualcuno al convegno ha infatti affermato, enfaticamente, che questa operazione si doveva fare 60 anni fa, intendendo che si è in grande ritardo, a causa delle pastoie burocratiche degli ambientalisti, viene da immaginare. In realtà l’idea perenne che ha sempre alimentato tali operazioni speculative, è ogni volta la stessa: la colonizzazione della montagna, dopo averla piegata a causa dell’economia  fragile e dello spopolamento, a servizio degli interessi delle aree urbane congestionate, della voracità del turismo di massa, con  l’obiettivo di lucrare su cospicue fette di denaro pubblico, privatizzando risorse pregiate come acqua, territorio e paesaggio. I resti di quella precedente e perniciosa “valorizzazione turistica”, che ha fagocitato immense risorse economiche e ambientali, senza incidere minimamente sui problemi di sottosviluppo dell’area montana, sono sparse su tutti i Sibillini: assurde strade che hanno squarciato inutilmente i fianchi della montagna, insediamenti turistici di villette abbandonati e fatiscenti e, a perenne memoria, simbolo futurista della stupidità umana, i piloni, i cavi cascanti e le macerie della funivia che sfregiano il Monte Bove.

Se non aveva senso 30 anni fa di scempiare la montagna immaginando tante fantomatiche “Cortina” dell’ Appennino, che scimmiottavano le stazioni sciistiche alpine, può averlo oggi che la neve è già falcidiata dal riscaldamento climatico?

Allora, che ancora un po’ nevicava, si sproloquiava di neve abbondante da gennaio fino a maggio, quando invece sui Sibillini, a memoria d’uomo un giorno può nevicare abbondantemente e il giorno dopo, il favonio (montanaccio da noi) si porta via tutto e i prati cominciano a fiorire. Oggi, però, in piena crisi ambientale climatica, dichiarare di voler spendere irresponsabilmente soldi pubblici su impianti e piste di sci, che sono in crisi profonda addirittura sulle Alpi, è un atto di una gravità ingiustificabile. Sulle Alpi, che per giunta oltre alla quota godono di un clima più severamente continentale e di un elevato indice di massività, sono ormai ritenuti antieconomici tutti gli impianti a quota inferiore ai 1800 metri e tale valore sta costantemente salendo poiché  l’effetto del riscaldamento globale sta procedendo molto più velocemente ed estesamente di quanto immaginato in un primo tempo.

L’IPCC ( The Intergovernmental Panel on Climate Change dell’ONU) già nel suo report del 2013 avverte che: “C’è confidenza molto alta che l’estensione della copertura nevosa nell’emisfero settentrionale sia diminuita a partire dalla metà del XX secolo (vedi Figura SPM.3). L’estensione della copertura nevosa nell’emisfero settentrionale è diminuita di 1,6 [0,8-2,4]% per decennio nei mesi di marzo e aprile, e di 11,7 [8,8-14,6]% per decennio nel mese di giugno, nel periodo 1967-2012. In questo periodo, l’estensione della copertura nevosa nell’emisfero settentrionale non ha evidenziato un incremento statisticamente significativo in nessun mese.”

Se poi andassimo a disaggregare i dati per regione si evidenzierebbe come nelle montagne del Mediterraneo la copertura nevosa sarà sempre più scarsa e discontinua, con una brusca risalita in quota delle aree che ogni inverno saranno ricoperte da un manto sufficientemente continuo. Gli studi più recenti della Regione Marche e della Protezione Civile mettono chiaramente in evidenza che sui Sibillini la formazione e la persistenza del manto nevoso (indice SAI dal 2000 al 2020) ha visto aumentare costantemente la frequenza di periodi in cui il manto nevoso è stato inferiore alla media degli anni precedenti, ovvero ogni anno, dal 2000 al 2020, è nevicato quasi sempre meno degli anni precedenti e la copertura al suolo è stata sempre minore e discontinua.  Nel mentre è andata aumentando la frequenza e la durata degli eventi di favonio che sciolgono rapidamente il manto nevoso. Ma tutto ciò è sicuramente ben noto a chi propone il progetto, che infatti, non fidandosi della copertura nevosa naturale, ha predisposto anche la realizzazione di invasi idrici, che così si potranno usare per l’innevamento artificiale, andando ad incidere pesantemente anche sulla disponibilità delle risorse idriche, già scarse. Come ad esempio gli stessi convenuti hanno già dichiarato, alcuni lamentando  il continuo abbassarsi del livello del lago di Fiastra che mette in crisi il turismo da esso alimentato, o progettando addirittura piste da sci di plastica.

Tutto questo usando i soldi che aumenteranno il debito che stiamo caricando sulle spalle delle generazioni più giovani, che dovrebbero servire a contrastare gli effetti del disastro ambientale che abbiamo già prodotto, andandolo invece colpevolmente ad aumentare. Ci vuole proprio una bella faccia tosta a immaginare di utilizzare le risorse messe in campo per contrastare i cambiamenti climatici, riproponendo progetti che ricalcano tutto ciò che fino ad oggi ha prodotto tali disastri ambientali.

L’effetto di progetti come quello prospettato sarà la definitiva distruzione di ciò che resta dell’ambiente di montagna, che richiama così tante persone perché altrove, sulla costa e sulle aree più densamente abitate, il territorio è già ampiamente compromesso, alterato e sempre meno vivibile.

Le soluzioni vere per la montagna e  la sua popolazione sono di ben altra natura. Gli amministratori e i politici che si sono succeduti via via in regione, nelle province e nei comuni, hanno lasciato colpevolmente che nel tempo si sottraesse al territorio delle aree interne i servizi essenziali: le scuole, i presidi sanitari. Si è trascurato colpevolmente la difesa dai terremoti, si sono  abbandonati a se stessi agricoltori e allevatori. Si è lasciato a se stesso lo sviluppo di un turismo dequalificato, “mordi e fuggi” che porta solo degrado e lascia poche risorse economiche ( vedi Castelluccio). Tutto a favore della concentrazione di popolazione, servizi e beni economici nelle aree forti del territorio. Queste sono le cause più importanti dell’abbandono da parte dei residenti delle aree interne. Gli ultimi terremoti e il Covid19 hanno solo fatto esplodere le contraddizioni di una struttura demografico territoriale e di un tessuto economico profondamente compromessi e lacerati.

La montagna fornisce alla pianura e alla costa servizi e beni essenziali a bassissimo costo (tanto che vengono allegramente sprecati) come l’acqua potabile, senza la quale le città diventerebbero immediatamente dei deserti inabitabili. Ora gli stessi fautori di quelle scelte discutibili, vorrebbero ridurre la montagna ad un baraccone del divertimento, sacrificando al turismo di rapina ogni residuo valore naturale, di resilienza delle persone, di qualità del territorio montano, proponendo, riverniciate, le stesse soluzioni miracolistiche e deleterie da oltre 60 anni.

Altri sono gli investimenti che bisognerebbe fare, che vadano a favore non degli interessi della speculazione, ma delle persone che vivono e lavorano sul territorio. Politiche serie di sostegno e miglioramento per gli agricoltori e gli allevatori residenti. Bisognerebbe investire sul lavoro nelle aziende, inevitabilmente piccole e incapaci di opporsi alle logiche del mercato,  aiutandole a sviluppare agricoltura, allevamento e artigianato di qualità, ecologicamente compatibile, rispettoso della dignità e della qualità della vita degli operatori del settore primario, capaci di attrarre risorse imprenditoriali giovani. Favorire l’integrazione tra residenza e turismo, naturalistico e culturale. Premiare la residenzialità nei centri di montagna, specialmente dei giovani, grazie ad  una elevata qualità dei servizi: scuola, sanità, mobilità, abitazioni. Infrastrutturare con reti che permettano di attrarre persone e centri di ricerca ad alto contenuto di conoscenza tecnico scientifica che fungano da volano per l’attività economica permettendo al contempo ai giovani di accedere a professioni di qualità. Regolamentare e riconoscere l’alto valore naturale, economico e sociale di risorse come l’acqua, gli ambienti naturali, il paesaggio che oggi sono ancora considerati alla stregua di res nullius, che la montagna offre al godimento di tutti, per mezzo di compensazioni che rendano altamente attrattiva la residenza nelle aree interne. Occorrono investimenti, ma orientati alla qualità della vita e dell’ambiente naturale e non alla anacronistica, devastante speculazione dell’industria dello sci.

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