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Il porto rifugio di Civitanova Marche.

Lapide dedicataonEzio Cingolani

di Raimondo Giustozzi

La necessità di “avere, in caso di cattivo tempo, un porto o un rifugio che consentisse ai pescatori della città alta di salvare le loro vite e le loro barche, prima le lancette, poi i trabaccoli, era stata più volte espressa dai primi addetti alla pesca, praticata da tempo immemorabile lungo la costa civitanovese”. Nonostante le accorate richieste avanzate al Governo dello Stato Pontificio, non se ne fece mai nulla fino al Regno Italico di Napoleone I che nel 1811 diede incarico all’ingegnere ordinario del Dipartimento del Musone, Michele Fabbri, di scegliere il luogo più adatto per la costruzione di un porto rifugio tra Loreto, Recanati, Potenza Picena e Porto Civitanova. L’ingegner Fabbri si recava a Civitanova il 17 Novembre dello stesso anno e ripartiva il giorno successivo, lasciando una relazione scritta nella quale indicava che il luogo più adatto, per la costruzione di un porto rifugio, fosse proprio Civitanova.

 

Dopo la restaurazione dello Stato Pontificio, la relazione del Fabbri venne del tutto accantonata. Si  ritornò a parlare di un “seno rifugio” nel 1840 quando venne commissionato un nuovo progetto all’ingegner Costagnola di Fano, che scelse proprio di rivedere la proposta del Fabbri, presentando un progetto di porto rifugio nel tratto di mare compreso tra il fiume Chienti ed il torrente Asola.

 

I nuovi sconvolgimenti politici che coinvolsero lo Stato Pontificio negli anni 1848 – 1849 distolsero l’attenzione dal problema, fino ad arrivare al 1859 quando il comune di Porto Civitanova incaricava il comm. Alessandro Cialdi, un italiano residente a Londra, esperto in opere portuali, di eseguire un nuovo studio per il porto. L’iniziativa del comune venne direttamente appoggiata dal Governo dello Stato Pontificio che dava direttamente incarico ad un suo ispettore, l’ing. Cav. Ludovico Zanardi, di elaborare una bozza di porto rifugio. Nella questione intervenne di persona il cav. Pier Francesco Frisciotti de’ Pellicani, il quale faceva redigere nell’aprile del ’58 una bellissima relazione a due stimatissimi capitani marittimi di Ancona, Michele Pacetti e P, Palomba, relazione nella quale si esaltava la decisione di costruire il porto rifugio a Civitanova per una serie di motivi squisitamente tecnici, tra i più importanti, quello di un facile attracco per le navi. Lo stesso Governo Pontificio decise di far proseguire e completare lo studio del porto, dagli ingegneri governativi di Macerata e Fermo.

 

La realizzazione del porto rifugio sembrava divenisse una realtà, tanto che venne dato incarico ad una società romana di costruzioni marittime, di prendere contatti con gli amministratori locali per procedere all’appalto dei lavori. Ancora una volta, gli sconvolgimenti politici militari del 1860, terminati con l’annessione delle Marche e dell’Umbria al Regno d’Italia, ebbero il potere di intralciare il progetto. Non andò così, in quanto il re stesso Vittorio Emanuele II, fermatosi nella città alta il 10 Ottobre del 1860, diede incarico al commissario Valerio di occuparsi del porto rifugio, dopo le insistenti richieste dei civitanovesi. La nuova amministrazione comunale, con delibera del 14 febbraio 1862 dava mandato alla Giunta di interessarsi in ogni maniera presso il Ministero, il Parlamento ed il Senato perché la pratica andasse in porto. Il 18 novembre del 1862 la costruzione di un porto rifugio a Civitanova a totale carico dello Stato, in quanto l’opera veniva classificata come tra quelle di interesse generale, sembrava cosa fatta, ma non era così. La crisi ministeriale dell’8 Dicembre dello stesso anno portò di nuovo tutto in alto mare.

 

In un congresso delle Camere di Commercio del Regno, tenuto a Genova nel 1869, veniva ripresa la proposta, ma senza che se ne facesse nulla, la stessa cosa avveniva nel gennaio del 1885, nel corso di altri lavori congressuali e nel settembre dello stesso anno, ma tutto cadeva nel dimenticatoio, nonostante le belle relazioni sull’opportunità di costruire proprio a Civitanova il porto rifugio.

 

Del porto rifugio si riprese a parlare nel 1919, alla fine della prima guerra mondiale. In quell’anno infatti, la “Società Cementi Armati” di Bologna proponeva alla amministrazione comunale uno splendido progetto di porto rifugio, da realizzarsi con strutture in conglomerato cementizio armato. L’area del Porto Rifugio veniva individuata a sud del paese, con l’asse del porto sul prolungamento della attuale via Isonzo, in modo da lasciare libera la spiaggia davanti al centro cittadino per gli usi balneari. La ditta si impegnava anche a costruire, a proprie spese, un pannello di protezione, tra il molo sud del nuovo porto e la foce del Chienti. Indubbiamente se il progetto fosse andato in porto così come concepito, si sarebbero potuti risolvere fin da allora tanti problemi legati al turismo civitanovese, ma il Comune non aveva le risorse finanziarie, lire 8.235.000 per far fronte alla spesa.

 

Un nuovo progetto di porto rifugio eseguito dall’ing. Corsi del Genio Civile di Ancona, veniva approvato dal Consiglio Superiore dei lavori pubblici nell’adunanza del 13 Maggio 1920. Il 2 Agosto del 1921 veniva data comunicazione al Comune che l’opera era stata inserita nella categoria dei porti di interesse nazionale. Il 22 Luglio, il ministro dei lavori pubblici chiedeva al Comune una delibera nella quale si dichiarasse che l’ente locale si accollava il 40% della spesa, restando il 10% a carico della Amministrazione Provinciale ed il restante 50% a carico dello stato. Si trattava di reperire solo 2.930.000 lire e la delibera adottata il 23 Aprile del 1927 prevedeva la contrazione di un mutuo da saldare con le entrate del dazio sulla vendita del pesce e sulla tassa d’esercizio che ogni pescatore pagava annualmente. La Prefettura intanto avvertiva l’amministrazione comunale che il finanziamento, per la parte riguardante lo Stato, non era disponibile per le scarse possibilità del bilancio.

 

Presentata di nuovo la pratica finanziaria il 3 Febbraio 1928, in data primo maggio dello stesso anno il ministro chiedeva che la spesa dovesse essere ridotta, stralciando dal progetto, tutte le opere non strettamente necessarie, L’ingegnere capo del Genio Civile di Macerata faceva notare, in data 24 Maggio del 28, che l’opera doveva essere realizzata così come era stata presentata. Gli appoggi del cav. Ezio Cingolani che ricopriva l’importante carica di Segretario della Federazione Provinciale Fascista, davano esito positivo. Il progetto dell’ingegner Corsi veniva definitivamente approvato dal ministero dei lavori pubblici in data 28 Aprile 1932. Appaltati i lavori dalla “Società Anonima Ugo Colombo“ di Imperia nel giugno 1932, si dava inizio ai lavori veri e propri il 29 Agosto dello stesso anno. Per diversi giorni davanti alla spiaggia era un brulicare di gente che osservava incuriosita le enormi maone che trasportavano dal monte Conero gli enormi blocchi di pietra necessari per le opere portuali.

 

I lavori per la costruzione del Porto Rifugio furono interrotti con lo scoppio della seconda guerra mondiale. I grandi blocchi di pietra vennero ammassati nell’area antistante la chiesa di Cristo Re. Furono ripresi nel dopoguerra fino alla costruzione definitiva del porto con continue modifiche volte ad apportare tutte le migliorie. Una lapide che ricordava l’impegno messo dall’onorevole Ezio Cingolani veniva messa nel luogo dove era stata collocata la prima pietra del Porto Rifugio. Tale lapide, “ritrovata quasi per caso nella villetta del baritono Sesto Bruscantini” fu consegnata dagli operai che stavano procedendo ai lavori di restauro di detta villa e consegnata all’Ufficio Urbanistica del comune di Civitanova Marche. Restaurata ad opera del Lion Club Civitanova Marche Host è stata ricollocata nello stesso posto nel corso di una cerimonia pubblica, presenti le autorità cittadine e una folta delegazione di studenti, il 16 maggio 2011.

 

La lapide si trova all’imbocco del molo sud. L’epigrafe riporta queste parole: “Per singolare virtù e tenacia del suo commissario prefettizio on. Ezio Cingolani, auspice il prefetto Vincenzo Olivieri, il 26. V. 1932 N. E. F iniziandosi la costruzione del Porto Rifugio  vide il popolo di Porto Civitanova realizzarsi la sua secolare aspirazione”. Nell’occasione è stato stampato nella stessa data, 16 maggio 2011, anche un prezioso volumetto con una breve storia del Porto Rifugio, ad opera dell’architetto Roberto Giannoni. La pubblicazione contiene anche articoli degli anni trenta e foto aeree del sito scelto per la costruzione dell’opera. Comune di Civitanova Marche, Lion Club Host Civitanova Marche Host, Archeoclub d’Italia, sede locale, sono stati i promotori della iniziativa editoriale: Storia del Porto Rifugio di Porto Civitanova, di Roberto Giannoni, a cura di Chiara Giannoni. La lapide è riportata in prima pagina di copertina.

La pesca nel tempo

 

Fin dal 1400 circa, sono alcuni cittadini della città alta ad esercitare il mestiere di pescatori. Scendono ogni giorno attraverso la strada del Palazzaccio, la via più breve per arrivare al mare ed a sera, riposte le loro barche in piccoli casotti costruiti sulla riva, ritornano nella città posta sulla collina, ben difesa da mura che la cingono tutta intorno e dalla fortezza del Girone.

 

Dal mare viene il pericolo dei pirati e dei Saraceni che catturano nel 1685 ben trenta pescatori, rendendoli schiavi. Solo verso la fine del 1700, scomparso questo pericolo, alcuni marinai che non pescano più con la tecnica della  “Tratta“ o “Sciabica“, ma con una rete trainata da due barche a vela, le “Paranze” o “Lancette”, decidono di insediarsi stabilmente vicino al mare in piccole casupole costruite intorno alla fortezza, formando così il primo nucleo abitativo del “Porto” che rimane pur sempre una frazione della città madre posta sulle colline.

 

La pianta catastale del 1810 delinea efficacemente la formazione del piccolo agglomerato urbano raccolto attorno a ciò che resta dell’antica fortezza ed il mare. Risalta, nella misera e  disordinata rete viaria, il grande stradone che diverrà poi Corso Umberto. L’attività dei “portesi” è la pesca che conosce un forte incremento per la richiesta del pescato sia da parte dei locali che degli abitanti delle cittadine dell’interno. Alle dodici barche a vela, che risultano esservi nel 1805, presto se ne aggiungono moltissime altre, con un contemporaneo aumento del numero dei marinai, delle abitazioni e dei piccoli cantieri navali. All’inizio del secolo, precisamente nel 1908, le barche da pesca, tutte costruite dai cantieri locali, sono già 106 e negli anni compresi tra il 1920 ed il 1930, la flottiglia dei pescherecci raggiunge quasi duecento unità, divenendo una delle più numerose della costa adriatica.

 

Grandi barconi da trasporto a vela, i “trabaccoli”  escono dai cantieri degli armatori Cellini, Martellini, Santini. Attrezzisti, calafati ed operai salgono e scendono dai pontili. I nomi che si ricordano ancora: Marziali, detto “Chirichì”, Chiodini, detto “Funà”, trabaccoli dal nome glorioso: “Arduino”, uscito dal cantiere dei Cellini, “Prudente”, di proprietà della famiglia Martellini. Questo ultimo “Trabaccolo”, costruito nel 1893 a Civitanova nei cantieri Canaletti, da Angelo Luigi Canaletti, dapprima a vela, poi motorizzato, ha fatto traffici commerciali con la Croazia, esportando frutta, granoturco, oggetti di vetro, importando legname e carbon fossile. Nelle sue ultime sue uscite in mare ha fatto la spola tra Porto Marghera e Civitanova, trasportando carburanti. Parcheggiato dal 1947 nei cantieri Santini, ha rischiato la demolizione nel 1984, quando fu emanata un’ordinanza poi sospesa grazie alla richiesta avanzata alla Capitaneria di Porto, dal neonato Comitato promotore per la salvaguardia della pesca, trasporti e cantieristica, costituito per volontà di Primo Recchioni, Angelo, Mariano Guarnieri e Nazareno Baiocco.

 

Acquistato dal Comune, il “Prudente“, opportunamente restaurato, secondo le ultime notizie, doveva essere collocato sul lungomare, in un’area destinata dal comune, poco distante dagli stessi cantieri Santini, dove doveva sorgere anche un monumento ai caduti del mare, primo passo per la costruzione di un museo marinaro. Purtroppo il trabaccolo Prudente oggi non esiste più. Non si è riusciti a salvarlo, né esiste nessun museo marinaro.

 

Proverbi e leggende legate  a Civitanova  Marche , al mare e alla terraferma.

 

Queste altre piccole “nugae” le ho raccolte, all’arrivo a Civitanova Marche dalla Brianza, dal libro di Claudio Principi:  “Tra terra e mare” ed. Sico, dello stesso autore si potrebbero consultare anche i due volumi: “Dicerie popolari marchigiane tra Ottocento e Novecento” sempre dello stesso editore, anche se meno ricchi per quanto riguarda l’ambiente marinaro. Circa i proverbi dialettali li ho riprodotti così come li ho trovati scritti. Tra i sistemi più o meno ingegnosi e redditizi della pesca, c’era una volta quello della Vorla. Si immergevano nell’acqua, frasche di lentischio, corbezzolo o alloro, piante che hanno la proprietà di mantenersi sempre verdi, anche ad un contatto prolungato con l’acqua. Il mazzetto di queste piccole pianticelle, sistemate in mare ad una non molta profondità ed in prossimità della riva, attraeva le seppie che vi depositavano le uova; in questo modo i pesci che vi si avvicinavano venivano catturati con le fiocine. Meglio della Vorla era la pesca con le nasse e le “retelle” (reticelle), anche se un proverbio avvertiva: “LA RETELLA E LA NASSA SATOLLA MA NO’ ‘NGRASSA”.

 

Per quanto riguarda alcuni proverbi, non è difficile a volte trovare in bocca ad un terricolo, alcune espressioni proprie dell’ambiente marinaro: ” LA VARCA NON POLE JI’ SINZA VATTELLU” ( la barca non può andare senza battello, alcuni traducono l’espressione con la donna deve maritarsi)

 

“NOU DE TRINCA” (nuovo di trinca – La trinca è una specie di legatura a più passate fitte e parallele fatta dai marinai, dicendo “nuovo di trinca”, si intende dire ” appena legato”, nuovissimo.

 

“OCCHJU A LA PENNA ( occhio alla penna, vuol dire ” stai bene attento”; la raccomandazione deriva dal fatto che sulle antiche navi si usava mettere in cima al pennone una penna d’oca per rilevare attraverso i suoi movimenti, la direzione del vento; a questo scopo erano adibiti dei marinai che, quando vedevano cambiare l’orientamento, gridavano al timoniere: “Occhio alla penna” Forse la sostituzione di questo rudimentale strumento di misurazione: la penna d’oca, con il più moderno ” anemoscopio”, ” anemometro”, ha fatto cadere in disuso il detto popolare.

 

“QUANNO LL’ACQUA TOCCA LU CULU, TUTTI ‘ MBARA A NNOTA’ (quando l’acqua tocca il culo, tutti imparano a nuotare, per dire che quando si è costretti a fare qualcosa per necessità, la si fa e basta, senza troppe chiacchiere)

 

“VA A GGONFIE VELE ” ( va tutto nel migliore dei modi)

 

“STACO ANGORI IN ARDO MARE” ( essere ancora lontani dal compimento dell’opera e dal raggiungimento del fine)

 

“NO STROA’ LO DRITTO” ( non distinguere più la prua dalla poppa, vale a dire, avere perso l’orientamento, non raccapezzarsi più)

 

“GNA STA’ CO’ LI PIEDI PER TERA” ( bisogna stare con i piedi in terra, essere realisti)

 

“PECORA CHE SBELA, PERDE LU MOCCECO’ ( pecora che bela, perde il boccone, invitare a chiacchierare di meno a tavola)

 

“NON ZE PO’ METTE LU VERROCCIU ‘ NNANDI A LE VO’ ( non si può mettere il biroccio davanti ai buoi)

 

“CHJI VA A LU  MULI’, SE ‘ NFARINA” ( chi va al mulino si infarina; quando ci si trova in mezzo a situazioni, decisioni da prendere, ci si gioca la propria credibilità)

 

“LA PERTECARA NOA FA LU SURGU VRUTTU” ( l’aratro nuovo fa il solco brutto, nel senso che il tirocinio è necessario e attraverso l’uso e la pratica, si raggiungono buoni risultati)

 

“PIJA’ LU TORU PE’ LE CORNE” ( prendere il toro per le corna, affrontare una situazione ed un problema, con una certa decisione)

 

“DE ‘NA ZZAPPA SINZA MANNUCU, CHE TE NE FAI? ( di una zappa senza manico, che te ne fai; qualcuno sostiene che il detto voglia dire: di una donna senza marito, non ce ne se fa nulla)

 

“HIMO MITUTO LO MEJO” (abbiamo mietuto il frumento migliore, a significare che è passato il tempo bello della giovinezza)

 

Sulla attività e la vita dei contadini e marinai, possiamo raccogliere questi proverbi: “LU MARINA’ RCOJE E NON SOMENDA MAI, LU CONTADI’ SOMENDA SEMBRE E DE LE ‘ OTE NON RCOJE”, (il marinaio raccoglie senza seminare, il contadino semina sempre e a volte non raccoglie).

 

“LA FINE DE LU MARINA’ ADE’ QUELLA DE FFOCA’  TRA MEZZO ALL’ACQUA E LI DEVITI, QUELLA DE LU CONTADI’ DE FFOCA’ TRA LI DEVITI E LO STABBIO” ( la fine del marinaio è quella di affogare nell’acqua e nei debiti, quella del contadino di affogare nei debiti e nel letame)

 

“JENDE DE MARINA, TTURETE LU  NASU E CCAMINA, SETT’ANNI SOTT’A LU CAMI’ PUZZA SEMBRE DE CONTADI’ ( gente di marina, otturati il naso e cammina, sette anni sotto il camino, puzza sempre di contadino)

 

“LU  MARINA’  DUVRIA NASCE CON TRE FFROSCE E LU CONTADI’ CO’ LL’OCCHJI SU LE JENOCCHJE” ( il marinaio doveva nascere con tre narici ed il contadino con gli occhi sulle ginocchia, così l’avrebbe smessa di rompere la legna facendo fulcro con le ginocchia stesse)

 

“LU MARE ADE’ DE CHJI LU SNAVEGA, LA TERA ADE’ DE LU PATRO’ CHE NO’ LA SA CURDIVA’ ( il mare è di chi lo sa navigare, la terra è del padrone che non la sa coltivare)

 

“LU CAPPELLU SARA’ DE MARINA’, MA CE VO’ LA PAJA SE LU VO’ PORTA’ ( il cappello sarà da marinaio, ma ci vuole la paglia prodotta dal contadino, se lo vuoi portare.

 

“DE PROMESSE DE MARINA’ E DDE JURAMENDI DE VILLA’, MAI NON TE FIDA’ ( delle promesse del marinaio e dei giuramenti del villano, non ti fidare mai; ed a giustificazione del mancato mantenimento delle promesse del marinaio, si diceva che dipendeva dal fatto che ha la memoria corta, perché guai se così non fosse, se non si scordasse subito dell’ultima burrasca, non andrebbe più in mare. Sugli spergiuri dei contadini, non si conoscono le ragioni.

 

“LO PESCIO VONO NON E’ BBOCCA DA MARINA’; LI CAVULI DE JENNA’ NON E’ BBOCCA DA VILLA’ ( il pesce buono non può finire in bocca al marinaio; i cavoli di gennaio, che sono squisiti, non possono finire in bocca al contadino, ed è chiaro che in entrambi i casi, la forzata astinenza si deve a ragioni economiche)

 

“LO PESCIO NON ZE FRIE CO’ LL’ACQUA; LO PA’ SINZA FARINA NON ZE FA ” – ” LU PESCIO DRENDO A LL’ACQUA NON ZE FFOCA; LU SORGE TRA LA PULA NON ZE ‘CCECA” – ” PIJA’ LA LUCIULA PEL FARU ( si ode ovviamente ad Ancona); “PIJA’ LUCCELE PER LINTERNE”.

 

Chi abitava sulla terraferma, avvertiva sempre una diffidenza verso il mare: “LODA LU MARU E LU PORTU, MA STA’ ‘CCANDO A LU FICU DE LL’ORTU” (Loda il mare ed il porto, ma stai ben attaccato al fico dell’orto, alla terraferma)

 

Il marinaio, di rimando disprezzava chi abitava sulla terraferma e lodava l’ambiente marino: “Su la mondagna ce piòve e cce négne/ jo la marina ce luce le stelle/ su la mondagna ce négne e ccé piòve/ jo la marina ce luce lu sòle”.

 

Il contadino sentiva di mantenere le distanze nei confronti del marinaio e lo faceva con sbeffeggiamenti che si traducevano nel detto popolare: “Viva la fàccia de lu marinà / se non ze magna la sera, / se magna la mattina”. Oppure: “Viatu a cchji, llagghjò a lu portu / funita la Caresama e mmango se n’è ‘ccòrtu”. Beato colui, giù al porto, finita la Quaresima e neanche se n’è accorto, perché poteva disporre di una grande abbondanza di pesce in ogni periodo dell’anno.

 

La diffidenza del terricolo verso il mare: “A ll’acqua e a lu fòcu / ch’Iddio je daca lòcu”, con chiaro riferimento all’impotenza dell’uomo di fronte all’infuriare di questi due elementi ed ai danni irreparabili e lutti che ne potevano derivare.

 

I marinai, di rimando schernivano l’avarizia del contadino: “Contadì, contadì / magna sàrdelle e caca stuppì”. A volte accadeva che qualche marinaio, messi da parte dei soldi, per dare dimostrazione della raggiunta agiatezza, acquistava un bel podere nel vicino entroterra. Il contadino che lavorava il fondo a mezzadria, un giorno si recò dal padrone per l’udienza e nell’occasione comunicò al marinaio- proprietario del terreno che la lècca, la scrofa, aveva partorito ben otto porcellini; il vecchio marinaio rimase molto contento nell’apprendere questo lieto. Si diede però il caso che nell’udienza successiva, quando il contadino con grande soddisfazione riferì che la vacca aveva figliato a sua volta  un bel vitellino, il vecchio navigante, anziché felicitarsene, si arrabbiò molto ed aggredì il colono, apostrofandolo: “Che mme véni a raccondà?  Come la mitimo? La lecca ha fatto otto purchitti e la vacca, che dè tando più grossa, féta e fa un vitéllu solu? Dico: non facimo scherzi e dimme subboto do stali quill’atri vitélli”. Traduzione: “Che cosa vieni a raccontarmi? Come la mettiamo? La scrofa ha partorito otto porcellini e la mucca, che è tanto più grossa, partorisce e mette al mondo un solo vitello? Dico: Non facciamo scherzi e dimmi subito dove stanno gli altri vitelli”. L’aneddoto è un chiaro scherno del contadino nei confronti della gente di mare che in fatto di agricoltura e di zootecnia non capivano proprio nulla.

 

 

Raimondo Giustozzi

 

Bibliografia:

 

  1. Mariano e Angelo Guarnieri, Civitanova. La storia, la vita, i giorni, Cassa Rurale e Artigiana di Civitanova e Montecosaro, editore Centobuchi, 1994.
  2. Mariano e Angelo Guarnieri. Per non dimenticare. Immagini e fatti civitanovesi tra l’Ottocento e il Novecento, Editore Cassa Rurale ed Artigiana, Civitanova Marche 1987.
  3. Claudio Principi, Dicerie Marchigiane tra Ottocento e Novecento, Editore Sico, Macerata, 1995.
  4. Claudio Principi, Scorci di folclore marchigiano fra terra e mare, Pollenza, S. Giuseppe, 1995.
  5. Roberto Giannoni, Storia del Porto Rifugio di Porto Civitanova, Civitanova Marche, 2011.

 

 

 

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