bacheca social

FAI UNA DONAZIONE





I colori della pelle, i nomi dei sapiens, le identità dei meticci

Fonte Internet

Fonte Internet

di Valerio Calzolaio

 

Vi sono meticci in Italia? Vi sono meticci italiani altrove? E che vuol dire? Il sostantivo e l’aggettivo meticcio indicano un gruppo et­nico o sociale composto da individui nati da genitori di “razze” diverse. Proviene dal latino tardo mixtīcius, a sua volta derivato di mixtus, participio passato di miscēre (‘mescolare’) provenien­te dal greco sýmmiktos. Fino a inizio Ottocento erano usate diverse forme alternative (mesticcio, misticcio, mestizo, mestiz­zo) prodottesi per tramite di corrispondenti forme della lingua portoghese (mestiço) e spagnola (mestizo), oggi considerate antiquate o desuete, ma corredate di attestazioni letterarie e lessicografiche. Il nome per descrivere la “cosa” fu inventato a mescolanze fatte: spagnoli e portoghesi partirono verso oc­cidente alla volta dell’India e della Cina (alla ricerca di oro, ricchezze e spezie) e colonizzarono ecosistemi americani già antropizzati, distruggendo gruppi e popoli umani con armi e malattie. Veniva definito “meticcio” l’individuo nato dall’incrocio fra una o un colono dei Paesi europei (all’inizio in grande preva­lenza spagnoli e portoghesi) e uno o una persona delle popo­lazioni amerindie precolombiane.

 

“ Meticcio era l’individuo nato dall’incrocio tra un colono europeo e una persona delle popolazione amerindie precolombiane”

 

Il “mulatto” era, invece, chi nasceva dall’incrocio di una o uno schiavo nero con uno o una persona dei conquistadores; il termine proviene dallo spagnolo e por­toghese mulato, allusione al mulo, un animale ibrido (nato dall’accoppiamento di asino e cavalla). Il “creolo”, a sua volta, incrociava europei o africani, in coppia o mescolati, però nelle colonie degli Stati del Nord America. L’uso di meticcio si è ben presto esteso a ogni individuo nato dall’incrocio fra due “razze” umane (ovvero etnie e gruppi etnici, ovvero progenitori di colore della pelle “molto” diverso all’apparenza) e a ogni animale nato dall’ibridazione fra differenti specie (anche Darwin parlò di meticci riferendosi a nati da due differenti specie di ana­tre). Per quanto riguarda l’evoluzione storico-istituzionale dei sapiens, vari Stati nei secoli scorsi hanno codificato sia l’esistenza giuridica delle razze sia l’identità meticcia di una fra loro (quella “contaminata” rispetto alla propria), soprattutto nelle colonie delle potenze europee che avevano invaso e sottomesso gran parte dei continenti, anche dopo che l’indipendenza, più o meno cruenta, aveva consentito proprie istituzioni nazionali.

 

Nel corso del Novecento, considerato anche che a caro prezzo è stato conflittualmente acquisito che le “razze” non esistono, la dimensione biologica è stata integrata e sopravanzata dalla dimensione cul­turale, per cui il meticcio nascerebbe dall’incrocio fra due o più presunte identità socio-culturali, individuali e di gruppo. Alla fin fine, nel tempo, sono comunque apparsi meticci in varie statistiche demografiche nazionali, con varie tonalità, gens de couleur, coloured in molti Stati. E così meticciato, ibridismo e creolità sono divenuti sinonimi e meticcio è diventato il termine usato anche per l’incrocio di due razze di altre specie, animali bastardi senza pedigree. Quel che si non si vuole ancora ben comprendere è che migrazioni e mescolanze avevano resa tutta meticcia la nostra specie decine di migliaia di anni prima della “scoperta” dell’America. Il meticciamento non è una metafora moderna e contemporanea, bensì una antichissima fusione scientificamente provata di corredi genetici un poco biodiversi. Nel corso dei millenni, vi sono sempre stati anche partner geneticamente lontani nella riproduzione e questo si è rivelato un carattere vantaggioso per la specie, evitando l’eccessiva omozigosi (ripetizione dei caratteri con conseguente minore resistenza dei discendenti) e garantendo, invece, una progenie più numerosa.

 

Anche l’incontro cul­turale ha da sempre generato vantaggi (o svantaggi) imprevedibili. Quel che ap­pare certo è l’origine multipla dei geni propri di ogni individuo umano di oggi: molti luoghi diversi d’origine, tanti incroci e mescolanze. Noi siamo divenuti tutti più o meno meticci per come la grande capacità di migrare ha rimescolato sopravvivenza e ripro­duzione, cultura e linguaggi. Non ci siamo distinti per razza, né sono speciate altre forme umane. Noi ci siamo trasformati, con straordinaria plasticità adattativa, come permanente specie uni­taria. Quasi ogni popolazione di sapiens, grande e piccola, coesa o dispersa, limitrofa o distante rispetto ad altre, imperante o sot­tomessa rispetto ad altre, presente quasi isolata a lungo nei mede­simi luoghi o ricca di immigrati ed emigranti, ha mantenuto una parte preponderante di tutta la diversità genetica della specie. La di­stribuzione geografica dei caratteri morfologici e funzionali non ha separazioni fra continenti, né infracontinentali, tanto meno legate ai recenti confini statali. Casomai vi sono frequenze mag­giori o minori di alcuni caratteri nei vari luoghi e nell’evoluzione diacronica del tempo (lungo) di ogni ecosistema antropizzato. La diversità genetica umana non è strutturata in modo razziale.

 

Nella storia d’Italia riferimenti giuridici ai meticci sono apparsi durante il regime fascista, connessi all’esistenza di colonie, invase durante il periodo liberale monarchico o poi dallo stesso fascismo, e all’introduzione del “razzismo” nell’ordinamento giuridico del ventennio. Dunque, “meticci” ci sono stati in Italia; dunque “meticci” italiani sono stati censiti nelle colonie ed esistono ancora oggi, in Eritrea per esempio. La realtà è infatti che, pur arbitrarie per scienza e morale, una volta riconosciute regole (inevitabilmente discriminatorie) per dichiarare qualcuno meticcio, poi il meticcio, se sopravvive agli accidenti oggettivi e alle ingiustizie soggettive della sua esistenza, si riproduce ed è indispensabile dare conto della storia e della geografia delle generazioni successive. È compito di varie discipline e può esserlo per biografi e romanzieri. Lo si è venuto facendo per vari afropei in alcuni paesi dell’Unione. Il bravissimo giornalista Vittorio Longhi (Catania, 30 marzo 1972) è riuscito poche settimane fa a raccontare benissimo la storia di una famiglia meticcia italiana, l’indefinibile colore e l’incerto nome che ne ha contraddistinto le identità un po’ per tutti i componenti, suoi parenti a vario titolo: Vittorio Longhi, Il colore del nome. Storia della mia famiglia. Cent’anni di razzismo coloniale e identità negate, Solferino Milano 2021, pag. 280 euro 17,50.

 

Nel 2012 Longhi faceva il giornalista a Bruxelles, 40enne direttore del sito d’informazione Equal Times. All’aeroporto di Amman, il 5 settembre, mentre si accingeva a tornare a casa dopo aver visitato il campo profughi di Zaatari, nel nord della Giordania e al confine con la Siria, aprì finalmente il messaggio arrivatogli qualche ora prima da Aida, che si presentava come una cugina eritrea, insegnante in Svezia: “ti ho cercato perché penso che tu sia il figlio di mio zio Pietro… Mesi fa lui è partito per l’Eritrea…Da qualche settimana non abbiamo più sue notizie però. Temiamo che abbia avuto problemi con il regime. Se sei tu la persona che cerco e se hai informazioni, ti prego di farmi sapere qualcosa”. Solo che Vittorio non vedeva il padre Pietro da 18 anni: si erano salutati alla stazione di Milano, Vittorio era poi rientrato nelle Marche dalla madre Loretta Muzi, definitivamente deluso e disinteressato per le sorti di Pietro, che lo aveva abbandonato piccolissimo: quando lui aveva tre anni fece perdere ogni traccia. Tre giorni insieme dopo venti anni di vuoto gli erano bastati.

 

Fino a quel messaggio Longhi non aveva mai voluto davvero ricostruire le lontane origini eritree di un ramo dei progenitori. Dopo aver continuato per qualche tempo a prescinderne, coincidenze, vicende professionali, rovelli identitari, foto e altri sporadici contatti lo inducono a ritrovare le tracce del giovane sottoufficiale piemontese Giacomo Longhi (1864), giunto ad Asmara nel 1890 con l’ambiziosa fallimentare conquista monarchica di una colonia in Africa, lì legatosi a Gabrù Adahana (1874); poi del loro primo figlio “meticcio” Vittorio Longhi (17 settembre 1896 – 20 luglio 1950), a sua volta sposatosi con Maria Naumo nel 1921, un italoeritreo capace e di successo, rovinato dalle assurde feroci nefandezze del regime fascista in quell’area, ucciso a pochi metri dal cancello di casa, vicino al nero sedicenne Pietro, lasciando miseri e invisi tre femmine e quattro maschi, meticci, con caratteri somatici e sfumature della pelle che sconfessavano il cognome bianco.

 

Vittorio Longhi mostra nel libro ottime doti di narratore lungo e ci intrattiene intelligentemente attraverso una splendida sanguinante vicenda no fiction e fiction, in parte biografica, storica, introspettiva e investigativa, insieme pure un avvincente romanzo di vari meticci generi letterari e una cruda denuncia di molteplici indegni comportamenti sociali e istituzionali. La sceneggiatura mescola tre piani temporali: la vicenda dell’originaria maschia famiglia italiana e l’incontro con le donne eritree lungo un paio di generazioni meticce; la propria esistenza dalla nascita con i genitori in Sicilia, alla quasi immediata ennesima fuga, triste e assurda, di Pietro (già segretamente marito e padre molto tempo prima), alle coraggiose scelte di Loretta che gli garantiscono affetto, benessere e l’identità del cognome paterno; la costruzione della propria stessa identità culturale, morale e lavorativa, in particolare con le attività professionali fra il 2012 e il 2014 a Bruxelles, fino al fatidico delicato viaggio verso l’altra africana metà dei suoi colori, odori, umori, sapori e immaginari.

 

Sono convinto che da decine di millenni siamo tutti afrodiscendenti e che da millenni sia l’intera nostra specie a essere meticcia, biologicamente e culturalmente. Purtuttavia, nel corso dell’esistenza di una singola persona, si verificano specifiche ulteriori materiali mescolanze, di geni e colori, di culture e sopraffazioni. Così, la concreta vita di popoli e comunità ha indotto da oltre cinque secoli a questa parte la tentazione di nominare e raggruppare (e spesso discriminare) come colorati o “meticci” gli arrivi di bimbi e bimbe dalla riproduzione (più o meno consensuale) fra umani di differente colore della pelle (da cui il titolo del libro). Longhi ricostruisce molti aspetti anche giuridici della questione, nell’Italia coloniale e poi fascista, ma anche nell’Italia e nell’Eritrea di oggi, sempre irrisolti, con un utile parallelo con l’americana one drop rule. La narrazione di Longhi è in prima al presente per il 2012-2014, in prima e terza al passato per i secoli e decenni precedenti. Usa la terza anche su sé stesso infante e adolescente, l’attenzione grata si rivolge alla biografia della madre, del resto la dedica è “per le donne che oltrepassano i confini. Del nome, del colore, del tempo”. Potendo, Vittorio porta Rosso Conero alle cene a casa d’amici. Non ci resta che riassaggiare e provare a fare del buon ziginì. Le comunità della specie meticcia mangiano meticcio praticamente ovunque.

Invia un commento

Puoi utilizzare questi tag HTML

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>