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Magri (1932-2011), intensa vita militante, dolceamara morte assistita

Fonte internet

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di Valerio Calzolaio

Siamo quasi a dieci anni dalla morte di Lucio Magri (Ferrara, 19 agosto 1932 – Bellinzona, Svizzera, 28 novembre 2011), un grande illustre dirigente della sinistra comunista italiana, eccelso studioso autodidatta (dopo la maturità classica), protagonista autorevole in vari passaggi della storia politico-istituzionale del dopoguerra, molto conosciuto e apprezzato a livello internazionale. Magri scelse di morire all’estero con il suicidio assistito, se ne parlò sul momento e successivamente sempre meno, pur essendo stato spesso citato o richiamato in tutto questo decennio rispetto al travagliato parto di norme italiane in materia, che non sono ancora arrivate.

 

Prima di una morte dolceamara Magri ebbe una vita intensa

 

La madre Maria Enrica Bonetti era di Ferrara, Lucio nacque lì, figlio unico destinato a viaggiare molto da piccolo. Il padre Giuseppe (Bergamo, 1903) era ufficiale d’aviazione e, quando Lucio non aveva nemmeno quattro anni, tutti furono indirizzati in Libia a Ben Gascir. Lucio e la mamma, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, quando anche l’Italia dichiarò guerra, raggiunsero la città del padre e iniziarono la nuova vita, Lucio compì tutto il percorso scolastico a Bergamo, s’iscrisse poi alla scuola media pubblica, frequentò ginnasio e classico al prestigioso Paolo Sarpi, terminò le superiori nel 1951-52 a Vibo Valentia in Calabria (ancora a causa del trasferimento del padre), considerava comunque Bergamo la sua città di dinamiche emotive e pratiche. A Bergamo aveva pure coltivato ben presto poliedrici interessi culturali e quella militanza che contrassegnerà poi l’intera vita. Tornò appena possibile e a Bergamo proseguì una dedizione a tempo pieno nei mondi della politica, attraverso un itinerario sempre connesso a quanto in parallelo accadeva in Italia e nel mondo, manifestando con coerenza la fede laica di un comunista.

 

A scuola Magri inizia a “militare”, dapprincipio e a lungo nel movimento giovanile della Democrazia Cristiana, mostrando presto doti intellettuali e morali di notevole spessore e divenendo perciò punto di riferimento per tanti altri giovani impegnati. Entra nel Pci a cavallo dell’indimenticabile 1956 e vi resta fino alla radiazione a fine anni sessanta del gruppo del Manifesto, di cui è uno dei leader. Per quasi dieci anni diviene poi segretario di un piccolo partito, per almeno sette anni unico riconosciuto legittimato segretario nazionale del Pdup (qualche tempo fa con Carlo Latini scrivemmo la biografia di quel partito, liberamente e consapevolmente transitorio: Da Moro a Berlinguer. Il Pdup dal 1978 al 1984,Ediesse Roma 2014). Con la maggioranza degli iscritti e delle iscritte del Pdup, Magri tornerà poi nel Pci fino allo scioglimento e alla trasformazione, sarà capogruppo di Rifondazione Comunista alla Camera per tre anni, infine attento partecipe dei travagli della sinistra italiana, autore di significativi saggi e conferenze, non solo nel nostro paese.

 

Non esiste ancora una biografia completa di Magri, a inizio 2021 è uscito un bel testo che riprende la dettagliata evoluzione storica e i fili abbastanza coerenti della maggior parte dei suoi scritti, con un continuo pertinente riferimento alle vicende politiche nelle quali era immerso e pochi delicati cenni anche alla vita cosiddetta privata (termine da usare con grande pudore e cura per alcune generazioni di militanti comunisti). Intrecciando sempre il gusto per la ricerca culturale con l’impegno diretto in partiti e movimenti, Magri lesse tantissimo di letteratura e saggistica, scrisse tanto e chiaramente: saggi di vasto spessore scientifico e articoli di commenti quotidiani, documenti e mozioni destinati a un uso collettivo (era di enorme rara generosità intellettuale), interventi nelle aule parlamentari o in pubbliche conferenze. In particolare, l’intera vicenda del gruppo del Manifesto e del Pdup, di cui fu protagonista, continua a essere oggetto di ricerca storia e approfondimento culturale (Padova ospitò per esempio nel gennaio 2019 una serie di manifestazioni e di eventi riuniti sotto il nome collettivo “Praga è sola”, un titolo della rivista del Manifesto dopo l’invasione sovietica)

 

Tramite biblioteche o librerie, su internet o magari con l’ausilio di militanti negli stessi partiti, è possibile rintracciare anche oggi gran parte del materiale che riguarda Magri, le pubblicazioni dei suoi lavori o testi che servano a valutarli nella storia del pensiero e della politica, non solo italiani. Le sue considerazioni sul valore e sui limiti della Rivoluzione russa, sulle crisi finanziarie, fiscali ed energetiche del capitalismo della seconda metà del secolo scorso, sul rapporto fra cattolici e istituzioni pubbliche nel nostro paese, sulle fertili autonome personalità dei due comunisti italiani Gramsci e Togliatti, fra l’altro, costituiscono ancora uno sguardo acuto e attento rispetto alle vicende collettive del Novecento. Nel giugno 2010 Lucio Magri fu invitato a Marzabotto, presso la Scuola di Pace di Montesole, per relazionare ai giovani di Rifondazione Comunista in un seminario pubblico. Venne chiamato, presentato e introdotto dal loro segretario (appena eletto) che ha ora appunto scritto un’interessante monografia politica: Simone Oggionni (Treviglio, Bergamo, 1984), Lucio Magri. Non post-comunista, ma neo-comunista, Efesto Roma, 2021, pag. 357 euro 15.

 

Dopo l’accorata toccante prefazione di Luciana Castellina (Roma, 1929), che è sempre rimasta legatissima a Magri, e una propria breve introduzione, l’autore ha organizzato il testo in tre parti, la prima, lunga e precisa, dedicata alla “vita di Lucio Magri nel contesto dell’Italia e del mondo” (1950-2010); la seconda con l’inedito testo sbobinato di Marzabotto, “La storia dei comunisti in Italia e le nostre prospettive: da dove veniamo, dove vogliamo andare” (2010); la terza con le acute personali riflessioni dell’autore sulle idee di Magri, “Spazio e ruolo del magrismo: attualità e nodi aperti” (2020). Il libro sarebbe molto piaciuto a Magri, un taglio tutto “politico”, pochi salamelecchi superflui e molta profonda analisi, rilevante per futuri studi sul pensiero marxista comunista e sul Partito Comunista Italiano (1921-1991).

 

Il testo è concentrato su una singola straordinaria personalità intellettuale, le passioni e gli affetti fuori dalla politica sono solo vagamente accennati, ovvio che vi siano parzialità e vuoti. Oggionni cerca di tener conto del rapporto fra scritture astratte e politiche effettive, Magri riuscì quasi sempre a essere concreto e lucido nella temperie dei confronti e degli scontri; le ricostruzioni “magriane” di quanto era avvenuto prima furono sempre lucide, nel segno dell’innovazione anche teorica di fronte alle novità del capitalismo reale; tuttavia, nel mentre accadevano gli eventi, le dinamiche erano sempre collettive e i contributi individuali storicamente determinati, non somme, sintesi o elisioni di intelletti. Nelle esistenze collettive di quei decenni pacifismo, ecologismo, femminismo ebbero una loro specifica storia. In una futura biografia completa, inoltre, il privato svolgerebbe ruoli plurimi, biologia e psicologia pesano più di quel che si crede, anche in politica.

 

Magri era un maschio di invidiabile aspetto fisico e notevole rigore valoriale, spesso si mostrava sgarbato e poco accattivante nei modi, geloso del proprio carattere e dei propri affetti. Alcuni passaggi vitali ne furono condizionati, come per tutte le umane plurivalenze (per esempio, aldilà dei pettegolezzi e delle certezze sulle sue relazioni, da una compagna Magri era divenuto padre di Jessica e, per breve tempo, nonno di Emma), fino alla fine, ai due viaggi in Svizzera e al piccolo cimitero di Recanati, nella tomba comune da lui scelta, in cui è seppellito accanto alla moglie Mara. Completano il testo di Oggionni la bibliografia essenziale, primariamente i suoi scritti, poi gli altrui saggi politici e culturali utili a contestualizzarli, e la postfazione di Famiano Crucianelli. Non ci sono indici di nomi e argomenti (che sarebbero stati utili). In copertina la bella lettera scritta a Magri da Sartre nel luglio 1962. Il sottotitolo è la dedica di Magri all’autore, firmandogli il proprio libro più importante, Il sarto di Ulm.

 

Magri risulta molto conosciuto fuori dai confini italiani, la sinistra latinoamericana ed europea fece spesso ricorso al suo contributo, proprio Il sarto di Ulm uscì nel 2009 per Il Saggiatore, ebbe notevole successo in patria ed è stato tradotto in varie lingue, entrando autorevolmente a far parte di apprezzate e citate riflessioni teoriche di pensatori comunisti sulla storia del comunismo nel Novecento. Mentre ne stava completando la stesura morì la moglie Mara Caltagirone(Macerata, 1946 – Roma, 2009), dopo un venticinquennio di amorosa relazione (si sposarono nel dicembre 1991) e tre anni di dolorosa malattia. Magri decise che non poteva, e comunque non voleva, sopravviverle. Avvisando amici e affetti cari, organizzò una sua dolce dipartita dalla vita, la meno cruenta possibile, lasciando più amara l’esistenza di chi prima cercò di dissuaderlo e poi lo pianse, non condividendo la dichiarata convinzione che fosse concluso il tempo in cui Lucio poteva dare e ricevere qualcosa di vitale in mezzo ad altri. Gesti in parte insondabili, in parte strazianti, che meritano sempre rispetto e sobrietà

 

La dignità del vivere e del morire è entrata a fatica, fra noi sapiens non violenti, nella capacità collettiva di ragionare insieme, oltre che di esistere onorevolmente. Dieci anni fa erano abbastanza rari e poco noti all’opinione pubblica i casi di suicidio assistito, anche se alcune decine di cittadini l’anno già andavano “esuli” in Svizzera. Nel dibattito culturale poche personalità riflettevano, inoltre, su testamento biologico ed eutanasia, ve ne risultava qualche timido cenno nelle aule parlamentari. Tutto comunque in linea teorica, visto che erano strumenti non previsti dalla normativa italiana, che nei successivi dieci anni è stata capace di affrontare a fine 2017 solo la previsione del testamento biologico (dopo richiami e ingiunzioni della Corte Costituzionale), ma non l’intera materia, tanto che si sono riproposte varie collegate questioni.

 

Sono almeno duecento i cittadini italiani che ogni anno si rivolgono alle cliniche svizzere (per circa diecimila euro, se accettati); fra il 2018 e il 2019 la Corte Costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità dell’articolo 580 del codice penale, nella parte in cui non esclude la punibilità di chi abbia agevolato l’esecuzione del proposito di suicidio formatosi in autonomia e coscienza; a fine luglio 2019 il Comitato di Bioetica si è pronunciato a grande maggioranza favorevolmente al suicidio assistito; vi sono inoltre state alcune aperture nel mondo religioso, piene fra i valdesi, sulla liceità morale dell’eutanasia (fra gli altri i casi di Welby, Eluana Englaro, Piludu), pur diversa dal suicidio assistito, richiesto comunque sentendosi in vario modo gravemente malati (dopo Magri, i casi di Antoniani dj Fabo, Bertocco, D’Amico, Dominique Velati, Trentini e altri). Se ne è già parlato qui.

 

Proviamo a riassumere in estrema sintesi le differenze fondamentali di alcuni aspetti del drammatico tema contemporaneo del morire, sempre meno consegnato alla biologia e ai suoi ritmi, sempre più affidato alla cura, alla cultura e alle loro opzioni. Vi sono almeno quattro situazioni, diverse tra loro: testamento biologico, accanimento terapeutico, rifiuto di cure (connesso alla cosiddetta eutanasia “passiva”), suicidio assistito (più simile alla cosiddetta eutanasia “attiva”, soprattutto dal punto di vista di chi aiuta o accompagna). Per tutte viene prima il dettato costituzionale: la salute è un diritto fondamentale, il consenso informato dell’interessato rappresenta un riferimento ineliminabile, mancando il quale nessuna attività che riguardi la persona e il suo corpo può essere legittimamente intrapresa. Pur sapendo che non ogni aspetto vitale può essere fissato minuziosamente per legge, soprattutto nel campo delle libertà personali, avrebbe senso una normativa organica e sobria sul fine vita, innanzitutto per dare la possibilità ai soggetti con malattia terminale o gravemente invalidante di vedere riconosciuto il diritto all’autodeterminazione

 

Il testamento biologico è una decisione presa da una persona perfettamente lucida, che indica una “disposizione anticipata di trattamento” ovvero il modo in cui vuol essere trattata in futuro, qualora si trovi in situazioni estreme e sia divenuta incapace. Oggi è stato regolamentato in Italia dalla legge 219 del 22 dicembre 2017. Non coincide con il rifiuto di cure, che consiste in una decisione attuale, non destinata a valere in futuro, presa da una persona consapevole; né, per altri versi, con l’accanimento terapeutico, sempre costituzionalmente inammissibile (per gli espressi invalicabili limiti imposti dal “rispetto della persona umana”), vi sia o no un testamento biologico. Il testamento biologico non affronta, invece, l’eutanasia attiva, quando si provoca la morte di qualcuno, in accordo con la sua volontà, attraverso un atto di qualcun altro (per esempio attraverso l’iniezione di un farmaco), che potrebbe anche risultare, come accennò il cardinal Martini dieci anni fa, “un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte”.

 

Magri decise della propria morte per mano altrui in piena lucidità, gestì da solo tutta la preparazione (anche civile e amministrativa), ribadì in clinica il consenso libero e informato, quale è richiesto dalla procedura medica svizzera (in vigore dal 1942) per la morte volontaria assistita. La sua personale notorietà diede al gesto un rilievo generale e si aprì un dibattito alto, in tutti gli organi d’informazione e nelle conversazioni collettive, accomunato da dispiacere e compassione, sia dei credenti che dei non credenti. Qualcosa si discusse dei significati politico e sanitario della sua “depressione”, dell’evoluzione terrena di vittorie e sconfitte, di solitudini e amori, di speranze e illusioni, di scelte personali e politiche e, poi, ovviamente, molto ci si divise, sia sul piano teologico che sul piano giuridico. Fui parte della vicenda, nemmeno oggi riesco a parlarne con astratto piglio puramente storico, dovremo tornare sul valore e sulle funzioni della vita e delle morti di noi sapiens, individui e comunità. Il tempo di Magri è davvero passato (come lui scrisse nel commiato)? E, d’altra parte, qualche giorno fa la Spagna ha approvato la legge sull’eutanasia, dopo che vari altri paesi europei hanno proprie normative: non è venuto il momento che se ne occupi seriamente anche il Parlamento italiano?

 

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