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Luci sul Nervi. Archeologia Industriale come conoscenza della vita materiale di una comunità

Tornio per sale montate Graffenstaden – Civitanova Marche (foto Moreno Tartufoli)

Tornio per sale montate Graffenstaden – Civitanova Marche (foto Moreno Tartufoli)

di Raimondo Giustozzi

In dialogo

“… E l’uomo e le sue tombe / E l’estreme sembianze e le reliquie / della terra e del ciel traveste il tempo”(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri). “Omnia fert aetas, animum quoque” (Virgilio). “Tutto il tempo ci strappa, anche l’anima”. In un momento di grave crisi sanitaria ed economica, dovuta alla pandemia da Coronavirus in atto ormai da più di un anno con tutte le sue varianti, si è aperto il dialogo su come impegnare al meglio le risorse pubbliche. Luci sul manufatto del capannone Nervi a Porto Recanati? Vale la pena investire soldi per recuperare una struttura che viene percepita da alcuni come un qualcosa di estraneo alla storia della città? Quale il ritorno dell’investimento in termini economici per il territorio? Sono domande aperte alle quali stanno rispondendo in molti. Quanto a me non ho risposte da dare in merito. Mi sento di offrire al lettore solo alcune riflessioni, frutto di letture sull’Archeologia Industriale. Forse qualcosa può orientare nelle scelte o può rimanere come semplice conoscenza.

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha invitato tutti a fare la propria parte in questo momento assai delicato. Sono in pensione da otto anni. Ho insegnato nella Scuola Media, prima in Brianza per vent’anni, poi a Civitanova Marche per sedici anni. Durante il soggiorno in terra lombarda frequentai diversi corsi d’aggiornamento proprio sull’Archeologia Industriale presso la Fondazione Feltrinelli di Milano, l’Istituto di storia della resistenza e del movimento operaio di Sesto San Giovanni. Ricordo con affetto Peppino Vignati, bibliotecario per vocazione dell’istituto. Dopo aver intuito che di lì a poco si sarebbe perso tutto di ciò che era un tempo Sesto San Giovanni con le sue fabbriche: Breda. Falk, Magneti Marelli, Ercole Marelli, si adoperò come non pochi per salvare documenti, fotografie dei diversi archivi esistenti nelle fabbriche suddette e allestire un archivio nell’Istituto. Oggi, chi volesse studiare le grandi fabbriche di Sesto San Giovanni, non può fare a meno del lavoro fatto da Peppino Vignati.

Ovviamente, quando si parla delle grandi fabbriche sestesi come di altre industrie del Nord Italia, dobbiamo tener conto di un’industrializzazione capillare che interessò vasti territori della Lombardia, della Liguria e del Piemonte. Gli storici lo hanno ribattezzato con il termine “triangolo industriale” che si è sviluppato pienamente nel corso degli anni sessanta del secolo scorso. I presupposti di questa accelerazione repentina nascono però già nei secoli precedenti: i forni nelle valli, la cascate dell’acqua alpina che alimentavano mulini, filande, segherie, magli, trafilerie, laminatoi. Le competenze e gli investimenti del capitale fondiario locale si sposarono poi con le competenze e i capitali stranieri: svizzeri, tedeschi che investirono nella nascente industria. Il saggio di Valerio Castronovo, Storia economica d’Italia dall’Ottocento ai giorni nostri, Einaudi 2013, è fondamentale per capire questo snodo.

Anche nell’Italia centrale e meridionale si è sviluppata l’industrializzazione, soprattutto nei fondovalle degli Appennini, da Nord a Sud, seguendo il percorso dei fiumi, nonché lungo le due dorsali dell’Adriatico e del Tirreno. La distribuzione dell’industria in questi territori è stata comunque minore. Un discorso a parte merita forse la città di Terni, in Umbria, nata in un preciso contesto storico proprio come città fabbrica (Company Town). Esempi di città fabbrica ce ne sono nel Centro Sud. Iesi, vicina al corso del fiume Esino, era considerata come la piccola Milano delle Marche. Alcuni la paragonavano a Manchester, per la presenza di manifatture disseminate nel territorio, alcune delle quali riconvertite ad altro uso.

Scafa, in provincia di Pescara, per anni è vissuta in tutt’uno con l’Italcementi, la grande fabbrica che dava lavoro a migliaia di operai, provenienti anche dai paesi vicini. Il comune conta solo quattromila abitanti. Le ore della giornata erano scandite dal suono della sirena e dai turni di lavoro degli operai e delle maestranze dello stabilimento. “Il primo suono della sirena era alle sei meno venti con due suoni, un altro alle sei, uno alle sette, uno a mezzogiorno, un altro paio di suoni alle quattordici meno venti ed infine l’ultimo alle quattordici. Il paese, non solo gli operai e le loro famiglie, viveva in rapporto con questi richiami che scandivano i tempi della giornata. A’ sunàte mezziùrne? Ancòre sòne la sirene delle ddù” (Gianfranco De Luca, Gabriella Di Giandomenico, Nella Martino, Scafa 50 anni, storia e tradizioni, pag.182, Ceio Edizioni di Scafa, Pescara, 20 dicembre 1998). Traduzione: Ha suonato mezzogiorno? Ancora suona la sirena delle due? Oggi il cementificio è chiuso. Tutta l’area occupa circa i due terzi del centro storico cittadino. Non c’è ancora, dopo dieci anni, nessun progetto di recupero o di riconversione. Gli storici dell’Archeologia Industriale chiamerebbero tutta l’area in questione “cintura di ruggine”, come per le grandi città industriali.

 

Definizione di Archeologia Industriale.

L’archeologia industriale è ricerca, osservazione, interpretazione, tutela dei resti fisici lasciati dall’industria nel territorio. E’ osservazione di oggetti e si avvale per definizione di un metodo di ricerca interdisciplinare che comprende la lettura del “Monumento Industriale”. Dal punto di vista della storia economica, tecnologica, sociale, dell’arte e dell’architettura, “Monumento Industriale” può essere un opificio, una macchina, ma anche infrastrutture come ponti, canali, dighe, linee ferroviarie, strade, villaggi operai, semplici modificazioni del paesaggio e del territorio provocate dalla presenza e dalle esigenze dell’industria.

Nell’opinione pubblica e più in quelle aree che hanno conosciuto un debole processo industriale rispetto ad altre aree dove il fenomeno ha lasciato molte tracce, basti pensare alla Lombardia, regione leader della prima industrializzazione, stenta a farsi strada l’idea che l’archeologia non è solo la scienza che studia i resti delle civiltà antiche, ma anche quelli dell’industria, nonostante quest’ultima sia un prodotto della storia degli ultimi cento anni. E’ anche vero che l’archeologia industriale è una scienza, sempre che così si possa chiamare, nata solo di recente. La sua storia inizia in Inghilterra nella prima metà degli anni cinquanta ed in Italia è ancora più giovane. Risale solo al 1977 la fondazione a Milano, di una società italiana per l’archeologia industriale.

Anche la storiografia più recente, in particolare quella che trae ispirazione dagli storici francesi degli Annales, ha favorito, presso un pubblico sempre più vasto, l’interesse verso questa nuova scienza. E questo è un bene. Se la storia non è più considerata solo come un insieme di fatti i cui protagonisti sono i grandi personaggi, ma come “storia totale” che comprende e considera ogni campo della attività umana, lo storico deve analizzare ogni cosa che reca l’impronta dell’uomo, gli appartiene, gli serve, lo esprime, ne dimostra l’attività, i gusti ed i modi.

La storia quindi, per questa nuova corrente di pensiero, la si può scrivere anche senza documenti scritti se non ci sono, ma con parole, segni, paesaggi, tegole, forme del campo, erbacce, con le eclissi di luna e gli attacchi dei cavalli da tiro, con oggetti, utensili, abitazioni, abbigliamento, tecniche di produzione, monumenti storico industriali, prezzi del grano, malattie, carestie, pestilenze, con tutte le costrizioni materiali che gravano sulla vita dell’uomo ed alle quali lo stesso oppone una risposta che è appunto quella della cultura materiale. E’ sull’onda di questo taglio storiografico dato al “fatto storico” che sono sorti i musei delle tradizioni ed arti popolari, quelli della civiltà contadina, della seta, del cappello, del legno, della scarpa e di tutte quelle attività che hanno caratterizzato un territorio e la società che vi si è sviluppata.

Il territorio di Civitanova Marche non possiede grandi “monumenti industriali” degni di questo nome, eppure la cittadina ha ospitato in un passato non lontano: una fabbrica di bottiglie, la SACMC (Società Costruzioni Meccaniche Adriano Cecchetti), diventata poi SGI (Società Gestione Industriale), conosciuta da tutti come la “Cecchetti”. Civitanova Marche, per più di cinquant’anni è stata anch’essa una Company Town, in sintonia con la fabbrica Cecchetti (SACMAC), Società Costruzioni Meccaniche Adriano Cecchetti, poi SGI Società Gestioni Industriali. A mezzogiorno, la nazionale, via De Amicis, diventava il palcoscenico di un rito che si ripeteva quotidianamente. Chi aveva fatto il turno alla “Cecchetti”, inforcata la bicicletta, sfrecciava in direzione Fontespina per consumare il pranzo. Chi aveva il turno al pomeriggio e veniva da Fontespina, superata la curva sul ponte del Castellaro, pigiava sui pedali con forza per superare la leggera salita che porta al bivio San Marone e da qui, con la svolta  a sinistra, lungo la via Cecchetti per entrare in tempo prima che il  fischio della sirena annunciasse l’inizio del turno pomeridiano. Era un nugolo di tute blu, ruote che giravano vorticosamente, tubolari che quasi sibilavano sull’asfalto, un parlottare colorito e vivace tra quanti si salutavano frettolosamente ed una folata di vento che significava giovinezza, lavoro ma tanta operosità.

Della fabbrica non è rimasto più nulla, ma alcuni importanti servizi ad essa collegati sono rimasti. Basti pensare alle case operaie Cecchetti di via Parini, all’asilo Cecchetti, ora sede della “Casa della Carità don Lino Ramini”, completamente ristrutturato al suo interno mentre l’esterno è rimasto qual era, all’edificio nel quale un tempo erano gli uffici dell’INAIL, per diversi anni occupato dal Liceo Toscanini. Il tornio per sale montate, uscito nel 1862 dalla fabbrica di Graffenstaden, un ridente paesino della Lorena, poco distante da Strasburgo, in funzione per oltre un cinquantennio nella fabbrica Cecchetti, recuperato grazie all’intervento dell’imprenditore Giuseppe Faggiolati, giace per il momento in un angolo non ancora edificato, dove un tempo c’era il magazzino della SACMAC, in attesa del museo cittadino.

L’area dietro alla stazione ferroviaria, ora adibita a parcheggi, era ricca di manufatti legati alla prima industrializzazione della cittadina: fabbrica di bottiglie, fonderie e la fornace Ceccotti. Ora è estremamente difficile leggere visivamente ed immaginare l’intero complesso della Ceccotti, peggio ancora il fabbricato della fabbrica delle Bottiglie dove era direttore Ambrogio Faccio, papà di Sibilla Aleramo, al secolo Rina Faccio. Il vecchio forno fusorio, con l’alta ciminiera e gli altri forni di ricottura sono andati distrutti nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Molti resti fisici della fornace Ceccotti, le “gambette”, dove si mettevano ad essiccare i mattoni, ancora esistenti attorno al manufatto, sono coperti da una fitta vegetazione, da materiali inerti, da capannoni nati successivamente e da abitazioni situate nell’area nord – ovest, a ridosso della via Marconi che porta alla stazione. La fornace in questione è stata costruita nel 1921 da Balduino Ceccotti. Produceva mattoni, tegole e coppi. Tutto il complesso era di notevoli dimensione, basta vederne oggi i resti. I numerosi corpi di fabbrica ospitavano le varie fasi del processo produttivo: formatura, essiccazione, cottura e stoccaggio. Non mancavano poi spazi adibiti a funzioni amministrative e residenziali. La struttura era in laterizi, la copertura del tetto in legno. Il forno Hoffman, del tipo a teste mozze, è lungo sessantacinque metri, il rivestimento esterno è in argilla. La fornace garantiva lavoro a circa centocinquanta famiglie; nel 1946 aveva una produzione giornaliera di ben ottantasette mila mattoni e questo è continuato fino al 1980, quando è iniziato il periodo irreversibile della sua crisi. Dal 1980 ad oggi si sono succeduti diversi progetti per il recupero di tutta l’area ma senza arrivare ad alcunché. Discorso a parte merita poi la lavorazione dell’argilla, prima e dopo l’avvento dell’industrializzazione.

 

La lavorazione dell’argilla nella fornace, prima e dopo la produzione industriale

 

La lettura del “Monumento Industriale”, e di ciò che ne resta, rimanda ad uno studio della produzione nelle sue diverse fasi di lavoro, al ruolo della macchina nel processo produttivo, all’architettura della fabbrica, alle condizioni di vita degli operai.

 

I resti di una fornace abbandonata sono segni di una vicenda umana e la loro presenza, ancora oggi parlante, contribuisce a ricostruire, anche nei dettagli, fasi di lavoro, ambiente e condizioni di vita. Il terreno argilloso, materia prima della lavorazione, prima dell’avvento dell’industrializzazione, veniva liberato manualmente dal manto erboso e squadre di operai, solitamente corrispondenti a nuclei familiari, compresi anche i ragazzi, scavavano l’argilla sottostante per una profondità di due o tre metri. Questa operazione, chiamata escavazione, avveniva nei mesi autunnali. L’argilla scavata veniva ammucchiata in un canto e lasciata all’aperto. In questo modo, l’argilla, esposta alle intemperie dei fenomeni atmosferici, si liberava di tutto il silicio in eccesso, acquistando così la plasticità, condizione fondamentale perché la stessa potesse acquistare più malleabilità.

 

In primavera, dai cumuli preparati durante l’inverno, gli uomini zappavano di volta in volta il quantitativo di argilla che serviva durante la giornata di lavoro. Si zappava e si bagnava più volte il materiale perché riprendesse l’elasticità persa durante la fase di ibernazione. Successivamente, l’argilla prelevata veniva di nuovo ammucchiata per essere pestata con attrezzo, oppure più spesso con i piedi, lavoro quasi sempre eseguito dai ragazzi e  dalle donne. Se l’argilla risultava troppo porosa, si aggiungeva argilla più fine allo scopo di renderla più consistente; se era troppo fine veniva mischiata con altra più grossa.

 

Il formista, un uomo addetto alla modellatura di mattoni e tegole, riempiva d’argilla alcune cassette di legno fornite di manici sporgenti che servivano, una volta impugnati, per capovolgere la forma e farne mattoni, tegole o coppi. Il lavoro del formista consisteva poi nell’asportare dalla cassetta di legno l’argilla in eccesso, farne uscire la forma richiesta, ripetendo l’operazione per centinaia di volte al giorno. I mattoni crudi venivano lasciati ad essiccare per una quindicina di giorni su appositi sostegni chiamati “gambette”, riparati dall’azione degli eventi atmosferici con stuoie di paglia. I mattoni ancora crudi, accatastati in pacchi regolari detti “cobbie” venivano disposti attorno al forno, protetti dalle falde del tetto, in attesa di essere introdotti per la cottura.

 

Il fuochista o “cobbiettaro” prelevava i pacchi di mattoni essiccati e li calava all’interno del forno che aveva una struttura piramidale, detta anche “a pignone”. Accatastati uno sopra l’altro, i mattoni assumevano la forma di una grossa piramide. La camera di combustione era posta alla base ed era alimentata dal fuoco a legna. Questo sistema di cottura presentava degli inconvenienti. I mattoni a volte non risultavano cotti in modo uniforme, per cui si richiedeva una nuova cottura dei pacchi di mattoni. Il forno poi, al termine della cottura delle “cobbie” doveva essere quasi del tutto smantellato per permettere l’estrazione dei materiali cotti: mattoni, tegole o coppi. Queste lunghe soste dovute ai tempi di cottura non permettevano una produzione costante, rilevante e di qualità.

 

Una solta decisiva nella produzione dei laterizi si è avuta con l’avvento del forno Hoffmann, ideato dall’architetto prussiano Frederich Hoffmann che lo mise in funzione per la prima volta nel novembre del 1855. Il forno, in origine a struttura circolare, era basato sul principio del fuoco continuo con recupero di calore. I materiali da cuocere venivano posti in una galleria circolare, che successivamente assunse una forma allungata coperta da una volta. Nel muro esterno venivano praticate delle aperture che servivano per inserire o togliere i materiali, cioè come si usava dire, per “infornaciare” e “fornaciare”. Nella volta della galleria erano praticati dei fori, tenuti chiusi con coperchi di ghisa, attraverso i quali si introduceva il combustibile, di solito carbone macinato. Le camere di combustione erano collegate ad un unico collettore centrale, in comunicazione diretta con il camino di tiraggio dell’aria; alcune valvole consentivano di immettere o di togliere aria calda a seconda che si fosse nella fase di riscaldamento o di raffreddamento.

 

La struttura del forno Hoffmann era completata dalla ciminiera, che, nel brevetto originario con il forno a pianta circolare, era prevista in posizione centrale, poi con le modifiche successive, venne posta in posizione laterale oppure in testa al forno. Le falde del tetto erano particolarmente larghe, tanto da formare attorno alla galleria di cottura un vero e proprio porticato che serviva per riparare i laterizi in attesa della cottura.

 

I vantaggi arrecati dall’adozione del forno Hoffmann furono notevoli. Si ebbe una migliore qualità del prodotto che poteva cuocere in modo uniforme grazie alla regolare diffusione del calore. La produzione era più continua e gli operai potevano lavorare con ritmi più spediti. Il lavoro del fuochista, tanto importante ai fini dell’esito finale, era ora meno ingrato rispetto alle fornaci antiche. Il forno Hoffmann fu via via perfezionato con l’applicazione di accorgimenti di varia natura. Si cominciò col tagliare le teste del forno, in corrispondenza degli angoli di curva ellittica, per caricare da lì i pacchi di mattoni. La volta a botte della galleria di cottura fu sostituita da una volta piana che consentiva di recuperare spazio e di inserire più comodamente i pacchi rettangolari.

 

La struttura del forno subì poi un altro stravolgimento quando fu messo in pratica il concetto di camera di cottura fissa nella quale venivano introdotti i mattoni caricati sui vagoncini, rimanendoci quanto bastava per portare a termine la cottura. I vagoncini furono ampiamente adottati anche per il trasporto dell’argilla dalle cave alla fornace. All’inizio i vagoncini erano a trazione umana o trainati dagli animali, sostituiti poi da quelli a scartamento ridotto, trainati, nelle aziende più grandi, da motori diesel. La produzione di argilla avveniva anche in posti lontani dalla fornace stessa. Se c’erano in un appezzamento di terreno, di propria proprietà, ricchi giacimenti di argilla particolarmente buona, non era raro osservare il contadino che, munito di trattore cingolato con la pala meccanica, cavava dal terreno grossi cumoli di argilla che, prelevata poi dai camion, prendeva la via della fornace.

 

L’evoluzione tecnologica del settore non si fermò solo al forno Hoffmann. Non vanno dimenticati i progressi fatti nel campo della modellatura vera e propria del mattone; la prima macchina per la trafilatura meccanica dell’argilla fu presentata a Londra nel 1851, ma solo molto più tardi, naturalmente, fu utilizzata in Italia. Nel secondo dopoguerra il processo di evoluzione tecnologica continuò incessantemente, applicato a tutte le fasi della produzione: dagli essiccatori industriali, all’imballaggio, fino all’adozione del nastri trasportatori per la movimentazione del materiali.

 

 

 

Curiosità: le fornaci nel parco delle Groane.

Le Groane sono un territorio di brughiera di particolare interesse geologico, costituito da ripiani argillosi “ferrettizzati” che rendono l’ambiente particolare. Devono il loro nome, infatti, proprio al terreno duro e poco coltivabile. L’esercito austro ungarico utilizzava parte del territorio per le proprie esercitazioni militari. Le carte topografiche, disegnate dal cartografo Giovanni Brenna, attivo in Lombardia nella seconda metà del 1800, ne sono una documentazione preziosa. Questo tipo di terreno, tuttavia, rappresentò, e in parte rappresenta ancora, un’attività industriale. Infatti l’uomo nel corso della storia aprì cave per l’estrazione dell’argilla, che può essere lavorata, impastata, modellata, essiccata e cotta in fornaci. Le fornaci sorsero così alle porte di Milano dal 1700 in poi, sul luogo dei “giacimenti”. Nel dopoguerra se ne contavano ben 21, negli anni ottanta erano 7; oggi solo 2 fornaci rimangono in piena attività: la “Produzione Commercio Laterizi” di Limbiate e la “Enrico e Cesare Giussani” a Cesano Maderno.

Il territorio delle Groane è stato trasformato in un parco regionale della Lombardia, istituito nel 1976, posto a Nord Ovest di Milano. Occupa una superficie di 8.200 ettari a un’altezza sul livello del mare compresa tra 160 e 300 metri. Il territorio è caratterizzato dalla presenza di “groane”, ovvero di brughiere, da qui il nome. Dal 21 dicembre 2017 ha inglobato il parco della Brughiera Briantea. Comprende parte dei comuni di Arese, Bollate, Bovisio- Masciago, Cabiate, Cantù, Carimate, Carugo, Ceriano Laghetto, Cermenate, Cesano Maderno, Cogliate, Cucciago, Figino Serenza, Fino Mornasco, Garbagnate Milanese, Lazzate, Lentate sul Seveso, Limbiate, Mariano Comense, Meda, Misinto, Novedrate, Senago, Seveso, Solaro, Vertemate con Minoprio.

Condizioni  e mansioni di lavoro nella fornace.

“Nella fornace le mansioni erano distribuite in modo abbastanza rigoroso, a seconda anche dell’esperienza maturata dai singoli lavoratori. Quelle del fuochista o del “cobiettaro”(colui che disponeva i mattoni all’interno del forno), erano attività molto ambite, perché comportavano salari più alti. I lavori più umili erano riservati alle donne, mentre i ragazzi erano adibiti ai collegamenti e alle attività tecnicamente più semplici. Molti di loro iniziavano a lavorare fin da piccoli, per contribuire al bilancio famigliare, tanto che nei comuni ad alta densità di fornaci si lamentava che queste sottraessero troppi minori alla frequenza della scuola. Spesso i genitori affidavano i loro bambini a dei mediatori che li conducevano a lavorare nelle fornaci dal primo aprile fino a San Michele, il 29 settembre; si diceva infatti che “a san Michè si lava i pé”, cioè si lavavano i piedi per l’ultima volta prima del sospirato ritorno a casa.

Anche i parroci avevano motivo di lamentarsi, perché il lavoro nelle fornaci, spesso in funzione anche alla domenica, teneva lontani gli operai dalle celebrazioni liturgiche. Questa attività lavorativa non era esente da ripercussioni negative sul fisico degli operai, sottoposti com’erano a costante contatto col fango, con la polvere, con i fumi della combustione e con il calore del forno; l’alimentazione, per di più, solitamente insufficiente, non sosteneva adeguatamente tale genere di vita. La pelle dei fornaciai al lavoro era letteralmente ricoperta di polvere d’argilla, che penetrava nei pori, ostacolando la necessaria traspirazione. I fornaciai si si sottoponevano a frequenti lavaggi, usando anche l’acqua fredda dei fossi, con la conseguenza di essere colpiti da congestioni.

Tra la seconda metà dell’ottocento e i primi decenni del nuovo secolo, si organizzarono anche i primi insediamenti stabili per l’alloggio degli operai delle fornaci. Il passaggio da una conduzione di tipo familiare a strutture produttive più grandi ed esigenti in fatto di manodopera, aveva infatti richiamato presso le fornaci un certo numero di lavoratori provenienti anche da altre regioni. Dai primi insediamenti precari, che venivano smantellati alla fine della stagione lavorativa, si passò alla costruzione di case in muratura che consentivano ai lavoratori di trovare una sistemazione stabile e di entrare a far parte della nuova comunità” (Domenico Flavio Ronzoni, Dai campi alla fabbrica alle origini della Brianza Industriale, pag. 78, Bellavite Editore,  Missaglia,  Como 1994). In questo modo in molte località del territorio brianteo si vennero formando frazioni che assumevano il nome di Fornaci, come nel caso del comune di Inverigo o Fornacette, in quello di Briosco. Sempre a Briosco, nel 1867 il villaggio dei mattoni, contiguo alla fornace Consonni, famiglia originaria della Svizzera e proprietaria nel 1856 di una fornace di rispettabili dimensioni, diventava ufficialmente frazione del comune di Briosco. Le carte topografiche di Giovanni Brenna (Milano 1781 – Milano 1854), primo tenente ingegnere geografo, in servizio presso l’Impero Austro Ungarico, sono documenti unici per la ricerca storica sul paesaggio nelle sue persistenze e trasformazioni intervenute nel corso dei secoli successivi nella Lombardia. Contengono informazioni preziose che vanno confrontate con altre fonti per ricostruire la storia del passato.

Nel nostro territorio, che esistessero molte fornaci, è documentato dai resti che si possono osservare direttamente. E’ il caso della fornace Antonelli di Potenza Picena, ridotta ad un rudere pericolante. Esiste però poco lontano la frazione Casette Antonelli, costruite dal proprietario della fornace omonima per i propri operai. A Civitanova Marche, di lato alla pista ciclo pedonale, che dalla città bassa sale alla città alta, la ciminiera è ciò che resta della vecchia fornace, che ha conosciuto in tempi diversi molti proprietari. La fornace produceva mattoni, coppi e anche vasellame, ma già nel primo decennio del Novecento aveva ridotto di molto la propria attività. L’altra fornace è quella fondata da Arduino Ceccotti. Se non si interviene in qualche modo, tra poco non resterà nulla.

 

Bibliografia

 

  1. Monti, P. Brugè, Archeologia industriale nelle Marche. L’Architettura, Regione Marche – Assessorato alla cultura, servizio beni e attività culturali, Ancona, 2001, 176 p., s.i.p.
  2. Domenico Flavio Ronzoni, Dai campi alla fabbrica alle origini della Brianza Industriale, Bellavite Editore, Missaglia,  Como 1994. 
  3. VV. Campagna e industria. I segni del lavoro, Touring Club Italiano, Milano 1981.
  4. Edoardo Bricchetti, l’Archeologia Industriale nelle Groane, Casa editrice: Parco delle Groane Ente di diritto pubblico, 1986
  5. Edoardo Bricchetti e Massimo Negri, L’archeologia Industriale nella scuola, Assessorato alla cultura del comune di Brescia, Gennaio 1978.
  6. Giovanni Brenna, Paesi, pilastrelli e … imperatori, diciannove carte topografiche nella Brianza del regno Lombardo – Veneto, Milano, maggio 1987. (I pilastrelli sono le pietre miliarie che venivano messe ad intervalli regolari lungo le strade romane che attraversavano la Brianza. Nel comune di Giussano, città nella quale ho abitato dal 1977 al 1996) esiste ancora la cascina Mié; prendeva il nome dal cippo miliario della contigua strada romana che da Milano arrivava a Como.

 

 

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