bacheca social

FAI UNA DONAZIONE





Sostieni questo progetto


DONAZIONE

A tutti i nostri lettori . Andremo dritti al punto: vogliamo chiederti di proteggere l’indipendenza dello Specchio Magazine. Dipendiamo da donazioni di 10 € in media ma solo una piccola percentuale dei nostri lettori ci sostiene. Se tu e tutti coloro che stanno leggendo questo avviso donaste 10 €, potremmo permetterci di far crescere l’Associazione lo Specchio e le sue attività sul territorio. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è il prezzo di una colazione o di una rivista nazionale. Questa è la maniera più democratica di finanziarci. Con il tuo aiuto, non negheremo mai l’accesso a nessuno. Grazie.
aprile: 2021
L M M G V S D
« Mar   Mag »
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
2627282930  

Ll’indrighi … e le pasciò’ Sonetti in vernacolo civitanovese

Promessi Sposidi Raimondo Giustozzi

Il libro di Sandro Bella, finito di stampare nel mese di novembre 2010, contiene novantuno sonetti in dialetto civitanovese, distribuiti all’interno di ventuno piccoli paragrafi, che raccolgono i temi, i personaggi e le situazioni più importanti de I Promessi Sposi, l’immortale romanzo di Alessandro Manzoni. Da “Lisander”, a Sandro, così era chiamato familiarmente Alessandro Bella dagli amici. Bello il sonetto finale “A Sòr Lisà” una sorta di captatio benevolentiae, che chiude la fatica affrontata.

“Messère, o sor Lisà:… me scuseréte / se cco’ ‘ste rime io me so’ permesso / de scrie ‘ssa storia vostra, de successo, / co’ lo dialetto a mme che più combète. // Però la mia de semblice, sapéte? / No’– come quella vostra che c’è spesso / u’ n- zacco d’addre còse vèlle apprèsso, / Bèh, ognuno a mmodo sua. Me capiscéte! // Ma ci- agghjo mésto ll’ànema pe’ scrie / e ffatto ‘llo che sso’ potuto fa’, / cerchènne pure de  no’ n- di’ vuscìe. // Piaciuta o no’ m- piaciuta, bèh, paciénza! / Sin caso la risposta la darà… / li pòsteri!… Ch’è “ll’ardua sendènza!” (Sandro Bella, Ll’indrighi e le pasciò, pag. 149, novembre 2010, Civitanova Marche).

Traduzione: “Signor Alessandro: mi scuserete / se con queste rime io mi sono permesso / di scrivere questa vostra storia di successo, / con il dialetto che più mi compete. // Però la mia è semplice, sapete? / Non come quella vostra dove c’è spesso / un sacco di altre cose belle appresso, / Beh!, ognuno fa a modo sua. Mi capite! // Ma ci ho messo l’anima per scriverla / e ho fatto quello che ho potuto, / cercando anche di non dire bugie. // Piaciuta o non piaciuta, beh, pazienza! / Nel caso la risposta la darà.. / Ai posteri, l’ardua sentenza”.

L’elegante volumetto è reso ancora più bello da ventotto tavole disegnate dal pittore civitanovese Nicola Fioretti, “facendo ricorso alla sua tecnica mista, un insieme di segni in china e pennellate acquerellate, lievi e vigorose insieme…” (Vittorio De Seriis, ibidem, pag. 8). Una nota introduttiva del sindaco di allora, dott. Massimo Mobili, invita il lettore a gustare il libro scritto da Alessandro Bella. Franco Brinati riassume in tre paginette l’importanza della fatica letteraria affrontata da Sandro: “La bravura di Bella è stata di trovare nel dialetto le parole e le frasi più adatte per rendere situazioni complesse, esercizio agevolato dalla perfetta conoscenza che egli ha “de lo porto” (Franco Brinati, ibidem, pag. 5).

Questi i paragrafi del libro: Ne’ r- Milleseicendo…, le pasciò’ de don Abbondio, Agnese, Renzo e Lucia, fra Cristoforo e don  “Rodrigo, u’ n- indrigato sposalizio, la fuga, lla “Signora”, lli du’ cugini: lo conde Attilio e don Rodrigo, le traverzìe de Renzo, ‘llo torméndo de don Rodrigo, li spagnòli. Ll’Innominato, Borromeo, lo cardinale, Renzo, indando…, la caristìa, la peste e ll’invasiò, tandi fatti, Renzo rettròa Lucia, fra Cristoforo sciòje ‘llo voto de Lucia, finisce la peste, Renzo sistema ‘lla faccènna de ‘llo sposalizio, finarmende sposati (Amor omnia vincit), a sor Lisà.

I Promessi Sposi, il primo esempio di romanzo storico della letteratura italiana, è ambientato tra il 1628 e il 1630, in Lombardia, durante il dominio spagnolo. C’è una data precisa che dà il via a tutta la vicenda, la sera del 7 novembre 1628, quando, don Abbondio, parroco di un paesino nei dintorni di Lecco, ritornando da una passeggiata verso la canonica, viene avvicinato da due bravi, soldatacci al servizio di don Rodrigo. Intimano a don Abbondio di non azzardarsi a celebrare il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, se ci tiene alla vita. E’ l’inizio del romanzo. Le pasciò sono le pene, le passioni di don Abbondio, ma anche di Renzo, Lucia, Agnese. La carestia, la peste, l’invasione dei Lanzichenecchi sono gli altri fatti storici che fanno da cornice all’intera vicenda. Gli intrighi sono gli imbrogli commessi dai potenti di turno a danno dei poveri. Fra Cristoforo, il confessore di Lucia, si alza in difesa dei suoi assistiti. Il cardinale Federico Borromeo, in visita pastorale ad un paesino vicino al castello dell’Innominato, è l’occasione per la liberazione di Lucia e per la conversione del triste ribaldo. Al termine del romanzo, tutto si ricompone. I due sposi promessi coronano il loro sogno d’amore. Dio c’è anche per i poverelli. E’ la frase che Lucia ripete spesso nel corso del romanzo. Il male viene sconfitto e il bene trionfa perché: “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande”.

Il primo sonetto del libro fa da cornice a tutta la storia: “Su ppe’ ‘lle varze de ‘lli dòrgi mondi / specchjandi su ‘llo lago cuscì vvèllo, / c’era, i’ m-pennènza, tra mille orizzondi, / u’ m- piccolo e tranguillo paesèllo, // de quéssi che cce sta’ su li raccondi, / da  ll’ardo dominati da ‘n – gastèllo, / do’ regna li misteri più profondi / e ddò’ se ‘ndriga pure ‘che tranèllo. // La storia, infatti, parla de ‘n – indrigo / a danno de du’ àneme ‘nnocéndi, / da parte de … de u’ n- certo don Rodrigo; // ch’eppò’ a cussù, che tando commannava / de èsse’ ‘m- bò’ de quelli prepoténdi, / no’ n- g’èra mae gnisciù chj lo ddomàva” (Ibidem, pag. 13).

Traduzione: “Su per le balze dei dolci monti / che si specchiano sul lago così bello, / c’era a  metà strada, tra mille orizzonti, / un piccolo e tranquillo paesello, // di quelli che stanno sui racconti, / dall’alto dominati da un castello, / dove regnano i misteri più profondi / e dove si intriga pure qualche tranello. // La storia, infatti, parla di un intrigo / a danno di due anime innocenti, / da parte di.. di un certo don Rodrigo, // un tipo che tanto comandava / da essere un po’ di qui prepotenti, / non c’era mai nessuno che lo domava”.

I monti sono quelli che si innalzano dietro la città di Lecco, tra tutti,  il Resegone, una vetta che si snoda per tutta la sua estensione a forma di sega. Il fiume Adda si restringe e lascia dietro di sé il ramo del lago di Como, per scorrere rapido verso la Brianza  Se c’è un territorio che ho imparato ad apprezzare durante i venti anni trascorsi a Giussano (Mb) è proprio quello di Lecco con i tanti luoghi manzoniani descritti nei Promessi Sposi. L’angolo forse più intatto e romantico è quello che fa capo a Pescarenico, la frazioncina adagiata sulle rive dell’Adda, poco lontana dal Ponte Azzano Visconti. Ricordo una visita fatta nel tardo pomeriggio di una primavera inoltrata di tanti ma tanti anni fa. Ero con mia moglie, mia figlia e una professoressa, amica di famiglia. Il sole stava tramontando dietro la Grigna e disegnava scaglie d’oro sulla superfice dell’acqua. Coppie di innamorati, mano nella mano, passeggiavano noncuranti degli altri. Nell’area del piccolo approdo, alcuni artisti di strada, trampoli ai piedi, provavano non so che cosa. Si sa che certi momenti della nostra vita ci rimangono impressi nella memoria. Non posso non ricordare poi la visita fatta alla presunta casa di Lucia, alla chiesetta del villaggio, con la vicina torre campanaria, al palazzotto di don Rodrigo, al convento di Pescarenico, al presunto castello dell’Innominato poco lontano da Calolziocorte, al lago di Garlate e ad altri luoghi manzoniani.

Don Abbondio non era nato con un cuore da leone”, scrive Manzoni, ma questo non implica una condanna della persona. Anche Sandro Bella fa il paio con il grande scrittore lombardo. Dopo l’incontro con i bravi, don Abbondio ci mette un po’ di tempo per raccapezzarsi ma ne esce: “Cuscì quanno se ne reddìa ‘mbochetto / che quelli due se l’era mo’ squajàta, / rognecava, co’ n- voce trafelata: / “… Ma proprio a mme è venuti a pià de petto? // Che faccio, addè? Ghjà me l’ha candata! / S’io li spòso, me dà ‘na schjoppettata! / A dillo a Renzo?… E’ mmèjo che mme ‘spètto! // Po’’ scì, je vaco a ddì’ che no’ lo sposo! // ‘Ssa còsa no’ gne la pòzzo dì’ / perché pur’isso è ‘n- tipo ‘m- bò … focòso! // E dditto quésso, a java de filato / a casa a fasse dà’ ‘n- vécchjé de vì / de la Perpetua, e rpià’ mmoccò de fiato” (Ibidem, pag. 17).

Traduzione: “Così quando si rendeva un poco conto / che quei due se l’erano squagliata, / brontolava, con una voce affannata. / “… ma proprio me son venuti a prender di petto? // Ora che faccio? Già me l’hanno cantata! / Se io li sposo, mi danno una schioppettata! / Dirlo a Renzo?… E’ meglio che aspetto! // Poi, sì, vado a dirgli che non lo sposo! / Questa cosa non posso dirgliela / perché anche lui è un tipo un po’ focoso! // E detto questo, andava di filato / a casa a farsi dare un bicchiere di vino / da Perpetua, e riprendere un po’ fiato”. Quale sarà stato il vino fatto trovare sul tavolo da Perpetua per il suo padrone? Sarà stato senz’altro ul Pincianell, il vino a bassa gradazione alcolica quale si ricavava un tempo nelle vigne e nei filari della vecchia Brianza. Oggi, una tale produzione è assicurata solo sui terrazzamenti di Montevecchia, amena località che si affaccia sulla valle del Curone. Nei ristorantini del paese si accompagna quasi sempre ai formaggi caprini. Oggi, forse per la pandemia in atto, sarà tutto chiuso.

All’indomani del proprio matrimonio, Renzo si presenta tutto baldanzoso davanti al curato. “Passa la notte. Essènne mattutino, / se presendava avandi a lo curato / tutto condèndo Renzo Tramajino, / e s’era tutto quando scappellato; // anzi, facènne pure u’ n- vèll’inghino / ch’adèra, allora, vè’ cunziderato, / je ‘ngumingìa a parlà’ piuttosto fino / pe’ ffa ccapì che dèra ‘mbò’ ‘ducàto. // Sùbbeto Renzo, senza tand’attesa, / je dice: “… Sòr curato, so’ venuto / qua pe’ ssapé che ògghj, su ‘sta Chjesa, // a che ora c’è lo sposalizio mia, / secondo quell’accordo ghjà ‘vvenuto / ‘llo jòrno che statiàmo co’ Lucia” (Ibidem, pag. 19).

Traduzione: “Passa la notte. Al mattino, / si presentava davanti al curato / tutto contento Renzo Tramaglino, / e si era tutto quanto scappellato; // anzi, facendo anche un bello inchino / che era, allora ben considerato, / incominciava a parlare piuttosto fino / per far capire che era un po’ educato. // Subito Renzo, senza aspettare tanto, / gli dice: … Signor curato, sono venuto / qua per sapere che oggi, in questa chiesa, // a che ora c’è il mio sposalizio, / secondo quell’accordo già avvenuto / il giorno che stavamo con Lucia”.

Quel “Matrimonio non s’ha da fare né oggi né mai”, avevano detto i bravi a don Abbondio. Il curato si difende, parlando di impedimenti, di superiori e di altro, il tutto condito in latino, lingua che Renzo non capisce. Il nostro esce di casa a testa bassa e incontra per caso Perpetua che gli parla di prepotenti e di birboni. Il giovane ritorna di corsa in canonica, affrontando di nuovo il curato.

“Fora lo nome! (Co’ n- u’ n- forte strillo). / E don Abbondio avènne mmo’ capito / che Perpetua l’adèra ghjà tradito, / sta zitto, je sapia fadiga a dillo. // Ma Renzo fa la finda de ferillo, / e lo curato, tutto ‘mbaurito; / .. E’… è don Rodrigo, che cce s’è ‘nvaghito! / Renzo, allora, zombàva comm’ u’ n- grillo. // E jènne verzo casa de fugato, / co’ ll’ànemo che c’ia su ‘llo momendo, / a don Rodrigo, beh!… ll’avria ‘mmazzato. // Quandi pensieri neri je vinia! / Lo conzolava ‘m- bò’ ‘llo sindimendo / che cce statìa tra isso e tra Lucia” (Ibidem, pag. 24).

Traduzione: “Fuori il nome! (con una forte strillata). / E don Abbondio, avendo allora capito / che Perpetua l’aveva già tradito, / stai zitto, gli sapeva fatica a dirlo. // Ma Renzo fa  finta di ferirlo, / il curato, tutto impaurito; / .. E’… è don Rodrigo che si è invaghito! / Renzo allora saltava come un grillo. // e andando verso casa di gran corsa, / con l’animo che ha sul momento, / avrebbe ammazzato don Rodrigo. // Quanti pensieri neri gli venivano! / Lo consolava un po’ il sentimento / cosa c’era tra don Rodrigo e Lucia”. Tra Lucia e don Rodrigo non c’era nulla. Era solo una mascalzonata commessa dal prepotente signorotto del luogo ai danni di Lucia. Il tutto faceva capo ad una scommessa fatta da don Rodrigo con il cugino, il conte Attilio, altro farabutto del luogo.

Renzo, su consiglio di Agnese, la mamma di Lucia, si reca dall’avvocato Azzeccagarbugli per vedere se può avere giustizia dalla legge. Non poteva fare scelta più sbagliata. L’avvocato è amico di tutti i mascalzoni, compresi don Rodrigo e il conte Attilio. Agnese non demorde. Consiglia la figlia e Renzo di tentare il matrimonio di sorpresa. Renzo, Lucia, Tonio e Gervasio, i due testimoni, si presentano in canonica. Renzo riesce a pronunciare davanti a don Abbondio e ai due testimoni, la formula: Signor curato, in presenza di questi testimoni, dichiaro che questa è mia moglie. Lucia tenta anche lei di fare altrettanto. Don Abbondio non glielo permette. Le butta addosso in modo violento e maldestro un drappo, impedendole di parlare, intanto si mette a gridare e a chiedere aiuto. Il campanaro, sentendolo, si getta a suonare le campane della chiesa. I quattro si buttano a precipizio per le scale e all’uscita incontrano Agnese che aveva intanto provveduto a distrarre Perpetua, portandola lontano dalla canonica. E’ la notte degli imbrogli. Menico, un bambino inviato da fra Cristoforo, supplica Lucia, Renzo e Agnese di recarsi immediatamente al convento del frate.

“Ello de fòra tra ‘llo parapija, / mendre fugghjàva ‘llo terzétto / ch’adèra Renzo, Agnese e cco’ la fija, / je java ingòndra Méneco, ‘n- frichetto // mannato da ‘llo Frate de famija, / che je dicìa: “Pe’ r- evità’ ‘n- dispetto, / jéte i’ n- Convendo che Fra’ se la sbrija / co’ don Rodrigo senza dà u’ n- sospetto”. // E li mittia oddretutto su ll’avviso, / dicénneje che a casa li cercava’ / ‘lli “scagnozzi”, guidati da lo “Griso”. // Penzava, Renzo: “… Sposalizio, addio!”. / mendre Lucia trèmenne supplicava. / “… Su, jémo… jémo, pe’ ll’amor de Dio!” (Ibidem, pag. 49).

Traduzione: “Là fuori tra il parapiglia, / mentre fuggiva il terzetto / composto da Renzo, Agnese e con la figlia, / andava loro incontro Menico, un fanciulletto // mandato dal frate di famiglia, / che diceva loro, per evitare un altro dispetto, / di andare nel convento perché il frate se la sbriga / con don Rodrigo senza dare il sospetto. // e li metteva oltretutto sull’avviso, / dicendo che a casa erano ricercati / dagli scagnozzi guidati dal Griso. // Renzo pensava: sposalizio, addio!, / mentre Lucia, tremando lo supplicava: // Su, andiamo, andiamo per l’amor di Dio”.

L’incontro di fra Cristoforo con don Rodrigo si conclude con un nulla di fatto. Il nobile signorotto si dimostra insensibile di fronte alle suppliche del religioso. Anzi lo minaccia dicendogli di togliersi dai piedi. Il frate non si trattiene più. Lancia su don Rodrigo la maledizione di Dio. Verrà un giorno, grida fra Cristoforo, alzando la mano, puntando l’indice verso il ribaldo. Quel giorno verrà davvero. Don Rodrigo, tradito dal Griso e consegnato ai monatti, morirà di peste nel lazzaretto di Milano. I tre fuggiaschi, Renzo, Lucia e Agnese lasciano il proprio paese. Renzo viene mandato da fra Cristoforo a Milano, con una lettera da consegnare al padre provinciale dei Cappuccini. Agnese e Lucia, sempre da fra Cristoforo, vengono inviate a Monza. E’ la notte dell’addio ai monti, mentre una piccola imbarcazione scivola sull’acqua con i tre fuggitivi.

“’Llo varcajòlo, mendre che remava / su ppe’ ‘llo vèllo lago senza sosta, / vidìa che tutti quandi se rghjràva’ / ‘gni tando arrète pe’ rvedé’ ‘lla còsta. //  Difatti, scì. Lo sguardo triste java / ai mondi, a ‘lla chjesetta vè’ combòsta, / a quella luna angò’ che reschjaràva / ‘lle case e ‘che capanna ‘m- bò’ dfiscòsta, // e a ‘llo palazzo ch’era de Rodrigo, / ‘ppostato sù, fra mille e più orizzondi, / do’ isso avìa tramàto quess’indrigo. // Adè co’ ‘ssi penzieri che Lucia / a dava ghjà ll’addio a ‘lli dòrgi mondi, / e mendre che ‘n- zilenzio.., a ce piagnia” (ibidem, pag. 53).

Traduzione: “Il barcaiolo, mentre remava / su per il lago senza sosta, / vedeva che tutti quanti si rigiravano / ogni tanto indietro per rivedere la costa. // Difatti, era così. Lo sguardo triste andava / ai monti, alla chiesetta bella in vista, / a quella luna ancora che rischiarava / le case e qualche capanna un po’ fuori mano, // e il palazzo di don Rodrigo, / collocato in alto, fra mille e più orizzonti, / dove lui aveva tramato questo intrigo. // Con questi pensieri Lucia / dava l’addio ai dolci monti, / mentre piangeva in silenzio”. Sono le pagine immortali “dell’Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari…” (A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. VIII).

Nei successivi sonetti, Sandro Bella tratteggia con dovizia di particolari e con una estrema fedeltà al testo manzoniano, le figure di Gertrude, la monaca di Monza, il conte Attilio e don Rodrigo, le avventure di Renzo a Milano e la sua precipitosa fuga verso Bergamo, allora territorio della libera repubblica veneta. Raggiunge la sponda lombarda dell’Adda prima della notte. Va a riposare in uno dei tanti casott, piccole costruzioni di campagna, dove i contadini riponevano gli attrezzi di lavoro e le sementi. Nel Vimercatese, ricordo che ne vedevo ancora, quando ero in Brianza. Al mattino, Renzo si sveglia, forse al rintocco della vicina campana di Trezzo d’Adda

“Vène ll’arba, e ‘n- quell’ora mattutina / a se sindia ‘ndocchenne ‘na cambana / de ‘na chjesetta pòco londana / che stava su ppe’ i’ n- gima a ‘na cullina. // facìa ‘m- bo’ freddo e c’era ‘m- bo’ de vrina. / Renzo, se resvejava a mmana a mmana / sgrullènnese la paja ngò ‘na mana, / eppò’ scappìa de fò’ de ‘lla cascina. // C’ìa tutte ll’òsse rotte. Tutte vòzze. / A dìa da èsse stata quella llà, / eh scì, la quinda notte de le nozze. //  Rghjàva jò – ppe’ ‘lla riva, e a u’ m- pescatò / je domannìa se lo putìa portà / su ll’addra spònda prima che sse po’” (Ibidem, pag. 73).

Traduzione: “Spunta l’alba, e in quell’ora mattutina / si sentiva il rintocco di una campana / di una chiesetta poco lontana / che stava  in cima ad una collina. // Faceva un po’ freddo e c’era un po’ di brina. / Renzo, si svegliava a poco a poco / sgrullandosi la paglia con una mano, / poi scappava fuori dalla cascina. // Aveva tutte le ossa rotte. Tutte bozze. / Quella doveva essere, / eh sì, la quinta notte delle nozze. // Ritornava giù per la riva, e ad un pescatore / domandava se poteva portarlo / sull’altra sponda, prima che poteva”. Renzo aveva fretta di arrivare a Bergamo dal suo cugino Bortolo, in attesa di tempi migliori. Nel milanese non poteva più restare perché ricercato dalla giustizia. A Milano, nel mezzo della rivolta contro il rincaro del pane si era messo a fare il diavolo a quattro anche lui, prendendosela con tutti i birboni e i prepotenti. Dove avviene l’attraversamento del fiume Adda? Tutti concordano nei pressi di Imbersago, dove le due sponde sono vicine. Esiste ancora una grande zattera, su disegno di Leonardo, che collega le due rive.

Altri sonetti meravigliosi sono quelli dedicati all’Innominato e al cardinale Federico Borromeo, ma, attento com’era al mondo popolare, Sandro Bella raggiunge l’apice della proprietà linguistica dialettale, quando descrive Agnese, la mamma di Lucia. Il cardinale riceve l’Innominato che libera Lucia. La giovane, era stata proprio tradita da chi doveva difenderla, Gertrude, la monaca di Monza. L’Innominato avrebbe dovuto consegnarla a don Rodrigo. Non lo fa perché si converte a nuova vita. Il cardinale affida Lucia ad una nobildonna del luogo, donna Prassede. A loro si unisce ben presto anche Agnese. Don Abbondio deve rendere conto del proprio operato davanti al cardinale, mentre le tre donne sono in conversazione tra loro.

“Statènne tutt’e tre ‘n- conversazìò’, / la meno che parlava era Lucia; / anghe perché se vergugnia mmoccò / de quelli fatti che je succidìa. // La matre, invece, je dacìa a rròtò / dicènne quello che sapìa: / de ll’indrigo de don Rodrigo; eppò’ / de don Abbondio (u’ m- Prete…fora via!) // e dde Renzo. (Quande  pasciò ‘ssa donna!) / Dopo, tirava fòra lo petto / ‘na lettera de una Nobildonna // che dice de ‘nvità’ Lucia da éssa. / ‘Llo Cardinale, dopo d’avé letto: / “… la conoscio!… Sta tande ‘o’ a la Messa!” (Ibidem, pag. 100).

Traduzione: “Stando tutte e tre in conversazione, / la meno che parlava era Lucia; / anche perché si vergognava un poco / per quei fatti che le erano successi. // La madre, invece, parlava a ruota libera / dicendo quello che sapeva: / dell’intrigo di don Rodrigo; poi / di don Abbondio, un prete insignificante / e di Renzo. (Quante pene questa donna!) / Dopo, tirava fuori dal petto / una lettera di una Nobildonna // che diceva di invitare Lucia da lei. / Il Cardinale, dopo aver letto: / “… La conosco… Sta tante volte alla Messa!”. Forti e colorite le espressioni dialettali a rrotò, a ruota libera e un prete fòra via, un sacerdote lontano dai propri compiti.

La carestia, la guerra e la peste disegnano scenari sempre più inquietanti. Il Cardinale Federico Borromeo e fra Cristoforo corrono nel lazzaretto di Milano per aiutare e assistere chi soffre. Il flagello della peste non fa differenze tra ricchi e poveri. Muoiono tutti, anche don Rodrigo: “Inzòmma era scoppiata ghjà la peste, / ‘ttacchènne a ‘lle perzòne ricche e ppòre / a quelle vòne e a quelle disoneste, / causènne tandi mòrti e gran dolore. // Tra ll’ammalati e tra figure mèste, / ‘ndramènzo a quello strazio e a quell’orrore, / ce stava ‘na figura i’ n- Sanda vèste / che assistìa la jènde co’ n- amore. // Chj ‘dèra? Borromeo lo Cardinale. / Che ssembre co’ ‘lla ma’ caritatevole, / purtìa sollievo a chj ci – aìa lo male. // E a forza de pregà’ a lo Patreterno / e ssembre co’ ‘lla fede ammirevole, / diminuiscìa la peste. Ghjà era in verno” (Ibidem, pag. 113).

Traduzione: “Insomma era già scoppiata la peste, / attaccando ricchi e poveri / persone buone e disoneste, / causando tanti morti e gran dolore. // Tra gli ammalati e tra le persone tristi, / in mezzo a quello strazio e a quell’orrore, / ci stava una figura con la veste santa / che assisteva la gente con amore. // Chi era? Borromeo il cardinale. / Che sempre con la mano caritatevole, / portava sollievo a chi stava male. // E a forza di pregare il Padreterno / e sempre con la fede ammirevole, / la peste diminuiva. Già era inverno”. Ci sono nella storia delle vicende tristi che segnano quasi uno spartiacque tra un prima e un dopo. La pandemia in atto da Covid 19 è una di queste.

Davanti all’incalzare dei Lanzichenecchi, che saccheggiano, uccidono e derubano, molti affidano la propria protezione ad altri. L’Innominato apre il proprio castello a tutti quelli che hanno bisogno di riparo. Perpetua, don Abbondio e Agnese decidono di rifugiarsi da lui: “Perpetua, u’ m- bòco prima de partì’, / ‘lle cose che ci- aìa le nnabbuscava; / comm’Agnese, che sse statìa a cucì’ / ‘lli scudi su ‘llo vusto che portava. // E dopo fatto quésso, llì per lì, / assopre de u’ n- verròccio se ne java’ / inzème tutt’e tre decisi a ghj / su quello gran castello dònghe stava. // Lassù dè stati vène rendanàti; / e quanno ‘lla buriana era finita, / pregava ‘Iddio pe’ r- èssere sarvati. // Adèra mmo’ passato quasci u’ mmese. / Ll’Innominato a tutt’e tre ll’invita / i’ n – garròzza, pèr gjì jò lo paese” (Ibidem, pag. 115).

Traduzione: “Perpetua, un po’ prima di partire, / nascondeva le cose che aveva, / come faceva Agnese che cuciva / gli scudi sul busto che portava. // Fatto questo, immediatamente, / salgono su un biroccio / tutti e tre decisi ad andare / su quel grande castello dell’Innominato. // Lassù rimasero rintanati; / e quando sarebbe passata la buriana, / pregavano Dio di salvarli. // Era quasi trascorso un mese. / L’Innominato li invita tutti e tre / in carrozza, per andare giù al paese”.

Tutte le tribolazioni terminano. La peste scompare. Renzo ritrova Lucia al Lazzaretto. Fra Cristoforo scioglie la ragazza dal voto fatto, quando era stata rapita dall’Innominato. “… ‘Llo Frate, de ‘na parte la chjamìa / e, dopo, i’ n- confessiò’, la libberava” (pag. 133). E… Il Frate la chiamava da parte / e dopo, in confessione, la liberava (dal voto fatto). Lucia aveva fatto il voto alla Madonna. Non si sarebbe più sposata se avesse avuto salva la vita. Renzo fissa il giorno del matrimonio. Il celebrante è don Abbondio che non ha nulla da temere perché don Rodrigo è morto.

“… Ma n’ n- ze po’ capì’ ‘lle condendèzze, / che dopo quello angò’ ch’avìa passato / je finiscìa ‘lle pene e ‘lle tristezze. // Cuscì, Renzo, che c’ìa ‘llo chjòdo fisso / de sposàasse, va llà da lo curato, / però ‘llo prete… adèra sembre isso!”. Traduzione: “Ma non si possono capire le contentezze, / dopo tutto quello che aveva passato / finivano le pene e le tristezze. // Così, Renzo, che aveva il chiodo fisso / di sposarsi, va dal curato, / però, il prete era sempre lui” (don Abbondio).

 

Raimondo Giustozzi

Invia un commento

Puoi utilizzare questi tag HTML

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>