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Poesia. Angoli delle Marche in versi

Foto Internet - Giacomelli

Foto Internet – Giacomelli

di Raimondo Giustozzi

Il monte Conero, Loreto, la valle del Musone

Pasquale Tocchetto (Morrovalle 1926 – Ancona 2020) amava le Marche, tanto da dedicarle alcune delle poesie più belle, raccolte nella silloge “Spiragli di luce”. Gli angoli più amati sono quelli che si distribuiscono su quella porzione di territorio marchigiano che va da Loreto, al Monte Conero, Portonovo e alla valle del Musone. Paesaggio, monumenti storici, memorie del passato, flora e fauna si intrecciano tra loro in terzine dantesche con versi decasillabi e endecasillabi. Il punto di partenza di questo viaggio è Loreto, da uno dei punti più incantevoli della città mariana: il Belvedere di Porta Marina, dove lo sguardo spazia dal mare al vicino Monte Conero.

Monte Conero

“Dal “Belvedere” di porta Marina, / sito a Loreto, città mariana, / s’ammira il Conero, alta Collina. // Il bel corbezzolo, pianta nostrana, / che in lingua greca è Kòmaros rosso, / ha dato il nome all’erta montana. // Assume aspetto d’un cane molosso, / che si protende nel cerulo mare; / da sbalzi e massi franosi vien scosso. // Latino “Cumerus” vuol caso indicare, / come la forma del sommo crinale, / e pure un’onda sul dorso compare. // Punta avanzata, nel lato orientale, / dell’Appennino tra l’Umbria e le Marche, / fino a toccare, laggiù, il litorale. // Pietra calcarea per candide arche, / l’arco di Tito, il duomo e romano / anfiteatro ed opere parche. // Pino d’Aleppo, ginestra e l’ontano, / lecci e le macchie compongon la flora / del bosco – parco, nel poggio soprano. // Cinghiale, tasso, la cincia canora, / pinto fagiano, scoiattoli, faina / rallegran la selva, all’alba e all’aurora. // Benedettini han scelto la china / per il convento e lor cappelletta, dove pregavano sera e mattina. // Scalando il monte, fin in cima alla vetta, / appar San Pietro col suo monastero, / e a Portonovo, graziosa chiesetta. // Del fiero Corso “Fortino” costiero / e austera Torre, sicure difese / contro l’assalto d’ostile veliero. // Grotte ed anfratti e rupi scoscese / degli Schiavoni e la Mortarolo, / covi pirata per orridi imprese. // “Le due Sorelle” formate dal volto / di rotolanti, ciclopici massi, / rara attrattiva del magico suolo. // Lidi ghiaiosi con limpidi sassi / di San Michele, dei grigi gabbiani, / son pei turisti, magnifici spassi” (Pasquale Tocchetto, Monte Conero, 24 maggio 2014, in Spiragli di Luce, pag. 43, Fermo, 2016).

Note al testo e curiosità

Il nome Conero deriva da un antico prodotto, il Kòmaros, il “Ciliegio Marino” per gli antichi greci, il frutto del Corbezzolo per noi. E’ un arbusto che è facile trovare un po’ ovunque sul Conero, ma anche nei giardini del grazioso abitato di Sirolo. I suoi frutti sono bacche rotonde di sapore dolciastro, con buccia granulosa di colore dal giallo al rosso scarlatto secondo la maturità. Raccolti a fine autunno possono essere consumati freschi o in confettura. Dal corbezzolo si produce anche un ottimo vino rosato e miele. Questo arbusto, tipico della macchia mediterranea, è presente nella vegetazione del parco naturale del Conero, insieme al ginepro rosso, al lentischio, all’euforbia, alla ginestra, al rosmarino, all’erica, all’alloro, al mirto, al cappero, all’oleandro e al pungitopo.

Tra le piante arboree prevale il leccio ma ci sono anche roveri, pioppi, pini olivastri, pini d’Aleppo ed il sughero. La fauna del Monte Conero è molto ricca. Tra i mammiferi si annoverano il tasso, la faina, la donnola, tra gli anfibi l’ululone dal ventre giallo, tra gli uccelli, il falco pellegrino, il Martin Pescatore ed il rondone pallido, tra gli insetti, la farfalla del Corbezzolo. Il Parco naturale regionale del Conero viene istituito nel 1987 ed ha una superficie di 6.011,00 ettari. Corbezzoli, lecci, pini marittimi, cedri del Libano, campi di lavanda e di ginestra, ma anche marne calcaree, argille marnose, composizioni sabbiose, quali si possono bene osservare in ogni stagione quando il cielo è terso. La vista è da mozzafiato, dal mare alla costa fino a Porto Recanati ed oltre, a Sud Ovest, in lontananza, spicca  il profilo dei Monti Azzurri di leopardiana memoria.

Rimasero senz’altro senza fiato anche i primi Greci di Siracusa, gente di stirpe dorica, che fondarono nel 387a. C. la colonia di Ancona e sbarcarono in primavera lungo le sue coste, osservando la splendida fioritura dei corbezzoli che ricoprivano tutto il promontorio del Conero. Alla città diedero il nome che ha tuttora perché Ankon nella lingua greca vuol dire gomito. Proprio ad Ancona, capoluogo di regione, la terraferma entra sul mare, disegnando una sporgenza, quasi un gomito verso il mare.

Il parco, a primavera o in autunno appena iniziato, era la meta preferita per viaggi di istruzione fatti da scolaresche festanti. Oggi, per la pandemia in atto, tutto tace lungo le pendici del Conero. Il trekking si sposava quasi sempre all’orienteering e il successo dell’iniziativa era assicurato. Il termine trekking, di origine boera, vuol dire camminare dietro le tracce lasciate dai carri (trek), trainati dai buoi. Quello fatto attraverso i sentieri del Conero può essere meglio definito con il termine escursione. L’attività dell’Orienteering consiste nel riuscire a trovare, nel minor tempo possibile, con la propria squadra, diciassette lampade disseminate lungo un percorso, usando una carta dove sono indicate le diverse postazioni, da raggiungere attraverso l’uso di una bussola, dopo aver calcolato l’Azimut in gradi centigradi, per spostarsi da una parte all’altra del percorso.

Tante le conoscenze fatte proprie dagli alunni. Salendo alla sommità del promontorio, il sottobosco è ricco di felci e di piante arbustive, in quanto gli alberi di alto fusto impediscono ai raggi del sole di penetrare tra il loro fitto fogliame. Scendendo più a valle, gli alberi di alto fusto diminuiscono e si aprono di tanto in tanto comode radure dove si possono osservare paesaggi ed orizzonti lontani.

Mortarolo: “E’ una grande grotta, un ipogeo naturale utilizzato come romitorio, composta da un unico vano provvisto di aperture verso l’esterno. La suggestiva collocazione a picco sul mare e l’isolamento del sito, immerso nella macchia mediterranea, rendono il luogo particolarmente misterioso, tanto che, secondo alcuni, nella zona vengono ancora oggi praticati riti di magia nera. Il toponimo “Mortarolo” deriverebbe forse dal teschio (“testa da morto”) dato dai monaci in ricordo del “memento mori” (ricordati che devi morire) (Fonte internet).

Grotta degli Schiavoni. Era una grotta marina, profonda circa 70 metri, che si apriva con due ingressi separati da un grande pilone naturale. Era chiamata grotta degli schiavi, diventata poi degli Schiavoni, popolazione originaria delle coste dalmate. La grotta non esiste più per un crollo dell’ingresso. Era situata a Nord degli scogli delle Due Sorelle (Wikipedia).

Le Due Sorelle. Sono due bianchi scogli gemelli che spuntano dal mare cristallino. Assomigliamo tanto a due “sorelle in preghiera”, e da lì il nome. 

Santa Maria di Portonovo. Si trova in una splendida posizione, affacciata sul mare in una baia della riviera del Conero. Troppo vicina alla spiaggia, nel corso dei secoli ha avuto sempre problemi con l’erosione del suolo. Oggi rimane solo la chiesa ma all’origine comprendeva anche il monastero. La chiesa costruita in pietra calcarea del Conero, rappresenta un monumento capitale, non solo per le Marche ma per l’intero romanico italiano. E’ interamente dotata di coperture voltate (a botte, a crociera, a cupola) e rappresenta un precoce risultato sperimentale dell’architettura europea e precocissimo dell’architettura italiana. Il primo documento che attesta la presenza dell’abbazia e della chiesa risale al 1034, già conservato nell’archivio capitolare di Ancona, poi disperso. Uno studio esaustivo di tutta la struttura esterna e interna con tutte le vicende storiche è quello di Paolo Piva, nel libro Il Romanico nelle Marche, edito dalla Banca Marche nel novembre del 2012, editoriale Jaca Book, Abbazia di Santa Maria di Portonovo ad Ancona, pp.130 – 139).

Guido Piovene nel suo libro Viaggio in Italia, così descrive Ancona: “Ancona sorge su un promontorio, quasi su una penisola, attorniata dal mare da tre parti, ma abbastanza grande e massiccia perché non si possa vederla tutta in una sola volta; rotta inoltre da alture che tolgono la visuale. Vi si perde l’orientamento, e si vede apparire il mare dove si attendeva il monte… Tortuosa, ripida, tra splendide chiese e palazzi, la via del Comune che sale dal vecchio centro al Duomo, interrotta nell’ultima parte dai bombardamenti, è una delle stupende vie in pendenza caratteristiche delle nostre città. Era il cuore della città; resta il cuore di Ancona… Giunti in cima, davanti al Duomo, si scorge in basso, in fondo al salto, il grazioso Arco di Traiano, purtroppo ormai sperduto tra i magazzini ed i cantieri del porto.. Straordinaria ad Ancona è poi la vita, la presenza del porto, sebbene dopo la guerra purtroppo sia in declino. Ma l’atmosfera, quasi il sogno portuali rimangono… Ancona sta tra un porto e una campagna rigogliosa; vi si sentono insieme il mare ed il contado. Questo spiega la tranquillità e l’equilibrio dei caratteri, inconsueto in una città marittima. L’anconetano ha il gusto di rimpicciolire gli eventi e di inserirvi se stesso con arguzia ironica, flemmatica e noncurante… Ancona, città di mare circondata di coltivi e di orti, mi fa pensare alla Provenza. Alla Provenza ho pensato nel più bello tra i molti paesaggi marini che la circondano, scendendo la costa verso sud, alle falde del Monte Conero, dove sorge una piccola e preziosa chiesa romanica, Santa Maria di Portonovo. Paesaggio poco noto ai più, eppure stupendo e diverso da ogni altro paesaggio costiero… Resta nel mio ricordo come composto di elementi e colori essenziali: l’azzurro delle acque, il chiaro della roccia” (Guido Piovene, Viaggio in Italia, pag. 405, Arnoldo Mondadori, 1966).

Loreto e la Santa Casa

“Su un colle ameno, adorno d’allori, / di fronte al mare e cangianti colori, / cinto dai fiumi Potenza e Musone, / s’erge imponente al ciel cupolone. // Da Palestina molt’Angeli in volo, / nazaretana dimora, sul suolo / d’antica Marca, sottrassero all’empio / pagano assalto e sacrilego scempio. // Degna basilica, come fortezza, / nel cinquecento, di rara bellezza, / bravi architetti e artisti famosi / edificaron con archi armoniosi. // Della madonna, preziosa casetta, / verso la quale la gente s’affretta, / è custodita tra mura e pitture / e rivestita di marmi e sculture. // Papi, regnanti, normal cittadini / venner solerti qual pii pellegrini, / ad implorare la Vergine Santa / che con le grazie conforta ed ammanta. // La Francia, Spagna, Germania e Polonia, / Duchi d’Urbino, gli Slavi e l’Ausonia, / nel Santuario eresser cappelle / ricche, affrescate, dorate e sì belle! // Molti malati, devoti ed oranti, / la guarigione richiedon pressanti / a nera icona di cedro pregiato / e al Sacramento, con fede adorato. // Degli aviatori, arditi dell’aria, / scelta Patrona protegge bonaria / Le trasvolate per ceruli cieli / e i prodi azzurri ad Ella fedeli. // Serto i rose, qual segno onorario, / è la preghiera del Santo Rosario; / le lauretane coral litanie, / invocazioni dell’anime pie. // Per la presenza del nobil Sacello, / Loreto è assurta a pacifico ostello, / centro di luce, di culto mariano / a cui si volge il mondo cristiano. // Qui Tu sei nata, gloriosa Maria, / qui s’è incarnato il Verbo – Messia; / recò l’annunzio quell’Angel divino, / di Vergine – Madre futuro destino. // Noi ti preghiamo con suppliche ardenti; / dona la pace a gentil e credenti / nel Regno accoglici, candido Giglio, / per star con Te, coll’eterno Tuo Figlio. // Nel procelloso mare della vita / sii Tu la Stella splendida che addita / porto sicuro alla stirpe umana, / o prodigiosa “Virgo Lauretana” (Pasquale Tocchetto, Virgo Lauretana, 25 dicembre 2010, in Spiragli di luce, pag. 66, Fermo, 2016).

Felix Civitas Lauretana

Alla città di Loreto, il maestro Tocchetto dedica anche un’altra poesia, soffermandosi di più sui monumenti, le porte e le mura che l’adornano. Così descrive l’esterno della basilica: “Ha il frontale di pietra istriana / la basilica in gotico nuovo; / l’ampio interno gran folla raduna / e gli infermi vi trovan sollievo. // Come rocche, strutture absidali / han la forma di saldi torrioni, / per protegger da cariche ostili / santuario e riti mariani. // Una cupola rara evidente / nella zona da mare a colline; / campanile svettante, / suono espande di nove campane. // L’apostolico immenso palazzo, / con un lungo, elegante loggiato / chiude piazza e fontana nel mezzo / che acquedotto degli Archi ha fornito” (Pasquale Tocchetto, Felix Civitas Lauretana, 9 luglio 2014, pag. 70, in Spiragli di luce, Fermo, 2016). Nella città di Loreto hanno trovato dimora molti ordini religiosi che hanno sempre prestato il proprio servizio verso tutti i pellegrini provenienti da tutto il mondo.

E’ una cittadella fortificata, cinta da mura possenti: “Mura antiche e forti bastioni / eran cinta e robusta difesa / contro avversi pirati pagani / pronti a compiere “tabula rasa”. // C’è la Porta Romana adornata / da profeti, intagliate figure, / e dappresso “Sangallo” bastita, / casematte per l’urbe salvare. // Torre civica snella sovrasta / Municipio di puri mattoni, / anche sede di mostre d’artista, / del Teatro e spettacoli ameni. // Nello stabile già provinciale / si raduna il Consiglio maggiore; / lungo il corso di nobile stile / i negozi d’oggetti di altare. // S’apre quindi l’uscita Marina / dirimpetto al Conero monte, / con le “Api” d’insegna urbaniana, / panorama stupendo antistante. // Cimitero polacco raccoglie / milleottanta soldati caduti; / cittadini e parenti in gramaglie / offron fiori e suffragi devoti. // I fedeli frequentan la chiesa / richiedendo a “Regina di Pace” / una pioggia di rose copiosa / mista a grazie e benefica luce” (Ibidem).

Curiosità

Guido Piovene, sempre nel suo libro Viaggio in Italia, così scrive di Loreto: “La cittadina vive del santuario, che attira un milione di pellegrini all’anno, e delle piccole industrie che ne derivano. Su ogni soglia si vedono donne intende a fare rosari… La casa di Nazaret, dove nacque Maria e dove Gesù fu incarnato, vivendo in essa fino al trentesimo anno, fu portata dagli angeli, negli ultimi anni del Duecento, a Tersatto, sull’altra sponda dell’Adriatico, vicino a Fiume… E’ una piccola casa, con l’interno annerito dal fumo delle lampade, con una sola finestrella, sempre gremita dai devoti, che pregano o, come ho visto fare da alcune monache, vi portano il loro cibo per toccare con esso i muri. All’esterno i devoti, specialmente donne, ne fanno il giro sui ginocchi. L’attornia un grande tempio, sontuoso ed ecclettico, ricco di opere d’arte; vi è la cappella che Melozzo da Forlì ha affrescato con angeli ognuno dei quali entra a volo da una finestra, e un’altra elegantissima, affrescata dal Signorelli, con l’aiuto del Perugino. Loreto, si è detto, è dedita a piccole industrie devote, accanto ai rosari e alle sacre immagini, fabbrica pipe e fisarmoniche” (Guido Piovene, Viaggio in Italia, pp. 408- 409, Arnoldo Mondadori, 1966).

L’usanza di camminare sulle ginocchia attorno alla Santa Casa non era solo delle donne ma anche dei bambini. Erano le mamme ad invitare i propri piccoli ad inginocchiarsi e ad avanzare strusciandosi sul marmo, tanto da formare nel tempo due piccoli solchi. L’ho fatto anch’io da bambino. Piovene riporta poi la vulgata degli angeli che portano in volo sul colle la casa di Nazaret. In realtà, sembra che un certo Angeli fece portare su una nave, proprio dalla Palestina sulla sponda dell’Adriatico, da qui a Loreto, la casa di Nazaret, a seguito di una delle tante crociate contro i Mussulmani.

Val  Musone

“Dal San Vicino al Conero selvaggi, / verde orizzonte mostrasi ondeggiante / tra querce, rovi, platani e villaggi. // A Valcarecce a monte Marzolare / nasce il bel fiume quasi cingolano; /  forma un bacino ch’è pedemontano; /  l’alveo del primo tratto è irregolare. // Nome latino è Misco ancor Mossione, / in lingua longobarda: “la Palude”; / ma la portata or natante esclude; / pel suo cammino fiacco è il Moscione. // Sull’ubertosa valle muti venti / sfiorano prati e campi coltivati; / dai lievi poggi scendono i fossati / mormoreggiando, e rivoli affluenti. // dalla sorgente fino all’adrio mare / l’acqua piovana riga le pendici, / di piante ed erbe irrora le radici, / mentre le rane stanno a gracidare. // C’erano pur canali anticamente / per muovere mulini e segherie, / nelle contrade e vecchie fattorie, / dando energia fisica occorrente. // Colture intense, pascoli e vigneti, / cura di polli, anatre e bovini, / allevamenti d’oche e di suini: / eran lavori estesi e consueti. // Son sorte Villa e zona industriale / dov’eran prima appezzamenti agrari, / gli agglomerati e borghi collinari, / città e paesi d’era medievale. // Dipartimento fu quel territorio / dell’italiano regno e la vallata / per capoluogo ebbe Macerata; / l’amministrava un proprio direttorio. // Castelfidardo suona l’organetto / perfezionato quindi da Soprani; / ricordano la guerra i castellani / ed a Cialdini un bronzo hanno eretto. // Storia, scienza, arte e religione, / pregi del sacro tempio mariano, / vanto del noto centro lauretano, / meta di pellegrin d’ogni regione. // Gigli, Leopardi, Lotto insigni artisti / della poesia, canto e la pittura, / di Recanati gloria imperitura, / dove convergon folle di turisti. // Dei “senza testa” Osimo è Comune / per monche statue d’epoca romana; / contempla l’Aspio con la fonte sana; / dal clima freddo è sovente immune. // Risale intorno al mille prima storia / di Montefano, retta dai rurali, / le architetture son tradizionali: / di san Donato resta la memoria. // Detta balcone della Vallesina / produce vini, Staffolo, eccellenti: / il buon Verdicchio ricco di fermenti, / rosso piceno ottimo in cucina. // O Valmusone, perla delle Marche, / porgon saluti tutti i cittadini, / lì residenti dentro i tuoi confini; / sulla riviera oscillano le barche” (Pasquale Tocchetto, Val Musone, 15 maggio 2015, in Spiragli di Luce, pag. 42, Fermo, 2016).

Note alla poesia

“Un bacino ch’è pedemontano” è il lago di Cingoli, noto come lago di Castriccioni. E’ il più grande lago artificiale delle Marche, creato da una diga sul fiume Musone. Si trova nel comune di Cingoli. Ha una superficie di oltre due chilometri quadrati ed una profondità che raggiunge cinquantacinque metri in prossimità della diga. I lavori per la realizzazione di questo bacino artificiale sono iniziati nel 1981, per concludersi sei anni dopo  La diga, alta sessanta sette metri e lunga duecento ottanta metri, è stata costruita per rispondere a diverse esigenze, per uso irriguo, per l’acqua potabile e per regolare le piene del fiume Musone, immissario e emissario del lago. Lungo le sponde del lago sono sorti agri turismi e bar, meta di turisti, in tempi non soffocati dalla pandemia in atto. Il lago è ricco di lucci, trote, pesce persico, scardole e carpe (Fonte Wikipedia, il lago di Cingoli).

Fiume Musone. Nasce nel comune di Gagliole (MC), a circa 775 metri sul livello del mare, alla confluenza di due valloni, l’uno che ha origine tra il Monte Lavacelli e il Monte Marzolare, l’altro tra i Prati di Gagliole e Campo della Bisaccia, alle pendici del Monte Canfaito. Il corso del fiume, che sfocia nel mare Adriatico dopo 76 km, può essere diviso in tre tratti distinti tra loro. Dalla sorgente a Valcarecce, l’alveo è irregolare, in alcuni casi, scavato nei depositi alluvionali. Da Valcarecce a S. Vittore di Cingoli è caratterizzato da meandri incassati nelle alluvioni; da S. Vittore di Cingoli alla foce è a tratti irregolare, a tratti rettilineo (Wikipedia, Musone, Marche).

Villa. E’ Villa Musone, frazione di Loreto. Dista dal santuario mariano nemmeno un chilometro. E’ densamente popolata, 2.500 abitanti. E’ ricca di fabbriche e industrie medio grandi. E’ visibile chiaramente dalla ferrovia adriatica che corre parallela alla frazione.

Castelfidardo. Chiamato nella forma più abbreviata Castello, è un comune italiano di 18.251 abitanti, in provincia di Ancona. Sorge su un colle a 212 m. s. l. m., tra le vallate dei fiumi Aspio e Musone. Dista pochi chilometri dalla riviera del Conero.  E’ conosciuto per la battaglia di Castelfidardo, quando, il 18 settembre 1860, le truppe piemontesi guidate dal generale Enrico Cialdini ebbero la meglio sulle truppe pontificie guidate dal generale francese Christophe de Lamoricière. Sul luogo venne eretto un grande mausoleo a ricordo dello scontro. Castelfidardo è conosciuto in tutto il mondo anche per il museo della fisarmonica, strumento musicale costruito proprio in questo territorio.

 

Raimondo Giustozzi

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