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“Cose di casa nostra” – 4

Fonte internet

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di Lino Palanca

Dialetto e usanze e storielle che accompagnano il nostro crescere civile. Il tutto pescato qua e là, senza pretese.

Il caffè

Il caffè, che il maceratese Giuseppantonio Compagnoni definisce come botteghino, luogo frequentato dai nobili che vi si ritrovano per discutere i loro affari o semplicemente per passare un po’ di tempo con le persone del proprio rango, ha subìto nel tempo una notevole evoluzione, anche e soprattutto riguardo alle  frequentazioni [1].

Basterà pensare a che cosa hanno rappresentato i caffè nel dibattito culturale parigino del siècle des lumières o, sul finire dello stesso XVIII secolo, per i rivoluzionari francesi o ancora nel XIX per poeti, artisti, intellettuali di ogni sorta, fino a Prévert; pensarci, senza escludere i caffè viennesi di Freud e del drammaturgo Franz Grillparzer o quelli italiani (Giubbe Rosse a Firenze, Florian a Venezia, Greco a Roma …) e porre poi mente alla massa di gente che vi entra oggi, escluso qualche esercizio di gelosa tradizione elitaria.

Non staremo qui a discettare sul come e dove sia venuto al mondo il caffè: l’avvenimento è immerso in un mare di leggende dalle quali tuttavia un dato storico emerge, vale a dire la certezza che tra il XV secolo e il XVI i caffè (kahvehane) erano diffusi in quasi tutto il vasto impero ottomano, il che lascia presumere che, per noi europei almeno, la patria dell’amata bevanda sia l’Asia minore, ottomana per l’esattezza. Si sa anche che il primo caffè fu aperto a Istanbul nel 1554, sotto Solimano il Magnifico: A partire da questa data il caffè ha conosciuto una grande voga e i “kahvehane” sono divenuti luoghi molto frequentati. Il sultano Murad III fece chiudere i caffè, confortato dal parere degli ulema che ritenevano che la sua consumazione fosse un peccato e che il caffè alterasse la mente di chi ne faceva uso [2]. Ma la guerra della bevanda nera non la vinse lui perché il numero di quelli in attività crebbe senza sosta.

In Italia, a Venezia, il caffè conosce il suo trionfo nei primi decenni del XVII secolo, quando per noi italiani ne scrive, in maniera dettagliata, scientifica, il bolognese, Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730), autore di un piccolo trattato sulla Bevanda asiatica (1685), che diventa subito testo di riferimento per ogni discussione sull’oro nero del palato. Del quale Marsili ha fatto esperienza diretta durante una lunga permanenza in Turchia (prima come garzone proprio in una bottega di caffè e in un secondo tempo come prigioniero) [3].

Il povero caffè diventa subito vittima della malalingua di detrattore dell’aretino Francesco Redi (1626-1697), che in quello stesso anno, nel Bacco in Toscana (vv. 188-190), sibilò:

Beverei prima il veleno,

Che un bicchier che fosse pieno

Dell’amaro e reo caffè …         

Nessuno lo prese sul serio, né in Italia né all’estero, Parigi e Londra soprattutto, vale a dire le città che contavano più delle altre in Europa. Curiosa, comunque, la campagna anticaffè delle ladies inglesi, che nel 1674 lanciarono una petizione per impedirne il commercio: giudicavano che la frequentazione dei locali dove si spacciava e beveva la nuova bevanda distogliesse gli uomini dai doveri domestici [4].

Gli italiani, com’è nella loro natura, portano un pizzico di gaiezza nel trattare l’argomento, non disgiunto comunque dal vizietto (non solo nostro, si badi bene) di “giocare” un tantino sul rapporto qualità prezzo. Nella scena prima, parte prima, della goldoniana La Bottega del caffè, Narciso spiega come si adultera la bevanda annacquandola un po’ prima di servirla e così garantendosi un maggior guadagno (vengono in mente certi benzinai dell’era contemporanea). Ma nell’atto I, scena XII, de Le donne di buon umore (sempre con Goldoni siamo) il caffettiere Niccolò riscatta alla grande la categoria: L’acqua è sempre calda. Il caffè si macina in un momento, in due minuti lo faccio. Da noi non si costuma di far bollire il caffè la mattina per il mezzogiorno, e molto meno far ribollire gli avanzi dell’altro giorno. Noi lo facciamo sempre fresco, e presto e buono, e col caffè di Levante; e in materia di caffè i Veneziani sono famosi per tutto, non solo in Venezia, ma in altre parti ancora.

E non vogliamo dire nulla di Giuseppe Parini, che ne fa un’arma della sua satira contro la fiacca e insipida gioventù aristocratica dei suoi tempi? Leggetelo ai versi 140-143 de Il Mattino: La nettarea bevanda ove abbronzato / fuma, ed arde il legume a te d’Aleppo / giunto, e da Moca che di mille navi / popolata mai sempre insuperbisce …, come se le navi fossero tutte lì pronte a un cenno dello smidollato giovin signore.

Contemporaneo di Parini, Giuseppe Colpani scrisse nel 1790 una canzonetta di ben 109 settenari che risparmiamo volentieri al lettore tranne che il passaggio dove il poeta offre, sdolcinando, alla sua Fillide … la colma ciotola / dal sottoposto argento: / tu il caldo umor delibane / a facil sorso e lento. – Dopo il fumoso prandio, / che ferve nelle vene, / ai fermentanti spiriti / quanto propizio or viene! Può bastare [5].

C’è poi Giosue Carducci, gran gourmand, che satireggia una certa letteratura smorfiosa contemporanea in quattro versi dell’Idillio di maggio delle Rime nuove dove lei dice a lui: Come al sol / novo un desio di viola / s’apre il mio cuore a te. / La costoletta mi ritorna in gola: / fa venire il caffè. Straordinario.

Insomma, una bevanda che ha dato materia di lavoro poetico a tanti autori, anche dei nostri tempi (chi, tra quelli che leggono libri o seguono la buona musica, non ha presente il caffè  del Don Raffaè di Fabrizio De André oppure quello che fa da controcanto al dolore della donna del Déjeuner du matin di Prévert?). E chiudiamo con  un richiamo del saggio tra i saggi, Voltaire, monsieur le Multiforme, che di caffè ne beveva assai e  si diceva convinto che, sì, era un veleno, ma lentissimo tanto che lui (qui pare di vedere la sua smorfia saturnina) lo prendeva da 70 anni.

 

 

[1] Giuseppantonio Compagnoni, Raccolta di voci romane e marchiane, Osimo 1768.

[2] Robert Mantran, Costantinopoli ai tempi di Solimano il Magnifico, Milano, Rizzoli, 1987, p. 317 – Murad III fu sultano dal 1574 alla morte nel 1595 – Gli ulema sono i dotti nella scienza religiosa.

[3] Raffaella Sarti, Vita di casa, cit. p. 231.

[4] Possiamo solo immaginare che cosa avrebbero detto le signore inglesi se i loro mariti, invece che andare al caffè, avessero frequentato le assai meno aristocratiche osterie dove passavano i pomeriggi i nostri padri e nonni e bisnonni e così indietro: artigiani recanatesi o pescatori portolotti che dimenticavano per un paio d’ore quanto grandi fossero le pene per coniugare il pranzo con la cena per la famiglia cercando di affogarle nella foglietta da mezzo litro.

[5] Cesare Segre/Carlo Ossola, Antologia della poesia italiana, Settecento, Torino, Einaudi, 1997, p. 166.

 

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