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Educazione cosa di cuore. Riflettere, capire e interrogarsi sull’educazione

William-Bradford Fonte internet

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“Risalire sulla barca rovesciata: riflessioni per r-esistere, nonostante tutto”.

di Raimondo Giustozzi

Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi. Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di Colui che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù” scriveva San Giovanni Bosco (1815-1888) nella lettera circolare Dei castighi da infliggersi nelle case salesiane del 29 gennaio 1883 pubblicata solo nel 1935.

Il primo dei quattro incontri, promossi dall’Unità Pastorale di Porto Recanati, dalla Famiglia Salesiana di Porto Recanati (Centro Salesiani Cooperatori “Giuseppe Panetti”, Unione Ex- Allievi), dall’Oratorio Don Bosco, dall’Assessorato ai Servizi Sociali e alle Politiche giovanili, dalla Consulta dei giovani e dall’Istituto Comprensivo “E. Medi”, si è tenuto sabato 6 febbraio 2021, alle ore 16,30, in diretta streaming su YouTube, in rispetto delle norme anti Covid 19. Il coordinatore dei Salesiani Cooperatori, Italo Canaletti, regista dell’incontro, ha spiegato in breve come l’iniziativa si raccorda con le altre tre edizioni passate, quando tutto si svolgeva in presenza. Don Luca Beccacece, ha ricordato il patto educativo mondiale proposto nel settembre 2019 da Papa Francesco: Educare è la strada per ogni cambiamento, è l’antidoto all’individualismo, è un atto di speranza che vince l’indifferenza. Guido Scalabroni, presidente dell’Unione Ex Allievi di Porto Recanati ha portato il suo saluto.

Protagonista dell’incontro è stata la dott.ssa Chiara Cottini, psicologa e psicoterapeuta, collegata da Città della Pieve, in Umbria. Il suo intervento “Risalire sulla barca rovesciata: riflessioni per r-esistere, nonostante tutto”, ha fornito valide risposte alle tante domande che stanno attraversando l’esperienza di tutti in questo difficile momento di pandemia. La barca rovesciata evoca il mare. Porto Recanati è una città di mare. “E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare” (Giuseppe Ungaretti, Allegria di Naufragi). Il rimando ad Ungaretti è mio. Il naufragio per il poeta era la prima guerra mondiale. Per noi la rovina è rappresentata dalla pandemia in atto con tutte le altre conseguenze che seguono.

La barca rovesciata evoca le risorse da mettere in campo più che i limiti che conosciamo, precisa la psicologa e psicoterapeuta Chiara Cottini. E ancora: “Non puoi insegnare qualcosa ad un uomo. Puoi solo aiutarlo a scoprirla dentro di sé” (Galileo Galilei). Occorre risalire sulla barca se si vuole continuare il viaggio della vita. Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il tentativo di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo “resalio”. Forse il nome della qualità di chi non perde mai la speranza ma continua a lottare contro le avversità, la resilienza, deriva da  questo termine latino.

La resilienza è la capacità di uscire positivamente da tale condizione con un risveglio di vitalità. E’ il processo attraverso il quale la persona trasforma le difficoltà in scoperta delle proprie potenzialità per lo sviluppo dei propri talenti. Incoraggia a non rimanere passivi, anche se indeboliti, a non farsi abbattere dalla sfiducia né dalla disperazione. Sa sopravvivere alle difficoltà, anzi riesce anche a trarne beneficio. Gli esseri umani sono progettati per affrontare con successo difficoltà e stress. Possediamo dentro di noi, come un dono, un insieme di risorse che abbiamo ereditato. La resilienza può essere potenziata, possiamo imparare a migliorarla ed è possibile psicologicamente diventare più resistenti.

Gli eventi traumatici, quello della pandemia è uno di questi, ci gettano nello sconforto e ci portano ad una sofferenza emotiva. Segnano una frattura tra un prima e un dopo. La pandemia è un trauma collettivo. Davanti ad essa possiamo assumere due posizionamenti diversi. Si tratta di pre – venire il disagio, la paura e lo smarrimento o pro – muovere il benessere? Nel primo atteggiamento c’è la sottolineatura del problema, nel secondo c’è il riferimento ad una presenza, nonostante tutto, la vita, e potenziare  capacità e competenze che abbiamo come innate e che dobbiamo coltivare. Il trauma è anche un’occasione evolutiva che ci sollecita, ci mette in una situazione di dinamismo e di incontro con l’altro. Le sfide sono una costante nella vita. Dobbiamo imparare a conoscere lo stress, quello psicologico soprattutto. Ogni situazione, bella o brutta che sia, quella della pandemia in atto è decisamente brutta, ci deve anche permettere di guardare oltre il tempo presente.

Anche se siamo certi che nulla ritornerà più come prima, dobbiamo metterci nell’ottica di cambiare il mondo, per quello che possiamo fare, vederlo con occhi nuovi, dopo aver conosciuto quello che è successo. La crescita, dopo un evento traumatico, non è un ritorno alla vita prima del trauma ma un’esperienza profonda di trasformazione. “Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia” (Haruki Murakami).

Dopo un trauma collettivo o personale, accanto ad aspetti negativi, ci sono anche quelli positivi che vanno individuati e coltivati. Si dà un nuovo senso alla vita. Si acquista una forza personale che prima non pensavamo di avere. Si apprezza di più la vita per quello che essa ci dà non per quello che ci toglie. Si scopre una diversa relazione con gli altri e della loro ricchezza, anche perché si è impossibilitati a frequentarli. Il termine distanziamento sociale è improprio. Si deve parlare solo di distanza fisica, pena il contagio. Le emozioni hanno diritto di cittadinanza e vanno gestite come risorse. Importante è mettere a denominatore comune la narrazione dell’esperienza e del cambiamento in atto, a livello individuale e collettivo. Gli ostacoli non vanno rimossi ma possono anche essere utilizzati per dare un nuovo significato a ciò che si è vissuto o stiamo vivendo.

Per quanto riguarda il mondo della scuola, la dott.ssa Chiara Cottini ha richiamato le competenze psicologiche che gli operatori scolastici hanno il dovere di coltivare negli alunni: gestione delle emozioni, consapevolezza, pensiero creativo, empatia, gestione dello stress, pensiero critico, comunicazione efficace, relazioni efficaci, prendere decisioni, risolvere i problemi. Sono le cosiddette Life Skill Education. In ogni ragazzo c’è un punto accessibile al bene, scriveva don Bosco. E’ la verità che va tradotta nella realtà della vita scolastica. L’educazione, come dice la parola stessa, formata dal verbo latino educere, tirar fuori, portare alla luce e azione (dal verbo latino ago, is, agere), parola che rimanda al fare, è un’attività delicata che deve essere fatta da personale innamorato del proprio ruolo. Diversamente è il vuoto pedagogico riempito dal nulla. Queste riflessioni sono note mie, fatte da ex docente di lettere nella Scuola Media.

L’educazione è una sfida al culto dell’individualismo. Bello il riferimento fatto da Chiara Cottini alla cultura Ubuntu. “Ubuntu è un’etica o un’ideologia dell’Africa sub-Sahariana che si focalizza sulla lealtà e sulle relazioni reciproche delle persone. È un’espressione in lingua bantu che indica “benevolenza verso il prossimo“. È una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro” (Internet). “Un antropologo propose un gioco ad alcuni bambini di una tribù africana. Mise un cesto di frutta vicino ad un albero e disse ai bambini che, chi sarebbe arrivato prima, avrebbe vinto tutta la frutta. Quando fu dato il segnale per partire, tutti i bambini si presero per mano e si mossero a correre insieme, dopodiché, una volta preso il cesto, si sedettero e si godettero insieme il premio. Quando fu chiesto ai bambini perché avessero voluto correre insieme visto che uno solo avrebbe potuto prendersi tutta la frutta, rispose “Ubuntu”, come potrebbe uno essere felice se tutti gli altri sono tristi”. La nostra cultura è distante anni luce da questo universo di pensiero. C’è un’espressione dialettale abruzzese che ho fatto mia da tempo: “Sta bene Rocco, sta bene tutta la Rocca”. E’ la miopia dell’adulto, non certo del bambino, propria di chi non sa vedere al di là del proprio naso, quando l’individualismo non si carica anche di supponenza, narcisismo e di strafottenza verso l’altro.

Ubuntu illustra il senso profondo dell’essere umano solo attraverso l’umanità degli altri; se concludiamo qualcosa al mondo, sarà grazie al lavoro e alla realizzazione degli altri. Ubuntu è un’espressione in lingua Bantu: “Io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”. L’Ubuntu ci esorta a sostenerci, aiutarci reciprocamente, a prendere coscienza non solo dei propri diritti, ma anche dei propri doveri, poiché è una spinta ideale verso l’umanità intera, un desiderio di pace. Insieme si può fare qualcosa di nuovo. Passata la tempesta della pandemia da Coronavirus, forse anche le civiltà occidentali dovranno vivere riti collettivi per rivisitare insieme il vissuto.

Risalire sulla barca rovesciata si può, nonostante tutto. Occorre saper vedere oltre. Gli adulti hanno in questo momento storico una grande responsabilità. Sono chiamati a credere nel futuro; lo chiedono soprattutto i giovani. “Nessuno educa  nessuno / nessuno si educa da solo / Le persone si educano insieme / con la mediazione del mondo” (Paulo Freire). “Tutto è il nome del destino. “Nonostante è il nome della libertà. La vita è trasformare i nonostante in poiché” (Nonostante tutto – Ossi di limone”). Buona la prima. La conferenza è stata seguita da un buon numero di utenti, circa quaranta, tra questi molti gli insegnanti ai quali era rilasciato il credito formativo per la partecipazione all’evento. Un plauso sincero a quanti, dietro le quinte, hanno coordinato in modo egregio i collegamenti da remoto. Il prossimo incontro, fissato per sabato 13 febbraio, alle ore 16,30, sempre in diretta streaming sul canale YouTube dell’Unità Pastorale di Porto Recanati, sarà condotto da Marta Rossi, giornalista che presta il suo servizio nell’Ufficio comunicazione dei Salesiani in Italia. Il tema sarà quello delle fake news: “Comunicare è testimoniare. Saper riconoscere le notizie che inquinano la nostra società”.

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