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Dialetto. “Cose di casa nostra” – 3

foto sito abebooks.it

foto sito abebooks.it

di Lino Palanca

Come a suo tempo promesso cambiamo territorio e veniamo a quello di casa nostra. Dialetto e usanze e storielle che accompagnano il nostro crescere civile. Il tutto pescato qua e là, senza pretese.

Il vino                                             

Tra i vocaboli riportati dal marchigiano del XVIII secolo di Giuseppantonio Compagnoni (Raccolta di voci romane e marchiane, Osimo, 1768) ve ne sono alcuni che hanno a che fare col vino: trufa, cortinaro, bumba, l’espressione scacciar la nebbia, a ribadire l’importanza di una presenza alla quale la maggior parte dell’umanità tiene giustamente assai. Anche quella che esagera un po’ come capitava sovente a Zebibo Paccalossi, L’imbriago immortale di Palermo Giangiacomi. Lo scrittore anconetano fece rappresentare le disavventure di Zebibo il 4 luglio 1909 al teatro-giardino “Mazzini e dovere”, con un grande successo. Non si contano più da decenni le tante repliche, non solo in Ancona o nelle Marche, ma in giro per il mondo all’inseguimento delle colonie di anconetani all’estero, compresa l’Australia. In queste scene di vita della dorica il vino è assoluto protagonista e ad esso il suo fedele sacerdote Zebibo Paccalossi dedica un inno continuo, che tocca il momento più alto nel noto monologo della scena VII dell’atto I, che qui di seguito offriamo al lettore:

O, el vì è ‘na gran cosa! Macché a Caùre, al Pupo che sta in piaza Roma, al Papa! … A Noè s’avria da fa’ ‘l monumento! Quelo scì ch’era un grand’omo! Ve pare gnente? Ha inventato el vì … El vì è più del telefrigo senza fili. Che cimi d’omini che c’éne al mondo! Baco, Noè, el Cafè Sporte, Betitoni … Baco era più grande de Caùre! E penzà che io non ho inventato manco le scatole dei fulminanti! …

Ieri, a la Linterna, ho visto un morto fugato. Com’era bruto! Metea paura! Brrrr! Ho dito: “vedi j efeti de l’aqua”. E so’ andato subito a beve un dopio litro a San Premià. Adè che ce penzo, ‘na volta me volevo fugà ancora io. Era d’inverno, quel’ano de la carestia de vì. Ma po’ ho penzato: “Piarò ‘na pulmonite?” E so tornato a casa. Dopo de quela volta, nu me so suicidato più. E se m’ho da fogà, me fogo in t’una bote de vì. Sciguro: non ve capacita?

L’aqua non la posso vede, imprecisa fa succede na mucchia de disgrazie: fa murì negato, fa l’inondaziò, le burasche, fa venì la rugine, l’altrite, el mal de mare, cià i mricobi, bagna quando piove, fa la fanga, l’umidità, infraida la roba, fa morì dropighi … El vì, invece, sentì che bela parola: “vì”. Pare de dì carì … bibì … cicì … Me viè da piagne! … “Aqua”: sentì come sona male: aqua …qua … Pare ‘na papera! Io no la dopro mai nemmeno per ‘daquà el vì. Se l’ho da ‘daquà, el d’aquo col vì bianco! Ah quanto te vojo bè vineto mio! Toh, un bagio. Volè sapè quando i bicchieri de vì nò me piacene? Quando non ene pieni!

Riavevo un amico che j volevo bè un bel po’, epure me ce so stizato. E sapè perché? Perché se chiamava Bevilacqua. ‘J ho dito: o gambiete cognome, o ce stizzamo! Lui se difendeva dicendo che Bevilacqua vol dì: “bevi là e qua”, ma io non me so persuaso. Machè Bevilacqua, machè Aquabona! … Belavigna è un bel nome! Io faria deputato a Belavigna pel nome che cià! Imbè vago a casa, scì. Alò, ala cucia! [1]

 

 

[1] Palermo Giangiacomi, L’imbriago, Ancona, Fogola editore, 1909, pp. 17-19.

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