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Viaggio di un poeta. Lu vijagge attraverso la Romagna, le Marche e l’Abruzzo.

Fonte internet

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di Raimondo giustozzi

Il titolo dell’articolo rimanda di primo acchito a quello di una ben nota canzone dei Dik Dik, Viaggio di un poeta, appunto: “Lasciò il suo paese all’età di vent’anni / con in tasca due soldi   niente più”. L’occhiello precisa meglio di cosa si tratta. Lu vijagge, poemetto di ventidue sonetti, “tecnicamente di buona fattura” (Vittoriano Esposito), in dialetto abruzzese, è il viaggio, fatto in treno, nell’ottobre 1987 da Giuseppe Tontodonati in compagnia della moglie Gilda, attraverso la Romagna, le Marche e l’Abruzzo, destinazione la città di Lanciano in provincia di Chieti. Il poeta aveva deciso di partecipare al concorso nazionale di poesia dialettale con il proprio Canzoniere. Nell’attraversare le tre regioni, affacciandosi dai finestrini del treno in corsa, nulla sfugge all’occhio attento del poeta. Il risultato è una piacevole descrizione di luoghi e memorie del passato.

L’incipit della poesia è dato dal saluto alla Romagna: “Oh terre de Rumàgne!… pe sta vànne, / ddò libbre scurrazzé lu Passatòre, ome sparò – nze sa ppe rangòre – / a lu patre de Pàscole Giuuànne”. Traduzione: “Oh! Terra di Romagna!… per questa pianura, / dove libero scorrazzò / il Passatore, / si sparò – non si sa se per rancore – / al papà di Giovanni Pascoli”. Non mancano alcuni versi che si riferiscono al treno scomodo. “Lu tréne corre gne nnu sciarabbàlle! … / st’ esprésse fa’ menì le vandijole  / alla ggénde che, mu’, port’ a ccavàlle”. Traduzione: “Il treno corre come un carro!… / questo espresso fa venire le convulsioni / alla gente che, ora, porta con sé”.

Note al testo.

Il Passatore, al secolo Stefano Pelloni, era chiamato così perché dapprima, come il padre, traghettava la gente da una riva all’altra del fiume Lamone. Diventò poi un brigante faentino, vissuto verso la metà del 1800. “Romagna solatia, dolce paese, / cui regnarono Guidi e Malatesta, / cui tenne pure il Passator cortese, / re della strada, re della foresta” (Giovanni Pascoli, Romagna). Giovanni Pascoli lo definisce cortese riferendosi alla tradizione popolare che abbelliva le sue imprese temerarie con la tradizione di gesti generosi in favore dei poveri. Stefano Pelloni era bandito di strada e uccel di bosco. Queste due caratteristiche lo rendevano quasi un cavaliere errante e attribuivano alla Romagna un’aura favolosa di paese generoso e ribelle, dove la cortesia e il coraggio possono affermare il loro libero regno.

Lo Sciarabbàlle era il carro a due ruote con sedili in legno sul pianale. Probabilmente la parola era composta da due termini francesi, Char à bancs, carrozza con sedili. Accanto a questo mezzo di trasporto c’erano traini, qualche “mambrucca a tommarello”, carro da lavoro ribaltabile, nome derivante forse dai termini Man e Brougham, costruttore inglese di un veicolo a motore agli inizi del ‘900. La vignarola era un carro da lavoro a due ruote, dal francese char vigneronne, carro da vigneto. Qualcuno sostiene che il termine potrebbe derivare dalla voce laziale “vignarola”. La parola indica un piatto di fave e piselli, pasto che i vignaioli portavano, quando si recavano al lavoro nei campi. A Scafa esisteva dal 1924 una famiglia di carradori, i Torrieri, Pietro e i figli Aurelio e Ovidio, abili costruttori di carri agricoli. Era un’impresa che dava lavoro ad una ventina di operai, tra i quali molti garzoni. I carri che uscivano dal laboratorio dei Torrieri erano richiesti nella Marsica, in Umbria e nell’Agro Pontino (Gianfranco De Luca, Gabriella Di Giandomenico, Nella Martino, Scafa 50 anni, storia e tradizioni, pagg. 126- 131, Ceio Edizioni, Scafa, 1998).

Le vandijole sono le convulsioni infantili. Nella poesia il termine è usato in senso metaforico. I continui sobbalzi causati dal treno in corsa fanno venire quasi le convulsioni ai passeggeri. La parola dialettale è in uso anche nel maceratese.

Sant’Arcangelo di Romagna, Savignano, Rimini.

Corre il treno nella pianura romagnola. Il sole brilla sulla campagna ricca di vigne. L’uva matura darà in abbondanza l’albana d’oro. Sfilano all’orizzonte i paesi che sembrano venire incontro ai passeggeri: “Cla tòrre ce salute da lundàne,  Sand’Arcàngele sopr’a la culline. / Lu Rubbecòne mbonne Savignàne… / appite, azzurre, svétte sa’ Mmarine // Clu bborg’andiche sott’ a lu Tetàne, / che llùcceche allu sole matutine… / st’espèsse tròtte come rabbecàne / verze lu régne de la fat’Alcine”.

Traduzione: “Con la torre ci saluta da lontano, / Sant’Arcangelo sopra la collina. / Il Rubicone bagna Savignano… / sullo sfondo, azzurro svetta San Marino // Con il borgo antico sotto il Titano, / che luccica al sole del mattino… / questo espresso corre come un cane rabbioso / verso il regno della fata Alcina”. La piccola Repubblica di San Marino domina la pianura romagnola dall’alto del monte Titano che sovrasta azzurro come se fosse fatto di cielo: “Sempre un villaggio, sempre una campagna / mi ride al cuore (o piange), Severino: / il paese ove, andando, ci accompagna / l’azzurra visïon di San Marino” (G. Pascoli, Romagna). Severino Ferrari, poeta romagnolo anche lui, è il poeta al quale Giovanni Pascoli si rivolge nella poesia Romagna. Alcina è un personaggio immaginario dell’Orlando Furioso.

Il viaggio ricorda al poeta la propria fanciullezza, quando da piccolo veniva portato al mercato di Chieti con la biga. L’avventura iniziava all’altezza di Tascone, una località poco lontana da Scafa, sotto la ripa di Turrivalignani, dove il poeta temeva di essere divorato da un drago affamato. Ma non c’è tempo per pensare. Il viaggio continua tra uno scossone e l’altro del treno in corsa. Rimini, cessata l’ubriacatura dell’estate, sembra un’altra città. E’ capitato anche a me di attraversarla in inverno. Ero sceso da Milano in macchina, prendendo la vecchia via Emilia, in compagnia di due amici. Il traffico era scarso, le strade deserte, non c’era traccia di turisti.

“Ué, Rimene! .. fernite le bbalddòrie / de la staggiòne, tî na facc- i- a mèste. / Me salute, nghe Guite e Malatéste, / lu musiciste Andònij Di Jòrie. // Nghe l’Arche d’Ahuguste, a ttutte séste, / tîne nu Ponde ricche de memòrie…/ lèmbe d’Itàglie addò passì la stòrie… / che salutì lu prime “Manefeste”. Traduzione: “Oh, Rimini!… Terminate le baldorie della stagione, tieni una faccia mesta. / Mi saluta, con Guido e Malatesta, / il musicista Antonio di Iorio. // Con l’arco d’Augusto a tutto sesto, / ha un ponte ricco di memorie… / lembo d’Italia dove passò la storia… / che saluto il primo manifesto”. I Guidi e i Malatesta furono antichi signori romagnoli che Dante Alighieri ricorda nel canto XIV del Purgatorio. Per Guidi si intendono i Da Polenta, signori di Ravenna, molti dei quali ebbero il nome di Guido. I Malatesta di Verucchio furono signori di Rimini e di Cesena. Il Manifesto di Rimini fu emanato in Romagna nel settembre 1845. Antonio Di Iorio era un  grande amico di Giuseppe Tontodonati. Mise in musica molte poesie scritte dal poeta.

Pesaro, Urbino, Gradara, Recanati, Loreto

L’altoparlante del treno annuncia la successiva stazione di Pesaro, dove aspettare la coincidenza per Urbino, quando esisteva ancora la linea ferrata del Metauro, che saliva fino alla città ducale dei Montefeltro. Arrivati in Ancona, altri annunci per ulteriori coincidenze: Fabriano, Foligno, Terni, Orte, Roma ma anche per Milano e per il Sud. Superato il fiume Conca, all’altezza di Cattolica, si entra nelle Marche, regione quasi incollata agli Appennini ad Ovest, al mare Adriatico ad Est, e dal fiume Tronto a Sud: “Lu Tronde segne lu cunfine stòrte / tra le Marche e ll’Abrùzze. Sta fiumàre / è tutte na puzzàngre d’acqua mòrte”. Il fiume Tronto segna il confine storto / tra le Marche e l’Abruzzo. Questa fiumara / è tutta una pozzanghera d’acqua morta.

Il poeta è affascinato dalla dolcezza delle colline marchigiane e dalla storia del passato: “Affasscenàte ahuàrde ste culline / e lu dolge ondulà de sta reggiòne. // Ferrigne lu castelle de Gradàre / m’arecòrde de huèrre e ssuldatésche: / bbràve, lanzicchinicche, li curzàre… // E l’amore de Pàvele e Frangésche / che, ‘ndanne, le capì sole lu màre / e ll’Alighiére, che ccandò ‘lla trésche”. Traduzione: “Affascinato, guardo queste colline / e il dolce ondulare di questa regione. / Il ferrigno castello di Gradara / mi ricorda le guerre, le soldataglie / i bravi, i Lanzichenecchi, i corsari… // E l’amore di Paolo e Francesca / che capì solo il mare / e l’Alighieri che cantò la tresca”.

Giuseppe Tontodonati amava le Marche: “Le Marche de Leupàrde, Raffahélle, / de Russìne – lu cigne pesarése – / ce vè mgòndre cl’arcàijca favella, / labburiòse, nghe cend’e ccénde ‘mbrése. // A m’à piaciùte sembre stu pahése / da le dolge culline, nghe le bbèlle / spiàgge dlu Conere e cche la Chijése / dla Sanda Càse poste tra le stélle”. Traduzione: “Le Marche di Leopardi, Raffaello, / di Rossini – il cigno pesarese- / ci viene incontro con il suo antico linguaggio, / laboriose, con cento e cento imprese. / Mi è sempre piaciuta questa regione / dalle dolci colline, con le belle / spiagge del Conero e con la Chiesa / della Santa Casa posta tra le stelle”. Le tante piccole imprese, di cui parla il poeta nel testo, forse non sono poi così tante come in passato, colpa di molteplici fattori, la delocalizzazione e non ultima la crisi economica a seguito della pandemia in atto. E’ esagerato forse collocare la Santa Casa di Loreto posta tra le stelle, ma chi percorre la ferrovia sottostante, il santuario è così in alto che sembra confondersi con il cielo.

Attraverso l’Abruzzo: Alba Adriatica, Tortoreto, Roseto, Pescara, Lanciano.

Il treno continua la sua corsa attraversando l’Abruzzo, quasi vola sulle rotaie: “St’espresse vole. Nem ferme’a Ruséte. / Sende lu ddòre de Pescara bbèlle… ! / Nghe Hàtre su lu colle e la Majelle, / lu Corne Grànde pare nu pruféte”. Traduzione: “Questo espresso vola. Non ferma a Roseto. / Sente il profumo della bella Pescara…! / Con Atri sul colle e la Majella, / il Corno Grande sembra un profeta”. A Pescara è pronta la coincidenza con il treno della Sangritana che sale verso Lanciano: “Sopr’a ttré ccùlle stese sta Langiàne / nghe la facciàte de Sanda Marije… / nu gòteche de fina puvisije / sopr’a nu tèmble d’Apòlle rumàne. // E secutenn’appète pe la vije / de sta cullina fértela frendàne, / ndravvéde Fossacésie e, cciù lundàne, / massicce, all’urezzònde, l’abbadije”. Traduzione: “Sopra a tre colli come steso sta Lanciano / con la facciata di Santa Maria… / un gotico di fine poesia / sopra un tempio romano dedicato ad Apollo. // E seguitando a piedi per la strada / di questa fertile collina frentana, / intravvedo Fossacesia e, più lontano, / massiccia, all’orizzonte, l’abbadia” (San Giovanni in Venere).

Il poeta si ferma a descrivere questo angolo dell’Abruzzo ricco di paesaggi unici ed incantevoli. Si percepisce lo sciabordio del mare che batte sui pali dei trabocchi. La montagna si innalza quasi subito dopo la linea di costa, poi scogliere, porticcioli, insenature, anfratti ricchi di ginestre. La fede ha radici profonde in questa parte d’Abruzzo, illumina il mondo da mille anni. Il riferimento è alla Majella con i suoi eremi. La Sangritana sale a San Vito Lanciano, dopo una arrampicata temeraria. Il ponte bombardato negli anni di guerra è stato ricostruito ardito e snello. Il mare alle spalle, la montagna ai piedi, paesaggio di oliveti, prati di primule e muschio. Il treno arranca per superare le forti pendenze come chi è senza fiato perché dà fondo a tutte le proprie forze per salire e inerpicarsi fino alla vetta della montagna.

“Langiane ce vé ngondre nghe la tòrre / de la cchiése dli fràte cappuccine, / nghe li picciùne che cce vòle a mmòrre”. Traduzione: “Lanciano ci viene incontro con la torre / della chiesa dei frati cappuccini, / con i piccioni che ci volano intorno a stormi”.

Il premio di poesia dialettale Città di Lanciano.

E’ l’ultima parte del viaggio. Il poeta scende dal treno della Sangritana con mal di testa e con dolori alle gambe e si reca all’Hotel Excelsior. Il premio per la poesia dialettale “Città di Lanciano” viene assegnato presso il palazzo De Crecchio: “Lu Palàzze De Crécchie avé ‘occupate / la Ggiurije dlu “Prèmije Langiàne”. Il palazzo De Crecchio è occupato dalla Giuria del premio Lanciano. Sulla partecipazione del poeta al concorso di poesia dialettale Città di Lanciano, scrive Raffaello Tontodonati, il figlio secondogenito di Giuseppe Tontodonati: “Dopo la pubblicazione del volume “Canzoniere”, papà ebbe il desiderio di presentarlo al concorso premio di poesia dialettale “Città di Lanciano” nonostante più di un addetto ai lavori lo avesse sconsigliato di farlo in quanto non aveva gli “appoggi giusti”.

Era la prima volta che decideva di partecipare ad un concorso, fino ad allora se ne era sempre tenuto fuori, ma riteneva che il “Canzoniere“, pubblicato all’interno della collana di Dialettologia dell’Università dell’Aquila e osannato dalla critica regionale come il volume più interessante degli ultimi decenni di poesia dialettale abruzzese, fosse meritevole di una partecipazione ad un premio nazionale di poesia dialettale, oltretutto con sede nella regione Abruzzo.

Nonostante non avesse avuto nessun contatto con gli organizzatori, decise di presentarsi a Lanciano il giorno della premiazione, senza dire niente a nessuno. La cosa che più sorprese mio padre fu la scarsissima presenza di persone alla premiazione. Si aspettava una premiazione solenne alla presenza della cittadinanza, un momento di festa della poesia. Invece erano presenti quattro gatti. Il “Canzoniere” non vinse nessun premio e non ricevette nemmeno una citazione.

 

Al suo rientro scrisse questo poemetto che narra, nella prima parte, il viaggio da Bologna a Lanciano e nella seconda parte la cerimonia di premiazione. Con lui era presente anche mia madre. Il suo fu uno sfogo non certo di rancore verso gli organizzatori del premio, non ne aveva motivo, ma di rabbia verso se stesso, per la sua ingenuità e per non aver creduto a quanti lo avvisarono che non si partecipa ad un concorso senza gli sponsor giusti” (Raffaello Tontodonati).

 

Alcuni versi testimoniano tutta l’amarezza del poeta: “Dòpe vind’anne j, comme nu fésse, / Me so’ fedàte e, dda  perzo’ ciuvile, / s’om artruvàte, Espo’ dendr’ a stu césse”. Traduzione: “Dopo vent’anni io, come un fesso, mi sono fidato e da persona civile, / mi sono ritrovato, Esposito, dentro a questo cesso”. Espo’ è Esposito Vittoriano, un illustre letterato abruzzese che ha curato il libro Poesie inedite di Giuseppe Tontodonati. Sulla mancanza di appoggi, scrive il poeta: “Dendr’a stu bbàlle conde poche l’àrte! … / se ntì l’appògge sî nu polbe fritte, / e nne’ vvàle nvucà Minérve o Màrte… // lu Canzunire fu mmésse da pàrte / gne nna pézze da piéde da cuscritte”. Traduzione: “Dentro questo ballo, l’arte conta poco / Se non hai l’appoggio sei un polbo fritto, / e non vale invocare Minerva o Marte… / Il Canzoniere fu messo da parte / come una pezza da piedi da coscritto”.

 

Pochi gli invitati al premio: “A ppalàzze De Crécchie, te li ggiùre, / vinde perzòne sté spettà, nghe mmé, / de chenòssce sta prézzeca mature”. Traduzione: “A palazzo De Crecchio, te lo giuro, / venti persone, come me, / stanno ad aspettare di conoscere il nome del vincitore”. Il problema di fondo, continua il poeta è nella febbre letteraria che ha contagiato tutta Italia, a rimetterci è la poesia: “Cara Langiàne de Sanda Marije, / nde créde ca me ssfòche pe la ràje! … / se ttànde su’ stu premie mo’ c- i- abbàje / è plu trijònfe de la puvisije… / Saffe c- i armésse, l’arpe e lu curréte…”. Traduzione: “Cara Lanciano di Santa Maria, / non credere che io mi sfoghi per la rabbia!… / se parlo così di questo premio / è per il trionfo della poesia…. / Saffo ci ha rimesso l’arpa e il corredo.

 

Sullo sdegno di Giuseppe Tontodonati, scrive Vittoriano Esposito: “La giuria del premio non degnò Tontodonati neppure di una segnalazione. Il poeta ne soffrì molto e si sentì vittima di una grave ingiustizia, non riuscendone a darsene una ragione plausibile. Noi cercammo di confortarlo col fargli notare che, per nostra fortuna, la storia della poesia non passa quasi mai attraverso le cronache dei premi letterari”(Vittoriano Esposito, Poesie inedite di Giuseppe Tontodonati, pag. 107, Collana di studi abruzzesi, Nuova Serie 16).

 

Bibliografia

 

  1. Giuseppe Tontodonati, lu vijagge (poemetto), pagg. 107 – 113, in Poesie inedite di Giuseppe Tontodonati, a cura di Vittoriano Esposito,  collana di studi abruzzesi, Nuova Serie 16.
  2. Gianfranco De Luca, Gabriella Di Giandomenico, Nella Martino, Scafa 50 anni storia e tradizioni, Ceio Edizioni, Scafa, 1998.
  3. Testimonianza di Raffaello Tontodonati. Di Raffaello Tontodonati segnalo il libro: Giuseppe Tontodonati un poeta nella Bologna del secondo ‘900, scritti, poesie e testimonianze, GEDI Gruppo Editoriale S.p.a. 2020.

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