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I soldati polacchi del generale Wladislaw Anders e la liberazione di Civitanova Marche

COPERTINA Libro 75esimo Polacchi Civitanova M. C. Bernacchia 29 GIU. 19Raimondo Giustozzi

Civitanova Marche, Morrovalle, Loreto, Ancona hanno ricordato sempre, con diverse iniziative, l’apporto dei soldati polacchi nella guerra di liberazione delle Marche dal Nazifascismo. Il Secondo Corpo d’Armata Polacco, guidato dal generale Wladyslaw Anders, combatteva assieme ai soldati dell’Ottava Armata Britannica, al Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.), comandato dal gen. Umberto Utili ed i partigiani “Patrioti della Maiella”, guidati da Ettore Troilo.

 

Nel 1941, dopo l’aggressione hitleriana all’Unione Sovietica, furono rinnovati i rapporti diplomatici tra il Governo Polacco in esilio e lo Stato Sovietico. Il patto “Sikorski-Majski”, firmato il 30 luglio 1941 a Londra, stabilì la formazione dell’esercito polacco autonomo nell’Unione Sovietica, composto dai cittadini polacchi deportati lì nel 1939 e obbligò entrambe le parti ad ogni aiuto reciproco nella guerra contro i tedeschi. Il generale Wladyslaw Anders, dal 1939 imprigionato in Unione Sovietica, fu nominato comandante dell’esercito polacco. Nel 1942, con il consenso sovietico, più di 100.000 soldati polacchi si spostano di seguito in Iran, in Iraq e in Palestina. Lì si formò definitivamente il Secondo Corpo d’Armata Polacco che alla fine del 1943 sbarcò in Italia come parte della VIII Armata Inglese.

 

Furono i Polacchi del Reggimento “Lancieri dei Carpazi a liberare Civitanova Marche e molte altre città della costa adriatica, tra tutte la città di Ancona, incalzando i tedeschi che, rotto il fronte ad Ortona, avevano approntato lungo i numerosi fiumi della nostra regione: Chienti, Musone, Cesano, delle linee difensive leggere per dar modo al grosso dell’esercito di correre verso la linea Gotica dove il fronte ristagnerà per ben due lunghi inverni.

Immagine

Anche la letteratura ha parlato di loro e del loro indomito coraggio: “Oltre la città (Macerata) la colonna  del Secondo gruppo (Paracadutisti della Divisione Nembo) si trovò per un certo tratto compresa fra le colonne corazzate polacche… Al pari di ogni uomo civile, mi struggevo a quel tempo per la sorte del popolo polacco, il quale alzava isolato la croce tra le due patrie della barbarie moderna (Germania di Hitler e l’URSS di Stalin). Sapevo inoltre che questi soldati del corpo d’armata di Anders – circa cinquantamila uomini – erano quanto rimaneva dei trecentomila polacchi fatti prigionieri dei bolscevichi durante l’invasione della Polonia; gli altri duecentocinquantamila erano tutti morti; in parte uccisi con un colpo alla nuca (a Katin e altrove), la gran maggioranza di fame e di stenti nel corso di due bestiali anni di prigionia” (Cfr. Eugenio Corti, Gli ultimi soldati del Re, pag. 143, Edizioni Ares, Milano, 1994).

 

Spostatisi verso la loro zona di operazione, così scriveva ancora Eugenio Corti: “Li salutammo con la mano mentre, affacciati alle torrette o appollaiati sul dorso degli Sherman, uscivano dal nostro percorso per riportarsi verso la costa, dov’era la loro zona d’operazioni. Ci risposero agitando la mano allo stesso modo, i rozzi volti sorridenti incorniciati da capelli coperti di polvere, le ciglia bianche. Sempre i polacchi rispondevano con gratitudine alle nostre dimostrazioni di simpatia” (Ibidem, pag. 143).

 

Eugenio Corti (Besana in Brianza, 21 gennaio 1921 – Besana in Brianza, 4 febbraio 2014) l’ho incontrato più volte, a Giussano, a Verano Brianza, a Renate, nel corso di serate dedicate alla presentazione del suo romanzo più famoso “Il Cavallo Rosso”.  Andai a trovarlo di persona nella sua villa di Besana Brianza, nel settembre del 1991. Mia figlia ed altre sue amiche mi avevano chiesto di accompagnarle a Villa Romanò di Inverigo. Volevano intervistare Eros Ramazzotti che allora abitava poco lontano da dove risiedevo, appena cinque chilometri. In quel pomeriggio, il noto cantante non volle riceverci. Ci ricevette solo quindici giorni dopo. Suggerii a mia figlia ed alle altre due sue amiche di andare a trovare Eugenio Corti. Non sapevano chi fosse, ma accettarono. In quell’occasione, lo scrittore brianzolo mi rese subito partecipe del lavoro che stava facendo proprio attorno al romanzo “Gli Ultimi Soldati del Re” (pubblicato nel maggio del 1994). Mi disse che amava le Marche. Nell’estate di quell’anno era stato a Tolentino per la commemorazione dell’eccidio di Montalto. Era molto legato a Fermo, dove si era recato qualche anno prima per la presentazione del suo romanzo più noto “Il Cavallo Rosso”. Adolfo Leoni, giornalista fermano, l’ha ricordato in un articolo pubblicato qualche mese fa su “La Voce delle Marche”.

 

I più non tornano“, diario scarno e disadorno della sacca consumata ai danni del Corpo di Spedizione italiano in Russia, dove era sottotenente degli Alpini, “Il Cavallo Rosso”, romanzo della guerra, della vita nell’ambito industriale, della sua terra, la Brianza dove è nato, Gli Ultimi Soldati del Re”, fanno di Eugenio Corti una delle voci più libere della letteratura italiana contemporanea, uno scrittore fuori da ogni gruppo o scuola; non ha servito, né si è servito mai di nessun potere. Mi colpirono subito la sua schiettezza e l’amore per la verità: “Eravamo gli ultimi soldati del re e non potevo che dare questo titolo al libro“- mi disse. “Gli ultimi soldati del re sono quelli che dal 1944 al 1945, inquadrati nell’esercito regolare, hanno combattuto insieme con gli Alleati contro e Tedeschi. Non con odio, ma spinti dal senso del dovere, amore per la patria, desiderio di finire al più presto una guerra che lacerava un po’ tutti. La storia di questi uomini, negli annali dell’Italia ufficiale, occupa un ruolo minore. Si è preferito proporre o anche imporre, la storia parallela della Resistenza Partigiana”.

 

Così scrive Eugenio Corti, cittadino onorario di Filottrano dove si combatté la più terribile battaglia contro i Tedeschi in terra marchigiana, nella prefazione al libro di Aldo Chiavari, L’ultima guerra in Val di Chienti 1940- ’46, edito a Macerata nel 1997 dall’editore Sico: “Per cacciare i tedeschi da Macerata, quattro miei soldati sono morti. Il loro nome è in fila con gli altri sul monumentino (E’ il monumento posto a Sforzacosta, all’uscita della superstrada) che, stante l’inattività delle autorità locali, noi stessi abbiamo costruito parecchi anni più tardi a lato della strada che dal fiume, sale alla città”.

 

Lo scrittore, ufficiale del Corpo Italiano di Liberazione, raggruppamento Folgore, divisione Nembo, che risaliva la penisola insieme agli eserciti anglo americani, ormai sulla via di casa, superato il fronte della linea Gotica, così parla dei soldati polacchi, costretti ormai a barcamenarsi nelle retrovie del fronte in mezzo a difficoltà d’ogni genere: “ L’unica ora del giorno in cui sembravano riscuotersi, era di primo mattino, quando schierati davanti alla bandiera cantavano la preghiera dell’esule. Allora più di uno mentre cantava, piangeva, perché nel mattino che invita ogni uomo alla speranza, quella preghiera, composta in altri secoli da un loro poeta profugo, era veramente tale da struggere il cuore: Non vi ho potuto salutare uno per uno quanti eravate, fieri polacchi, amici nostri, popolo come pochi altri, pulito ed esente da complicità, allorché lasciaste la terra italiana. Accettatelo da queste pagine, se mai vi giungeranno, il mio riconoscente saluto” ( Eugenio Corti, Gli Ultimi soldati del re, pag. 306).

 

Diversi soldati ed ufficiali dell’esercito polacco, dopo la guerra, impossibilitati a ritornare in Polonia retta dal regime comunista, si fermarono nei nostri paesi e si sposarono con ragazze del posto mettendo su famiglia. E’ il caso di Lech, Dernowski, Zuczowski ed altri. Certo molti non ci sono più ma ci sono i figli ed i nipoti a ricordare il loro apporto nella guerra di liberazione. Don Mario Luseck, padre polacco, nato in un paesino del fermano, è un sacerdote della diocesi di Fermo, responsabile per la pastorale dello sport e tempo libero, conosciuto anche fuori dai confini regionali.

I riferimenti alla nostra terra nel romanzo “Gli Ultimi Soldati del Re” sono tali e tanti che è impossibile riferirli tutti, solo alcuni, quelli più belli: “Dal mattino, usciti dalle terre che circondano l’aereo picco di roccia del Gran Sasso, ci eravamo ritrovati nel caldo entusiasmo italiano. Le Marche, regione meno passionale dell’Abruzzo, presentano linee orizzontali e più vaste… San Ginesio: la cinta delle mura in pietra viva, lucente, era perfettamente conservata, intatte le porte ad arco. San Ginesio. Come lo sentivo mio questo luogo! Mai sentito nominare prima! Parte non solo della mia terra, ma di me stesso”(Cfr. Ibidem, pag. 137)… Macerata! L’attraversammo anche noi; era il pomeriggio del primo luglio e il solleone incombeva sfolgorante sulle case di un bel colore mattone, lavorato dal tempo e sulle strade colme di silenzio. Ad una sosta della colonna, un vecchio venne di corsa al nostro autocarro; reggeva un prosciutto ed un gran pane fresco (Cfr. Ibidem, pag. 142).

 

Dei soldati polacchi, così scriveva Carlo Levi (Torino, 29 novembre 1902 – Roma, 4 gennaio 1975): “Erano dei begli uomini, grandi e grossi, con facce colorite; molti portavano i baffi, dei lunghi baffi biondi o rossi; molti non erano più giovani, erano già calvi o grigi, avevano la pancia; ma tutti avevano un portamento nobile, un tratto da gran signore. Si stava bene con loro. Si vedeva che, al loro paese, erano ricchi, possedevano terre e castelli. Bere, amavano; bere molto per ore ed ore. E anche la musica: non si accontentavano di quella del locale, che pure faceva già abbastanza chiasso, ma facevano venire dei suonatori e dei cantanti della strada, che suonavano, col violino, per loro, vicino al tavolo, chinandosi con lo strumento fin quasi a toccarli. Le donne le trattavano bene: le facevano mangiare tutto quello che volevano, le prendevano per mano, dicevano: “Signora”. Timorati di Dio, e religiosi. Avevano tante immagini sacre, medagliette, santini, madonnine e crocifissi, dappertutto, al collo, al polso, nel portafoglio, nella fodera del cappello. Parlavano sempre della famiglia e della chiesa, e dei miscredenti ebrei che bisognava sterminare” (Carlo Levi, L’orologio, pagg. 79- 80, Torino, Einaudi).

 

Carlo Levi è conosciuto dai più per il romanzo Cristo si è fermato ad Eboli, scritto nel dicembre del 1943, nel quale racconta la propria esperienza di confinato politico in un piccolo paese della Lucania, lontano dal mondo allora conosciuto, con una forte denuncia politica e sociale delle condizioni di estrema arretratezza in cui versava la classe contadina dell’Italia fascista. Il viaggio di Levi nella politica e nella società italiana continuò in seguito con la pubblicazione de L’orologio (1950) nel quale descrive la cronaca politica del dopoguerra.

 

Scriveva Gian Franco Vené (Monfalcone, 1935 – Milano, 3 novembre del 1992): “I polacchi del generale Wladislaw Anders. Erano arrivati con la baldanza degli eserciti alleati e nella confusione non erano stati neppure riconosciuti. Ma via via che gli anglo americani risalivano la penisola, i polacchi restavano indietro, soldati di ventura la cui utilità venne meno di settimana in settimana. A guerra finita si ritrovarono disoccupati negli accampamenti e a zonzo per i quartieri, unici tra gli invasori a dover spartire la sorte degli invasi. Trascurati dai libri di storia, molti invecchiarono in Italia e alcuni sopravvivono ancora negli stessi luoghi e nelle stesse case dove un giorno trovarono chi gli rattoppò l’uniforme” (Gian Franco Vené, Vola Colomba, pag. 39, Milano 1990).

 

In “Vola Colomba” (1990), Gianfranco Vené ricostruisce gli anni del secondo dopoguerra. Per la prima volta dopo gli anni bui della guerra, le strade sono di nuovo illuminate. Si balla nei cortili e nelle piazze. Ritornano i reduci, accolti nelle stazioni dalle donne che innalzano la fotografia dei mariti scomparsi: “Chi l’ ha visto?”. E’ un reduce della prigionia, l’uomo simbolo della Rinascita. Si chiama Fausto Coppi. Gli anglo americani abbandonano la penisola, rimangono i soldati polacchi del generale Anders. Nell’Italia delle “Signorine” e delle sigarette americane “sciolte e a pacchetti” ci vogliono trentatré ore per andare da Roma a Milano in treno. Mentre nelle periferie si consumano le ultime, atroci vendette della guerra civile, nei parchi di divertimento si spara col fucile a tappi per vincere il “cinzanino”. Tutti cantano una canzone struggente: “Solo me ne vo per la città”. Compaiono sui muri i manifesti del Prestito Nazionale della Ricostruzione. I mariti accompagnano le mogli a votare per la prima volta, preoccupati che imbrattino la scheda col rossetto. Irrompe sulle strade un buffo veicolo mai visto, la Vespa cui segue la Lambretta: “Signorina, vuol fare un giro in motoscooter con me?”. I fidanzamenti tra i ragazzi diventano più facili, i genitori chiudono un occhio, i preti no: anatemi contro le donne in maniche corte o in pantaloni. La “Contessa Clara” impartisce buoni consigli, ma la modernità avanza insieme al benessere. Le casalinghe anelano a diventare “padrone di casa” e imparano a far funzionare i primi elettrodomestici mentre i mariti sognano la Seicento. In quindici anni, dal 1945 al 1960, l’Italia muta pelle, tentata dalla modernità ma non ancora del tutto separata dalle nostalgie per la vita tradizionale.

 

Molto belli anche gli altri due saggi di Gianfranco Vené, Mille lire al mese (1988) e Coprifuoco (1989), nei quali lo scrittore racconta, rispettivamente, la vita quotidiana degli italiani prima della seconda guerra mondiale e durante la guerra civile. Con la trilogia Venè conduce il lettore nelle case, nelle stanze da letto, negli uffici, nelle fabbriche, nei negozi, nelle scuole, al cinema ed al caffè: dovunque la famiglia italiana abbia manifestato la propria identità attraverso il cibo e l’amore, i ruoli dell’uomo e della donna, lo stipendio e l’istruzione, il dovere ed il divertimento.

 

Sui soldati polacchi scrive ancora: “A differenza degli Inglesi si sforzarono di imparare l’Italiano, forse presaghi che questa sarebbe stata la lingua della loro vita futura; erano pigri, e nei paesi dove s’erano arenati pagavano in sigarette per farsi lavare i camion e le jeep dai ragazzini; loro sedevano sotto un albero e bevevano alla bottiglia. Corteggiavano le donne con garbo, ma non ammettevano schermaglie né incontri vani. Fratelli, fidanzati, mariti erano per loro nemici naturali contro i quali avventarsi in piazza, ubriachi persi, armati di coltello. Si rivelavano mariti di precaria efficienza ma servizievoli e umili, abbandonavano la congrega dei compatrioti sforzandosi di trovare amicizie nei caffè e nelle osterie. Giravano per il paese con la sporta della spesa, con il secchio dell’acqua da riempire alla fontana, si rasavano i baffi, ma la diffidenza per le loro sbornie demolitrici ed assassine rimaneva; per farsi versare al banco un “decino” – 10 lire di vino- dovevano rispondere alla domanda trappola: “Questo che numero è, polacco?”. Il barista rizzava l’indice, il medio e il pollice nascosto dietro l’indice. Se il polacco diceva tre, il barista abbassava il pollice e rigirava il polso: “Questo è due, sei già ciucco”(G. Vené, Vola Colomba, pag. 40).

 

Mia suocera, di Porto Potenza, quattordici anni nel 1944, mi raccontava che nella sua casa, passato il fronte, si fermarono molti soldati polacchi, amici di suo fratello. Sua mamma, persona ospitale come poche altre li invitava a pranzo. I soldati volevano imparare l’Italiano. Una volta a tavola, chiedevano a lei: “Signora, questo essere cucchiaio?”. No, rispondeva lei: “No cucchiaio, ma cucchiara”. Accanto all’Italiano imparavano anche il nostro dialetto. E’ una letteratura minore ma è valida anche essa.

 

Memorie del Novecento, la fotografia per la storia, potevano essere questi i sottotitoli della mostra fotografica “Il Secondo Corpo D’Armata Polacco nelle Marche: 1944- 1946”, allestita a Civitanova Marche nella sala “Foresi” presso il palazzo comunale di piazza XX Settembre, dal 9 al 31 luglio 2005. La mostra toccò anche altri paesi: Porto San Giorgio (3 . 25 settembre 2005), Ascoli Piceno e Servigliano (29 ottobre – 27 novembre 2005). Le fotografie della mostra, raccolte in un libro corredato da testi e fonti storiche, costituivano un documento eccezionale per ricostruire il nostro passato. Eravamo laceri, poveri, vestiti di stracci, ridotti alla fame assieme al paese intero. Venivamo da decenni di dittatura, con “il piede straniero sopra il cuore” e da una guerra voluta da chi aveva pensato che “l’ora delle decisioni irrevocabili battesse sui cieli della Nostra Patria” e riempiendosi la bocca della parola “patria”, aveva portato la stessa allo sfacelo.

 

Il fermo immagine coglie città spettrali e deserte, campi di grano ancora non raccolto perché era difficile lavorare con le armi sopra la testa. Alcuni carri armati Sherman attraversano il fiume Chienti. Ragazze festanti salutano ai bordi delle strade i soldati polacchi. Su un muro di S. Elpidio a Mare campeggia la scritta “Evviva l’esercito polacco”. Fanti polacchi, mimetizzati in un campo di granoturco, fronteggiano i tedeschi nei dintorni di Osimo. Gli sfollati del paesino di Monterado, in provincia di Ancona, rientrano nelle loro case trascinandosi a fatica lungo strade polverose, portando con loro poche cose ed in mano le preziose scarpe. Carri armati della Seconda Brigata Polacca sferragliano per le dolci colline marchigiane, all’attacco dei tedeschi, nelle vicinanze della riva meridionale del fiume Metauro. Era il 20 agosto del 1944, stagione inoltrata per la trebbiatura del grano che rimaneva ancora per la campagna, ammassato a formare “li cavallitti”.

 

Tante le immagini che testimoniano la vita materiale di quegli anni, ma le più belle e soffuse di struggente malinconia sono quelle legate agli anni ‘45- 46, quando la guerra era ormai lontana dalle nostre contrade. Il generale Anders si proponeva anche di formare, dal punto di vista tecnico, i quadri di quello che doveva diventare il nuovo esercito della Polonia. Ecco allora l’istituzione di scuole e corsi professionali per i soldati polacchi. Così, a Fermo funzionava la scuola per periti meccanici, a San Severino Marche si svolgevano i corsi di formazione tecnica, a Macerata nasceva una scuola di taglio e cucito per le ausiliarie, a Porto San Giorgio funzionavano, sempre per le ausiliarie, la scuola media ed il ginnasio, ad Ancona si tenevano corsi per infermiere, a Sarnano ed Amandola operava ed era molto frequentato il ginnasio liceo della  Terza Divisione “Fucilieri dei Carpazi”.

 

Il desiderio del generale Anders e quello dei suoi commilitoni di ritornare in patria al termine della guerra, dopo aver combattuto in Italia “Per la vostra e nostra libertà”, cadde ben presto, in quanto la Polonia veniva incorporata nell’Unione Sovietica. I polacchi del Secondo Corpo si rifiutarono in maggioranza di ritornare in Polonia, molti di loro si sposarono con ragazze italiane, mettendo su famiglia, altri, riposano per sempre nei cimiteri di guerra di Bologna, Casamassima, Montecassino e Loreto.

 

Le iniziative di sabato ventinove e domenica trenta giugno 2019 vanno ad arricchire altre analoghe tenute in passato in una continuità di rapporti tra Civitanova Marche e la Polonia.

 

Raimondo Giustozzi

3 commenti a I soldati polacchi del generale Wladislaw Anders e la liberazione di Civitanova Marche

  • Le truppe Polacche e Inglesi, penso verso il 1945 circa, io ero molto piccolo sono del 1939, si accamparono nei terreni circostanti a San Marone: Abitavo in via Ariosto,3. I miei genitori ospitarono un Ufficile inglese o polacco il quale una volta mi portò con la sua jeep negli accampamenti vicini e quindi mi sono divertito un mondo. Dietro casa c’erano le cucine, alle 16 del pomeriggio i cuochi distribuivano il the con un dolce, Noi ragazzini ci radunavamo per vedere i soldati e tutta la scena, il cuoco ci offriva un pezzo di dolce e una bevanda che sembrava la nostra gazzosa. Mentre nell’ abitazione dei nonni paterni in via Carducci, vennero ospitate tre donne soldato le quali avevano funzioni di assistenza e amministazione. Durante il Natale di quell’anno le soldatesse allestirono
    l’albero di Natale, con appese candeline, noci dipinte con porporina grigia,fichi secchi e altro che non avevo mai visto e mi regalarono un piccolo torrone.Noi ragazzi andavamo alla ricerca dei barattoli vuoti dove erano contenute 50 sigarette. Naturalmente per noi era un divertimento e una risorsa per la zona, un po’ meno per i militari che dovettero partire per l’avanzata del fronte.

  • Le truppe Polacche e Inglesi, penso verso il 1945 circa, io ero molto piccolo sono del 1939, si accamparono nei terreni circostanti a San Marone: Abitavo in via Ariosto,3. I miei genitori ospitarono un Ufficile inglese o polacco il quale una volta mi portò con la sua jeep negli accampamenti vicini e quindi mi sono divertito un mondo. Dietro casa c’erano le cucine, alle 16 del pomeriggio i cuochi distribuivano il the con un dolce, Noi ragazzini ci radunavamo per vedere i soldati e tutta la scena, il cuoco ci offriva un pezzo di dolce e una bevanda che sembrava la nostra gazzosa. Mentre nell’ abitazione dei nonni paterni in via Carducci, vennero ospitate tre donne soldato le quali avevano funzioni di assistenza e amministazione. Durante il Natale di quell’anno le soldatesse allestirono
    l’albero di Natale, con appese candeline, noci dipinte con porporina grigia,fichi secchi e altro che non avevo mai visto e mi regalarono un piccolo torrone.Noi ragazzi andavamo alla ricerca dei barattoli vuoti dove erano contenute 50 sigarette. Naturalmente per noi era un divertimento e una risorsa per la zona, un po’ meno per i militari che dovettero partire per l’avanzata del fronte.

  • Giovanna Vincenzoni

    Sono del 1954, perciò ignara di questi fatti. Leggere tutto ciò è stato molto istruttivo. Grazie

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