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Dialoghi in corso. USA 2018, una prima lettura del voto di metà mandato

Fonte Internet

Fonte Internet

di Massimo Di Gioacchino (@MDGioacchino)

Sono le due di notte qui a New York (otto di mattina ora italiana) e la maggioranza dei risultati di queste elezioni di metà mandato è arrivata [1]. Gli ultimi risultati, quelli dell’Alaska, stanno giungendo ora e non cambieranno il quadro finale. In queste elezioni di metà mandato erano assegnati tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti, 35 dei 100 seggi al Senato, ed erano eletti 36 dei 50 governatori degli Stati. Seppur determinate in buona parte dal giudizio generale degli americani sulle politiche del presidente Donald Trump, queste elezioni erano molto di più di un referendum sul presidente. In giro per il paese si sfidavano progetti e programmi politici molto diversi che esprimevano tendenze e aspirazioni interne ai due schieramenti. Questo era particolarmente vero all’interno dei democratici che nel corso delle primarie hanno visto emergere numerosi candidati progressisti con piattaforme avanzate su ambiente e sanità, come Andrew Gillum in Florida, e candidati socialisti (noi europei diremmo piuttosto “comunisti”), quali le due candidate newyorchesi Alexandria Ocasio Cortez nel Queens-Bronx e Julia Salazar a Brooklyn.

Mentre stanno continuando ad arrivare i risultati dei distretti della California e più in generale della West Coast, è chiaro che i democratici hanno conquistato la Camera dei rappresentanti con un margine consistente. L’amministrazione Trump esce indebolita da queste elezioni e la seconda parte del mandato presidenziale sarà segnata dalla necessità di contrattare con i democratici su numerose questioni soprattutto di politica interna. La Camera ha diritto a fare investigazioni e i democratici avranno uno strumento concreto per opporsi alle tendenze autoritarie di Trump. Una delle probabili prime mosse dei democratici sarà quella di chiedere e avere le dichiarazioni delle tasse che Trump non ha mai rivelato.

Non bisogna tuttavia leggere il risultato come una sconfitta delle politiche di Trump che invece continuano a mantenere un consenso largo in ampi strati della popolazione. La perdita di una delle due Camere nelle elezioni di metà mandato è un fenomeno ricorrente a partire dagli anni Novanta: nel 1994 e poi nel 1998, in entrambe le elezioni di metà mandato, Bill Clinton perse sia il Senato che la Camera dei rappresentanti. Pure Obama nelle elezioni del 2014 perse entrambe le camere eppure per molti versi il suo secondo mandato fu più incisivo su numerosi fronti, quali le politica estera e le politiche per i diritti civili.

Era difficile per i democratici riuscire a strappare il Senato e per una semplice ragione: dei 51 seggi su 100 necessari per avere la maggioranza, 42 erano già repubblicani e non erano oggetto di rielezione. La cosiddetta Blue Wave democratica si è fermata in alcuni stati chiave quali il Texas, la Florida e l’Indiana, e i repubblicani riescono dunque a conservare il Senato. Proprio in Texas il giovane democratico Beto O’Rourke sfiora l’impresa ma perde di misura contro il candidato repubblicano Ted Cruz. Nel 2014, il repubblicano John Cornyn aveva ricevuto percentuali molto più alte e di fatto il Texas è uno di quelle regioni americane tradizionalmente conservatrici che i recenti flussi demografici stanno trasformando.

Vi erano alcune sfide significative nelle elezioni dei governatori negli Stati, prime fra tutte la Georgia e la Florida. In Florida l’ex sindaco di Tallahassee e candidato democratico progressista, Andrew Gillum, non riesce ad affermarsi di fronte a uno dei candidati più vicini alle politiche populiste del Partito repubblicano: Ron DeSantis. In Georgia il conservatore Brian Kemp, promotore di norme di restrizione all’accesso al voto, riesce a vincere sulla brillante candidata afroamericana Stacey Adams.

Cosa è successo dunque a sinistra? L’avanzata delle sinistre americane e delle loro piattaforme in questi ultimi due anni è dovuta alla loro strategia di conquista dall’interno dell’elettorato del Partito democratico. Il fenomeno nasce dalla capacità del senatore del Vermont Bernie Sanders di coagulare intorno a lui e poi trasformare, in questi ultimi due anni, il consenso elettorale delle primarie democratiche del 2016 da lui perse in un movimento e in una piattaforma solida all’interno del partito [2]. Le primarie democratiche dei mesi scorsi hanno confermato il successo del lavoro sul campo di numerosi candidati socialisti e progressisti che hanno saputo vincere battaglie decisive rifiutando qualsiasi finanziamento da società e grandi Political Action Committee. L’ “OPA”, se così vogliamo chiamarla, lanciata in questi ultimi due anni da settori della sinistra americana nei confronti del Partito Democratico è un fenomeno politico che sarebbe impossibile nel contesto elettorale italiano dove non esiste un contenitore politico così esteso e fluido, come il Partito democratico americano, e dove il sistema delle primarie non ha quel radicamento territoriale che ha nel sistema americano.

Nonostante la conquista della Camera dei rappresentanti da parte dei democratici, a sinistra del Partito democratico ci si aspettava forse alcune vittorie decisive da parte di alcuni candidati che invece non sono giunte. Le già citate campagne di Stacey Adams e Andrew Gillum sfidavano uomini politicamente vicini a Trump e lo facevano a viso aperto, con piattaforme coraggiose su numerosi fronti e con un programma ambizioso nelle politiche ambientali e sanitarie. Tali vittorie avrebbe permesso di dimostrare la capacità di penetrazione di certi cavalli di battaglia, quali la copertura sanitaria universale, nell’elettorato medio di Stati importanti del sud. Restano in ogni caso vittorie simboliche e importanti nei programmi quali quella di Ilhan Omar, ex rifugiata e prima donna somala eletta nel distretto 5 del Minnesota, o di Jared Polis, nuovo governatore del Colorado e primo governatore dichiaratamente omosessuale.

È ora troppo presto per farsi un’idea del peso di queste elezioni nell’agenda politica americana e dunque per ricavarne una lettura per i mesi a venire. Le prossime settimane ci daranno indicazioni significative su come Trump intenderà muoversi per realizzare il suo programma nella seconda parte del suo mandato e se i democratici riusciranno a uscire a convertire i toni di condanna morale verso le politiche autoritarie dell’amministrazione Trump in un programma politico concreto centrato su sanità universale, accesso all’educazione pubblica e politiche di difesa delle minoranze.

[1] https://nyti.ms/2SSvysc

[2] https://ourrevolution.com

 

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