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Jesi e Poesia, una storia infinita. L’opera poetica di Lorenzo Spurio.

Lorenzo Spurio

di Stefano Bardi

Jesi, città anconetana colma di arte, di turismo, di buon cibo, di convivialità e di fratellanza etico-sociale. Città questa, che dato i natali all’imperatore e poeta Federico II di Svevia ora celebrato dalla sua città natale con un Museo, al compositore e organista Giovanni Battista Pergolesi al quale gli è stato dedicato il Teatro Comunale e infine, a tanti poeti del passato e del presente che hanno usato il dialetto per le loro opere come per esempio Giacomo Magagnini, Duilio Diotallevi, Martin Calandra, Silvano Rossini, Aurelio Longhi, Renato Fazi, Lamberto Perlini, Alfredo Ceccacci e Marco Bordini.

Una poesia quella dal volto jesino, che non è stata e non è solo prodotta in vernacolo, ma anche in italiano come è dimostrato dalla lirica civile, commemorativa e impegnata del poeta, scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio (Jesi, 1985).

Il 2014 è l’anno della raccolta Neoplasie civili. Un’opera questa, che idealmente si può dividere in due sezioni, dove accanto a liriche che omaggiano nel bene e nel male le grandi ombre storiche del passato, ci sono liriche dai toni più esistenzialistici seppur comunque le due sezioni sono mischiate fra di esse, senza une vera e propria divisione librario-editorialista riscontrabile nell’opera. Una sezione la seconda dove leggiamo liriche colme di un’esistenza fatta di lacrime, di sangue, di arie cadaveriche, di falsità socio-lavorative, ma anche e soprattutto colma di un’abbagliante luminosità quasi divina, che è in grado di rischiarare qualsiasi nostra nebbia esistenziale e di far rivivere aspre, svigorite e cadaveriche passioni sentimentali. Una vita quella liricizzata dal poeta jesino, che se fosse una canzone, di sicuro sarebbe Il vento del Nord dei Nomadi. Un vento quello nomadiano e quello spuriano, che spazza via ogni dolore sociale e spirituale, ma, che è anche capace di condurci in mondi magici, paradisiaci, psichedelici e in mondi colmi di amore, dolcezze e nostalgiche reminiscenze.

Il 2016 è l’anno della plaquette Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico Garcìa Lorca composto da poesie, che si ispirano alla figura e alla poetica del poeta, drammaturgo e regista spagnolo. Opera questa, che ci mostra il poeta spagnolo e la sua intensa forza spirituale, la sua immortalità letteraria, la sua melodica dolcezza metaforica, ma anche la sua fragilità umana, la sua tristezza esistenziale e la sua asprezza sulla vita dopo la dipartita. Liriche quelle create dal poeta jesino, che sono intervallate da intensi e commoventi disegni a schizzo con inchiostro di china, del maestro Franco Carrarelli.

Il 2018 è l’anno della raccolta Pareidolia. Opera questa dalla lingua, dalla sintassi e dalla grammatica studiata, ricerca, impegnata e difficile dove il termine difficile non sta a significare incomprensibile, ma, che rimanda a una poesia da leggere con calma e attentamente. Anche la musicalità al pari della parte strutturale è ricercata, studiata, impegnata ed è in grado di far esplodere nel nostro cuore gioie, emozioni e calde lacrime colme di affetto. Poesie di guerra e di sangue, che, come la pesta bubbonica contaminano ogni cosa che toccano. Poesie di sangue che si trasforma in acqua pura e verginea, la quale nutre, battezza e purifica le nostre carnali membra. Un’acqua che a sua volta rimanda all’acqua pura e perfetta per eccellenza, ovvero a quella con cui fu battezzato Gesù Cristo.

Una raccolta quella di Lorenzo Spurio composta da poesie intese come lividi, ecchimosi, ematomi, more e tumefazioni che offuscano, adombrano e annebbiano una vita che più vita non è! Lividi e tumefazioni, che sporcano terre distrutte e sismicamente ferite dove i corpi dei nostri fratelli defunti si sono trasformati in spettri e in brumose ombre, per noi ormai inavvicinabili, irriconoscibili, intoccabili, inabitabili e inamabili. Poesie che però, risplendono attraverso il loro chiarore lunare ch’è in grado di illuminare arcaiche, vetuste, arcane e brumose reminiscenze da noi dimenticate. Poesie infine dai toni commemorativi che ricordano le grandi firme della letteratura come per esempio Federico Garcia Lorca, Renato Pigliacampo, Amelia Rosselli, Alda Merini e la figura di colui che ha lottato per la libertà donando la sua vita al martirio mafioso, ovvero colui che fu definito il giudice ragazzino e che prende il nome di Rosario Angelo Livatino morto per mano della Stidda agrigentina, il 21 settembre 1990. Una commemorazione questa, che ci mostra la raccolta di Lorenzo Spurio non solo come una semplice raccolta di poesie, ma anche e soprattutto come un’opera con cui lottare per l’affermazione della pace, che vuol dire lottare per la libertà, anzi per ogni tipo di libertà e per l’affermazione della legalità.

 

Accanto a queste opere vanno anche ricordate le opere Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana del 2016 e Scritti marchigiani. Istantanee e miniature letterarie del 2017. Opere queste sotto forma di antologie e di saggi con le quali il poeta, anzi in questo caso il critico letterario, ci fa conoscere poeti jesini dialettali e in lingua insieme ad altri poeti marchigiani scovati in tutte le Provincie delle Marche del tutto sconosciuti o più semplicemente dimenticati. Volumi questi, che continuano il discorso sulla marchigianità iniziato da Carlo Antognini e poi continuato da Guido Garufi, ovvero la marchigianità intesa come un procedimento letterario di investigazione e salvaguardia, della letteratura marchigiana del passato e del presente.

In particolar modo questo discorso, lo ritroviamo nel Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana. Opera significativa dai chiari rimandi al celebre Convivio dantesco poiché, come nell’opera di Dante Alighieri, anche in quella di Lorenzo Spurio la strutturazione dell’opera è volutamente aperta nei confronti del passato, attenta al presente nonché sensibile verso le nuove generazioni. Poesie quelle presenti in quest’opera volutamene non commentate dall’autore, poiché il critico jesino non è mosso dall’intenzione né dalla volontà di regalare emozioni, gioie e dolori già preconfezionate. Opera quella spuriana, che  profuma di marchigianità già dalla divisione in due volumi, in particolar modo nel primo tomo che commemora la poesia vernacolare, dove il critico letterario jesino compie due procedimenti filologico-letterari ben precisi. Il primo di essi è la riproposizione di una lingua ormai sostituita e annebbiata dalla lingua italiana che relega sempre di più il dialetto ad un uso volgare, basso e non di rado inadatto ai contesti sociali, etici ed esistenziali della quotidianità. Il secondo procedimento non è altro che un effetto del primo, poiché dopo il recupero linguistico e glottologico di questa lingua, il critico letterario jesino ridà luminosità e dignità al vernacolo facendoci capire che questa lingua non è solo un linguaggio popolare o un codice linguistico di serie B, ma una lingua con una sua grammatica, ereditarietà e musicalità ben precisa.  L’operazione condotta dal critico jesino con questa pubblicazione non concerne un solo dialetto ma tanti, poiché i poeti riportati da lui sono stati personalmente ricercati e scovati in tutte le Province marchigiane, dei quali il meticoloso curatore ha riportato almeno un paio di componimenti in vernacolo, affiancando a forma di prosa, la loro traduzione in italiano. Scelta questa dal forte significato, poiché attraverso la versione vernacolare ritorniamo al passato e riviviamo attimi, gioie, avventure di un tempo ormai da noi dimenticate.

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