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Dialoghi in corso. Stereotipi sessisti: dal mito mariano al fascismo

Fonte Internet

Fonte Internet

di Maria Mantello

Il fascismo fu la repressiva risposta alle rivendicazioni di libertà giustizia uguaglianza che venivano anche dai movimenti di emancipazione femminile che puntavano all’emancipazione della donna dagli schemi della stereotipia sessista a cui la si voleva continuare a relegare.

Era stata soprattutto la “grande guerra” a far uscire le donne dal tradizionale ruolo dell’accudimento familiare. Con gli uomini al fronte, queste cominciarono a prenderne il posto nelle attività lavorative pubbliche e private. In quella nuova quotidianità scoprivano in se stesse capacità e risorse umane di autonomia che erano state sempre soffocate o rimosse.

È questo processo di emancipazione che il fascismo cercava di stroncare riportandole all’interno della famiglia, nel ruolo di madre per vocazione, obbediente e serviente, secondo il modello del fiat mariano.

Un modulo identitario che il fascismo elevava a funzione patria per il popolo delle baionette delle guerre fasciste, che la Chiesa benediceva mettendole anche sotto la protezione di una qualche Madonna della Vittoria.

È quella che Descher nel suo Con Dio e con i fascisti definisce «la dinamica mariana della storia»[1]. Così, ad esempio, in occasione della campagna in Abissinia «l’arcivescovo di Napoli, Ascalesi, – ricorda Deschner – organizzò una processione da Pompei a Napoli col simulacro della Madonna, mentre contemporaneamente aerei militari gettavano volantini, nei quali […] venivano esaltati la Santa Vergine, la campagna abissina e il fascismo».

L’evangelizzazione giustificava la guerra di conquista, anche con le immagini della “Madonna del Rosario”, che ribattezzata “Madonnina d’Oltremare”, monsignor Ascalesi provvedeva a benedire per la consolazione del soldato e per la vittoria coloniale.

Il mito mariano baluardo e vessillo dal Concilio di Efeso che nel 431 proclamava la vergine Maria madre di Dio: per la persecuzione degli non omologati alla Chiesa, e per l’espansione della Chiesa. Guerre di religione e di conquista. Guerre contro ogni istanza di autodeterminazione individuale e sociale: per la libertà, la giustizia, l’uguaglianza.

Maria Vergine madre, Madonna della Vittoria, usata e abusata per alimentare la religiosità popolare in chiave antiprogressista. E spesso non mancava a supporto di questa politica, il “miracolo” di una qualche Madonna piangente o che almeno strabuzza gli occhi.

In età giacobina, con l’avanzata dell’esercito napoleonico in Italia, nel biennio 1796-‘97 si assiste ad uno straordinario dilagare di questa fenomenologia mariana nel Granducato di Toscana[2] e nello Stato Pontificio[3]: da Arezzo a Livorno, da Firenze ad Ancona, passando per Gubbio, Perugia … fino a Roma.

E proprio nella città sede del papa, dal 9 luglio del 1796, e per tre settimane di seguito, molte delle “Madonnelle” raffigurate nelle vie e nei crocicchi dell’Urbe, si raccontava di averle “viste” muovere gli occhi per ammonire contro l’avanzata giacobina.

La Chiesa assecondava la “visionaria” religiosità popolare e faceva recitare rosari sotto questi santuari di icone mariane a cielo aperto, di cui la più famosa era la Madonna della Provvidenza in Via delle Botteghe Oscure (ancora oggi circondata di ex voto) dove una lapide narra di quel “movimento” d’occhi nel 1796.

A febbraio del 1798 l’albero della libertà sarebbe stato issato in Campidoglio nel tripudio dei patrioti romani che abbracciavano i liberatori francesi. Nasceva la Repubblica giacobina romana che si estendeva su tutti i territori del decaduto stato pontificio.

La Francia rivoluzionaria era il faro della libertà e in Italia nascevano le “repubbliche sorelle” da nord a sud della Penisola. Erano gli albori del Risorgimento che tanto faceva paura al papa-re, rimesso sul trono dopo la sconfitta della coraggiosa repubblica romana, e deposto poi definitivamente dal giovane Stato italiano con la famosa Breccia di Porta Pia il 20 settembre del 1870.

Il papa in solio era Pio IX, che nel 1864 pubblicava con l’enciclica Quanta cura il famigerato Sillabo, condannando irreversibilmente liberalismo, laicismo, socialismo, comunismo e cattolicesimo liberale.

Dieci anni prima in una Roma dove cresceva la partecipazione popolare alla causa risorgimentale anche delle donne, Pio IX, l’8 dicembre 1854 aveva proclamato il dogma dell’Immacolata concezione della Madonna con la bolla Ineffabilis Deus.

Il culto mariano baluardo antiprogressista, nella verginità e castità di Maria che diveniva “genetica”: anche sua madre Anna, l’avrebbe concepita senza rapporto sessuale, e quindi senza “peccato originale”.[4]

Le donne attive nel Risorgimento furono tante, e solo in tempi recenti la storia delle “sorelle d’Italia” la si è studiata e approfondita. Tutti sanno di Eleonora Fonseca Pimentel, di Cristina di Belgioioso, di Anita Garibaldi… Sono i nomi più famosi che compaiono anche nei manuali di storia, che però tralasciano di dirci ad esempio che esisteva la Carboneria femminile, che faceva capo alla “società delle giardiniere” (dal luogo degli incontri parchi privati o pubblici) messa sotto sorveglianza speciale dal governo austriaco. Tra loro spicca la figura della pittrice e scrittrice Bianca Milesi, ricordata per lo più per aver dipinto il tricolore sullo stendardo del “battaglione Minerva” degli studenti di Pavia. Ma è sempre lei che in Lombardia recluta Cristina di Belgioioso alla causa patriottica e femminista. È lei che si batte per il suffragio universale con Clara Maffei. È lei a fondare le Scuole di Mutuo insegnamento, scuole popolari laiche, fatte chiudere su pressione della Chiesa cattolica.

È la storia delle “sorelle d’Italia” che ancora resta oggetto di specialisti, dove troviamo figure come Ester Martini Cuttica, che organizza il primo piano mazziniano in Lombardia. Arrestata nel 1854 (si noti è l’anno della proclamazione del dogma dell’Immacolato concepimento della Madonna) fu segregata per quattro anni nel carcere di Belfiore dove per nove mesi è tenuta anche in cella di segregazione. Di quell’esperienza ha scritto nel 1884 ha scritto su Il Sole: «ho veduto ciò che i vivi non vedono […] ho provato ciò che i vivi non dovrebbero provare: i vermi si mangiavano la mia carne viva». La ritroviamo attivissima nella preparazione alla seconda guerra d’indipendenza e poi ancora prima firmataria del manifesto per la liberazione di Roma e Venezia.

Mazziniane, garibaldine… a sostegno della libertà e dell’emancipazione, come Rosalia Montmasson che partecipa alla spedizione dei Mille: ha la camicia rossa e il fucile con il colpo in canna. È l’altra storia delle donne che lottano per la libertà, come Enrichetta Caracciolo che frequentava i circoli patriottico-libertari e che la madre costringe a farsi suora. Tornerà libera nel 1860 con la liberazione di Napoli. Donne che costituiscono un’avanguardia storica e che si sottraggono agli schemi sessisti della gerarchia dei ruoli. Quei ruoli di cui il mito mariano era e continua ad essere baluardo nella “dinamica mariana della storia”.

Una dinamica di controllo sociale, in cui rientrano le “apparizioni” tra il 1857-58 della Madonna di Lourdes per contrastare il processo di laicizzazione giuridica che la Francia stava realizzando introducendo nella Costituzione del 1858 la più netta separazione tra Stato e Chiesa: «la Francia è una repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale». La Francia, che nel 1905, (a seguito dell’Affaire Dreyfus) emana una legge specifica legge sulla laicità dello Stato.

Il mito mariano ancora contro la rivoluzione d’ottobre con la Madonna di Fatima, e tutta la serie di culti locali della Madonna contro l’avanzata del socialismo e con esso della parità delle donne.

Pio IX aveva proclamato il dogma dell’Immacolata concezione nel 1854; un secolo dopo, Pio XII lo perfeziona nella Munifecentissimus Deus (1950) con quello dell’Assunzione in cielo di Maria che la chiesa romana celebra il 15 agosto: «Era necessario che il corpo di colei, che anche nel parto aveva mantenuto la verginità, rimanesse incorrotto anche dopo la morte».

Così la Madonna, che aveva avuto la patente del Concepimento Virginale, di essere rimasta sempre Vergine, di essere stata essa stessa generata senza contaminazione sessuale, proprio per la garanzia di castità sua e familiare, aveva assicurato anche il dogmatico lasciapassare d’incorruzione corporea per il cielo.

Il modello mariano, strutturatosi nei secoli, ha allora un fondamento certo: l’ideologia della santa castità dove una corporalità asessuata è la fondamentale garanzia di spiritualità.

Nell’antica Roma, oltre ad essere festa dal lavoro per tutti – schiavi compresi – il 15 agosto era la festa di Diana, ultima metabolizzazione della natura personificata nella dea madre: la Potnia, colei che tutto può. Ovvero “signora assoluta della vita” come la chiamava Plutarco nel II sec.

Ma delle grandi dee madri, la Vergine Maria si porta dietro le tante configurazioni di adesione alla terra che continuano a sopravvivere nelle diverse immagini del pantheon mariano: Madonna del parto (Diana) Grano (Demetra) Melograno (Era, Proserpina); Ulivo (Atena); Astro Ishtar, Afrodite); Luna (Iside)…

Il mito mariano che soppianta quello dei culti della Natura madre, è delineato dai padri della Chiesa anche in contrapposizione a quello biblico di Eva, la seduttrice di Adamo. Una colpa che ogni donna deve espiare nella sottomissione all’uomo. Ecco cosa scrive Paolo di Tarso, l’ideologo del cristianesimo nella prima lettera a Timoteo: «l’uomo è il capo della donna” (Corinzi, II, 3°), «la donna deve stare soggetta al marito in tutto» (Efes.5,24), «la donna impari il silenzio con atto di sottomissione. Perché non permetto alla donna d’insegnare, né d’usare autorità sul marito, ma stia in silenzio. Infatti Adamo fu formato per primo, e poi Eva, e Adamo non fu sedotto, ma la donna, essendo stata sedotta, cadde in tentazione, tuttavia sarà salvata partorendo figli, se persevererà nella fede, nell’amore e nella santificazione con modestia (I Timoteo, 2, 11-15)». Insomma fattrice e obbediente, aiutante dell’uomo per generare, come scrive s. Agostino nel De genesi ad litteram, 9: «Io non vedo per quale aiuto la donna sia stata fatta per l’uomo, se si esclude il fine della procreazione […] se la donna non è stata data come aiuto all’uomo per generare figli, per quale altro aiuto sarebbe data?».

Il rapporto sessuale allora è lecito solo per procreare, e il matrimonio rimedio contro il “peccaminoso” piacere. In questa prospettiva Tommaso d’Aquino ne fa addirittura una sorta di sacra medicina: «Contro il piacere sessuale – scrive nella Summa Theologiae, III q.65 a.1 ad 5 – era necessario usare una medicina speciale per mezzo di un sacramento».

Tutta la teologia clericale si dibatte tra il moltiplicatevi e siate casti! elaborando pregiudizi e stereotipi che non hanno certo favorito un rapporto sereno con la sessualità nei secoli: nella società e nella stessa Chiesa ancora oggi: si pensi soltanto allo scandalo della pedofilia.

Una Chiesa che alimenta sessuofobia e ipocrisie ancora ai giorni nostri vincolando alla castità: «Tutti i credenti in Cristo sono chiamati a condurre una vita casta secondo il loro particolare stato di vita» (canone 2348), continuando a condannare il piacere sessuale in quanto tale: «Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ricercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione». (canone 2351), nonché ogni mezzo di controllo delle nascite: «È intrinsecamente cattiva ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo e come mezzo, di impedire la procreazione» (canone 2370). Un catechismo emanato da Wojtyla (25 giugno 1992) che ne volle sottolineare la continuità con tutta la tradizione ecclesiale: «Si colloca mirabilmente nel solco della tradizione della Chiesa: di essa esprime ed attualizza catechisticamente la perenne vitalità».

La donna resta inchiodata alla funzione procreativa nella negazione della conquista storico-giuridica della maternità come scelta. Per la chiesa che continua a propagandare la nascita come miracolo divino, il modello resta il fiat mariano.

Papa Wojtyla ne fece una particolare missione del suo pontificato prolificando encicliche e appelli alle donne. Così nella Mulieris dignitatem del 15 agosto 1988, al passo VI, 17 si legge: «Dobbiamo ora rivolgere la nostra meditazione alla verginità e alla maternità, come due dimensioni particolari nella realizzazione della personalità femminile. Alla luce del Vangelo, esse acquistano pienezza del loro senso e valore in Maria, che come vergine divenne madre del Figlio di Dio […] La persona della Madre di Dio aiuta tutti, specialmente tutte le donne, a scorgere in qual modo queste due dimensioni e queste due strade della vocazione della donna, come persona, si spieghino e si completino reciprocamente». Attenzione al termine vocazione, che vuol dire caratteristica fondamentale.

La funzione biologica di “dare la vita”, ontologizzata nel disegno creazionista cattolico, è fatta coincidere con l’identità profonda di ogni donna, che il prefetto della fede Ratzinger – di lì a poco sarebbe diventato papa – specificava essere l’anima dell’identità femminile anche senza che avesse figli, come specifica nella Lettera ai Vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella chiesa e nel mondo del 31 maggio 2004: «Il maschile ed il femminile sono così rivelati come appartenenti ontologicamente alla creazione, e quindi destinati a perdurare oltre il tempo presente, evidentemente in una forma trasfigurata. […] Tra i valori fondamentali collegati alla vita concreta della donna, vi è ciò che è stato chiamato la sua “capacità dell’altro”. Nonostante il fatto che un certo discorso femminista rivendichi le esigenze “per se stessa”, la donna conserva l’intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di attività orientate al risveglio dell’altro, alla sua crescita, alla sua protezione. Questa intuizione è collegata alla sua capacità fisica di dare la vita. Vissuta o potenziale, tale capacità è una realtà che struttura la personalità femminile in profondità. […] Ciò significa che la maternità può trovare forme di realizzazione piena anche laddove non c’è generazione fisica».

Una vocazione identitaria che papa Bergoglio ribadisce il 12 ottobre 2013 in occasione delle celebrazioni dei 25 anni della Mulieris dignitamen: «Tante cose possono cambiare e sono cambiate nell’evoluzione culturale e sociale, ma rimane il fatto che è la donna che concepisce, porta in grembo e partorisce i figli degli uomini. E questo non è semplicemente un dato biologico, ma comporta una ricchezza di implicazioni sia per la donna stessa, per il suo modo di essere, sia per le sue relazioni, per il modo di porsi rispetto alla vita umana e alla vita in genere. Chiamando la donna alla maternità, Dio le ha affidato in una maniera del tutto speciale l’essere umano. Qui però ci sono due pericoli sempre presenti, due estremi opposti che mortificano la donna e la sua vocazione. Il primo è di ridurre la maternità ad un ruolo sociale, ad un compito, anche se nobile, ma che di fatto mette in disparte la donna con le sue potenzialità, non la valorizza pienamente nella costruzione della comunità. Questo sia in ambito civile, sia in ambito ecclesiale. E, come reazione a questo, c’è l’altro pericolo, in senso opposto, quello di promuovere una specie di emancipazione che, per occupare gli spazi sottratti dal maschile, abbandona il femminile con i tratti preziosi che lo caratterizzano. E qui vorrei sottolineare come la donna abbia una sensibilità particolare per le “cose di Dio”, soprattutto nell’aiutarci a comprendere la misericordia, la tenerezza e l’amore che Dio ha per noi». Insomma la donna angelicata, pilastro della trasmissione del cattolicesimo nella società, che ha il suo eccellente spazio nell’alveo della distinzione sessista dei ruoli ontologicamente fissati in eterno. Le parole sono misurate, edulcorate, ma litania, è sempre la stessa.

Ma torniamo al fascismo. La concezione gerarchica della società fascista prende a piene mani dalla tradizione cattolica tutta la stereotipia sessista della donna madre e moglie. E il mito mariano viene elevato a politica di Stato.

La donna “angelo del focolare” e “regina della casa” che vive per l’altro e quindi ontologicamente accudente, è in servizio permanente: in casa, ma anche al bordello nella più classica dicotomia Eva – Maria.

Nell’esaltazione del modello mariano fascistizzato il dualismo della doppia morale era pianificato nelle “case chiuse” dove avveniva spesso anche l’iniziazione al sesso dei maschi. C’erano padri che vi accompagnavano i giovani figli perché fossero allevati all’esercizio della virilità, che nel bordello era “sfogo” e nella sacra famiglia “funzione riproduttiva”. Nella tradizionale contrapposizione “madre” o “prostituta” santa o strega. Maria o Eva, il fascismo magnificava comunque sempre una donna subordinata alle “esigenze” del maschio. È l’altra dell’Altro.

Sono fin troppo note le frasi di Mussolini sulla donna che “deve obbedire” perché “priva di autonome capacità di giudizio”, come pure la sua ossessione per le prede sessuali. Una sindrome maschilista per il dominio che è esistenziale e politica: «vive la propria prorompente sessualità come l’altra faccia della politica, convinto che la folla, come la femmina, ami essere posseduta e dominata», scrive Mimmo Franzinelli[5].

Per riportare le donne all’interno dei più tradizionali ruoli sessisti, si incentiva anche tutta una letteratura di consumo. Cito, come esempio, due romanzi rosa di grande successo allora. Il primo degli anni venti, quando il fascismo si insediava al governo e l’altro degli anni trenta, quando il regime celebrava il suo apogeo.

Fanno parte di quella letteratura rosa di consumo che andava a ruba soprattutto tra le donne della piccola e media borghesia. Così donna mi piaci è un romanzo-saggio monografico che Maddalena Santoro pubblica nel 1926.

La protagonista Laura si consuma nel desiderio di diventare madre e le lotte delle donne le avverte come «eco lontana del mondo femminile, che s’affannava […] nel raggiungimento dell’emancipazione, dell’elettorato, della gloria, ella sentiva più lacerante lo spasimo della sua tormentata femminilità, che non le consentiva d’unirsi alle altre in quella che le pareva una strana illusione», mentre si convinceva sempre più che «la forza più presente della donna è la stessa sua debolezza, le sue armi più potenti sono nella remissiva sua dedizione, la luce più fulgida nell’amore […] la felicità unica può venirle solo dalla maternità».

E per convincere le donne che il loro lavoro è solo in casa, la letteratura rosa serve ancora da anestetico. Nel 1936, Maria Nannipieri Volpi, in arte Mura, pubblica Quella che passa, una storia tormentata, dove la protagonista è la dottoressa Ludo che lascia il suo lavoro convincendosi che sarebbe stata davvero felice solo nel ruolo di moglie e madre, come le chiede il compagno: «Non andrai più alla clinica, promettilo. Ora sei veramente mia […] Ludo: il tuo sorriso, e i fili bianchi della maturità nei capelli delle donne, e i loro fianchi capaci di maternità, e i loro seni capaci di nutrimento… ecco, Ludo, la vera bellezza, la tua bellezza, quella delle donne che sono degne del privilegio della femminilità…». E il monologo dell’uomo continua tra struggenti intercalare dei “Si” “Sì” della protagonista.

«Servire la Patria come la Mamma più grande, la Mamma di tutti i buoni Italiani» recitavano i “Fasci femminili” che esaltavano il dovere di servizio «di figlia, di sorella, di scolara, di amica, con bontà e letizia, anche se il dovere è talvolta faticoso», per «obbedire con gioia, nell’«educare il proprio corpo a vincere gli sforzi fisici e l’anima a non temere il dolore».

La donna fascista regina dell’accudimento e della consolazione e in questo “regina della casa”.

È questo il tormentone che riporta in auge sociologi integralisti del primo Novecento, come Scipio Sighele, che contro i movimenti femministi scriveva: «La donna veramente donna non ambisce eguaglianza, non sogna indipendenza, non chiede diritti maschili, ma è dolcemente fiera dei suoi doveri femminili. […] Coloro che aspirano ad emanciparsi, coloro che per ingegno, per l’attività, per la volontà si sono acquistata una reputazione più o meno legittima, hanno nell’aspetto fisico come nella fisionomia morale qualche cosa di mascolino; […] ed è per questo che noi dobbiamo imparzialmente riconoscere che la maggioranza delle donne superiori che furono grandi per se stesse o come ispiratrici di uomini celebri appartengono non al tipo delle mogli oneste e delle madri feconde, ma al tipo di Aspasia»[6].

Il mito mariano diventa baluardo dello stato etico fascista, facendo della sessualità femminile un affare di Stato.

Riportiamo un passo tratto da una delle più importanti voci dell’ufficialità del regime, Critica fascista, che riporta le prescizioni del regime: «potenziare al massimo la funzione consolatrice della femminilità […] Niente mascolinizzazione, niente confusione dei due sessi, dei rispettivi compiti, delle rispettive finalità. La natura ha irrevocabilmente divisi i campi nei quali l’uomo e la donna debbono agire […] perché nel suo regno (Ndr:la casa) la donna torni ad essere assoluta signora e regina. […] Ci ridarà, il fascismo femminile, la donna che ci abbisogna: custode della casa e degli affetti, incitatrice alle nobili opere, coniatrice nel dolore, madre dei nostri figli».[7] (Critica fascista, n. 11, 193).

E il teorico del fascismo, Giovanni Gentile esaltava il maschilismo nell’ideologia della casalinga che vive per il marito e si realizza in quanto donna come sua proprietà incatenando la sua sessualità:

«La donna non desidera più i diritti per cui lottava [. ..]. Parlare di spirito non libera la donna dalla sua naturale sessualità, ma ve la incatena […]. Perché l’elevazione di questo [lo spirito] non potrà mai influire su quello [il corpo], che resterà sempre lo stesso con la materialità greve e massiccia che la donna trascinerà seco per tutta la vita come il suo destino. Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui». E in questo eroismo identitario della sottomissione realizza la sua funzione sociale nello stato etico fascista: «La donna è colei che si dedica interamente agli altri sino a giungere al sacrificio e all’abnegazione di sé; la donna è soprattutto idealmente madre, prima di essere tale naturalmente […] Madre per i suoi figli, per gli infermi, per i piccoli affidati alla sua educazione: in ogni caso, per tutti coloro che possono beneficiare del suo amore e attingere a quella sua innata, originaria, essenziale maternità»[8].

E il cattolico Ferdinando Loffredo che si fregiava di essere sociologo dà a tutto questo la parvenza di “scientificità”: «Le donne devono tornare ad un’assoluta soggezione all’uomo, padre o marito che sia; sottomissione, e perciò inferiorità, spirituale, culturale ed economica», pertanto la donna deve avere solo l’istruzione necessaria perché sia «un’eccellente madre di famiglia e padrona di casa». E ancora non pago di aver attribuito alla donna la corona di sguattera di casa, giustifica il ruolo con la presunta inferiorità femminile, che anche se laureata, non deve avere un marito che sia meno colto di lei, pena la disapprovazione sociale: «La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa […]. La conseguenza dell’emancipazione culturale – anche nella cultura universitaria – porta a che sia impossibile che le idee acquisite permangano se la donna non trova un marito assai più colto di lei […]. Deve diventare oggetto di disapprovazione, la donna che lascia le pareti domestiche per recarsi al lavoro, che in promiscuità con l’uomo gira per le strade, sui tram, sugli autobus, vive nelle officine e negli uffici».

E nella fusione di misoginia e apologetica della stirpe fascista: «La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali; considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito […]; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe».

Insomma la discriminazione diventava una questione patria di conservazione della italica razza di cui la donna, serva-vestale della casa, era macchina riproduttrice: «Ogni speranza dell’avvenire è nella casa; la casa vivaio delle generazioni future, dove si prepara nell’ombra, nel segreto della minuta opera quotidiana ogni fulgore di grandezza futura. La casa, la donna, la famiglia […]. Grazie all’opera del Governo Nazionale l’ora volge energicamente propizia […] l’opera per la riconsacrazione della famiglia, questo richiamare la donna alla santità e alla bellezza del focolare, profondamente purificatore e risanatore sarà sempre l’opera migliore e la più degna per la grandezza nazionale»[9].

Loffredo dal 1933 era tra un funzionario dell’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza sociale, ma grazie ai suoi scritti razziali sulla famiglia era incoronato nel 1938 docente universitario sulla cattedra di “Demografia” alla facoltà di scienze politiche di Perugia.

Loffredo ha il plauso anche della rivista dei Gesuiti italiani La Civiltà cattolica, gli dedica un articolo di ben 13 pagine firmato dall’autorevole padre Angelo Brucculeri, che si dice entusiasta per il libro del cattolico-sociologo che offre «un ampio e compiuto panorama di una politica, non diremo semplicemente demografica, ma familiare; ossia non rivolta ad accrescere comecchessia il numero delle nascite, ma direttamente intenta a dare sanità economica e maschio vigore etico alla famiglia, donde la necessaria conseguenza della prole numerosa. Le molteplici proposte dell’Autore sono ben articolate in un tutto ben solido, mentre ogni singola proposta è vagliata e discussa con ampia, ma non soffocante, copia di riferimenti, con profonda conoscenza della legislazione odierna; soprattutto, con retto e squisito senso morale, e diciamo pure, religioso»[10].

Nel 1930 Pio XI, nell’enciclica Casti connubi ribadiva la sacralità dell’ordinamento matrimoniale nella «superiorità del marito sopra la moglie e i figli». Un precetto divino che esigeva «la pronta soggezione e ubbidienza della moglie, non per forza ma quale raccomandata dall’apostolo in queste parole: “Le donne siano soggette ai loro mariti, come al Signore, perché l’uomo è capo della donna, come Cristo è capo della Chiesa”». Era il passo della Lettera agli Efesini di Paolo di Tarso che il papa citava a ratifica di quella sublime alleanza col fascismo, siglata dal Concordato l’anno prima, e che proprio sulla “santa” repressione della donna trovava la sua più perfetta sintonia come potente blocco sociale.

Ogni eco di emancipazione era ormai disperso mentre il fascismo sanciva che il salario della donna fosse dimezzato anche a parità di mansione rispetto a quello dell’uomo. Si cominciò ad escluderle le donne dal pubblico impiego, dove la loro presenza era più consistente, fissando la percentuale di posti da assegnare, di solito non superiore al 10%.

Bandite dai ruoli dirigenziali e dalle possibilità di carriera, le donne esercitavano per lo più mestieri subalterni (commesse e dattilografe), o di insegnanti soprattutto elementari, considerando questo lavoro una estensione della “vocazione” materna.

Vale appena ricordare, che il ministro dell’istruzione Giovanni Gentile, vieta alle donne di insegnare alle superiori Italiano, Lettere classiche, né tantomeno Filosofia. E sempre Giovanni Gentile, in qualità di rettore della Normale di Pisa, ne preclude alle ragazze l’iscrizione, perché – cito dal suo discorso inaugurale dell’anno scolastico 1932/33 il filosofo fascista -: «nell’Italia fascista occorrono educatori in cui la forza prevalga sulla dolcezza e risoluti a presentare così la scienza come la vita governata da una legge che non si piega ai mezzi termini cari alla pietà dei cuori teneri».

«La maternità sta alla donna come la guerra sta all’uomo», leggevano sui sussidiari e scrivevano negli esercizi di dettato anche le Piccole italiane, mentre le si allevava ad essere complici consenzienti anche della guerra contro ogni loro possibile emancipazione.

Un razzismo propagandato e poi divenuto legge, potremmo dire come sarà per le leggi razziste contro gli ebrei[11].

La vergognosa “autorità maritale” contro cui il femminismo degli inizi del ‘900 lottava con forza è inasprita dal Codice Rocco prevedendo il pieno controllo del marito sui beni di famiglia che andavano in eredità ai figli maschi e lasciavano alla vedova un usufrutto.

La repressione della sessualità della donna era una questione di onorabilità della famiglia e spettava al maschio di famiglia difenderla anche con l’omicidio. E il “delitto d’onore”, giustificato nella mentalità comune, il codice fascista lo tutelava all’art. 587 prevedendo pene irrisorie per chiunque uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per riscattare il buon nome suo e della famiglia. Vale appena ricordare, che solo nel 1981 con la legge 442, finalmente vengono cassati i trattamenti di favore penale riservati a chi commetteva omicidio o lesioni personali per causa d’onore; e in contemporanea anche il “matrimonio riparatore” con cui si estingueva il reato di violenza sessuale, abrogando gli articoli 587 e 544 del codice fascista.

Secondo il diritto di famiglia fascista, la donna (considerata eterna minore al pari dei figli minorenni), poteva essere picchiata a scopo rieducativo dal marito. Solo nel 1975, lo Stato repubblicano, con la legge 151 introdurrà il nuovo codice di famiglia, la cui parola chiave è parità.

La rivoluzione copernicana delle donne avanzava negli anni Settanta, e finalmente la concezione della donna corpo contenitore, in nome della stirpe, che il codice Rocco sigillava, veniva abrogata con la legalizzazione della pillola e poi con la legge sulla interruzione volontaria di gravidanza.

Ma ancora molti anni le donne hanno dovuto lottare perché la violenza sessuale venisse perseguita come reato “contro la persona” e non come il codice Rocco prevedeva: reato “contro la pubblica morale”, quasi che le parti più intime del corpo femminile non fossero proprietà della donna!

Pensiamo a quanta sofferenza e umiliazione hanno dovuto subire le nostre nonne e le nostre mamme.

Quanta repressione accumulata! Nel 1959, Gabriella Parca pubblica Le italiane si confessano, dove per la prima volta emerge, attraverso le testimonianze delle donne, la crudeltà e la sopraffazione patita, dandoci un quadro angoscioso tra perbenismo e ribellione su come vivevano sentimenti e sessualità tante donne. Una realtà stridente con la propaganda del regime fatta di moltiplicazione delle mammelle di allevamento nel mito mariano della castità e verginità.

Nuto Revelli, nel suo Anello forte, edito nel 1985, quando la rivoluzione femminista aveva ottenuto leggi fondamentali che aprivano la strada alla parità effettiva, pubblica tutta una serie di testimonianze sull’educazione sentimentale al mito mariano. Nonne e madri cresciute durante il ventennio fascista che raccontano quanto la sessuofobia inculcata sia stata rovinosa: «Crescevamo senza saperne niente del sesso, o conoscendo le cose in maniera sbagliata […] Era il peccato mortale, era lo scandalo, una cosa indecente, ci hanno allevate proprio così. Una volta la donna era rigida, trattenuta, tirata come una corda, piena di soggezione e di paura […]. C’era la donna che subiva e soffriva. C’era la donna come me, che non poteva, non poteva […] Avevo la camicia lunga fino alla caviglia, e la maglia abbottonata fino al collo, sì, sì, mio marito cercava di tirare su e io tiravo giù […]. Andavo a confessarmi, e lì un’altra tortura…»[12].

Mussolini i figli alla patria contribuiva a produrli in esercitazioni di virilità, occasionali ma anche più durature e con prole. C’è una storia particolarmente dolorosa e inquietante per crudeltà e cinismo subiti dalla macchina fascista. È quella di Benito Albino Mussolini e di sua madre Ida Dalser, che il futuro duce del fascismo avrebbe sposato nel 1914 nella parrocchia di Sovramonte. C’è anche un documento firmato dal sindaco di Milano nel 1915: «la famiglia del militare Mussolini è composta dalla moglie Ida Dalser e da figli numero uno», che attesterebbe il matrimonio avvenuto. Ma quel figlio che l’11 gennaio del 1916 Benito Mussolini ha riconosciuto ufficialmente, e quella moglie, che rivendica pubblicamente i suoi diritti, cominciano a diventare presenze molto ingombranti per Mussolini già Capo di governo e in carriera per essere l’uomo solo al comando.

Meglio far passare Ida per pazza. E stessa sorte toccherà a Benitino! La macchina dei soprusi, del cinismo, delle crudeltà è messa in moto. Una folta schiera di compiacenti medici e infermieri entra in campo e con loro funzionari fascisti.

Il 19 giugno 1926 Ida viene legata, imbavagliata, trascinata in questura e poi portata nell’ospedale psichiatrico di Pergine. Il certificato medico che ne attesterebbe la follia è firmato da Tullio Banfichi, un otorino-laringoiatra che aveva fatto parte della “milizia fascista”.

Dopo undici anni di reclusione manicomiale, il 12 dicembre del 1937, Ida Dalser muore nell’ospedale psichiatrico di San Clemente a Venezia. Il suo corpo fu fatto sparire in una fossa comune. Benitino anche per “ordini superiori” verrà fatto passare per pazzo: il ragazzo, nonostante le raccomandazioni, non nasconde di essere il figlio di Mussolini. Morirà nel manicomio di Mombello il 25 luglio del 1942. Questo florido ragazzo di ormai ventisei anni, a cui si era cercato finanche di cambiare il cognome, fu avvelenato con massicce dosi di insulina che gli procurarono il coma ben nove volte e quindi il decesso.

La vicenda di Ida Dalser e suo figlio è stata portata alla luce negli anni Cinquanta con una serie di articoli-inchiesta del giornalista Alfredo Pieroni, che però non hanno avuto allora molta risonanza. Nel 2006 Pieroni partendo da quel materiale raccolto, ne ha fatto un libro, Il figlio segreto del duce, A cui si è ispirato il regista Bellocchio, nel suo “Vincere” nel 2009. La storia di Ida e suo figlio finalmente è uscita dalla damnatio memoriae a cui avrebbe voluto condannarla Mussolini.

Un anno dopo, il 25 luglio del 1943 il fascismo crollava e con esso il suo Duce. Il 25 luglio (vendetta della storia?) seppure a distanza di un anno era una data che legava ancora padre e figlio. Chissà se in quel 25 luglio in cui usciva di scena, il capo del fascismo è andato col pensiero a quel figlio che era uscito dalla scena vita, dove come ogni figlio non aveva certo chiesto di comparire?
Mussolini, il Duce, il finto rivoluzionario[13], tutto rinserrato nella egoità piccolo borghese della rivalsa personale e sociale, arrogante ed egoista, preda del delirio di sopraffazione con cui concepiva la politica e suoi rapporti personali. Una bulimia di annientamento di cui ne fecero le spese le “sue” donne, se come Ida non accettavano di vivere mute e obbedienti all’ombra del “capo”.

NOTE

[1] Karlheinz Deshner, Con Dio e con i fascisti, Il Vaticano con Mussolini, Franco, Hitler e Pavelić, Massari editore, 2016

[2] M. Cattaneo, G. Fenzi, Per uno studio della religiosità popolare i Toscana alla fine del Settecento: Un miracolo in Valdelsa nell’aprile del ’99, in “La Toscana in età rivoluzionaria e napoleonica”, Napoli Edizioni Scientifiche Italiane, 1985,

[3] Gli occhi di Maria sulla Rivoluzione, “Miracoli” a Roma e nello Stato della Chiesa (1796-1797), Roma, Istituto Nazionale di Studi Romani, 1995.

[4] Su mito mariano, castità, peccato originale cfr: Maria Mantello, Sessuofobia Chiesa cattolica Caccia alle streghe. Il modello per la repressione della donna Procaccini editore, 2005, pp.11-20.

[5] Mimmo Franzinelli, Il Duce e le donne. Avventure e passioni extraconiugali di Mussolini, Mondadori, 2013

[6] S. Sighele, Eva moderna, Milano, 1910, pp. 50 ss.

[7] Critica fascista, n° 11, 1931

[8] Giovanni Gentile, La donna nella coscienza moderna, in La donna e il fanciullo, Sansoni, Firenze, 1934

[9] Ferdinando Loffredo Politica della Famiglia, Bompiani 1938

[10] Cfr: Politica della famiglia. Rassegna, in La Civiltà Cattolica, anno 89, quaderno 2116, Roma 20 agosto 1938, pp. 339-351

[11] Cfr: Maria Mantello, Ebreo, un bersaglio senza fine. Storia dell’antisimismo, Scipioni editore, 2002

[12] Nuto Revelli, L’anello forte, la donna, storie di vita contadina, Einaidi, 1985, pp. 58-60
[13] Maria Mantello, Mussolini, Rebellion et Fascisme, in L’idée libre,n°313, giugno 2015

(21 settembre 2018)

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