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gliannisessanta. La forza d’amare di Martin Luther King.

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Doveva essere un giorno di festa quel 4 aprile 1968 per la comunità negra di Memphis nel Tennesse, uno dei tanti stati dell’Unione, invece si risolse in una giornata d’immenso dolore. Il reverendo pastore negro M. L. King, l’apostolo della non violenza, colui che aveva ricalcato le orme di Gandhi, cadeva sotto i colpi di un Remington, sulla terrazza del Motel Lorraine di Memphis. Alla notizia dell’infame delitto, in ogni parte degli Stati Uniti scoppiarono rivolte sanguinose provocate dai seguaci delle teorie di Malcom X e di Stokely Carmichael che avevano predicato al contrario di King, l’odio dei negri verso i bianchi. Robert Kennedy che di lì a poco sarà assassinato anche lui, partecipando ai funerali del pastore negro, così si rivolse alla comunità negra americana: “A coloro che tra voi sono neri e che vorrebbero comportarsi con odio e sfiducia contro gli uomini bianchi per ciò che è successo, dico che anch’io, nel mio cuore ho gli stessi sentimenti. Ricordo quando mio fratello fu ucciso e anche lui fu assassinato da mano bianca”.  M. Luther King, prima di morire, aveva lasciato in eredità alla sua gente di colore questo messaggio: “In un mondo in cui dominano la forza, la tirannica costrizione, la violenza sanguinaria, voi avete il dovere di seguire la via dell’amore. Così potrete rendervi conto che l’amore disarmato è più potente di ogni altra cosa dell’universo”. Erano parole che aveva firmato con il suo sangue, così come per tutto il corso del suo apostolato aveva dovuto sopportare ogni umiliazione e minacce dai bianchi segregazionisti. Era stato più volte imprigionato, colpevole soltanto di aver chiesto gli stessi diritti dei bianchi per la sua gente di colore. Per combattere il razzismo dei bianchi aveva scelto la strada più difficile ma che a lungo andare avrebbe dato frutti migliori e più durevoli: quelli della non violenza in risposta alla violenza dei bianchi. Aveva detto in uno dei suoi sermoni più belli, pubblicati poi nel volume “La forza d’amare”: “Fateci ciò che volete e noi continueremo ad amarvi. Gettateci in carcere e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe contro le nostre case, minacciate i nostri figli e, pur se sarà difficile, noi vi ameremo ancora. Nell’ora di mezzanotte inviate i vostri propagandisti in tutto il paese per dire che noi non siamo preparati culturalmente né in altro modo per essere integrati, e noi vi ameremo ancora. Ma verrà un giorno in cui conquisteremo la libertà e non soltanto per noi; vinceremo anche voi, finiremo col conquistare il vostro cuore e la vostra coscienza e allora la nostra vittoria sarà duplice”.

All’inizio della sua carriera di pastore aveva riscosso un successo strepitoso la decisione di invitare tutti i negri d’America a boicottare i mezzi di trasporto pubblici e recarsi al lavoro a piedi per protestare contro le leggi segregazioniste che riservavano nei luoghi pubblici alcuni posti ai bianchi ed altri ai negri. Era il 1955. Il boicottaggio dei mezzi di trasporto pubblici veniva preso dopo l’avventura capitata a Rosa Parks, la sera del 1 dicembre 1955. La donna negra, di quarantadue anni, stanca per aver camminato molto, aveva occupato un posto a sedere su un autobus della Montgomery City Lene, l’agenzia che gestiva il servizio dei trasporti in città e nella periferia. Invitata a cedere il posto ad alcuni bianchi che erano in piedi, Rosa Parks veniva sollevata di peso da un agente della polizia ed imprigionata perché si era rifiutata di obbedire all’ordine che le era stato imposto. Il movimento non violento voluto da King per rivendicare uguali diritti civili per la gente di colore, trovò un valido sostenitore nel presidente J. F. Kennedy che il 19 giugno 1963 aveva accompagnato la presentazione del Civil Right Bill (Progetto di legge per i diritti civili) con queste parole: “A nessuno è vietato di combattere e morire per gli Stati Uniti a causa della sua razza. Non vi sono cartelli che distinguono bianchi e neri nelle trincee e nei cimiteri di guerra. Nessun cittadino deve essere costretto a reclamare il diritto di entrare in un determinato albergo, ristorante o cinematografo”. M. L. King, dietro quelle parole, decise che fosse giunto il momento di agire, sia per appoggiare il progetto di J. Kennedy, sia per forzare la mano al Congresso, organizzando una grande marcia di protesta non violenta su Washington. Era il 28 agosto 1963. La grande marcia ebbe inizio con i leaders negri confusi nell’interminabile colonna diretta al monumento di A. Lincoln. Era il momento culminante della Black Revolution. Milioni di uomini, in quelle ore, seduti davanti ai televisori seguivano lo svolgersi dell’imponente dimostrazione di negri e bianchi che insieme marciavano e sulle note di uno struggente “Spiritual” negro, cantavano insieme We Shall Overcome. Davanti al monumento di Lincoln, M. L. King presentato come il leader morale della nazione, librato ormai su quella marea di gente che con un boato pauroso ripeteva più volte il suo nome, rotti gli argini, straripò verso un dei più celebri discorsi che la storia ricordi: Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità. Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell’ingiustizia, il caldo afoso dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e di giustizia. Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l’essenza della loro personalità. Oggi ho un sogno. Ho un sogno, che un giorno, laggiù nell’Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d’altro che di potere di compromesso interlocutorio e di annullare le  leggi federali, un giorno, proprio là nell’Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle. Oggi ho un sogno. Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme…”.

Era quanto di più bello, di più appassionatamente umano poteva ascoltare un giovane degli anni sessanta e che oggi possono ancora far proprio quanti sentono dentro la stessa forza d’amare di Martin Luther King.

Raimondo Giustozzi

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