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Poesia. Gli eredi della poesia vernacolare jesina. Alfredo Ceccacci e Marco Bordini.

Montirozzo Jesi

di STEFANO BARDI

Un autore, quello di cui mi occuperò per primo, che seppur ancora oggi vivente e in piena forma, non è considerato da molti critici, come un maggiore e neanche come un maggiore fra i minori. Un poeta, Alfredo Ceccacci (Jesi, 6 settembre 1945) che per usare un paragone calcistico, crea prettamente e unicamente una poesia da Prima Categoria, senza mai alzare il livello di qualità e di professionalità linguistico-grammaticale.

Un giudizio il mio, che si allinea a quello di molti critici e cultori letterari marchigiani, i quali vedono il vernacolo jesino usato dal nostro poeta come una lingua grezza, sporca, meccanica, ferraginosa e intensamente lacunosa. Una poesia e un vernacolo, quelli del poeta marchigiano, che possono definirsi come dei linguaggi autodidatti essendo il Ceccacci un poeta e uno “scrittore” totalmente autodidatta. Caratteristica questa, che lo porta nel comporre poesie grammaticalmente, sintatticamente, lessicalmente e linguisticamente “errate”, che sono state inoltre composte con un vernacolo registrato sulla carta da Alfredo Ceccacci, proprio come lo si parla e lo si pronuncia, senza rispettare le regole glottologico-linguistiche del dialetto jesino. Una domanda sorge a questo punto spontanea, ovvero, in questo immenso oceano di rovi e di veleni che è la poesia di Alfredo Ceccacci, c’è qualcosa di splendente e degno di attenzione critico-letteraria?

Domanda dalla risposta positiva, poiché il nostro poeta ci lascia due gustose raccolte, che sono El companadigo. Le voci del còre e L’ale del còre. Le ali del cuore, rispettivamente del 1995 e del 1999. Un’opera quella del 1995 divisa in due sezione, dove la prima sezione a sua volta è divisa in tre sottosezioni, che sono Drendo a la città, El còre acceso e ‘Na passeggiada… appagada in cui il Ceccacci compone poesie paesaggistiche ed etico-esistenziali, mentre invece nella seconda sezione che prende il nome di La vida… drendo, il Ceccacci compone liriche spirituali e interiori. Impossibile è per me fare un’analisi dettagliata di tutte le poesie e allora, mi concentrerò su alcune poesie più significative di questa raccolta, iniziando per l’appunto dalla prima sottosezione Drendo a la città, dove la prima lirica che attira la mia attenzione è “El fogarò”. Poesia questa, in cui il focolare è visto come il fuoco spirituale, che anima con la sua fiamma la Jesi intera[1]. Una seconda poesia degna di attenzione è la lirica “Jesi-Estate”, dove il nostro poeta ci mostra una Jesi estiva, come una città candida e pulita spiritualmente[2]. Una terza e ultima lirica degna di attenzione di questa sottosezione, è la poesia “Giù pel borgo” dove i quartieri jesini simboleggiano luoghi in cui si possono vivere veri attimi di vita, con i loro rumori e i loro urli che sembrano melodie divine[3]. Passiamo ora alla seconda sottosezione, dove due sono le poesie degne di attenzione, che sono “La tera mia” e “La vita da raccontare”. Nella prima lirica possiamo leggere un omaggio alle Marche con i suoi profumi, odori, colori e sapori che ben si ritrovano dentro un bicchiere di vino[4]. Nella seconda lirica invece, il nostro poeta marchigiano liricizza l’esistenza e il suo cammino dalla nascita alla vita eterna. Dalla seconda sottosezione passiamo ora, alla terza e ultima sottosezione ‘Na passeggiada… appagada, dove su tutte le poesie regna la figura della passeggiata, che è intesa dal Ceccacci come un pellegrinaggio estetico-spirituale dentro Jesi, dove i profumi e i sapori sono intesi come il cibo dell’anima.

Fatte queste analisi, passiamo ora alla seconda sezione La vida…drendo, dove due sono liriche degne di attenzione, che sono “La solida minestra” ed “El còre… de Natale”. Nella prima lirica la minestra simboleggia il lato oscuro della vita, dal quale secondo il nostro poeta jesino, non c’è nessuna via di redenzione[5]. La seconda poesia invece vede il Natale, come una festa nella quale tutti i nostri peccati vengano lavati e curati[6].

Un’opera quella del 1999, che tratta il tema dell’amore in lingua e in vernacolo, seppur comunque riporta ben diciassette liriche dell’opera precedente. Quattro in tutto sono le poesie degne di attenzione, che sono “Melodia”, “Nella caduta di una foglia”, “Il miracolo della vita” e “Fiore”. Nella prima lirica per l’appunto, l’amore è visto come una dolce melodia che riscalda, dona affetto e guarisce ogni tipo di dolore[7]. Nella seconda lirica invece c’è un chiaro rimando a Giuseppe Ungaretti, dove l’amore è paragonato alla foglia ungarettiana, ovvero la foglia intesa come una creatura, che muore al primo schiaffo del caldo vento della morte[8]. Nella terza lirica invece, la donna simboleggia lo scrigno della gioia, dell’amore, dei patimenti e la strada per conquistare la vita eterna[9]. Nella quarta e ultima lirica in esame, la donna è vista come una creatura dall’eterna bellezza, dalla indistruttibile perfezione e dalla commovente contemplazione[10].

Cosa ben diversa e di più alta qualità, è la poesia vernacolare di Jesi ieri del poeta Marco Bordini, nato a Jesi (rione San Pietro) l’11 giugno 1939 e “adottato” da Chiaravalle nel luglio del 1978. Una poesia, quella del Bordini, che nasce dall’animo di un poeta colmo di onestà, compassione, bontà, fratellanza, benevolenza e amore. Un poeta, il nostro autore jesino-chiaravallese, che al pari del grande maestro Pier Paolo Pasolini va oltre la moderna società fatta di finte esteticità e di bellezze puramente fisico-carnali, per recuperare e salvaguardare la figura dell’Uomo e, più nel dettaglio, quello che è. Un poeta fuori dalle righe può considerarsi lo scrittore jesino-chiaravallese, poiché compone le sue poesie interamente in vernacolo jesino, ma non un vernacolo qualsiasi, bensì un vernacolo antico e in disuso, da lui correttamente studiato e riscritto ai giorni nostri. Un vernacolo composto da elisioni e interruzioni, che seppur conferiscono alle sue poesie dolci e soporifere melodie, ne definiscono comunque la loro architettura be concepita e organizzata, che è composta da originalità, unicità, primitività, primordialità e “sanguinosità”. Un dialetto, che al pari del dialetto di Alfredo Ceccacci osanna e loda la Jesi di una volta con le sue vetuste radici, le sue strade, le sue vie animate da selvaggi fanciulli nelle sere primaverili, i suoi balli, i suoi canti estivi, i suoi profumi e i suoi sapori, ma anche e soprattutto attraverso il quale, il nostro poeta jesino-chiaravallese costruisce magnifiche poesie civico-antifasciste, sociali e religiose, rispettivamente con le liriche “Migranti”, “Drogado” e “Ave Maria”. Una lirica, la prima, che può essere letta in quattro modi diversi. La prima lettura trasforma questa lirica, in un componimento civile dove il lessema civile, simboleggia l’ossequio, la venerazione e la difesa dell’altrui destino qui immedesimato con l’esistenza, degli espatriati. Espatriati, quelli bordiniani, che non sono unicamente carne da macello o invasori, ma anche e soprattutto una classe sociale con i suoi diritti e i suoi doveri. La seconda lettura è prettamente di stampo etico-esistenzialistica, poiché i migranti bordiniani simboleggiano a loro volta gli Uomini, che a loro volta sono infinitamente alla ricerca di una luce purificatrice, nella loro ansiosa e brumosa esistenza giornaliera. La terza lettura invece è di stampo mistico-religiosa, poiché riguarda il tema del mare. Un mare, quello del poeta jesino-chiaravallese, che può essere paragonato al buon Dio, poiché come esso scalda i buoni, protegge gli indifesi e castiga i bastardi figli di Satana, facendoli sprofondare per l’eternità nelle sue cieche e oscure profondità marittime. La quarta e ultima chiave di lettura, la si evince dai versi “Co’ la speranza de vedé la tèra / ognuno prega ‘l Dio che cià ‘ntel core. / Spande nte l’aria, de ‘na notte nera, / l’urlo straziante e cupo del dolore.[11]” Versi questi, che trasformano questa poesia in una denuncia antifascista e antirazzista, facendoci vedere questi migranti non solo come folli terroristi e selvaggi stupratori, ma come persone – donne, uomini e bambini – che lasciano la loro terra con la paura nel cuore e le lacrime agli occhi, chiedendo solamente in cambio un pezzo di pane per sfamarsi e una coperta per coprirsi nelle notti invernali.

Una lirica la seconda, dalla forte carica emotiva che si sprigiona dalla vicinanza fra la poesia e il forte disagio giovanile, della droga. Un teso quello bordiniano, in cui non si evince nessuno disprezzo verso la figura del drogato, ma bensì la consapevolezza del disagiato quale una persona normale e soprattutto, come un fratello, che ha bisogno del nostro aiuto. Una lirica dall’abissale e oceanico messaggio etico, che ci insegna come tutti noi dovremmo muoverci verso coloro che per un’inconcepibile logica decidono di sballarsi con la cocaina, l’LSD, gli acidi, gli allucinogeni, le pasticche, ecc. Una lirica in conclusione, che ci fa capire come la nostra e altrui esistenza può cambiare solo attraverso la compassione e la fratellanza, che costituiscono gli ingredienti necessari per poter sconfiggere qualsiasi specie di isolamento psico-sociale e umano-spirituale[12].

La terza è ultima poesia, ovvero la stupenda “Ave Maria”, condivide lo stesso messaggio di tutte le Ave Maria scritte fino ad ora, che è quello della pace, della fratellanza, della compassione e della benevolenza fra gli Uomini[13].

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] A. Ceccacci, El companadigo: le voci del còre. Raccolta di poesie in dialetto jesino, Jesi, Circolo Culturale “L’emporio delle parole”, 1995, p. 17 (“[…] ‘Sso fogo non sa da spegne / dêe brugià tutta la notte, / ‘na notte che non se dorme! […]”)

[2] A. Ceccacci, El companadigo: le voci del còre. Raccolta di poesie in dialetto jesino, Jesi, Circolo Culturale “L’emporio delle parole”, 1995, p. 34 (“Mura… / mura castellane / ve tenede distante / dal catrame / e a filo de ‘n cèlo d’istade / la città bella / vuà stasera / ce presentade!” – “[…] Drendo e fòri / a ‘sse perfezziò / de linee e de colori / la città ce se confonne / e ‘nte ‘na cosa sola / uniforme / ce disegna / ‘l cèlo azzurro e ‘l cèlo scuro.”)

[3] A. Ceccacci, El companadigo: le voci del còre. Raccolta di poesie in dialetto jesino, Jesi, Circolo Culturale “L’emporio delle parole”, 1995, p. 41 (“[…] ‘Nte ‘ss’aria profumada / ‘ndo ‘l tempo passa / e la giornada brilla de pacconada / c’è chi oggi / ha ‘pparecchiado la taôla / e chi cià e sòna la campanella / i piatti de la minestra / e quelli de la tajadella. / C’è chi cià ‘l pa’ / e la pizza coi grascelli da magnà / e chi cià le borse e i portafoji / pe’ chi cià e non cià i soldi.”)

[4]A. Ceccacci, El companadigo: le voci del còre. Raccolta di poesie in dialetto jesino, Jesi, Circolo Culturale “L’emporio delle parole”, 1995, p. 47 (“[…] Adè / che la vendemmia è stada fatta / sci, adè / che l’uva, sotto ‘l torchio / qualchiduno l’acciacada / lassademe solo, fademe gustà / ‘sso bicchiere de vi’ bòno / ‘ndo da drendo el còre mia / colora la tradiziò e le bellezze / de la tera mia!”)

[5] A. Ceccacci, El companadigo: le voci del còre. Raccolta di poesie in dialetto jesino, Jesi, Circolo Culturale “L’emporio delle parole”, 1995, p. 131 (“[…] Ma ‘ntel bordo grasso / ‘ntel brodo magro / col pensiero sgappo / pe’ caminà / ‘nte le strade ‘lberade / ‘ndo basta ‘n soffio / pe’ spojalle. […]”)

[6] A. Ceccacci, El companadigo: le voci del còre. Raccolta di poesie in dialetto jesino, Jesi, Circolo Culturale “L’emporio delle parole”, 1995, p. 132 (“[…] Ma ‘l core zitto, zitto / co’ i solidi battidi sua / ce conta i giorni / che ciarmane pe’ Natale. / Scì, ce conta, / ce fa’ contà / la vida nostra / che adè, ‘netl còre… del Natale / ‘n’antra ôlta rrnasce.”)

[7] A. Ceccacci, L’ale del còre. Le ali del cuore. Raccolta di poesie d’amore in lingua e in dialetto, Jesi, Circolo Culturale “L’emporio della parole” e Istituto Tecnico Commerciale “La Nuova Secondaria”, 1999,  p. 18 (“[…] Melodia perfetta / alla fine / di ogni richiamo, / di ogni approccio, abbraccio, / di ogni bacio / dove la fine / non è fine / perché la melodia / trova nell’amore l’inizio / e il seguito nella coppia. / Un mondo, una famiglia, / una casa, / nascono dalla coppia. / Bagnata talvolta / dalle lacrime / ma subito asciugata / da un sorriso. […]”)

[8] A. Ceccacci, L’ale del còre. Le ali del cuore. Raccolta di poesie d’amore in lingua e in dialetto, Jesi, Circolo Culturale “L’emporio della parole” e Istituto Tecnico Commerciale “La Nuova Secondaria”, 1999,  p. 26 (“Coinvolto / nella caduta di una foglia / è il mio amore morto, / il mio amore nascosto! […]”)

[9] A. Ceccacci, L’ale del còre. Le ali del cuore. Raccolta di poesie d’amore in lingua e in dialetto, Jesi, Circolo Culturale “L’emporio della parole” e Istituto Tecnico Commerciale “La Nuova Secondaria”, 1999,  p. 42 (“[…] io trovo / nelle notti e nei giorni / le stelle, la luna e il sole / delle belle stagioni. […]”)

[10] A. Ceccacci, L’ale del còre. Le ali del cuore. Raccolta di poesie d’amore in lingua e in dialetto, Jesi, Circolo Culturale “L’emporio della parole” e Istituto Tecnico Commerciale “La Nuova Secondaria”, 1999,  p. 70 (“[…] Non voglio farti fretta / voglio solo guardare / i tuoi petali che si aprono / ad uno, ad uno / con grazia e bellezza. / Tu non sei stata / dipinta da un pittore, / non sei stata programmata / da un computer / tu sei e rimani / un fiore della vita.)

[11] M. Bordini, Jesi ieri, Santa Maria Nuova, Le Mezzelane, 2016, p. 243.

[12] M. Bordini, Jesi ieri, Santa Maria Nuova, Le Mezzelane, 2016, p. 157 (“[…] L’ so ch’è dura…n’ credi nte la gente / quanno te senti che n’ ce la pòi fa. / Ma è inutile ‘nniscondese ntel gnente, / rtrôa ‘l coraggio e… cerca de lòttà! / Riscoprirai cuscì ‘l bello del “perdono”. / ‘L sorriso de ‘n munello… ‘na carezza! / Cose che Dio, t’ha concesso ‘n dono, / e t’offre… granne, ‘n tutta la bellezza!”)

[13] M. Bordini, Jesi ieri, Santa Maria Nuova, Le Mezzelane, 2016, p. 144 (“[…] Madonna mia! Madonnina Santa! / Vergine Madre de… tutta la gente! / Te, che d’amore e grazia ce n’hai tanta, / fa crede chi la fede più no’ sente! / Consola i debboli, l’umili, l’afflitti / a chi sta male e… no’ spera più! / No’ mangà mai, li casa dei puretti, / e, pace dona… all’òmmini quaggiù!”)

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