Intervista a Fred Buongusto poco prima di una sua esibizione al “Green Leaves”. Si parla un po’ di tutto e a un certo punto lui si complimenta per l’alta qualità del registratore che gli ho piazzato davanti, sul tavolino dove siamo seduti. Ci va l’occhio anche a me e mi accorgo con orrore che non l’ho messo in funzione. Ma non faccio una piega davanti al vecchio marpione che mi guarda sorridendo, tanto so che mi ricorderò tutto di quanto mi dice. Così è stato: all’epoca la memoria era ben sveglia.
Risposte secche e precise. Sanremo? Fred Bongusto ammette di restarci intrappolato ogni tanto, ma non capisce perché “si insista in questa formula. È il concetto di gara che non va. La sola cosa buona del festival è di ritrovare gli amici”. Quali, i colleghi? “No, non mi riferisco a loro. Tra cantanti, con la vita che si fa, non c’è tempo di fare amicizia”. Un modo elegante per sviare un argomento pericoloso. E i giovani emergenti, Jovanotti per esempio? “Un bravo ragazzo”. Lapidario e caustico, ancorché bonario.
Parla anche di quest’Italia mercificata e spoetizzata, dov’è morta la generosità che lui ritrova, invece, in sudamerica. Riecheggia lo Stendhal delle “Passeggiate Romane” e il Barzini junior de “Gli Italiani”, descrive la parabola del cantante, mito del passato, cacciato dal trono oggi occupato dai politici, i veri divi dei nostri giorni.
Sul divano dà un’impressione di distacco e disincanto, ma quando sale sul palco dimostra di muoversi ancora secondo i ritmi antichi e sapienti che da sempre gli suggeriscono le colline aspre e feconde del Molise.
Echi di malinconie s’inarcano sul crinale della voce calda, velata d’ironia (Strangers in the night): “Sono nostalgico, che male c’è? Lo devo alla mia esperienza di vita. A un padre morto nella campagna di Grecia, magari anche a un amore finito male a 15 anni, all’ambiente dove sono cresciuto”.
Nella cornice del Green (“Uno dei pochi locali in Italia con l’atmosfera giusta”), tra i presenti al suo concerto corre il commento univoco e scontato del cantante che ci ha fatto innamorare. Lui, adesso, li fa ballare e li segue con lo sguardo sornione di chi sa che il gioco continua, non è mai finito. Malaga e Frida, la rotonda dei peccatucci di gioventù in un paesino sulla costa adriatica, chissà dove tra Pescara e Termoli. Malie sottili, sussurrate con complici cadenze. Ma c’è, si sente, lo spessore del mestiere che non indulge ad abbandoni puerili, corroborato dalla sagace ricerca dell’appagamento professionale nella proposta dell’inedito (Signora Amelia, L’amore mio sta ca’).
Un po’ di “déjà vu”, inevitabile, ma rivisitato con eleganza. Insomma, sa ancora trasmettere il brivido. Dai Fred, resisti. Fallo per noi (l.p.).
(Corriere Adriatico del 23 Febbraio 1992)
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