di Raimondo Giustozzi
“Era uno degli ultimi giorni d’agosto del 1945. Venivo direttamente da Firenze, con la mia borsa da viaggio in mano; avevo lasciato da poche ore quella città dove tutti parevano ancora vivere nell’atmosfera vivificante della Resistenza, e non si pensava esistesse differenza tra i politici e la gente comune; ma ciascuno faceva quello che faceva con naturalezza, in un mondo indipendente e senza compartimenti stagni, nelle fabbriche, sul lavoro o nel governo locale del Comitato di Liberazione. Quella libertà attiva e creativa durò, come tutti i miracoli, assai poco, ma allora era reale, e si poteva toccarla con la mano e vederla scritta sul viso degli uomini” (Carlo Levi, L’Orologio, pag. 31, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1950).
Il narratore – protagonista del romanzo è un intellettuale torinese, dietro al quale si nasconde lo stesso Carlo Levi, giunto a Roma per dirigere una rivista politica e culturale, ispirata a Italia Libera. L’orologio è il simbolo centrale del tempo storico e della crisi della nuova Italia del dopoguerra. Il libro si apre con la rottura di un orologio d’oro, regalato dal padre al protagonista del romanzo. Il dono prezioso, che aveva avuto in regalo, gli cade maldestramente dalle mani e si rompe. Il nostro si affanna a cercare per le vie di Roma qualche provetto orologiaio che sia in grado di aggiustare quanto di più prezioso aveva avuto dal proprio papà. Le lancette dell’orologio continuano nel loro ticchettio, ma non segnano più le ore.
Il mal funzionamento dell’orologio si trasforma in una metafora, annuncia la rottura della continuità tra le generazioni, la fine delle illusioni della Resistenza e il tradimento delle speranze popolari con l’avvento della nuova classe politica. Il tempo storico, quello del Governo Parri, rimane come sospeso. La poesia delle Resistenza si trasforma nella prosa dell’immediato dopoguerra, quando c’è da ricostruire veramente tutto: case distrutte, strade disselciate, povertà diffusa tra le classi popolari, speranza per un futuro migliore. In questo sforzo titanico c’è chi si oppone con indolenza a qualsiasi cambiamento. Sono quelli che si ritengono garantiti: scribacchini, uscieri, impiegati dei ministeri che passano il tempo a fare nulla. L’adagio del principe Tancredi de “Il Gattopardo” di Tommasi Di Lampedusa, “Occorre che tutto cambi, perché tutto rimanga come prima”, è più che valido.
Personaggi del romanzo
Tutto il romanzo è una grande e variegata galleria di personaggi. Scrive Carlo Levi: “Come è abitudine, si dichiara che fatti, momi, e personaggi di questo libro sono immaginari, e che perciò qualunque riferimento a persone o a cose debba, naturalmente, considerarsi casuale, sia pure nel quadro di avvenimenti storici veri e di un tempo vero. Se tuttavia taluno ritenesse di ravvisarsi, per avventura, in questa o in quella persona del libro, attribuisca questo fatto al caso, o piuttosto alla capacità di verosimiglianza della fantasia” (Carlo Levi, ibidem, pag. 313). Dietro ad alcuni nomi si nascondono personaggi reali. Marco corrisponde a Mario Soldati, anche lui torinese. È l’amico con cui il protagonista condivide alcune delle scene più celebri del libro, tra cui un lungo giro a bordo di una jeep nella Roma del dopoguerra, fino alla Garbatella, alla ricerca di una donna di nome Fanny.
Carlo Levi lo incontra per caso quando entra in una delle tante trattorie di Roma, seduto in un tavolo accanto al suo. Il protagonista, l’io narrante del romanzo, oltre che scrittore di chiara fama è anche pittore. La descrizione delle persone è quasi una istantanea: “Marco mutava spesso di aspetto, fuggendo sé stesso, in sempre nove incarnazioni. Ma questa volta, la sua barba era così lunga e solenne, che io pensai gli fosse successo qualcosa di grave e di importante. In mezzo a quello oscuro oceano peloso, il suo viso magro e lungo pareva di cera, con un pallore trasparente e giallognolo, che faceva più profondi e cupi i neri occhi pungenti, più affilato il lungo naso sensitivo, più spaziosa la fronte, segnata da una ruga dritta” (ibidem, pag. 87).
Il cameriere che li serve a tavola è Giacinto, vecchia conoscenza del narratore, che lo rivede dopo tanti anni trascorsi, pieni di avventure, la morte sfuggita più volte quasi per miracolo, soldato del regio esercito, sbandato dopo l’armistizio: “Lo guardai, di sotto in su, con la bocca piena. Sarebbe stato difficile immaginare qualcosa di meno militare dell’aspetto di Giacinto. Non solo non c’era in lui nulla di guerriero, ma egli pareva piuttosto una vivente e volontaria, e un tantino teatrale, confutazione di quella virtù. Era un giovane di bassa statura, piuttosto grassoccio, con un viso tondo e un po’ gonfio, dalla pelle pallida e giallastra, umida, lucida e unta. Anche i capelli, neri e divisi con una scriminatura in mezzo, parevano bagnati, e ricascavano molli sulle tempie. Gli occhi erano vivacissimi, furbeschi, ammiccanti, astuti, con un’espressione di servilità, insieme e di intesa. La schiena l’aveva ingobbita e non perché fosse deforme per natura, ma per un antico uso di star curvo, di chinarsi di fronte ai pericoli della vita, di ritirare la testa fra le spalle, come se temesse sempre, di ricevere un colpo sul viso” (ibidem, pp. 82- 83).
Altri amici del protagonista sono Roselli e Fede, dietro ai quali si nascondono due importanti figure storiche e politiche del Partito d’Azione: Vittorio Foa (Fede) e Altiero Spinelli (Roselli). Il primo è un intellettuale, sindacalista e politico antifascista. Nelle discussioni che ha con l’io narrante del testo, condivide l’impegno e le riflessioni sulla crisi e sulla fine della parabola del Partito D’Azione. Roselli è un politico, futuro pioniere del federalismo europeo, descritto insieme a Foa nel tentativo di far funzionare la complessa e utopistica macchina del partito nell’Italia del dopoguerra. Tra i due c’era “Qualche differenza di grado nel loro realismo. Roselli era più grosso e pesante; aveva forse le ali più piccole, ma certamente il torso più massiccio; era dunque, per sola legge di gravità, a volare più in basso. Era, anzi grossissimo e pesantissimo; e per di più, portava, nel mezzo di un viso rotondo, colorito e sanguigno, degli enormi baffi neri, d’un nero lucente e barbarico, che pendevano in basso, e che facevano immaginare, attorno alla colonna rotonda, del suo collo, invece della cravatta di seta scura, non so quali collane e catene d’oro. La testa era rotonda, larga, gigantesca, la fronte alta, sotto i capelli tagliati a spazzola, gli occhi grossi, scuri e infuocati; la voce robusta, volontaria, secca e senza risonanza. La mole torreggiante del suo gran corpaccione si muoveva agile e rapida; pareva un generale unno in abiti borghesi, sceso per un momento da cavallo per disporre la sua orda in schieramento di battaglia” (pag. 63).
“Fede, invece, era piccolo, sottile, fragile, con un viso allungato e trasparente, scintillante del brillio degli occhiali, un naso appuntito, diritto in mezzo alle guance pallidissime, come una sentinella in un campo coperto di neve. Sotto si apriva una bocca minuta dalle labbra arcuate e carnose; il mento robusto, era spaccato in mezzo da una fossa. Aveva un’aria concentrata, attenta, come di chi abbia per le mani una pistola carica; e, quando taceva, non pareva ascoltare o riposarsi, ma badare piuttosto a far sì che il grilletto della sua arma non scattasse inavvertitamente” (Ibidem, pag. 63). Nei suoi discorsi, Fede (Vittorio Foa), sapeva assumere i contorni di un eroe di Stendhal, ma anche quelli di un Julien Sorel: “Egli sentiva il bisogno irresistibile di vivere, di vivere in fretta, di rifarsi del tempo perduto, di invecchiare, di raggiungere la propria età, come un soldato rimasto indietro, in marcia, che corra lungo il reggimento per ritrovare il proprio posto nella fila” (ibidem, pag. 64).
Ambedue parlano e discutono con l’io narrante. Espongono i loro progetti, i passi che avevano fatto, le manovre a cui ci si doveva opporre, e intenzioni nascoste dai capi, gli interessi che si celavano sotto le manovre. “Fede e Roselli non cercavano né volevano nulla, se non il piacere del volo, il gusto delle grandi volute aeree, delle svolte, delle impennate, delle evoluzioni complicate”. “Volavano troppo in alto e non vedevano la terra che come un fumo lontano; e come avrebbero potuto distinguere in quel fumo, a quella distanza, i visi degli uomini e delle donne che si muovevano nelle città, che zappavano i campi, che lavoravano negli uffici e nelle fabbriche, che si disputavano il denaro, che mangiavano, che facevano all’amore? Come avrebbero potuto, di lassù, vedere la faccia di Teresa, dietro al suo banco, sull’angolo della strada; e i geloni delle sue mani al primo giorno d’inverno? I loro occhi d’uccello, per quanto acuti, non potevano distinguerli” (ibidem, pag. 65). Volevano difendere il Presidente (Ferruccio Parri), invece o sostituirlo. Eppure il Presidente non volava nel loro cielo, ma camminava su una piccola terra, e non sapeva e voleva vedere altro che i geloni di Teresa, il viso di Teresa, e le facce e le mani di tutti quelli che incontrava sulla sua strada. Teresa, Rosetta, Iolanda sono popolane che sbarcano il lunario vendendo al mercato nero quello che avevano acquistato di contrabbando.
Oltre a Marco, alias Mario Soldati, e a quelli nominati sopra, altri personaggi, che animano le vicende e i dialoghi politici in alcune parti del romanzo, sono in gran parte alter ego di intellettuali, politici e amici reali vicini all’autore e attivi nel Partito D’Azione: Martino, che nella realtà corrisponde a Roberto Balzen, intellettuale ed enigmista, triestino, legato a riflessioni simboliche e oniriche. Occupa un primo piano nella prima parte del romanzo, quando cerca di spiegare il mal funzionamento dell’orologio, che non segna più lo scorrere del tempo cronologico ma una sospensione del tempo stesso, a seguito della crisi di governo. Casorin e Moneta si identificano rispettivamente con Manlio Cancogni, scrittore e Carlo Muscetta, critico letterario, protagonisti di intensi dialoghi e discussioni filosofico e politiche. Carmine Bianco e Andrea Valenti rappresentano nella realtà, rispettivamente, l’economista e agronomo Manlio Rossi Doria e il politico e saggista Leo Valiani, impegnati nell’analisi della crisi, che sta attraversando il governo Parri, e della divisione sociale in cui versa l’Italia.
Nell’ultima parte del romanzo compare il dottore Luca, lo zio dottore di Carlo Levi, fratello della madre, figura affettuosa, eccentrica e fondamentale nella vita di Carlo Levi. È stato lo zio Luca ad inoltrarlo nel campo medico. Lo scrittore, dopo aver saputo da Maria Vanni, Mariona, la vecchia cameriera e governante dello zio, si decide di partire da Roma, per recarsi a Napoli. Quando arriva, lo zio è già morto. Carlo Levi riceve da Mariona un orologio, dono dello zio, simile a quello che aveva perso. Bellissima la descrizione del viaggio da Roma a Napoli su un autocarro dove si pigia una umanità sofferente. Lungo il tragitto per strade sconnesse, piene di buche, di ferraglia e vetri, chiodi, le gomme del mezzo si bucano. La comitiva viene anche attaccata da briganti con le armi in pugno. Proiettili vaganti centrano il serbatoio del mezzo, che è costretto a fermarsi di novo. Il ritorno da Napoli nella città eterna è migliore. Carlo Levi e gli altri del mezzo sono assicurati da un plotone di uomini armati. Con loro viaggiano anche Tempesti e Colombi, nomi di fantasia attribuiti a ministri che accompagnano il narratore.
La vita materiale della gente comune, il mercato nero, i soldati polacchi, nel romanzo
In alcune parti del romanzo, la descrizione si sposta sul popolo minuto, sulle case diroccate, sulla donna travolta da una jeep, guidata da qualche soldato americano della polizia militare, mentre la figlia piccina grida invano il nome “Mamma”. Il romanzo si riempie di patos. Non si può rimanere indifferenti a tanta tragedia. Ucraina, Gaza, e mille altre parti del mondo dove infuria la guerra, dove vige la legge del più forte raccontano la stessa storia. La lettura del romanzo va fatta con il cuore rivolto al presente (NDR). I giorni dell’euforia collettiva erano passati da poco. Si correva da una parte all’altra della città di Roma, in cerca di cibo, di vestiti, di scarpe. Carlo Levi scende in strada, alla ricerca del vero più vero. Attraversa macerie, strade sconnesse, e si trova nel bel mezzo del mercato nero. Bastava un piccolo banco costruito alla meglio per esporre la propria merce. Tra chi vendeva e chi acquistava era nata un’intesa spontanea per eludere la sorveglianza.
“Ad un tratto si sentì un grido, come un sussurro di un ragazzo: – Piove, piove! – risposero affannate dieci voci di donne. Un mormorio corse rapido per tutta la strada; poi non ebbi tempo di rendermi conto di quello che accadesse: il banco di pane era scomparso, i trespoli ripiegati in gran furia, le bottiglie nascoste, le sigarette infilate nei seni, lo zucchero sotto le sottane. Dentro i portoni correvano e donne, coi loro deschetti; per terra rotolavano scatole, panini, sigari, fagioli; mani su muovevano qua e là, gambe si alzavano, gonnelle ruotavano, urla e strida riempivano il cielo e il vento portava e mulinava pezzi di carta nell’aria azzurra. In un attimo, a quella urlante confusione, seguì un improvviso silenzio. Le merci erano scomparse, le donne erano di nuovo sedute là, lungo i muri, sui loro seggiolini pieghevoli, avvolte nei loro scialli, e sui tavolini erano apparsi dei frutti innocenti, delle scatolette consentite. In quel silenzio virtuoso passarono due carabinieri. Seguirono lentamente la strada, chiacchierando tra loro, senza guardarsi intorno; coi loro visi giovani di contadini meridionali, lavati, puliti, con gli occhi imbambolati e fissi, per un qualche loro discorso d’amore e di libera uscita. Camminavano adagio, tenendosi per mano, voltarono l’angolo e scomparvero” (Ibidem, pp. 76- 77).
Scomparsi i carabinieri, tutto ritorna come prima. Il mercato avviene, in strada, all’aria aperta. I banchi di vendita erano ritornati al loro posto. La folla va e viene. La panettiera manda invettive all’indirizzo dei carabinieri, apostrofandoli come maledetti, perché l’avevano interrotta nel suo lavoro. Ragazzi e uomini attenti ronzano attorno a vecchie automobili ferme, osservando se c’è qualcosa da rubare. Strade e piazze di Roma sono attraversate da soldati polacchi. Così li descrive Carlo Levi: “Erano dei begli uomini, grandi e grossi, con facce colorite; molti portavano i baffi, dei lunghi baffi biondi o rossi; molti non erano più giovani, erano già calvi o grigi, avevano la pancia; ma tutti avevano un portamento nobile, un tratto da gran signore. Si stava bene con loro. Si vedeva che, al loro paese, erano ricchi, possedevano terre e castelli. Bere, amavano; bere molto per ore ed ore. E anche la musica: non si accontentavano di quella del locale, che pure faceva già abbastanza chiasso, ma facevano venire dei suonatori e dei cantanti della strada, che suonavano, col violino, per loro, vicino al tavolo, chinandosi con lo strumento fin quasi a toccarli. Le donne le trattavano bene: le facevano mangiare tutto quello che volevano, le prendevano per mano, dicevano: “Signora”. Timorati di Dio, e religiosi. Avevano tante immagini sacre, medagliette, santini, madonnine e crocifissi, dappertutto, al collo, al polso, nel portafoglio, nella fodera del cappello. Parlavano sempre della famiglia e della chiesa, e dei miscredenti ebrei che bisognava sterminare” (Carlo Levi, L’orologio, pagg. 79- 80, Einaudi, Torino, 1950).
Breve storia del governo Parri.
Il Governo, presieduto da Ferruccio Parri, il leggendario comandante partigiano Maurizio, ha inizio il 21 giugno 1945. Nell’esecutivo sono presenti tutti i partiti politici del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), protagonisti della lotta di liberazione dell’Italia contro il Nazi Fascismo. La crisi di governo si apre ufficialmente il 21 novembre 1945, quando il Partito liberale (PLI) ritira i propri ministri dall’esecutivo. Subito dopo, anche la Democrazia Cristiana (DC) non vuole sostenere un governo privato da una delle sue componenti principali. Ferruccio Parri si dimette ufficialmente il 24 novembre 1945 e definitivamente il 10 dicembre dello stesso anno, con l’insediamento del nuovo governo, guidato da Alcide De Gasperi.
“L’opera rappresenta un’atipica e formidabile forma di romanzo – saggio che racconta gli ultimi giorni del cosiddetto “Governo della Resistenza”. Un esecutivo formato da Democrazia cristiana, Partito comunista, Partito socialista, Partito d’Azione (l’organizzazione in cui Levi militava), Partito liberale e Partito democratico del lavoro – che, una volta capitolato, avrebbe lasciato spazio a un lungo, rigido ed egemone centrismo democristiano rafforzato geo – politicamente dalle dinamiche della guerra fredda. In una prospettiva strettamente politica, come ricordava lo scrittore Alessandro Leogrande su Lo Straniero nel novembre del 2013, “il governo cadde con il beneplacito degli stessi De Gasperi e Togliatti”, segretari della Dc e del Pci con incarichi, rispettivamente, di ministro degli Esteri e ministro della Giustizia. Decisiva, quindi, fu la “questione dell’epurazione della macchina dello Stato, del Palazzo, da coloro i quali erano stati collusi con il regime fascista”. “Il Partito d’Azione”, concludeva Leogrande, “avrebbe voluto un’epurazione non punitiva o moralistica, ma che segnasse una cesura netta con il ventennio, e che non fosse rivolta solo al ceto politico […], ma anche alle università, i giornali, la radio, l’economia, le banche, i ministeri, le vere oligarchie che avrebbero voluto continuare a guidare il paese” (Andrea Meccia, The Vision, 20 settembre 2022. Fonte Internet).
Contadini e Luigini
La metafora su cui – in continuità con quanto espresso in Cristo si è fermato a Eboli – fa perno la riflessione politica del romanzo è quella di un Paese incrinato e sospeso dalla divisione fra “contadini” e “luigini”. Una visione del mondo italiano che riesce ad avere una sua paradossale attualità ancora oggi, alla luce della liquefazione dei partiti di massa, dell’abbandono della lotta di classe, delle crescenti disuguaglianze economico-sociali e, soprattutto, dell’incapacità delle classi cosiddette dirigenti di farsi carico della rappresentanza del mondo del lavoro e delle classi subalterne. Se “contadini” – ispirati dalla figura del poeta – politico lucano Rocco Scotellaro – sono infatti “tutti quelli che fanno le cose, che le creano, che le amano, che se ne contentano”, dice Andrea, i “luigini” – dal personaggio di don Luigi Magalone, detto don Luigino, podestà fascista descritto nel Cristo si è fermato a Eboli – finiscono per essere “gli altri”, “la grande maggioranza della sterminata, informe, ameboide piccola borghesia” (ibidem. Fonte Internet).
E se i “luigini hanno il numero, hanno lo Stato, la Chiesa, i Partiti, il linguaggio politico, l’esercito, la Giustizia e le parole”, ai contadini non spetta “niente di tutto questo”, con il dramma ulteriore di non sapere “neppure di esistere”. Un problema di rappresentanza, insomma, e di visione del futuro, fra chi crede in un benessere diffuso e chi sostiene politiche conservatrici e autoritarie; tra chi auspica inclusione e allargamento dei diritti e chi si batte per la staticità e l’esclusione; tra chi crede nel conflitto come motore del progresso e chi celebra la pace nel cuore di una democrazia desertificata. Se i “luigini” rappresentano a pieno titolo un universo – simultaneamente borghese e piccolo – borghese – fatto di autorità locali e burocrati indistintamente squallidi e meschini, votati all’opportunismo, al doppiogiochismo, al trasformismo, all’eterno presente, i “contadini” – al di là della classe sociale di appartenenza – incarnano chi vive in forma costruttiva, con aspirazioni comunitarie ed egualitarie, il proprio tempo e la propria dimensione storica con uno sguardo rivolto ai giorni che verranno, per sé e le generazioni future”(ibidem. Fonte Internet).
I passi in cui Levi fa parlare Andrea sono tormentati e carichi di delusione: “Eravamo partiti che volevamo la rivoluzione mondiale, poi ci siamo accontentati della rivoluzione in Italia, e poi di alcune riforme, e poi di partecipare al governo, e poi di non esserne cacciati”. Lette con gli occhi del presente, queste parole sembrano descrivere i sentimenti largamente condivisi. Nella recente storia politica italiana, mentre il quadro politico progressivamente si spostava verso destra, più volte è stata utilizzata durante le campagne elettorali la categoria “impolitica” e opaca di “voto utile”. Una strategia che considerava fruttuoso ed adeguato la preferenza data alle forze politiche in predicato di vittoria e non al partito /coalizione più vicino all’elettore per cultura, sensibilità, istanze ideali e materiali, ma che ha portato a una disfatta politico-culturale.
Un altro punto de L’Orologio su cui vale la pena riflettere è quello in cui Ferruccio Parri – il glorioso comandante partigiano dal nome di battaglia di Maurizio, amaramente fotografato come “un crisantemo sopra un letamaio” – convoca una conferenza stampa per parlare al Paese nelle vesti di capo di un governo agonizzante. “Lo guardavo diritto in mezzo ai due compagni di destra e di sinistra, dai visi fin troppo umani, accorti, avidi di cose presenti, e mi pareva che egli fosse impastato della materia impalpabile del ricordo, costruito col pallido colore dei morti, dei fucilati, degli impiccati, dei torturati con le lacrime e i freddi sudori dei feriti, dei rantolanti, degli angosciati, dei malati, degli orfani, nelle città e nelle montagne”, si legge nel romanzo.
Levi carica sulla sagoma di Parri il peso ideale e materiale della Resistenza. Siamo a pochi mesi dal 1945, la Repubblica e la Costituzione devono ancora vedere la luce e le azioni dei partigiani sembrano perdere già di senso di fronte al rischio della caduta del governo. Nonostante l’amarezza di Levi, però, solo dieci anni dopo, le sue stesse parole sembrano rivivere con un senso rigenerato. È il 26 gennaio del 1955, quando a Milano, nel Salone degli affreschi della Società Umanitaria, il giurista Piero Calamandrei, rivolgendosi a studenti universitari e medi dirà: “Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. […] Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati” (ibidem. Fonte Internet).
L’Orologio (1950) e il film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati” (1974).
Tra il capolavoro cinematografico “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola e il romanzo “L’orologio” di Carlo Levi si possono riscontare profonde analogie tematiche, storiche ed esistenziali. Sebbene appartengano a generi e a periodi diversi, entrambe poggiano sullo stesso nucleo tematico e ideale: il disincanto del dopoguerra e il tradimento delle speranze nate con la Resistenza” (Fonte Internet). Si sperava insomma che “Il vento del Nord” portasse davvero qualcosa di nuovo. Nel film, Ettore Scola racconta la transizione tra idealismo e disincanto attraverso le vite dei tre protagonisti: Gianni (Vittorio Gassman), Nicola (Stefano Satta Flores) e Antonio.
Partiti uniti dalle montagne come partigiani, scoprono che la fine della guerra non porta l’Italia giusta che sognavano: “Volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi”. La frase del film riassume perfettamente il nucleo dell’orologio, il romanzo di Carlo Levi.
Vittorio Gassman tradisce il suo passato partigiano per sposare la figlia di un costruttore fascista e reazionario (Romolo Catenacci), integrandosi perfettamente nel meccanismo del boom economico italiano, diventando parte di quel vecchio blocco di potere che non vuole cambiare nulla. Stefano Satta Flores rappresenta invece la figura dell’intellettuale di provincia, idealista e appassionato di cinema. Tenta di combattere per il rinnovamento culturale ma finisce emarginato, ridotto a scrivere recensioni minori e prigioniero di nostalgie e polemiche sterili. Nino Manfredi invece, che interpreta Antonio è il personaggio più puro e ideale del film. A differenza degli amici ex partigiani come lui, non cerca l’ascesa sociale. Rimane fedele ai suoi ideali della Resistenza e ai valori di un comunismo riformista, altruista e sincero. Lavora per tutta la vita come portantino, infermiere / barelliere all’ospedale San Camillo di Roma. Si innamora di Stefania Sandrelli, Luciana (figlia du Romolo Catenacci) nel film, abbandonata da Gassman. La ragazza, dopo un tentativo di suicidio, sposerà Antonio. Antonio (Nino Manfredi) è il collante affettivo del gruppo, incapace di serbare un vero odio e sempre ostinato nel ricordare i vecchi amici, nonostante le delusioni della vita.
Raimondo Giustozzi