Elon Musk e l’utopia dell’abbondanza artificiale

 

Elon-Musk CREDITI FOTO: Elon Musk, WikiCommons.di Giovanna Vertova, Riccardo Bellofiore

Un commento all’intervista di Elon Musk su intelligenza artificiale, lavoro e futuro del denaro.
La cosa più interessante d’un miliardario che dice che il denaro non conterà più non è il futuro. È il presente. Il suo futuro è comodissimo: abbondanza, AI superiori a noi, robot, lavoro facoltativo come l’orto degli amici ricchi. Pomodori storti ma carini perché li hai coltivati tu; mentre macchine che non chiedono ferie e non leggono Tronti produrranno pomodori perfetti. Il presente è quel dettaglio antipatico per cui le azioni si comprano oggi, le società le controlla lui oggi, Starlink decide chi comunica oggi, i robot li produce lui oggi; e gli altri si chiedono se pagheranno l’affitto. Anni fa Musk paragonò gli esseri umani dominati dall’AI a Labrador domestici. Ora replica a Beddoes, direttrice dell’Economist, che lo intervistava a luglio 2026, che i Labrador sono felici: la dipendenza va bene, purché scodinzoli.

È il solito problema dei profeti tecnologici: saltano la transizione. La parte in cui alcuni perdono lavoro e casa, altri diventano più ricchi, e resta da stabilire chi paga, possiede e decide. Musk, si deve ammettere, ragiona benissimo sui colli di bottiglia dell’intelligenza artificiale: energia, chip, raffreddamento, litografia, robot, potenza elettrica cinese. Sa che l’AI non è una nuvoletta spirituale. Vede la materia sotto il mito. Poi gli chiedi la società, e torna il mito.

Quando Beddoes gli domanda come guadagneranno le sue aziende, Musk risponde che nel 2036 il denaro non conterà più. Frase splendida, detta dall’uomo più ricco del mondo: come “la bellezza interiore è l’unica che conta” pronunciato da una modella pagata per la mandibola. Se beni e servizi saranno quasi infiniti, a che servirà il denaro? Musk scambia la capacità di produrre con il diritto di accedere. Sappiamo già produrre cibo, case, farmaci, conoscenza ed energia, ma l’accesso dipende da denaro, proprietà, Stati, brevetti, monopoli, debiti, confini e rendite. Il problema non è soltanto se una cosa esiste. È chi la controlla. Beddoes lo incalza: i robot li venderai o li userai tu? Chi possiederà i mezzi automatici dell’abbondanza? Come vivranno le persone durante la transizione? Musk elude la proprietà: sarebbe vanitoso, dice, credere di controllare un’AI superiore. Ma la domanda è un’altra: nel 2026, chi possiede la fabbrica dei criceti? Alla proprietà risponde con il destino, alla distribuzione con i Labrador.

Qui affiora la verità che smentisce il resto. Il denaro non conta soltanto perché compra beni: conferisce il potere d’investire e di decidere la forma materiale del possibile. Musk è un sovrano privato, un Gosplan in giacca da adolescente e con stock option. Vede il breve termine dei mercati come un problema; ma, invece di istituzioni democratiche, per l’investimento a lungo termine propone il fondatore geniale, cioè sé stesso. Anche il suo fatalismo sull’AI è rivelatore. Ammette un rischio del dieci o venti per cento che distrugga l’umanità, ma conclude: l’universo finirà comunque nella morte termica, godiamoci il viaggio. Certo. Ma guida lui.

Lo stesso problema diventa geopolitico con Starlink e l’Ucraina. Secondo noi Musk ha torto marcio sulla guerra, ma va non poco d’accordo con la sinistra italiana. Il punto è perché un individuo privato possieda un’infrastruttura la cui attivazione può diventare questione di guerra e pace. La domanda non è: Elon, che cosa pensi del Donbass? È: perché dobbiamo chiederlo a te? Dopo secoli di parlamenti, Stati e diritto internazionale, chiediamo a un uomo con satelliti come si senta nell’esercitare un simile potere. Importante. Incompreso. Pragmatico. Molto online. Poi c’è Marte, dove Musk torna bambino e noi decidiamo se commuoverci o chiamare un adulto. È anche un modo costosissimo di non chiedere: perché così, con questa proprietà? E se l’errore non riguarda un razzo, ma bambini nati sotto una cupola marziana? Su Marte la gravità è appena il 38 per cento di quella terrestre e nessuno sa quali effetti avrebbe nel lungo periodo sullo sviluppo del corpo umano.

Un video generato dall’AI attribuisce a Richard Feynman obiezioni alla colonizzazione di Marte che Feynman non ha mai formulato: è un fantasma sintetico con un buon ufficio contenuti. Ma dice, per sbaglio, qualcosa di vero. Tornare da Marte non è fisicamente impossibile: la chimica esiste, manca la catena industriale. La natura, però, non si lascia persuadere dalla narrazione. Le presentazioni agli investitori non proteggono dalle radiazioni cosmiche, che su Marte non sono schermate come sulla Terra, né dalla polvere abrasiva che s’infiltra negli apparati. Annunciare un lancio non risolve i problemi della sopravvivenza umana. Quando l’errore investe una generazione di bambini, “iteriamo” può diventare un atto d’accusa. Non significa: non andare su Marte. Significa: non chiamare civiltà lacune tecniche coperte da ottimismo, tonnellaggio e carisma.

Per descrivere il futuro in cui il lavoro sarà facoltativo, Musk richiama Iain M. Banks, scrittore scozzese di fantascienza e autore del ciclo della Cultura. La Cultura è una civiltà post-scarsità senza denaro, proprietà privata e lavoro salariato, perché la produzione è quasi interamente automatizzata. Le sue infrastrutture sono governate dalle Minds: intelligenze artificiali coscienti, che dirigono astronavi e habitat e prendono le decisioni principali. Gli umani godono di una libertà materiale quasi illimitata, ma dipendono da intelligenze sulle quali hanno pochissimo potere. Beddoes, che su suggerimento di Musk sta leggendo Excession, obietta che gli esseri umani della Cultura hanno ben poca capacità di decidere rispetto alle Minds. E ricorda che Banks era socialista: la sua abbondanza apparteneva a una società senza proprietà privata, non a un capitalismo governato dai proprietari dell’AI. Perciò incalza ancora Musk: se i robot sostituiranno i lavoratori e i profitti andranno a chi possiede le macchine, come vivrà chi perderà lavoro e reddito? Serviranno tasse sul capitale e redistribuzione? Banks mette a nudo ciò che Musk elude: non basta promettere l’abbondanza; bisogna dire chi possiederà le tecnologie, chi deciderà e come si arriverà fin lì.

Musk immagina che il lavoro diventi facoltativo e lo paragona al giardinaggio: i robot produrranno tutto ciò che serve, ma qualcuno potrà ancora coltivare per piacere pomodori meno perfetti e offrirli agli amici a cena. È un’immagine rivelatrice del suo mondo sociale: presuppone persone che possiedono una casa, un orto e tempo libero, e riduce il problema del lavoro alla scelta di un passatempo. Il lavoro non come salario, ricatto, mutuo, turni, logistica, assistenza, fabbrica, scuola o ospedale, ma come pomodoro imperfetto offerto a ospiti educati. L’orto come teoria del postcapitalismo. Ma che cosa si fa quando il lavoro non è più obbligatorio? Il tempo liberato non diventa automaticamente libertà: può essere riempito dal consumo e organizzato da altri. Fra necessità e piacere ci sono amicizie, amori, conflitti, cura, educazione, forme comuni di vita. Una dispensa piena non basta a costruire una società libera.

Il punto non è scegliere semplicemente tra liberazione dal lavoro e liberazione del lavoro. Il lavoro è attività umana dentro il limite del finito, anche quando gli esseri umani trasformano quel limite e arricchiscono ciò che è necessario. Nel capitalismo non è soltanto fatica imposta: è attività organizzata insieme ad altri. Il capitale riunisce persone separate e le costringe a cooperare, ma le misura, le dirige e le assoggetta. Quella cooperazione può però consentire ai lavoratori di riconoscersi come soggetti collettivi, capaci di decidere diversamente cosa, come, quanto, dove, per chi produrre. Se il lavoro fosse soltanto fatica individuale, basterebbe il robot; se fosse soltanto reddito, basterebbe l’assegno del Tesoro; se fosse soltanto espressione personale, basterebbe l’orto. Ma se è cooperazione diretta da altri, la questione è chi e come ne decide fini, ritmi, tecniche e rischi. Chi stabilisce se l’intelligenza comune serve a cure migliori o pubblicità più invasive, case abitabili o colonie marziane per azionisti in cerca di mitologia?

Il sogno di Musk è abolire il lavoro senza abolire il comando: comunismo per azionisti con diritti di voto speciali. Il denaro non conterà, ma oggi compra il diritto di costruire ciò che lo renderà irrilevante. Il lavoro sarà facoltativo, ma nessuno sa di chi sarà la fabbrica che lo renderà tale. Musk vede la potenza dei robot, i limiti materiali dell’AI, la scala cinese, l’asfissia della finanza trimestrale sull’investimento lungo. Poi ne trae la conclusione più muskiana: datemi più controllo. È il paternalismo del futuro che promette di abolirsi appena avrà finito di essere indispensabile. Musk non è un incidente: è una figura, nel senso di Auerbach, una realtà presente che contiene e anticipa una forma possibile del futuro. Il proprietario privato d’infrastrutture planetarie prefigura il sovrano della post-scarsità; il fondatore che conserva diritti di voto privilegiati e il controllo della società, il commissario personale della transizione automatica. Il presente si veste da futuro e dice: quando sarò compiuto, sarò abbondanza. Ma l’abito del futuro è ancora tagliato nella stoffa più vecchia: proprietà, potere, esclusione, dipendenza.

Forse l’AI correrà davvero, i robot arriveranno e molte attività oggi svolte come lavoro salariato saranno automatizzate, mentre altre cambieranno forma, tempi e gerarchie. Marte avrà forse i suoi avamposti. La questione non è soltanto chi possiederà le macchine o come sarà distribuito ciò che producono. È se la cooperazione che il capitale già organizza, mentre la dirige e la assoggetta, possa diventare autogoverno consapevole di donne e uomini associati; se la riduzione del lavoro necessario allargherà lo spazio dell’attività umana libera o produrrà una popolazione di consumatori amministrati; se dalle contraddizioni del lavoro nascerà un soggetto capace di trasformare non soltanto la proprietà, ma i fini della produzione e le forme della vita comune. Una società liberata non rende gli esseri umani cose tra cose: utenti tra piattaforme, corpi tra infrastrutture, Labrador tra Minds, azionisti minori del proprio destino. La domanda non è se i robot sapranno produrre tutto. È se sapremo non diventare il loro tempo libero e decidere insieme che cosa valga la pena produrre e quale vita costruire.

Una versione distesa dell’argomentazione qui svolta, e che prende spunto dall’intervista a Elon Musk di Zanny Minton Beddoes, è apparsa sul sito di Historical Materialism. Gli autori curano la pagina Facebook Economisti di classe.

CREDITI FOTO: Elon Musk, WikiCommons.

Riccardo Bellofiore
Ha insegnato Economia Politica all’Università degli Studi di Bergamo.

by Micromega.net

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