
C’è un momento preciso in cui un evento di cronaca smette di essere un fatto e diventa uno strumento. È il momento in cui la realtà viene spogliata dei suoi dettagli geografici, giuridici e umani per trasformarsi in una narrazione utile. La vicenda dei recenti ingressi a Ceuta ne è l’ennesima dimostrazione: ciò che è accaduto nella piccola enclave spagnola in territorio africano è stato raccontato non per farci capire, ma per farci temere.
Per smontare questo meccanismo occorre fare un’operazione oggi rivoluzionaria: rimettere in ordine i fatti.
La geografia negata e la politica dei simboli
La prima grande distorsione è geografica. Raccontare che migliaia di persone sono “entrate in Europa” sbarcando a Ceuta è un’omissione consapevole. Ceuta è un lembo di terra spagnola attaccato al Marocco; tra quel confine e la Penisola Iberica ci sono 28 chilometri di mare aperto. Entrare a Ceuta non significa avere la strada spianata verso Madrid, Parigi o Milano, né tantomeno beneficiare dei trattati sulla libera circolazione. Per gli stranieri giunti nell’exclave, il Trattato di Schengen semplicemente non si applica.
Eppure, la reazione di molta politica continentale è stata immediata: invocare la sospensione di Schengen e la chiusura delle frontiere interne. Una misura che sul piano pratico ha la stessa efficacia di chiudere la porta di casa propria perché c’è un temporale in un altro continente. Non serve alla sicurezza reale, ma ha una potenza simbolica straordinaria: serve a mettere in scena la fermezza, a tracciare una linea di demarcazione politica tra “noi” e “gli altri”, e soprattutto a raccogliere il consenso immediato che solo l’evocazione di un pericolo imminente sa generare.
La fabbrica del “Mostro” e la catarsi della paura
Ma perché questa narrazione funziona così bene? La sociologia ci insegna che quando un’opinione pubblica è orientata alla paura, la complessità diventa un nemico. Si crea così quello che gli esperti chiamano panico morale: la necessità di individuare un “nemico pubblico”, un simbolo visibile a cui imputare il disordine del mondo.
Il giovane migrante nordafricano viene spogliato della sua storia individuale e trasformato nel contenitore perfetto delle nostre ansie: potenziale delinquente, minaccia all’identità, portatore di caos. Non importa che la maggior parte di queste persone non conoscesse nemmeno le leggi spagnole sulla protezione o che Madrid e l’Unione Europea avessero già chiarito la strada dei rimpatri. L’importante era evocare il “mostro”, perché un mostro alle porte compatta il pubblico molto più di qualsiasi ragionamento sui diritti o sulle dinamiche geopolitiche della sponda sud del Mediterraneo.
L’arma della distrazione di massa
C’è infine una ragione ancora più profonda per cui la narrazione dell’invasione si riaccende con puntualità quasi scientifica. È una questione di priorità e di agenda mediatica.
Riconfigurare il dibattito pubblico sulla sicurezza e sulla minaccia identitaria è la scorciatoia perfetta per evitare di parlare di ciò che incide davvero sulla vita quotidiana dei cittadini. Finché l’attenzione è catturata dall’emergenza — vera o fabbricata che sia —, non si parla di inflazione, di potere d’acquisto in caduta libera, di costo della benzina, di crescita economica azzerata e delle difficoltà strutturali dei governi nel gestire la spesa pubblica.
Accendere i riflettori su Ceuta serve a spegnerli sui fallimenti interni. Sostituire la paura dell’impoverimento con la paura dell’altro è un classico esercizio di potere. E finché continueremo a guardare la mappa attraverso gli occhiali della propaganda, continueremo a scambiare una complessa crisi di confine per la fine della nostra civiltà, perdendo di vista le vere ragioni per cui oggi vale la pena preoccuparsi.