di Raimondo Giustozzi
L’avvento del Fascismo
“Era nel ’22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette ad aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l’Obbedienza cieca, pronta, assoluta, quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50 milioni di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo”. Nel 1936 cinquantamila soldati italiani appoggiarono il colpo di stato del generale Franco, dal ’39 in poi i soldati italiani aggredirono una dopo l’altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro: Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia” (Don Lorenzo Milani, Lettera ai cappellani militari).
Dal 1919 alla marcia su Roma dell’ottobre 1922, l’Italia fu attraversata da una vera e propria guerra civile. “Il bilancio era pesante: 425 fascisti uccisi a fronte di oltre 3000 morti tra i militanti del Psi, del Pci, dei democratici, dei cattolici e un numero di feriti mai conteggiati. In questo dato approssimativo, stimato da Gaetano Salvemini, non sono compresi infatti i decessi avvenuti dopo mesi, quali dirette conseguenze dei pestaggi – come nel caso di Giovanni Amendola e di Gobetti, entrambi deceduti nel 1926, dopo aver subito per ben due volte feroci aggressioni squadriste” (Simona Colarizi, La resistenza lunga, storia dell’antifascismo (1919 – 1945), pag. 16, op. cit.).
Giacomo Matteotti, il 10 giugno 1924, viene rapito, alle 16,30, all’altezza del lungotevere Arnaldo da Brescia, da una squadraccia fascista composta da Amerigo Dumini, Giuseppe Viola, Albino Volpi, Augusto Malacria, Amleto Poveromo. Matteotti, aggredito, riesce a strattonarsi da Malacria, il primo che gli mette le mani addosso. Malacria inciampa e cade a terra. Volpi, agile e scattante si getta su Matteotti che combatte anche con lui, ma non può fare nulla contro Poveromo che gli assesta un unico cazzotto sulla tempia. Tramortito e a terra, Matteotti, sollevato di peso da Dumini sopraggiunto e dagli altri tre delinquenti, viene scaraventato dentro una Lancia Lambda alla cui guida è Giuseppe Viola. In macchina, Matteotti ripresosi, scalcia, spacca il vetro, ma viene raggiunto da una coltellata di Albino Volpi, inferta vicino al cuore. Il corpo di Giacomo Matteotti, ormai cadavere, viene approssimativamente coperto dai cinque delinquenti con un po’ di terra nel bosco della Quartarella, antistante la via Flaminia al km 23 da Roma, tra Riano e Sacrofano. Il cadavere in avanzato stato di decomposizione sarà ritrovato solo il 16 agosto dello stesso anno (Antonio Scurati, M il figlio del secolo, Giunti Editore S.p.A. / Bompiani, Milano 2018).
Dopo l’8 settembre 1943
“Ad Anversa degli Abruzzi, il 22 novembre 1943, fu catturato dai tedeschi Michele Del Greco, un pastore che, in diverse occasioni, aveva sfamato decine di ex prigionieri in fuga ospitandoli nella sua masseria. Rinchiuso nel carcere di Badia di Sulmona, verrà condannato a morte. Nella notte tra il 21 e 22 dicembre il parroco, don Vittorio D’Orazio, fu svegliato dai soldati tedeschi, quando era ancora buio, e accompagnato nella cella del condannato. Rimasti soli, prete e detenuto si abbracciarono. Poco prima era stato detto a Del Greco che la domanda di grazia non era stata accolta. Don Vittorio D’Orazio ricorda quel momento con lucidità e commozione: non era facilmente distinguibile il colore del volto del condannato dal bianco del lenzuolo. Del Greco gli disse: “Sa perché mi trovo in questa situazione? Perché ho fatto quello che voi mi avete insegnato: dar da mangiare agli affamati”. Fu fucilato subito dopo, nel cortile interno del carcere. Tra le sei e le sette del mattino. Arrestato il 22 novembre, era stato processato e condannato a morte il 27 novembre. Il pronipote, Francesco Cera, ricorda la storia del bisnonno” (Sul sentiero della Libertà. Storie dall’Abruzzo tra guerra e resistenza, a cura di Franca Del Monaco e Maria Rosaria La Morgia, pag.75, Ianieri Edizioni, 2023).
Libri Sul sentiero della Libertà Storie dall’Abruzzo tra guerra e resistenza | LO SPECCHIO Magazine
Dopo l’8 settembre del 1943, a seguito del disfacimento dell’esercito italiano, Eugenio Corti, già reduce della sfortunata campagna militare in Russia alla quale aveva partecipato come sottotenente degli alpini, era riuscito ad attraversare le linee tedesche dalle parti di Pretoro, in Abruzzo e con l’aiuto dei mitici pastori abruzzesi ai quali dedica pagine di commovente ed entusiastica ammirazione, raggiunge la Puglia dove, a Brindisi si stava costituendo il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L). Inquadrato come tenente d’artiglieria, raggruppamento Folgore, divisione Nembo, da Brindisi risale tutta la penisola, combattendo a fianco dell’esercito anglo americano e al Secondo Corpo d’Armata polacco del generale Wladislaw Anders. Il romanzo “Gli ultimi soldati del re” è il racconto della campagna militare affrontata in Italia da Eugenio Corti fino al ritorno a Besana Brianza dove erano ad aspettarlo il vecchio padre, la mamma, i fratelli e le sorelle (Eugenio Corti, Gli ultimi soldati del re, Edizioni Ares, Milano 1994).
L’Italia è stata liberata dagli Alleati. Non c’è il minimo dubbio. La Resistenza armata delle formazioni partigiane, composte da comunisti, socialisti, cattolici, liberali, monarchici e di altre provenienze politiche, contribuì a tenere impegnate le forze tedesche, come sottolineato dal maresciallo Kesselring nelle sue Memorie di guerra. Scrive Gorrieri: “Può darsi che Kesselring esagerasse per giustificare la durezza delle rappresaglie e la propria sconfitta finale. È un fatto comunque che le truppe impiegate contro i partigiani venivano distolte dal fronte. Si può aggiungere che la Resistenza contribuì a far fallire il piano di Graziani di ricostituire un esercito della RSI (Repubblica Sociale Italiana) e, soprattutto, di ottenere risultati nel fornire ai tedeschi manodopera per i servizi di retrovia. Sarebbe ridicolo sostenere che la Resistenza è stata determinante per la liberazione dell’Italia. Ma altrettanto lontano dalla verità è considerare del tutto trascurabile il suo contributo sul piano militare. Se non ci fosse stata la Resistenza, si sarebbe potuto affermare che vent’anni di dittatura avevano abituato gli italiani a plaudire e asservire il più forte. Prima ancora che opposizione consapevole fu un senso di dignità nazionale a indurre a rifiutare l’acquiescenza di fronte allo straniero occupante” (Ermanno Gorrieri – Giulia Bondi, Ritorno a Montefiorino, dalla resistenza sull’Appennino alla violenza del dopoguerra, pag. 166, Il Mulino, 2021).
Civitanova Marche, Morrovalle, Loreto, Ancona hanno ricordato sempre, con diverse iniziative, l’apporto dei soldati polacchi nella guerra di liberazione delle Marche dal Nazifascismo. Assieme al Secondo Corpo d’Armata Polacco, guidato dal generale Wladyslaw Anders, combattevano i soldati dell’Ottava Armata Britannica, il Corpo Italiano di Liberazione, comandato dal gen. Umberto Utili ed i partigiani “Patrioti della Maiella”, guidati da Ettore Troilo. Furono tuttavia i Polacchi del Reggimento “Lancieri dei Carpazi” a liberare Civitanova Marche e molte altre città della costa adriatica, tra tutte la città di Ancona, incalzando i tedeschi che, rotto il fronte ad Ortona, avevano approntato lungo i numerosi fiumi della nostra regione: Chienti, Musone, Cesano, delle linee difensive leggere per dar modo al grosso dell’esercito di correre verso la linea Gotica dove il fronte ristagnerà per ben due lunghi inverni.
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Il protagonista (del romanzo) ripensa al suo recente passato: “Non so se Cate, Fonso, Dino e tutti gli altri, torneranno. Certe volte lo spero e mi fa paura. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi- che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”. Corrado s’interroga sul senso di tutti quei morti e risponde che non saprebbe trovarlo. Solo gli stessi morti, solo loro, gli unici forse a sapere perché tutto sia stato quel che è stato, e gli unici per i quali tutto è veramente finito. Per i vivi la realtà continua a essere una falce spietata, un frammento d’oscurità che nasconde la bellezza della luna, un freddo glaciale che corrode le energie e le speranze, un luogo desolato da cui fuggire” (Cesare Pavese, la casa in collina, pp. 140- 141).
Cultura. La casa in collina (1948), Cesare Pavese | LO SPECCHIO Magazine
“Una di quelle mattine Ida, con due grosse sporte al braccio, tornava dalla spesa tenendo per mano Useppe. Faceva un tempo sereno e caldissimo: secondo un’abitudine presa in quell’estate per i suoi giri dentro al quartiere, Ida era uscita, come una popolana, col suo vestito di casa di cretonne stampato a colori, senza cappello, le gambe nude per risparmiare le calze, e ai piedi delle scarpe di pezza con alta suola di sughero. Useppe non portava altro addosso che una camiciolina quadrettata stinta, dei calzoncini rimediati di cotone turchino, e due sandaletti di misura eccessiva (perché acquistati col criterio della crescenza) che ai suoi passi sbattevano sul selciato con un ciabattio. In mano, teneva la sua famosa pallina ‘Roma’ (la noce ‘Lazio’ durante quella primavera fatalmente era andata perduta). Uscivano dal viale alberato non lontano dallo Scalo Merci, dirigendosi in via dei Volsci, quando, non preavvisato da nessun allarme, si udì avanzare nel cielo un clamore d’orchestra metallico e ronzante. Useppe levò gli occhi in alto, e disse: ‘Lioplani’. In quel momento l’aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle e il terreno saltava d’intorno a loro, sminuzzato in una mitraglia di frammenti” (Elsa Morante, La Storia, Bombardamento alleato su San Lorenzo: 19 luglio 1043).
Cultura. La Storia, Elsa Morante | LO SPECCHIO Magazine
Quel 15 dicembre del 1943, Anna aveva messo a letto suo marito come ogni sera ed era uscita: “Non era trascorsa nemmeno mezz’ora, invece, che era cominciata per le strade quella gran sparatoria: sparatoria che l’aveva costretta a rimanere nella casa dove si trovava – la casa d’un tale, il nome lasciamolo perdere! -, fino alle quattro del mattino. Cessati gli spari, si era precipitata fuori. Aveva risalito la Giovecca, completamente deserta, tutta di corsa. Soltanto quando era arrivata all’angolo del Teatro Comunale, proprio lì, ad un tratto, ammucchiati lungo il marciapiede di fronte alla farmacia, aveva veduto i morti” (pag. 273). In preda al panico, attraversa il primo mucchio di cadaveri e alza lo sguardo trepidante. “Pino era lassù, immobile dietro i verti della finestra del tinello: un’ombra appena visibile che la guardava. Erano rimasti così, a fissarsi per qualche secondo. Lui dall’oscurità della stanza, lei dalla strada; e senza sapere, lei, quello che avrebbe potuto fare. Finalmente si era decisa, era entrata in casa. Mentre saliva la scaletta a chiocciola, cercava di pensare a ciò che le convenisse dire. In fondo non le sarebbe stato difficile inventare una storia qualsiasi, comportandosi in modo che Pino ci credesse. Lui in fondo era un bambino, e lei la sua mamma. Senonché Pino, quella volta, non le aveva permesso di inventare nessuna storia. Nel tinello, quando lei era entrata, lui non ci stava già più. Stava viceversa nella sua camera, a letto, col viso rivolto verso la parete e con le coperte tirate fin sopra le orecchie; e a giudicare dalla maniera come respirava, si sarebbe detto che dormisse. Svegliarlo, è vero: questo avrebbe dovuto fare! Ma se poi dormiva sul serio, e lei, poco prima, dalla strada, non avesse avuto che un’allucinazione? Nel dubbio, aveva richiuso adagio la porta, ed era andata a buttarsi sul letto, in camera sua. Pensava che tra poche ore, se non dalle labbra di Pino, almeno dalla sua faccia la verità l’avrebbe saputa. Ed invece niente. Non una parola, da parte sua, non uno sguardo che le permettessero di capire. Né quella mattina, né mai più” (Giorgio Bassani, Cinque storie ferraresi, La notte del ’43, pag. 275).
Libri. Cinque storie ferraresi, Giorgio Bassani | LO SPECCHIO Magazine
“Torniamo ai giorni del rischio, / quando tu salutavi a sera / senza essere certo mai / di rivedere l’amico al mattino. / E i passi della ronda nazista / dal selciato ti facevano eco / dentro il cervello, nel nero / silenzio della notte. / Torniamo a sperare / come primavera torna / ogni anno a fiorire. /
E i bimbi nascano ancora, /profezia e segno / che Dio non s’è pentito. / Torniamo a credere / pur se le voci dai pergami / persuadono a fatica / e altro vento spira / di più raffinata barbarie. Torniamo all’amore, / pur se anche del familiare / il dubbio ti morde, / e solitudine pare invalicabile…” (David Maria Turoldo, Il grande male, 1987, ora in O sensi miei… Poesie 1948-1988 [1° ed. 1990], Servitium 2024. È la poesia più conosciuta di David Maria Turoldo. In un impeto di nostalgia per il tempo che passa e non ritorna più, padre David invita a rivivere i giorni del rischio, i giorni della resistenza, quando, insieme si sognava un futuro diverso, basato sulla giustizia e sulla libertà. Il tempo che sta vivendo invece è quello del ritorno al privato, tempo di disincanto e di disimpegno da parte di molti che pur avevano sognato cieli e terra nuovi. Questi sogni devono essere sorretti dalla fede in Dio e negli uomini.
Ho voluto ricordare alcune testimonianze e scritti sul lungo periodo che va dal 1919 al 1945. Ha segnato uno snodo cruciale nella storia d’Italia e non solo. Ho pensato che fosse una buona cosa riproporre gli scritti, per onorare il 25 aprile 2026, senza aggiungere altro. Ci sarebbero altre pagine.
Raimondo Giustozzi