
Alternativa proposta da alcuni partiti per i fuorisede
di Ferruccio de Bortoli – Corriere
In un Paese in cui si vota sempre meno si ha paura di introdurre sistemi di voto a distanza del tutto normali altrove. Come il voto a distanza degli studenti fuori sede
Eppure bastava poco per concedere il voto a distanza ai fuori sede, per studio e per lavoro, che poi non sono così pochi. Per Rachele Scarpa (Pd), una delle promotrici dell’emendamento al decreto legge sulle prossime consultazioni, bocciato ieri alla Camera, si tratterebbe di 4,5 milioni di concittadini. Erano d’accordo, nel concederlo, anche Cinque Stelle, Avs, Iv e Azione. Ma hanno prevalso la cautela sul meccanismo di voto dei fuori sede e il calcolo politico della maggioranza.
Quando i sondaggi vanno bene, allargare la platea dei votanti è sempre un rischio. Dunque, perché correrlo? Lasciamo da parte la polemica sul fatto che ciò avrebbe potenzialmente favorito i «no» al referendum sulla giustizia. Solo un’ipotesi. La realtà, amara, è un’altra. In un Paese in cui si vota sempre meno si ha paura di introdurre sistemi di voto a distanza del tutto normali altrove. Tra le ragioni del «sì» al referendum sulla giustizia vi è, per esempio, l’incongruenza di una Nazione che non è allineata, nella separazione delle carriere dei magistrati, a tutti gli altri sistemi democratici.
E allora perché non omologarsi anche nell’adeguare la libertà sostanziale dell’elettorato attivo? Vi è un’altra considerazione. Amarissima. Non ci interessa nulla dei diritti politici dei più giovani. Un gran parlare di come trattenerli e valorizzarli e poi si scopre che il nostro Paese è, in Europa, quello più avaro di diritti politici a loro riservati. Confrontate le varie soglie dell’elettorato attivo e passivo (la possibilità di essere eletti) e scoprirete che siamo all’ultimo posto. I giovani, poi, non sono una lobby. Se lo fossero, il voto in Parlamento avrebbe avuto ben altro esito.



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