di Marella Santangelo
Questo articolo è tratto da MicroMega 1/2026 “Dei delitti e delle pene. Carcere e penalità nel XXI secolo”.
Vivo a Rebibbia in una cella di due per quattro. Letto, tavolino, armadi a muro, cesso, lavandino: tutto il ciclo della riproduzione individuale si svolge in questo spazio. All’inizio mi muovo goffamente, il corpo urta da tutte le parti; poi comincio a misurare i gesti, i movimenti si fanno sapienti nell’insinuare ogni parte del corpo schivando gli ostacoli. […] L’autocostruzione dell’arredo – scatole di detersivo, di sigarette, colla eccetera – anziché ingombrare, articola lo spazio, scopre dimensioni inesplorate dei muri della cella. Il pranzo in tre, su un tavolino a muro, è all’inizio una scena insopportabile, grottesca, umiliante. Poi i gesti si fanno sapienti, i movimenti si sincronizzano, fino a rendere mentalmente superfluo uno spazio più grande. […] Sopravvivenza dello spazio simbolico: è addirittura più forte della sopravvivenza dello spazio animale 1.
La storia racconta che in origine il colpevole veniva isolato: l’obiettivo era l’esclusione dalla società e l’esilio rappresentava l’allontanamento del reo dalla vita civile mentre il carcere era il dispositivo per l’isolamento temporaneo. La differenza fondamentale dall’oggi è che il carcere non costituiva la pena, bensì un luogo di passaggio, uno spazio per ospitare i colpevoli in attesa che fosse loro inflitta la pena adeguata al crimine commesso, che generalmente impegnava il prigioniero in un’attività. Con il tempo la chiusura in carcere è divenuta la pena stessa e il carcere il luogo nel quale il reo può sparire alla vista degli altri. Un ribaltamento che si dà a partire dal momento in cui i reati vengono intesi in modo diverso, emerge la concezione della pena come supplizio per colui o colei che è stato dichiarato colpevole e la contenzione si delinea come strumento di applicazione della condanna.
Dal Medioevo al Panopticon
Nel Medioevo è la Chiesa a introdurre il concetto di espiazione come riparazione della pena che si è commessa, sostituendo a un’idea laica del risarcimento quella del dovere morale, dell’accettazione della pena inflitta a tale scopo, mentre alla colpa si affianca il concetto di peccato. Palazzi, castelli, abbazie presentano al loro interno spazi di reclusione e sovente gli stessi monasteri contengono prigioni. Eppure, l’idea dell’esclusione dal mondo è parziale: i reclusi alternano infatti momenti di isolamento – come durante la preghiera – a momenti di contatto con l’esterno.
Con i trattatisti rinascimentali il carcere diviene una tipologia edilizia: edifici indipendenti con la funzione precisa della custodia, non del supplizio del colpevole. Da Leon Battista Alberti a Francesco Milizia passando per Andrea Palladio, così come Vitruvio prima di loro, descrivono questi luoghi inserendoli tra gli edifici pubblici che, come tali, devono avere caratteri di austerità e funzionalità. Scrive Palladio nel 1570, evidenziando la funzione primaria della custodia, in opposizione all’aggravio di sofferenza che edifici inadeguati possono apportare: «Devono farsi le prigioni sane e commode: perché sono state ritrovate per custodia, e non per supplicio e pena dei scelerati, o d’altre sorti d’huomini». La capacità immaginativa barocca, per la quale la funzione non è mai disgiunta dalla figuratività, trova l’adattamento dello schema monastico alla finalità detentiva attraverso l’idea della comunità, in riferimento ai modelli più collaudati dell’attività collettiva (conventi, ospedali, convitti, officine eccetera).
Con l’Illuminismo si abbandona l’abbondanza barocca per recuperare figure architettoniche della classicità: l’edificio carcere assume una sua autonomia sia di senso sia fisica, si libera sui quattro lati, ha quattro facciate, assume un ruolo nella trama della città.
Nella seconda metà del Settecento Cesare Beccaria scrive Dei delitti e delle pene, libro dichiarato proibito perché vi si avanza la tesi della distinzione tra reato e peccato. Negli stessi anni, l’inglese John Howard, dopo un’esperienza di prigionia in Francia, dedica la sua vita ai detenuti e nei suoi testi descrive le condizioni disumane in cui vivono costretti, enfatizzando la questione morale.
Si fanno strada alcuni princìpi etici nuovi, primo fra tutti l’umanizzazione della pena come mezzo di prevenzione e di sicurezza sociale, che comporta la centralità della rieducazione del condannato.
Nel 1787 i fratelli Jeremy e Samuel Bentham, uno filosofo e l’altro ingegnere, progettano il Panopticon, con il quale si concretizza il carcere come edificio non solo autonomo, ma basato interamente sul “principio ispettivo”: prima figura architettonica della sorveglianza. Di forma circolare, l’edificio è costruito con due cerchi concentrici: quello più esterno è destinato alle celle dei detenuti, tutte uguali nelle misure e nella tipologia, con una finestra da una parte e un cancello di ferro dall’altra, cosicché il prigioniero sia sempre visibile; tra il centro, che ospita l’alloggio dell’ispettore, e la circonferenza esterna vi è l’area anulare di connessione; i sorveglianti sono disposti in una torre centrale, non visti ma in una posizione dalla quale possono vedere tutto e tutti.
Due secoli dopo Michel Foucault definirà la tecnologia del controllo ideata dai Bentham come un “marchingegno” per evidenziarne il carattere tecnico, sostenendo al contempo che la grande innovazione di questo modello sia stata la sorveglianza visiva, «l’effetto principale del “Panopticon”: è di indurre nel detenuto uno stato cosciente di visibilità che assicura il funzionamento automatico del potere. Far sì che la sorveglianza sia permanente nei suoi effetti, anche se è discontinua nella sua azione; che la perfezione del potere tenda a rendere inutile la continuità del suo esercizio; che questo apparato architettonico sia una macchina per creare e sostenere un rapporto di potere indipendente da colui che lo esercita; in breve, che i detenuti siano presi in una situazione di potere di cui sono essi stessi portatori» 2.
Il carcere in Italia dall’Unità agli anni Ottanta del Novecento
A partire dal Panopticon e lungo il XIX secolo si definiscono diverse teorie innovatrici e tipologie architettoniche, che trovano negli Stati Uniti territori di sperimentazione. In particolare si definiscono due modelli. Quello filadelfiano (The Pennsylvania system o Solitary sistem), basato sull’applicazione di tre concetti cardine – l’isolamento del detenuto, il lavoro come elemento centrale per riformare la personalità del reo e la minaccia della punizione –, che nega qualunque forma di comunità all’interno del carcere, rivelandosi estremamente dannoso per la psiche dei detenuti e portando a molti casi di infermità mentale e di suicidi 3. E quello auburniano (Silent system), che prevede l’isolamento notturno dei detenuti e lo svolgersi del lavoro diurno in assoluto silenzio; silenzio attraverso il quale si sottomette il detenuto, “legittimamente” punito in caso di violazione 4.
Si tratta di sperimentazioni cui l’Europa guarda, tanto che il governo francese conferisce ad Alexis de Tocqueville e a Gustave Beaumont l’incarico di studiare questi modelli con l’intenzione di importare in Francia nuovi sistemi detentivi.
In Italia, intanto, le tipologie carcerarie vengono influenzate dal pensiero positivista, che incide sulle architetture così come sull’ambito giuridico penale nel suo complesso. L’eclettismo di questo tempo stilisticamente si ritrova poco nell’architettura del carcere, che mantiene alcune caratteristiche di aulicità severa, rintracciabili anche negli edifici ospedalieri coevi: una sorta di monumentalità greve che in qualche modo deve dichiarare l’etica della funzione cui quel luogo è deputato.
L’Italia ormai unita deve fare i conti con le regole vigenti nei diversi Stati confluiti nella nuova nazione; gli istituti italiani tra il 1860 e il 1862 vengono suddivisi in cinque tipologie 5, si istituisce una Direzione generale degli istituti penitenziari che dipende direttamente dal Ministero dell’Interno e nel 1889 viene introdotto il nuovo codice penale Zanardelli. Testimonianza dello sforzo di adeguamento in corso è, nel 1865, il primo numero di una rivista dedicata al carcere e al diritto penitenziario, l’Effemeride carceraria, che racconta la volontà di un’Italia post-unitaria di uniformare l’istituzione penitenziaria in un contesto storico in cui alla stessa istituzione era stato attribuito un significato non solo simbolico ma anche fisico e rappresentativo della presenza dello Stato sul territorio. Nel 1891 viene infine emanato il primo regolamento penitenziario unitario, considerato un nuovo modello da seguire. Sono gli anni in cui si realizza il carcere di San Vittore a Milano con una tipologia radiale (con un corpo centrale da cui si dipartono i bracci delle celle) e, poco più tardi, quello di Poggioreale a Napoli (il cui impianto è invece a padiglioni paralleli uniti da un lunghissimo corridoio); si moltiplicano le tipologie esito di commistioni tra diversi modelli e forme dell’architettura.
Si deve arrivare alla metà del XX secolo per ritrovare una riflessione sul tema dell’architettura del carcere, che vada oltre le tipologie radiali, a corte e a palo telegrafico, con varianti a stella e a croce, frutto di rielaborazioni fortemente riferite al passato, basate su un’idea punitiva della detenzione e conseguentemente improntate al controllo e alla segregazione 6.
In particolare è quel principio del fine rieducativo della pena previsto dall’articolo 27 della Costituzione ad aprire un capitolo nuovo nella storia del carcere in Italia. Il primo progetto simbolico di un nuovo modo di pensare, progenitore di una stagione che avrebbe potuto essere fertile ma che viene bruscamente interrotta, è di Mario Ridolfi e Volfango Frankl: il carcere Badu ’e Carros a Nuoro, costruito tra il 1953 e il 1964. C’è poi la ricerca forse più significativa di quegli anni, quella di Sergio Lenci, autore di molti progetti, tra cui la casa circondariale di Roma Rebibbia nel 1965 (estremamente innovativa sia negli edifici sia nel disegno e nella cura del verde e degli spazi esterni), quella di Spoleto nel 1970 e quella di Livorno nel 1974. Lenci inizia a lavorare sul tema del carcere alla fine degli anni Cinquanta, attingendo ai grandi maestri – da Le Corbusier ad Alvar Aalto – ma anche al razionalismo italiano, per poi porre fine a questa parte del suo lavoro all’inizio degli anni Ottanta a seguito di un attentato compiuto da un commando terroristico proprio a motivo del progetto di Roma Rebibbia.
Negli anni Settanta in Italia si verifica poi una condizione particolare. Dal 1949 erano stati realizzati circa 65 complessi sparsi sul territorio nazionale, secondo tipologie rigide e senza alcuno spirito critico rispetto alle condizioni di vita in cui erano costretti i detenuti: gli istituti italiani versano insomma in condizioni disastrose, principalmente per gli aspetti igienico sanitari. La riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975 pare avviare una nuova stagione, in cui il carcere possa tornare a essere oggetto appassionante del progetto di architettura. La riforma dedica attenzione ai «caratteri degli edifici penitenziari», parla di «locali soggiorno e di pernottamento»: parole rivoluzionarie se si pensa alle condizioni di vita dei detenuti, condizioni che in quegli anni determinano rivolte nei più grandi e invivibili penitenziari italiani, da Napoli ad Alessandria.
Si respira un clima di attesa: l’architettura sembra poter tornare a essere un campo di straordinaria sperimentazione, pare dischiudersi la possibilità per un’indagine sulla qualità dello spazio in cui è rinchiuso l’essere umano privato della libertà personale. Nello stesso periodo però l’Italia si paralizza per il terrorismo politico: da quel momento in poi l’unica parola ripetuta all’infinito è “sicurezza”, inscindibile da durezza e irrigidimento delle pene e delle condizioni di detenzione.
Nel numero monografico della rivista Hinterland su “Segregazione e corpo sociale”, del 1978, Guido Neppi Modona scrive: «La riforma penitenziaria è rimasta isolata, in un contesto legislativo istituzionale del tutto inidoneo a recepirla; si è trascurata l’ovvia constatazione che il carcere non è che l’ultimo anello di una catena che trova i suoi presupposti nelle scelte di valore e nel sistema di sanzioni del codice penale e nel modo in cui il processo penale risolve il problema della libertà personale» 7.
Come ha scritto Alessandro Margara:
È evidente che la riforma si spegneva. Cominciavano gli anni di piombo: piombo del fanatismo antistorico e della disperazione dei terroristi, e piombo dello Stato, convinto che la risposta forte fosse l’unica possibile. Non c’è dubbio che il momento che attraversava il paese era grave, anche per l’escalation del terrorismo, ma qui, come anche in seguito, si poté constatare che il carcere diventava uno dei punti privilegiati per la risposta forte dello Stato. E il modo di agire era questo: si enfatizzava il rilievo degli inconvenienti di una legislazione penitenziaria più larga e poi la si restringeva, facendo pagare a tutti le inadempienze di pochi. Il carcere era un luogo in cui le risposte esemplari erano agevoli: si potevano mostrare facilmente i muscoli perché c’era qualcuno ad accorgersene. […] L’altro aspetto dell’operazione “ordine, ordine” era la chiusura in cella di tutti i detenuti, salvo le brevi ore d’aria. Si trattava di celle occupate dal doppio delle persone che avrebbero potuto ragionevolmente viverci: dalla chiusura dell’aria pomeridiana all’apertura di quella del mattino dopo passavano 18 ore. Si ritornava in pieni anni Sessanta. La riforma non era mai stata una realtà, ma almeno era stata una promessa. Era chiaro che la promessa era ritirata. La massima sicurezza agiva sullo sfondo: chi non accettava quelle regole di piombo, sapeva di poter essere assegnato a regimi ancora più duri 8.
Le parole di Margara descrivono con chiarezza la situazione. Situazione che è sostanzialmente rimasta immutata da allora. L’applicazione della riforma avrebbe richiesto una riflessione accurata sui dettami della Costituzione in relazione ai luoghi e agli spazi destinati alla detenzione ma ciò non avviene. I cancelli divengono l’emblema della sicurezza: vengono posti ovunque negli istituti, strumenti di interruzione continua dello spazio, dei percorsi, delle visuali, per segmentare lo spazio a beneficio del controllo.
Dopo il 1981 viene elaborato una sorta di schema tipologico, di layout funzionale, che si ripete ossessivamente tranne per alcune particolari articolazioni in relazione alla sicurezza e, quindi, al rigore della detenzione; l’architettura scompare del tutto, le carceri sono sempre più uguali tra loro pur se apparentemente diverse, si impone di fatto un’uniformità nell’immagine e nella distribuzione degli spazi e delle funzioni che è direttamente derivata dalle scelte costruttive e dall’obiettivo centrale di riduzione del rischio in termini di pericolosità.
Si lavora su un abaco di soluzioni tutte uguali tra loro, nell’assoluta indifferenza per la qualità e la dimensione dello spazio, sia esso lo spazio della cella o lo spazio collettivo, si arriva addirittura a non prevedere luoghi per la socialità, quelli che dovrebbero rappresentare il fulcro, il connettivo attorno al quale articolare le celle e lo sviluppo dei corpi nel loro complesso, all’interno dei quali svolgere attività e vita di comunità. Anche gli spazi aperti e quelli verdi vengono ridimensionati significativamente.
Parallelepipedi più o meno alti, qualche torre per la caserma, lunghi e imponenti muri di cemento cominciano e punteggiare le periferie delle città italiane, ma anche le valli, le pendici dei monti, le aree costiere, dove c’è spazio libero non troppo vicino al centro urbano, ma neanche troppo lontano, si costruisce il desolante patrimonio penitenziario del Novecento italiano.
Intermezzo
Nel 1961 il sociologo Erving Goffman descrive la propria concezione di “istituzione totale” all’interno del celebre testo Asylums:
Un’istituzione totale può essere definita come il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato. Prenderemo come esempio esplicativo le prigioni nella misura in cui il loro carattere più tipico è riscontrabile anche in istituzioni i cui membri non hanno violato alcuna legge 9.
Nel saggio intitolato Sulle caratteristiche delle istituzioni totali, Goffman tratta le istituzioni a partire dal «loro carattere originale» di luoghi chiusi che isolano gli individui dall’esterno e dalla società, nei quali gruppi di persone sono amministrate da un potere centralizzato, dove ogni azione è controllata e dove vige un sistema estremamente rigido. Queste caratteristiche comuni tengono insieme luoghi apparentemente eterogenei fra loro; esemplare in questo senso è la relazione tra esclusione e cura. Si pensi a istituzioni come ospedali psichiatrici e ospizi – accostati al carcere, luogo dell’esclusione per eccellenza, in particolare per la composizione sociale di chi ci vive, più o meno temporaneamente – che secondo il sociologo canadese non hanno «come finalità ultima il benessere della persona».
Nel 1967 è Michel Foucault a indagare, nel saggio Spazi altri, le eterotopie di deviazione, luoghi nei quali risiedono tutti coloro che hanno comportamenti ritenuti devianti; tra queste il filosofo francese inserisce i manicomi e le carceri, come già fatto da Goffman. A partire da questi due saggi si avvia un dialogo che attraversa gli anni Settanta e continua fino agli anni Ottanta e che vede al centro questi due luoghi istituzionali, pubblici e collettivi. Foucault indica questo tempo di rivolte e militanza intellettuale come «l’epoca dello spazio».
Sono anni di grandi trasformazioni. Da un lato, in Italia, con la legge Basaglia del 1978 si chiudono i manicomi, dall’altro, con l’intensificazione del fenomeno terroristico e la stagione delle rivolte nelle carceri, non solo italiane, si mettono a nudo le condizioni in cui vivono i detenuti e lo stato degli edifici carcerari, ed emerge con forza il carcere come dispositivo repressivo e punitivo.
È di quegli anni, e più precisamente del 1975, anche il testo Sorvegliare e punire, in cui Foucault indaga e delinea i cambiamenti nei sistemi penali occidentali e le ricadute sul dispositivo carcerario, divenuto una quasi esplicita forma di punizione “corporale” e di esibizione smodata di potere. Il testo rappresenta la dimensione più politica di Foucault, che puntava a porre in essere una «critica radicale della prigione come sistema unico e prevalente della penalità contemporanea e delle discipline come tecnologia di potere» 10. Il testo è frutto anche dell’esperienza di militanza di Foucault all’interno del Groupe d’information sur les prisons, un’organizzazione alla quale partecipano intellettuali, politici, ex detenuti e loro famiglie e che per poco più di un anno, dal 1971 al 1972, si propone come osservatorio della condizione detentiva francese 11.
Il carcere in Italia, oggi
La parola carcere deriva dall’ebraico carcar, che significa tumulare: proprio quello che accade oggi ai detenuti rinchiusi, in spregio a qualsiasi principio di rispetto della dignità delle persone e della Costituzione, nei fatiscenti istituti penitenziari italiani.
Come cinquant’anni fa, il tema centrale attorno al quale ruota l’emergenza carceraria italiana è quello della carenza o mancanza di spazi per ospitare la popolazione detenuta, ma anche dell’inadeguatezza degli istituti in funzione, molti dei quali operanti in strutture inappropriate e fatiscenti.
Nel 2010 viene varato il Piano carceri, piano straordinario con tanto di commissario anch’esso straordinario, per tentare di risolvere la questione del sovraffollamento con una previsione di circa 9 mila nuovi posti detentivi, che passano poi a 11 mila, e basato su due tipi di interventi: la realizzazione di nuovi padiglioni nelle strutture esistenti e la realizzazione di alcuni istituti ex-novo, oltre a una serie di interventi di rifunzionalizzazione e ripristino. Il piano sostanzialmente fallisce, ed è definitivamente sospeso dal Ministero all’inizio del 2015.
Già dieci anni fa emergeva insomma con forza la necessità imprescindibile di ritornare all’architettura del carcere e riportare il progetto al suo ruolo determinante di strumento di configurazione degli spazi affinché rispondano allo scopo primario rendendo umana la vita di chi è recluso; dallo spazio interno nella sua complessità – da quello più privato delle celle ai luoghi collettivi – alla relazione fisica tra interno ed esterno, dalle relazioni percettive all’interno e dall’interno verso l’esterno – ciò che è dentro il muro di cinta, ciò che è fuori dal muro di cinta – ai luoghi di soglia tra dentro e fuori, mettendo in evidenza l’urgenza di un ripensamento complessivo dell’architettura carceraria e dello spazio del vivere costretti come una nuova importante sfida del progetto architettonico contemporaneo nell’ambito dei diritti e della dignità dell’essere umano.
Ci richiamava d’altronde a questo ripensamento anche la condanna da parte della Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani, per trattamento inumano e degradante dei detenuti. Il dibattito tuttavia si concentra presto su questioni meramente quantitative: il rispetto dei tre metri quadrati pro-capite diventa sufficiente ad assicurare condizioni di vita accettabili, interpretazione questa evidentemente cieca quanto inadeguata 12.
Il riconoscimento dell’architettura del carcere come importante tema progettuale dell’architettura civile, nonché strumento politico, informa invece, sempre in quegli anni, i lavori del Tavolo 1 degli Stati Generali dell’esecuzione penale dedicato a “Spazio della pena: architettura e carcere” 13. Il tema dello spazio è individuato proprio come punto di partenza per porre un freno alla possibile interpretazione delle richieste della sentenza Torreggiani, ma anche per riportare al centro dell’attenzione politica e collettiva il problema fondante: il carcere è privazione della libertà, chiusura di esseri umani in spazi perimetrati e murati, la qualità dei quali è evidentemente centrale per la qualità della vita dei reclusi.
Più di recente, il gruppo di ricerca del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II, che lavora da ormai quasi 15 anni ai temi dello spazio della detenzione, ha svolto una ricerca dal titolo “Risp – Right to space, space of rights. Design action to re-think prisons” 14 sul carcere come edificio pubblico abitato, come sistema spaziale inadeguato che rappresenta un rischio per l’incolumità dei detenuti e degli operatori.
Il quadro dei diritti fondamentali (identità, affettività, salute, educazione, lavoro) ha guidato l’acquisizione di conoscenze circa gli spazi di detenzione, le attività di cura e i caratteri dei soggetti che vivono nell’universo carcere, allo scopo di definire un sistema di azioni trasformative per costruire un “modello abitativo” in carcere rispettoso dei diritti umani.
Un lavoro che dimostra come sia possibile lavorare sugli spazi della detenzione a partire dagli strumenti dell’architettura, considerando le carceri come grandi edifici pubblici e attrezzature collettive al pari di scuole, ospedali, tribunali e così via.
Eppure, lo Stato oggi non solo non ha fatto passi avanti, ma mentre cresce inesorabilmente il numero dei detenuti, piuttosto che avviare un lavoro sistemico ha ancora una volta dato vita a un ennesimo “nuovo” Piano straordinario carceri con lo stesso obiettivo di 15 anni fa: ampliare il numero dei posti detentivi di più di 10 mila unità entro il 2027, con un investimento di oltre 750 milioni di euro, attraverso la costruzione di nuovi padiglioni nelle carceri esistenti come prima misura, per poi passare alla realizzazione di quattro nuovi istituti.
Tra dentro e fuori
L’architetto Guido Canella scriveva:
Il futuro di un carcere sempre più orientato alla semilibertà va cercato in un sistema di luoghi deputati articolato e diramato nel corpo fisico della città, accessibile e integrabile in entrata e uscita, da e verso quelle istituzioni (assistenza, istruzione, lavoro) in grado di consentire un autentico graduale reinserimento nella società seguito da più qualificate prestazioni di tutela, osservazione e custodia 15.
Perché ciò accada, la relazione degli istituti penitenziari con il contesto è fondamentale. Oggi è fisicamente affidata ad alcuni elementi costruiti allo scopo di negare la stessa relazione con l’esterno. Gli istituti sono spesso di notevole estensione, talvolta vere e proprie megastrutture, che occupano vaste porzioni di territorio e creano al loro intorno una sorta di “aree di rispetto”, dovute alla funzione e agli alti muri di cinta, a ridosso dei quali si creano spesso vuoti inutilizzati e inutilizzabili.
La storia della città racconta che l’istituzione detentiva era un tempo interna al centro urbano: si trattava di una delle attrezzature della città e come tale aveva una collocazione nell’area urbana centrale; valgano per tutti le carceri dell’Ucciardone a Palermo, di San Vittore a Milano, della Santé a Parigi. La città ottocentesca e borghese, la città che inizia a crescere, risponde però a logiche distinte e le funzioni “scomode” vengono espulse dal centro urbano. Così, quando nella seconda metà del XX secolo la città moderna cambia il volto delle aree periferiche, che diventano sterminate, senza misura e senza ordine, tra giganteschi complessi di edilizia residenziale sociale si realizzano i nuovi istituti penitenziari: massicce presenze aliene, sempre circondate da alti e impenetrabili muri, che talvolta assumono il ruolo di elementi di riferimento di parti urbane territorializzate.
La difficoltà del progetto del carcere si può misurare attraverso il disinteresse collettivo verso la sua architettura, che è poi disinteresse verso la qualità dello spazio, quindi, la qualità della vita. Per chi a vario titolo si avvicina a questa realtà è evidente che si tratta di un mondo nel quale il prevalere delle questioni della pena e della punizione ha portato a una sorta di de-spazializzazione, sia per lo spazio interno sia per quello esterno; l’esistenza di un luogo in cui si attua la pena inflitta dalla legge tranquillizza le coscienze di tutti. La separatezza fisica dal contesto si riflette all’interno delle strutture e l’isolamento del carcere e dei detenuti dalla vita “fuori” diventa ancora più duro e impenetrabile.
L’idea della detenzione come periodo di recupero e rieducazione appare così surreale.
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1 Alberto Magnaghi, Un’idea di libertà San Vittore ’79 – Rebibbia ’82 [1985], DeriveApprodi, 2014, p. 78.
2 Michel Foucault, Sorvegliare e punire [1975], Einaudi, 1993, p. 219.
3 Il primo penitenziario realizzato secondo questi princìpi è l’Eastern Penitentiary of Pennsylvania, progettato dall’architetto John Haviland nel 1821.
4 Il carcere di Auburn, costruito a New York nel 1818, rappresenta la realizzazione concreta di questo principio segregativo, seguito poi dalla maggior parte degli istituti statunitensi.
5 Le cinque tipologie principali: i bagni penali, le carceri giudiziarie, le case di pena, le case di relegazione e le case di custodia.
6 La tipologia radiale è quella più chiaramente riferita al modello panottico ibridato con quello filadelfiano, con un corpo centrale per il controllo dal quale si dipartono i bracci detentivi. Il modello a corte, spesso riconoscibile negli edifici nati per altro scopo e riadattati a carcere, lavora sulla grande corte centrale all’interno della quale si svolgono la maggior parte delle funzioni facilmente controllabili. Il modello a palo telegrafico presenta edifici monoblocco disposti secondo la forma del palo telegrafico con un grande corridoio centrale su cui si innestano i bracci detentivi; in alcuni casi la forma si presenta a croce o a stella. Nel tempo si sperimentano altri modelli più articolati e via via si abbandona l’idea della centralizzazione strutturale come sistema di controllo.
7 Guido Neppi Modona, “Nello spazio della detenzione: riforma carceraria, enti locali e politica del territorio”, Hinterland, n. 3/1978.
8 Alessandro Margara, “Memoria di trent’anni di galera”, Il Ponte, n. 7-9/1995.
9 Erving Goffman, Asylums [1961], Einaudi, 2018, p. 29.
10 Laura Cremonesi, “Illuminismo, critica e potere in Michel Foucault: a partire da Sorvegliare e punire”, Suite française, n. 3/2020.
11 Cfr. Hinterland, n. 3/1978.
12 La capienza regolamentare in Italia prevede nove metri quadrati a persona; tre metri quadrati a persona è il limite minimo individuato dalle Corti di giustizia sotto al quale il trattamento si configura come tortura.
13 Maggiori informazioni al seguente link: bit.ly/4oUdNXu.
14 Maggiori informazioni al seguente link: spaceofrights.wordpress.com.
15 Guido Canella, “Carcere e architettura”, in Marco Biagi (a cura di), Carcere, città e architettura, Maggioli Editore, 2012.
Marella Santangelo
Professoressa ordinaria di Composizione architettonica e urbana all’Università di Napoli Federico II.



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