di Raimondo Giustozzi
Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica dal 1999 al 2006, grande economista, è stato quello che più di tutti ha lavorato per l’integrazione europea. Paolo Peluffo, autore del libro, per tutto il settennato nello staff della presidenza, assieme ad Arrigo Levi ed altri, ripercorre l’intera vicenda storica di Carlo Azeglio Ciampi, partendo dall’ultimo anno a presidente, per ritornare indietro nel tempo, fino al terribile 8 settembre 1943, data che significò per il giovane Ciampi la scelta di campo, schierarsi nelle file della Resistenza contro il Nazi Fascismo. Il libro, come dice lo stesso Peluffo nell’introduzione, è di parte. Attinge a piene mani nella propria memoria e racconta episodi e aneddoti vissuti assieme a Ciampi come presidente.
Il saggio, 528 pagine, compresi: l’indice dei nomi, le note e la premessa, è diviso in quattordici capitoli, di diversa lunghezza, scritti con un linguaggio semplice e chiaro. Per completezza riporto qui di seguito l’indice del libro: Premessa, cap. 1 I foglietti del presidente, cap. 2 Il viaggio in Italia, cap. 3 Messaggi di fine anno, ovvero i doveri di un repubblicano spiegati ai giovani, cap. 4 L’Europa dentro di noi, cap. 5 Un filo rosso nella notte, cap. 6 La tempesta valutaria del 1992, cap. 7 Il governo di un semplice cittadino, cap. 8 Il ritorno dal sofferto esilio, ovvero il rientro della lira nel sistema monetario europeo, cap. 9 L’Italia entra nell’euro, cap. 10 Il patriottismo di Ciampi, ovvero un progetto di educazione civile della Nazione, cap. 11 Il “lavoro” della memoria, ovvero il pellegrinaggio della storia d’Italia e la “morte della Patria”, cap. 12 Ciampi politico delle Istituzioni, cap. 13 Guerra e pace nel nuovo secolo, cap. 14 Rappresentare l’Italia, Note, Indice dei nomi.
“Più volte mi sono riletto il testo dell’impegno preso in Parlamento il 18 maggio 1999, il giorno del mio giuramento. Quell’impegno si ispirava alle iscrizioni scolpite sui frontoni del Vittoriano, l’Altare della Patria: “Per la libertà dei cittadini, per l’unità della Patria” Non è retorica, è l’essenza stessa del nostro convivere civile” (Carlo Azeglio Ciampi). “Carlo Azeglio Ciampi è colui che meglio di chiunque altro è riuscito, nell’ultimo quarto di secolo, a incarnare la figura del servitore dello Stato e la dignità delle istituzioni repubblicane. Convinto europeista ma anche fedele all’ideale risorgimentale di Patria e Istituzioni, l’ex presidente della Repubblica ha speso la sua vita per creare negli italiani una chiara e fiduciosa identità nazionale ed europea”.
“Paolo Peluffo, portavoce del capo di Stato dal 1999 al 2006, ripercorre con dovizia di particolari eventi e retroscena, spesso inediti, e attraverso la rilettura dei discorsi pubblici e dei viaggi della Memoria, in Italia e all’estero, fa emergere riflessioni sul pensiero politico di Ciampi, sempre attento all’evolversi della scena internazionale. In questo saggio, insieme biografia e conversazione sui grandi temi della storia e della politica, ma anche spaccato dell’Italia degli ultimi vent’anni, Peluffo ci restituisce il profilo di un “semplice cittadino”, diviso tra vita pubblica e privata, ma sempre fedele alla propria coscienza. E delinea un ritratto più umano di Carlo Azeglio Ciampi, della sua vita che egli stesso definisce quella di una “comune famiglia italiana” (Quarta pagina di copertina del libro Carlo Azeglio Campi, l’uomo e il presidente, BUR, Biografie, Rizzoli, 2009).
Il 2003 fu l’anno più duro di tutto il settennato. Ci sono i morti di Nassirya, lo scontro con il Governo sull’invio dei soldai e sulla natura della missione in Iraq, ma soprattutto nei primi mesi dell’anno Ciampi assiste attonito alla spaccatura dell’Unione Europea sulla questione irachena. Da una parte Germania e Francia ostili a Bush, che si comporteranno sempre più come un piccolo direttorio bilaterale, che preferiva quasi avere la Russa di Putin come interlocutore. Si giungeva così al 31 dicembre 2003 con il messaggio agli italiani da parte del presidente. Il primo pensiero di Carlo Azeglio Ciampi fu rivolto ai morti di Nassirya: “Ho ancora nel cuore gli sguardi, le parole, la dignità la compostezza dei famigliari dei nostri caduti di Nassirya. A loro va il mio primo pensiero. In loro ho visto l’immagine della famiglia, fondamento della società italiana, e l’espressione più alta dell’amor di Patria” (Ibidem, pp. 68- 69). Leggere il libro aiuta a ripensare anche ai nostri momenti di vita personale e collettiva, uniti nel dolore per la strage consumata ai danni del contingente italiano. Ognuno può ricordare, come in un film a passo ridotto, le immagini date in televisione sull’omaggio tributato ai caduti italiani dalle migliaia di persone per le vie di Roma. Carlo Azeglio Ciampi ha avuto sempre per tutti gli anni del settennato un’empatia particolare con tutti nel vivere assieme i drammi della Nazione.
Carlo Azeglio Ciampi amava il testo scritto. Al messaggio di fine anno, da trasmettere agli italiani, lavorava già al rientro dalle vacanze estive. Il testo veniva letto e riletto con lo staff di presidenza, prima di essere mandato in onda dalla televisione. Si sostituiva una parola se non era stata scelta bene. Si ricorreva anche alla consultazione del vocabolario per la scelta dell’aggettivo adatto. Nulla era lasciato al caso. “In tutti i messaggi di fine anno trasmessi agli italiani, Ciampi Presidente non riusciva mai ad evitare due parole chiave: decisione e coscienza. Anzi devo dire che con Arrigo Levi tentammo, non una sola volta, di farlo desistere da quel richiamo. Venimmo sempre respinti con perdite. Richiamare i giovani a indagare dentro sé stessi, nella propria coscienza, era un dovere che Ciampi sentiva troppo forte, irrefrenabile. Se si guardano le immagini televisive dei suoi discorsi al Vittoriano per l’inizio dell’anno scolastico, si vede distintamente che, nel preciso istante in cui Ciampi pronunziava la parola “coscienza”, la voce si incrinava, un groppo alla gola lo frenava in un attimo di commozione, un singhiozzo represso, che tanto dava apprensione alla signora Ciampi. C’è un filo rosso che collega la notte tremenda del 12 settembre 1943, a casa di un suo zio materno, Masino, a viale Luigi 6, agli altri momenti cruciali. “Ci interrogammo soli con la nostra coscienza” ha detto in tanti discorsi Ciampi parlando dell’8 settembre per negare la “morte della Patria”. “Quella fu la prova più dura della vita della mia generazione” (Paolo Peluffo, Carlo Azeglio Ciampi, l’uomo e il presidente, pag. 5, BUR Rizzoli, Milano, aprile 2009).
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Ciampi si trova in Abruzzo, a Scanno, con altri soldati italiani che non vogliono servire la Repubblica di Salò. Con loro si mischiano prigionieri inglesi evasi dal campo di prigionia di Sulmona, ma anche antifascisti ed ebrei. Sono sfamati, protetti dalla popolazione locale. “A Scanno ci ospitarono, ci dettero da mangiare, il poco che c’era da mangiare. Un giorno camminando per la strada, si aprì una finestra e una vecchietta mi dette un pezzo di pane e un pezzo di salame.” Non è il ricordo di un mendicante, ma di un banchiere, di un Presidente della Repubblica.
Carlo Azeglio Ciampi riesce a raggiungere assieme ad altri le linee anglo americane, salendo sulla Majella e dalla sommità della montagna abruzzese, superate le linee tedesche, lui e gli altri indomiti fuggitivi sconfinano verso la Puglia, una decina muoiono assiderati lungo il tragitto. Carlo Azeglio Ciampi ricorda questo passato lontano quando dirà di sé stesso: “Al mare di Livorno, di cui sono figlio. Alle montagne d’Abruzzo, che mi hanno adottato”. “Adottato”, cioè trattato come un figlio. Al giornalista Arrigo Levi, che gli domanda perché Scanno gli è rimasta nel cuore, risponde: “a Scanno sapevano chi eravamo, che io ero un ufficialetto renitente alla leva della Repubblica di Salò; che Sadun (un suo amico di scuola, ndr) era un ebreo. Vi erano altri giovani di varie nazionalità, anche slavi. Arrivammo a fare letteralmente la fame, perché non c’era più niente. Ad un certo punto mangiavamo le rape che si danno alle pecore, arrostite su una stufa. Ci fu da parte della cittadinanza una lealtà piena nel non denunciarci ai tedeschi, e nel condividere con noi “il pane che non c’era”. Per questo è rimasto in me un profondo sentimento di riconoscenza per questa popolazione che mi ha adottato”.
La stessa espressione torna nell’altro suo libro “Da Livorno al Quirinale”. Vi racconta come in quei mesi di sbandamento generale, di caduta di ogni valore e di ogni certezza, nell’assenza di riferimenti istituzionali, si compiva il processo di maturazione della sua coscienza civile e politica. La sorte lo aveva aiutato, gli aveva fatto ritrovare, nel suo rifugio di Scanno, l’antico professore di filosofia della Normale di Pisa, Guido Calogero, condannatovi al confino per il delitto di antifascismo. E Ciampi ne sottolinea la generosità innata, la naturale inclinazione ad aiutare le persone in pericolo, come i prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento. I tanti libri di memorialistica inglese confermano che i tremila protagonisti della “Grande Fuga” dal campo di Sulmona e i settanta duemila sul territorio nazionale poterono salvarsi dalla deportazione in Germania grazie all’aiuto della popolazione italiana che, a rischio della vita, li nascose, li vestì e li sfamò. E, spesso, li guidò oltre il fronte, fino a farli ricongiungere alle truppe liberatrici al di là della Majella e del Sangro, al di là della linea Gustav. Anche Eugenio Corti riuscì a superare le linee tedesche dalle parti di Pretoro e mescolandosi con i mitici pastori abruzzesi, verso i quali ha parole di entusiasmo e venerazione, lasciate in un suo romanzo imperdibile, “Gli ultimi soldati del re”, raggiunse la Puglia. Scrive Silone che il grande scrittore sudafricano Uys Krige, autore del libro “Libertà sulla Maiella”, gli parlò “con le lacrime agli occhi dei pastori” abruzzesi e che “non esitava ad affermare che il tempo passato fra essi era il più bello della sua vita, avendo allora intravisto, per la prima volta, la possibilità di relazioni umane assolutamente pure e disinteressate”.
Si realizzò “una strana alleanza”, come la definì lo storico inglese Roger Absalom, il maggiore studioso di quel fenomeno di spontanea intesa fra la popolazione e i prigionieri. Una “resistenza umanitaria”, una scelta di campo antifascista più o meno consapevole, che fece da humus etico-politico alla resistenza armata. Così la interpretò il Presidente Carlo Azeglio Ciampi nel discorso di inaugurazione della Prima Marcia de “Il sentiero della libertà” – maggio 2001- promossa dal liceo scientifico statale “Fermi” di Sulmona, che ripercorreva il percorso di fuga attraverso la Maiella: “Fu questo il terreno su cui nacque, spontaneamente, come scelta di popolo, la Resistenza. Vi è una continuità spirituale e materiale fra l’assistenza data da gente di ogni classe sociale a coloro che cercavano rifugio in queste città, in questi paesi, in queste montagne, e la costituzione della Brigata Maiella”. E in quella circostanza ricordò: “Anch’io fui uno di loro. Lasciai Sulmona, lasciai coloro che mi avevano accolto come un fratello, la sera del 24 marzo del 1944. In quelle giornate, in quei mesi di tragedia e di gloria, le popolazioni di queste regioni diedero prova di straordinario eroismo”.
Anche nell’ultimo suo libro, “Non è il paese che sognavo”, Ciampi, nel fare un bilancio dei 150 anni dell’Unità d’Italia, torna a ricordare il soggiorno a Scanno e racconta la sua traversata della Maiella, nel marzo del ‘44. Una delle tante che partivano da Sulmona e, attraverso il massiccio montuoso, raggiungevano il Sud liberato. Su quell’avventura giovanile aveva scritto un diario che donerà al liceo scientifico di Sulmona e che verrà pubblicato sul libro della Laterza, “Il sentiero della libertà”, 2003. Il giovane sottotenente Ciampi che anelava a raggiungere il suo reparto, il 9° Raggruppamento Autieri attestato a Bari, poté finalmente aggregarsi ad un gruppo eterogeneo di italiani e di prigionieri di guerra, condotto da una guida, che da Sulmona, attraverso il Guado di Coccia, avrebbe tentato la traversata del massiccio abruzzese.
Ciampi nel diario racconta che dal pomeriggio del 24 marzo 1944, per tutta la notte e fino al pomeriggio del 25, per ininterrotte 22 ore, circa 60 uomini, mal equipaggiati per calzature e abbigliamento e mal nutriti, s’inerpicarono per i sentieri impervi, resi proibitivi da una tempesta di neve. Tant’è che dieci dei sessanta compagni non videro l’alba sorgere dall’Adriatico, scomparsi, per fatica e per assideramento. Il diario testimonia il coraggio e il senso civico del giovane Ciampi che risponde al richiamo della patria divisa, occupata, perduta. Vuole esserci per contribuire a ricostruirla. Il diario è un’annotazione puntuale, senza retorica, senza quella retorica che aveva ammorbato il ventennio.
Partono mentre Sulmona brucia sotto i bombardamenti. Dopo aver schivato più controlli tedeschi, raggiungono Campo di Giove e prendono a salire verso il Guado di Coccia. Sprofondano nella neve cedevole e scivolano su quella ghiacciata. Ciampi cerca di aiutare un inglese in difficoltà che si attarda, ma la guida non glielo permette, non vuole, per la riuscita della spedizione, che si perda tempo prezioso. L’inglese sarà il primo a rimanere indietro, nella neve. Sul Guado, prima dell’alba, infuria la tormenta. Impossibile proseguire. Persino le guide che conoscono la montagna non si orientano più. Sono fermi, nel freddo, sperando in una schiarita. Il tenente Ciampi, con una scarpa sdrucita, senza il basco portato via dalla bufera, si avvolge il capo con una maglia irrigidita dal ghiaccio. Si riparte finalmente, ma si decide di non salire più, di tenersi a mezza costa. A valloni seguono valloni. Disorientata dalla bufera, la guida fa scendere il gruppo troppo in basso, verso Palena, occupata dai tedeschi, rischiando di finire nelle loro mani come era capitato alla “traversata” di qualche settimana prima. Ciampi, forse l’unico fornito di bussola, dà l’allarme. Si decide di risalire. Il gruppo si sfilaccia, alcuni si perdono nella bufera. Anche uno dei due suoi carissimi amici sulmonesi non ce la fa più, è esausto. Si lascia cadere sulla neve. Supplica che lo lascino lì, che proseguano senza di lui. Ciampi lo rinfranca un po’ facendogli scivolare dello zucchero in bocca. Debbono sorreggerlo, finiscono dietro rischiando di perdere il contatto con gli altri, le cui orme il vento impetuoso subito cancella. Al mattino, finalmente, sono nel vallone di Taranta Peligna, nella terra di nessuno. Si scende. Finalmente si respira, anche se le mani e i piedi, la maglia che gli fa da cappello, sono congelati e i guanti di lana bagnati.
La liberazione ha il volto di un tenente indiano che viene loro incontro dal paese, Taranta Peligna, deserto e distrutto. Sono stati fortunati, i tedeschi sono lì vicino, ad un chilometro. Radio Londra annuncerà l’avvenuta traversata con il messaggio in codice: “Una stella sulla Majella”.
Ma per Ciampi non è finita. Viene interrogato e perquisito nell’ufficio del “Fiel security section”. Gli vengono sequestrate le sue povere cose di fuggiasco. Persino il fazzoletto. Nelle notti successive dorme per terra e in promiscuità, nutrendosi più con la sua residua scorta che con lo scarso cibo che gli viene passato. C’è aria di diffidenza e di sospetto nei suoi confronti. Viene interrogato più volte. Gli inquisitori cercano prove: spezzano una candela, sbriciolano un torrone di fichi secchi, rovistano nell’astuccio del pronto soccorso. Viene rinchiuso nella camera di sicurezza della caserma dei carabinieri di Casoli, poi nei campi di concentramento di Paglieta e di Guglionesi. Durante uno degli interrogatori, riesce a sbirciare la scritta sulla copertina del suo fascicolo. C’è scritto “Definitely suspect”. È sospettato, ritengono che sia una spia. Capisce che i sospetti nascono dai visti tedeschi sul suo passaporto per le borse di studio all’Università di Lipsia.
Ha una buona idea. Cita i nomi di due sulmonesi che si prodigano nell’aiuto ai prigionieri di guerra fuggiaschi. Nomi che gli inglesi conoscono. Gli riesce. È libero. Può raggiungere Bari. Riprende servizio al 9° Autieri. Consegna alla “Laterza” il manoscritto sul liberal-socialismo che Guido Calogero gli ha affidato e che teneva nascosto nei calzettoni. Partecipa con passione a quel laboratorio di vita democratica che era allora l’improvvisata capitale del regno del sud. Conosce e frequenta personaggi di spicco, Giorgio Amendola, Giorgio Spini, il segretario del Partito d’Azione, Scarangella, il prof Carlo Lavagna, il prof. Tommaso Fiore. Matura simpatie per il partito d’Azione, ma prova fastidio per quell’ eccesso di intransigenza che poterà il partito al fallimento: “non comprendo, annota, questa intransigenza che se pure è giusta in sede di principi, non è opportuna nella situazione presente; ed in politica ritengo che si debba a volte dare la preferenza all’opportuno”. Diffida della democraticità dei comunisti e aspira, data la situazione di estrema emergenza, ad una unità di intenti di tutti i partiti. Non nasconde il suo antifascismo fino a sfidare le eventuali punizioni disciplinari. S’indigna nel sentire i discorsi dei colleghi, “in quel covo di fascisti e di retrivi conservatori o al meglio di scettici al cento per cento” che è il 9° Autieri. Il diario si chiude il 22 aprile‘44, giorno di nascita del secondo governo Badoglio, con la soddisfazione di Ciampi per la partecipazione di tutti i partiti al Congresso di Bari.
Ezio Pelino Carlo Azeglio Ciampi adottato dalle montagne d’Abruzzo – Le News di casoli.org
Ciampi ritornò in Abruzzo in occasione della visita alla regione. Organizzatore della trasferta in Abruzzo fu Arrigo Levi che aveva una casa a Tagliacozzo. Voleva che il presidente andasse dappertutto, tanto che l’elicottero, sul quale viaggiava da un capo all’altro della regione, rischiava di rimanere senza carburante. Il pilota dell’elicottero presidenziale decise di atterrare per evitare qualche disastro di proporzioni gigantesche. Fu un particolare che coinvolse anche il programma Striscia la notizia e la troupe di Staffelli. Tutto il libro di Peluffo è una miniera di aneddoti, episodi inediti. Difficile fare una recensione del libro, anche perché il racconto non procede mai in modo lineare. Ritorna spesso indietro per ripescare nel passato memorie utili per capire il presente.
Curate in ogni dettaglio sono le giornate di contatto con i grandi leader europei trascorse a Stresa. Carlo Azeglio Ciampi, presi gli appunti su quanto aveva ascoltato dagli altri leader europei, ebbe modo di sviluppare il proprio pensiero sull’Europa, il 3 luglio 2001, all’ Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) di Milano: “Le sue idee europee si erano stabilizzate in due missioni urgenti e prioritarie: la costruzione di una base giuridica e istituzionale che trasformasse l’Europa in un soggetto politico; un’azione per compattare l’identità europea in modo da stringere i confini etico – culturali dell’Unione attorno a un nucleo di valori democratici e culturali ben definito. Per sfuggire alla dicotomia tra federazione e confederazione, Ciampi cominciò a parlare di Federazione di Stati Nazione. Federazione e quindi un qualcosa di più impegnativo della confederazione, ma di Stati Nazione, ovvero della formazione storica dell’Europa liberale dell’Ottocento, che aveva in ogni caso prodotto diritti civili e costituzioni” (Ibidem, pag. 88).
In tutti gli anni del settennato, Carlo Azeglio Ciampi “Rivendicava la continuità tra Risorgimento e Repubblica, nel comune patriottismo, motivato da un processo di allargamento dei diritti civili degli italiani. Sapeva che non tutti condividevano né il pensiero né l’estetica risorgimentale. Affrontava i critici senza paure, brevemente. Non è retorica, è l’essenza stessa del nostro convivere civile. Rivendicava dunque il rilancio del Vittoriano, la scelta di abitare al Quirinale. Il rilancio dei simboli più significativi della nostra identità di Nazione, la Costituzione. Poi spiegava il modo in cui aveva inteso il proprio compito, “L’essere chiamato a rappresentare l’Italia, a essere garante della sua Costituzione, l‘ho vissuto non solo come un altissimo mandato, ma soprattutto come un dovere, una missione. Il mio lungo viaggio in Italia è stato la più bella esperienza che ha accompagnato l’intero settennato; mi ha dato sostegno; ha alimentato la mia forza fisica e morale” (Ibidem, pag. 75).
Paolo Peluffo, giornalista, ha ricoperto l’incarico di consigliere del Presidente della Repubblica per la stampa e l’informazione dal 1999 al 2006. È stato capo del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della presidenza del Consiglio dal luglio 2006 al maggio 2008. È consigliere della Corte dei Conti e vicepresidente della Società Dante Alighieri” (quarta pagina di copertina).
Raimondo Giustozzi