Forme di resistenza Il desiderio di libertà degli ucraini si rivede anche nell’arte

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23609167-small-1200x806In “Perché l’Ucraina combatte”, edito da Linkiesta Books, Michele Chiaruzzi e Sofia Ventura spiegano come passeggiando per Kyjiv sia impossibile sfuggire alla voglia di quel popolo di liberarsi dalla pretesa coloniale russa

Stando a Kyjiv non è possibile sfuggire all’evocazione continua del desiderio di libertà dalla pretesa coloniale russa. E nemmeno alla consapevolezza che la libertà ha un costo ed è una conquista, anche se, per i valori che gli ucraini hanno deciso di voler condividere con l’Occidente, sarebbe diritto di ogni uomo. Nella parte dell’immensa Piazza dell’Indipendenza che ha alle spalle il quartiere dei palazzi del potere politico – il Palazzo presidenziale, la Verkhovna Rada, l’ufficio del presidente, il Gabinetto dei ministri – gli avvenimenti del 2014, di Euromaidan, sono una costante presenza. Quegli avvenimenti riprendono vita attraverso esibizioni temporanee su grandi installazioni metalliche color ruggine distribuite attorno al Monumento dell’indipendenza. Costruita nel 2001, la colonna di sessanta metri domina la piazza, sormontata dalla statua di Berehynia, spirito femminile slavo protettore dell’Ucraina. Nel 2024, una di queste esibizioni, in una sorta di spettacolo di realtà aumentata, offriva al visitatore le immagini drammatiche ed eroiche dei giorni più sanguinosi, quelli tra il 18 e il 20 febbraio 2014, quando con la violenza la polizia cercò di sgombrare la piazza, con grandi fotografie collocate in modo da sovrapporle agli spazi reali in cui i diversi avvenimenti si consumarono. Erano indicati anche il giorno e l’ora. Un anno dopo, a incontrare chi attraversa la piazza sono gli sguardi, i volti e le storie degli attivisti di Maidan caduti combattendo sul fronte orientale dopo il 2014 o dopo l’invasione del 2022.

Il prato a fianco del monumento dell’indipendenza è colmo di grandi e piccole bandiere ucraine. Ricordano i caduti dall’invasione del febbraio 2022. È un luogo di ricordo e devozione, dove si recano gli stessi cari dei soldati uccisi. Su molte di quelle bandiere vi sono delle scritte, dei nomi, delle date. Tra le piccole bandiere, diventate i fiori di quel prato dove prima dell’invasione nelle belle giornate sedevano i ragazzi, si rincorrono foto di tanti caduti, fiori, lumini votivi, quelli che siamo abituati a vedere nei cimiteri. Dalla parte opposta, lungo la strada che sale verso il quartiere dei palazzi governativi da Piazza dell’Indipendenza, ovvero il Viale degli Eroi della Centuria Celeste, uno dei punti più caldi degli avvenimenti del febbraio 2014, per alcune decine di metri, collocati su un basso muro che accompagna la salita, si susseguono, uguali e ordinati, piccoli tabernacoli di pietre chiare che circondano le foto delle vittime della repressione di Yanukovych di quei giorni, insieme a piccoli oggetti devozionali, rametti floreali, piccole bandiere e nastri coi colori ucraini.

Gli avvenimenti di Maidan costituiscono con tutta evidenza un tornante epocale della comunità politica ucraina, lo svelamento ormai oltre ogni dubbio della sua volontà di essere democratica e occidentale e la consacrazione nella resistenza e nel sangue di quella volontà. Tutto, poi, ne consegue – e che sia così lo abbiamo già visto, non solo nella “mitizzazione” ucraina, ma anche nelle reali dinamiche storiche. Così il teatro della rivoluzione diventa luogo di ricordo e devozione anche per i caduti della conseguente guerra del 2022 (“conseguente” perché nella scia del combattimento per l’Ucraina democratica ed europea, avversata come tale dall’aggressore russo) e di cordoglio e omaggio collettivo davanti al feretro dei soldati prima della sepoltura. E non meraviglia trovare nello stesso “spazio”, lungo l’ampia e centrale via Khreshchatyk, quasi di fronte al prato delle bandiere, delle installazioni temporanee che ricordano, con grandi pannelli, i caduti per il bene comune, come gli “eroi” addetti al servizio postale che hanno perso la vita durante il conflitto apertosi nel 2022. Un altro modo di rappresentare la “resilienza” del popolo ucraino e la forza dei singoli e della società civile:

«In prima linea e nelle aree liberate, per la popolazione locale Ukrposhta è spesso l’unica fonte di beni essenziali: contanti, aiuti umanitari, cibo, notizie e altro ancora. Siamo l’ultimo servizio postale a lasciare un insediamento quando il livello di pericolo diventa troppo alto. Non appena riceviamo l’autorizzazione dai militari e dall’Amministrazione militare regionale, torniamo immediatamente nei villaggi e nelle città per continuare a sostenere i cittadini. Con uffici postali fissi e mobili, consegniamo pensioni, sussidi e aiuti finanziari ai residenti della prima linea. Installiamo uffici postali in container per sostituire quelli distrutti sulla linea del fronte e nelle aree liberate dall’occupazione, in modo da ripristinare i servizi postali il prima possibile. In tempo di guerra, i dipendenti di Ukrposhta continuano a svolgere il loro lavoro per voi, anche a rischio della propria vita. Alcuni scelgono di difendere la loro patria unendosi alle Forze Armate dell’Ucraina. Purtroppo, alcuni di questi eroi non torneranno mai più ai loro compiti abituali: consegnare pensioni, chiedere “Ricevere o inviare?” o dire “Hai posta!”. Vorremmo raccontare di loro, per mantenere viva la memoria del loro contributo all’indipendenza dell’Ucraina il più a lungo possibile».

I grandi pannelli che lungo l’ampio marciapiedi della via si susseguono mostrano i volti dei caduti e in breve raccontano le loro storie. La loro dignità di persone è riconosciuta. E un po’ sorprende osservare anche qui, posati ai piedi dei pannelli, lumini votivi e fiori. Non in modo regolare, il che fa pensare a gesti di solidarietà di passanti o di amici e parenti. Probabilmente di entrambi.

Del tutto “artigianale” è una specie di altare che si trova lungo il Viale degli Eroi, dall’altra parte della strada rispetto ai tabernacoli, all’altezza dell’Hotel Ukraine, “protagonista” degli avvenimenti della Piazza della Dignità del 2014, con i colpi inferti alla sua struttura e gli spazi offerti ai militanti e combattenti di quei mesi. Una bandiera ucraina, una grande croce in legno – sostenuta da copertoni – davanti alla quale tre scudi metallici, poggianti su pallet, mostrano le immagini e i nomi di alcuni dei caduti del febbraio 2014, compongono un piccolo e spontaneo memoriale che accoglie svariati piccoli oggetti: bandierine, nastri con i colori ucraini, lumi e fiori.

Salendo, oltre il grande hotel, si incontra l’anima in metallo, coperta di piccoli pezzi di stoffa, di una Motanka, bambola tradizionale ucraina, di un paio di metri di altezza, dell’artista americana di origine ucraina Ola Rondiak. Ai passanti è rivolta questa esortazione: «Vi invito a intrecciare nastri mimetici su questa Motanka, perché rimanere creativi e uniti è la nostra arma più potente per la vittoria». A qualche metro di distanza, su un prato sovrastante, c’è un piccolo memoriale, sorto spontaneamente, con una cappella in legno costruita dai militanti di Maidan e foto dei caduti della Rivoluzione della dignità, e poi riorganizzato dalle autorità locali, che hanno reso onore alle vittime della repressione installando, accanto alla cappella, due grandi stele in metallo con i ritratti ora stampati sul granito.

In tutti questi esempi, cordoglio, memoria, testimonianza, racconto e informazione, installazione ufficiale e iniziativa spontanea fanno un tutt’uno. E si saldano in quello che potremmo chiamare un “umanesimo ucraino” in virtù del quale la guerra di resistenza come atto collettivo non cancella la dignità dei singoli, il cui riconoscimento, per tutto ciò che si è detto sinora, è anzi la causa prima di quella resistenza collettiva. Si comprende allora anche il senso di una difesa per mantenere un raggiunto livello di civiltà, messo in pericolo dalla barbarie delle dirigenze russe, in primis quella politica e quella militare. Le quali hanno in totale dispregio la vita umana a partire da quella dei loro soldati, come sappiamo almeno dalle indimenticabili cronache della giornalista russa Anna Politkovskaja – freddata sulle scale di casa il 7 ottobre 2006, nel giorno del compleanno di Vladimir Putin – come, ad esempio, quelle raccolte ne “La Russia di Putin” (2005).

Linkiesta, Esteri, 1° settembre 2025, di Michele Chiaruzzi e Sofia Ventura

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