Shemá Israel La tragedia di Gaza, la disperazione di chi ama Israele, e il governo fascista di Netanyahu

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Linkiesta, Esteri, 24 luglio 2025, di Carlo Panellaemad-el-byed-ifmg9wjakba-unsplash-1024x768

Non è in atto un genocidio, perché oltre due milioni di palestinesi vivono serenamente nello Stato Ebraico, c’è però una pulizia etnica rivendicata dai razzisti dell’esecutivo guidato da Bibi, e una guerra ormai insensata nella Striscia, contestata dai vertici politici e militari (che per questo sono stati licenziati). L’appello di un amico dell’esperimento democratico israeliano

No, a Gaza non è in atto un genocidio, ma va detto che è in corso un’orrenda pulizia etnica. Non è un genocidio perché a un tiro di sasso dalla Striscia, due milioni e passa di palestinesi vivono in Israele in piena e totale libertà, come cittadini con totali diritti civili, politici e sociali. Una tale libertà che un giudice palestinese, George Kara, ha condannato per sexual harassment un ex presidente della Repubblica di Israele, Moshe Katsav. E, in seguito, questo palestinese è stato nominato giudice della Corte Suprema.

È speciosa e strumentale l’accusa di genocidio, che punta diritta a relativizzare la Shoah; è un’accusa tragicamente triviale, e chi incautamente la lancia, anche se è ebreo, come Anna Foa deve spiegare come mai nessun palestinese cittadino di Israele è oggetto non solo di violenza, ma anche di discriminazione. Se di genocidio si trattasse, dovrebbe essere in atto contro i palestinesi di qua e di là della frontiera della Striscia. Così non è.

Nessun dubbio, invece, che nella Striscia di Gaza sia in atto una odiosa pulizia etnica che infanga l’onore di Israele. Una pulizia etnica provata non solo da una serie cospicua di fatti, ma soprattutto apertamente rivendicata da due ministri del governo, Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir.

L’Idf, l’esercito di Israele, che ubbidisce agli ordini di un governo in cui hanno un peso determinante questi due ministri che si autodefiniscono «fascisti», sta così perdendo la propria onorabilità, acquisita in settantasette anni di guerre.

Questo, dopo che il suo vertice, il comandante Herzi Halevi e il ministro della Difesa Yoav Gallant, sono stati bruscamente dimessi dal governo perché i due generali si rifiutavano di continuare una guerra che giudicavano dovesse essere chiusa nel novembre del 2024.

Questo è il punto centrale: nell’autunno del 2024 i due generali che dirigevano le forze armate di Israele, Gallant e Halevi, hanno detto a gran voce che la guerra doveva terminare perché gli obiettivi raggiungibili erano stati raggiunti, perché l’obiettivo posto da Netanyahu di eliminare Hamas da Gaza era irraggiungibile.

Ma Netanyahu li ha bruscamente licenziati perché ha ceduto il comando politico della guerra ai fascisti Smotrich e Ben Gvir, che altrimenti lo avrebbero messo in crisi. E i due vogliono la pulizia etnica a Gaza, vogliono espellere i palestinesi, lo dicono a chiare lettere, e così la guerra è diventata guerra di distruzione di Gaza e di intimidazione violenta della sua popolazione. Netanyahu ha dato il comando politico della guerra alla minoranza estremista fascista. Questo è il fatto dirimente e tragico. Le morti dei civili palestinesi ne sono la conseguenza.

Non solo, due ex comandanti generali delle Forze armate israeliane, diventati leader dell’opposizione, Benny Gantz e Gadi Eisenkot, hanno abbandonato il gabinetto di guerra in cui erano entrati il 9 ottobre 2023, in pieno sostegno alle strategie di Gallant e Halevi, quando questi sono stati licenziati, in totale contrasto con le scelte dissennate di Netanyahu che, di fatto, ha spaccato in due politicamente le Idf, in fatto senza precedenti.

A questo si aggiunge la tracotanza comunicativa del governo israeliano, che supera i confini del tollerabile e non risponde al punto centrale: dopo ben seicentocinquanta sette giorni di guerra non ha ancora saputo, e voluto, organizzare un sistema di diffusione degli aiuti in grado di evitare l’uccisione dei civili. Al contrario, invece di predisporre una grande pluralità di punti di distribuzione, ne permette una quantità minima, così che si creano resse e inevitabili massacri. Non è un caso.

È disperante quindi la mia, la nostra posizione. La posizione di chi ama Israele, di chi per decenni ha difeso strenuamente Israele, di chi ha sempre e fortemente contrastato il dissennato movimento pro-Pal e ora non sa che fare a fronte dei massacri di civili che il governo Netanyahu perpetua con l’evidente e rivendicato scopo di fare fuggire una popolazione vessata e impadronirsi della Striscia nel nome di un blasfemo e inesistente diritto derivante dalla Bibbia.

Non resta che la testimonianza, non resta che la voce. Non resta che urlare forte e chiaro: «Io condanno questo Israele, io condanno il governo Netanyahu e i suoi ministri Smotrich e Ben Gvir, io condanno il generale Eyal Zamir, responsabile diretto della morte dei civili di Gaza. Shemá Israel, ascolta Israele».

 

Linkiesta, Esteri, 24 luglio 2025, di Carlo Panella

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