
Di Nicola Grandi
Questo articolo è tratto da MicroMega 3/2025 “Disconnessi. L’impatto dei social sulle nostre vite”.
L’idea che le nuove forme di scrittura, praticate sulle varie piattaforme social di interazione quotidiana, abbiano contribuito a un declino della nostra lingua che si manifesterebbe soprattutto nelle ridotte capacità di scrittura formale delle generazioni più giovani è piuttosto radicata nell’opinione pubblica. Tuttavia, questa idea è spesso basata su esperienze personali, che sono certamente significative, ma non hanno rilevanza statistica e non permettono, quindi, di trarre conclusioni di ordine generale. Se si affronta il tema con un approccio scientifico il quadro risulta decisamente molto più articolato ed è impossibile stabilire se i social network abbiano avuto sulla lingua conseguenze positive o negative.
Il tema può essere infatti affrontato da prospettive diverse e ogni prospettiva ci dà una chiave di lettura differente. In questa sede ne prenderò in considerazione quattro: l’impatto dei social sull’equilibrio complessivo del sistema della lingua; l’effetto dei social sulla predisposizione verso la scrittura; l’impatto dei social sulla visibilità della scrittura e, infine, l’impatto dei social sulla produzione linguistica concreta soprattutto delle generazioni più giovani, cioè di quelle che hanno potuto sperimentare queste nuove modalità di comunicazione piuttosto precocemente, vale a dire nella fase in cui hanno costruito le basi della loro competenza linguistica.
L’impatto sull’equilibrio complessivo del sistema lingua
Partiamo, dunque, dalla collocazione di queste nuove forme di scrittura nel sistema italiano. Anzi, per maggior precisione nel diasistema italiano, in quanto la nostra lingua, al pari delle altre lingue utilizzate da comunità composte da centinaia di migliaia o da milioni di parlanti e fortemente stratificate dal punto di vista sociale, non è un sistema, ma, piuttosto, un sistema di sistemi. E ogni singolo sistema integrato in questo diasistema ha una propria grammatica, che può essere significativamente diversa dalle altre. In altri termini, la grammatica dell’italiano parlato informale è diversa da quella dell’italiano parlato formale; la grammatica dello scritto formale è, a sua volta, differente dalle precedenti eccetera. L’italiano è dunque un insieme di varietà e ogni varietà risponde a particolari condizioni d’uso e/o a particolari tipologie di “utenti”. Saper usare una lingua, perciò, non significa solo essere in grado di distinguere le strutture grammaticali dalle strutture agrammaticali, ma anche, anzi soprattutto, saper giudicare quali strutture sono più adatte alla situazione in cui ci si trova.
Fino a qualche decennio fa l’italiano scritto era praticato quasi esclusivamente in contesto formale e sorvegliato. Un adolescente medio, fino all’inizio del nuovo millennio, imparava a scrivere a scuola e a scuola consumava la gran parte della propria esperienza di scrittura. I testi prodotti erano i temi, le relazioni eccetera: testi che poi venivano corretti, giudicati e valutati e, quindi, venivano redatti selezionando, nella propria competenza, le abilità più adeguate a un contesto altamente formale. Al di fuori della scuola, la presenza della scrittura era sporadica: le relazioni nel gruppo dei pari, in media piuttosto informali, erano dominio incontrastato dell’oralità. Agli amici e alle amiche si parlava, dal vivo o per telefono: organizzare una serata in pizzeria o al cinema, una partita di calcio eccetera richiedeva un estenuante giro di contatti che avveniva solo oralmente. Inoltre, vi erano persone la cui esperienza di scrittura di fatto si concludeva con la fine del percorso formativo: chi svolgeva professioni di tipo manuale, ad esempio, non aveva di fatto più alcuna occasione di praticare la scrittura. In sintesi, fino a qualche decennio fa era del tutto plausibile trascorrere giornate intere senza scrivere alcunché. Il quadro, oggi, è totalmente diverso: l’esposizione alla scrittura è costante e molto precoce e la scrittura è diventata pratica quotidiana per la quasi totalità della popolazione; i social network hanno modificato radicalmente le nostre attività di comunicazione, soprattutto facendo penetrare la scrittura nel mondo delle relazioni tra pari. In questo caso, come si vedrà meglio in seguito, il tipo di lingua utilizzato è molto diverso da quello a cui si ricorre nella redazione di un testo formale e riproduce, invece, schemi più simili a quelli del parlato.
In sostanza, la scrittura continua a essere usata in ambienti formali e sorvegliati, come la scuola, ma pervade oggi anche l’ambito delle relazioni informali. Semplificando un po’ la questione, possiamo affermare che fino a qualche decennio fa il diasistema dell’italiano prevedeva sia una varietà parlata informale e poco sorvegliata (usata in famiglia, con gli amici eccetera), sia una varietà parlata formale (usata nelle occasioni pubbliche, nelle conferenze, nelle lezioni, nelle interrogazioni e così via); ma solo una varietà scritta formale, usata in contesto scolastico e nelle professioni di tipo “intellettuale”. Vi era cioè uno squilibrio tra le due modalità, in quanto la scrittura, a differenza dell’oralità, non copriva tutta la gamma degli usi possibili. Nel sistema, cioè, c’era una casella vuota, una lacuna. Oggi questa lacuna è stata colmata e la scrittura è protagonista anche delle situazioni meno formali. Non si può dunque affermare che, a causa dell’avvento dei social network, il sistema linguistico si sia indebolito; anzi, si è arricchito di una varietà (una sorta di parlato informale digitato) che, fino qualche decennio fa, non esisteva; grazie a ciò oggi gli “utenti” della lingua hanno a disposizione più opportunità linguistiche rispetto al passato.
I social network, dunque, hanno complessivamente arricchito il sistema della lingua e hanno indubbiamente contribuito a moltiplicare le occasioni di scrittura. Una conseguenza di ciò è un notevole cambiamento nella percezione della scrittura e nella predisposizione verso la scrittura.
Predisposizione verso la scrittura
Un’indagine condotta negli ultimi anni da un gruppo di ricerca interdisciplinare coordinato dall’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna (“UniverS-Ita. L’italiano scritto degli studenti universitari”) e finalizzata a mappare le capacità di scrittura formale di un campione di studenti e studentesse di oltre 40 atenei italiani rappresentativo per aree geografiche e disciplinari ha restituito un quadro dettagliato del rapporto che i e le giovani hanno con la scrittura. A oltre 2.000 studenti infatti è stato chiesto di compilare un questionario che conteneva una sezione dedicata proprio alla scrittura. L’81,3% dei e delle partecipanti alla rilevazione ha affermato di sentirsi abbastanza o molto a proprio agio nello scrivere; solo poco meno di 400 persone hanno dichiarato di avvertire poca familiarità con la scrittura. In questi risultati non c’è una significativa differenza di genere. Quasi la metà dei e delle partecipanti asserisce di praticare una qualche forma di scrittura “sorvegliata” nel tempo libero, in particolare di tipo “creativo” (romanzi, poesie, diari eccetera). Sistematica è anche la prassi di scrivere o commentare post sui social network. Un dato di rilievo, sul quale tornerò in seguito, riguarda la pratica della scrittura in università: al netto degli esami, l’85% dei e delle partecipanti dichiara di svolgere, almeno occasionalmente, attività che implicano il ricorso alla scrittura.
In sostanza, ciò che emerge è che la scrittura è ormai una componente preponderante della quotidianità delle generazioni più giovani, sia all’interno che all’esterno del loro percorso formativo: la moltiplicazione delle occasioni di scrittura ha contribuito a creare una maggiore predisposizione verso la scrittura stessa. Possiamo cioè affermare che, in Italia, non ci sono mai state generazioni che hanno scritto più di quelle che si sono formate negli ultimi 20 anni circa e che le motivazioni verso la scrittura non sono mai state forti come quelle attuali.
Se dunque consideriamo le prime due prospettive menzionate sopra, quella relativa all’impatto sull’equilibrio complessivo del sistema della lingua e quella sulla predisposizione verso la scrittura, non possiamo che riscontrare una ricaduta positiva dei social network, che hanno contribuito in modo decisivo a creare condizioni perché la scrittura fosse praticata di più e da più persone rispetto al passato.
Eppure, come si diceva sopra, permane l’idea che i social abbiano avuto un influsso negativo sulla nostra lingua e abbiano concorso a indebolire le competenze dei e delle giovani. A cosa si deve questa percezione?
Visibilità della scrittura
Di certo, un effetto collaterale dell’esplosione dei social network è quello di aver reso la scrittura “visibile”, di averla, in un certo senso, “esposta”. I messaggi nelle chat, individuali o di gruppo, i post e i commenti eccetera si vedono. E li vede, spesso, non solo il destinatario reale o ideale, ma un pubblico ben più ampio. Oggi accedere a un social significa avere uno spaccato sulle capacità di scrittura di chi frequenta quel social e spesso chi scrive non si rende conto di quanto si stia esponendo e mostrando. Si badi bene: chi scrive sui social non rappresenta un campione rappresentativo della società, ma chi legge i social spesso tende a generalizzare le caratteristiche linguistiche dei post e dei commenti e quindi a considerare questa porzione della società come indicativa delle tendenze globali della società stessa. Se riavvolgiamo il nastro e torniamo, di nuovo, a quanto accadeva fino alla conclusione del millennio precedente possiamo renderci conto che la scrittura era una pratica in media ben poco visibile. Ripensiamo, per un momento, a quanto avveniva in una normale classe di una scuola secondaria di secondo grado degli anni Ottanta o Novanta. Il compito in classe di italiano, il tema, era letto, oltre che dal suo estensore, dall’insegnante. E basta. L’insegnante leggeva, correggeva, valutava e restituiva il testo al suo estensore. Raramente questo testo era letto da occhi diversi. Chi era in grado di giudicare le capacità di scrittura dei compagni e delle compagne di classe? Chi “vedeva” la loro scrittura? Nessuno, a parte l’insegnante.
È molto probabile che in ogni classe ci fossero persone con ottime capacità di scrittura e persone, invece, con capacità assai meno solide. Possiamo forse ripensare ai voti dei compiti in classe e ipotizzare che chi veniva valutato peggio producesse testi più stentati, frutto di una competenza più precaria. Ma è una generalizzazione indiretta: la scrittura delle altre persone non ci era, di norma, direttamente accessibile.
Oggi, al contrario, “vediamo” la scrittura di migliaia di persone, ne cogliamo le caratteristiche, ne osserviamo la struttura e, inevitabilmente, gli “errori”. Il senso di declino che ne deriva non è però basato su un confronto con una situazione precedente in cui tutti gli “utenti” esibivano abilità di scrittura eccellenti; molto semplicemente oggi le innovazioni tecnologiche hanno reso evidente e visibile ciò che fino a un paio di decenni fa era, di fatto, invisibile: la scrittura degli altri! È molto probabile che anche nei decenni passati vi fossero molte persone con competenze di scrittura precarie, ma queste persone non scrivevano abitualmente e, se e quando scrivevano, producevano testi che non erano “esposti”. Oggi, al contrario, tutti scrivono e i testi prodotti sono assai facilmente raggiungibili.
Affermare che l’italiano è una lingua in declino significa supporre che sia esistita un’età dell’oro della nostra lingua, cioè un’epoca in cui la maggioranza degli italiani e delle italiane esibiva una piena competenza nell’uso della lingua. Ebbene, un’epoca del genere non è mai esistita. Molto più semplicemente, chi aveva scarse competenze linguistiche usciva dai radar, non veniva notato. I social, oggi, ci mostrano l’altra faccia della luna, rendendo evidente una situazione che, in realtà, è sempre esistita, cioè l’esistenza di una porzione rilevante della società non pienamente alfabetizzata.
Effetti sulla produzione linguistica dei più giovani
Occorre a questo punto introdurre l’ultima delle quattro prospettive, quella legata agli effetti concreti che i social network hanno avuto sulla scrittura, soprattutto giovanile. È impossibile negare che la scrittura sia cambiata e che vi siano alcune aree di criticità sulle quali è necessario riflettere. Nell’ambito del progetto UniverS-Ita, già citato sopra, gli e le oltre 2 mila partecipanti hanno redatto un testo seguendo una traccia comune, per il quale, nella consegna, era esplicitamente richiesto l’uso di un registro alto e formale. I testi raccolti sono stati poi analizzati sia quantitativamente, attraverso software che misurano la complessità linguistica, sia qualitativamente, attraverso l’annotazione manuale di tutti i tratti devianti rispetto a quanto prescritto dalla grammatica normativa dell’italiano. L’idea di fondo è che in una situazione altamente formale il risultato atteso sia rappresentato da un testo massimamente aderente alle norme della grammatica dell’italiano standard. Un numero elevato di deviazioni rispetto al risultato atteso non definisce in automatico un testo come “sbagliato”, quanto, piuttosto, come inadeguato alla situazione comunicativa formale: l’estensore, cioè, ha compiuto scelte non coerenti con il contesto.
Il risultato dell’analisi condotta sugli oltre duemila testi raccolti consente di formulare considerazioni diverse. Da un lato si nota una competenza molto solida in alcuni aspetti cruciali, a partire dall’ortografia e dalle scelte di registro. In questi ambiti, un confronto con i pochi dati raccolti sistematicamente nel passato suggerisce che vi sia stato un progressivo miglioramento nella produzione scritta degli e delle studenti. Nel complesso, sulle singole competenze (lessicali, sintattiche, morfologiche e così via) la situazione non pare così allarmante. Ciò che invece risalta in modo lampante è un’evidente difficoltà a mettere assieme queste competenze nella progettazione e nella costruzione di testi complessi. Questa difficoltà si rivela in modo particolare nella gestione della punteggiatura, che è molto incerta e debole: la punteggiatura di fatto è la manifestazione di superficie più evidente della struttura profonda di un testo, in quanto concorre a definire le sue unità sintattiche e di significato e a scandirne i rapporti. Nei testi analizzati, oltre il 50% delle deviazioni rilevate riguarda proprio questo aspetto.
Si tratta di un risultato fortemente connesso al quadro sociale che fa da sfondo, oggi, alle attività di scrittura delle generazioni più giovani e che ho delineato sopra. Come si già detto la scrittura è divenuta pratica quotidiana, principalmente grazie ai social network, e ciò ha fatto emergere una nuova varietà di lingua, quella della scrittura informale, una sorta di parlato digitato. I testi pubblicati sui social sono in prevalenza scarsamente pianificati, con una assai limitata articolazione sintattica fatta di frasi brevi giustapposte, con una struttura dell’argomentazione abbastanza “frazionata”. Insomma, sono testi redatti senza un “progetto”, in un certo senso “pronti all’uso” e con caratteristiche prossime a quelle del parlato. Questa forma di scrittura, che ha una sua grammatica, pienamente legittima, ma diversa da quella utilizzata per produrre testi molto formali, è senza dubbio quella più presente e più allenata nel quotidiano delle generazioni più giovani. In questo quadro, è evidente e del tutto prevedibile che le abilità più spesso e meglio allenate siano quelle a cui si ricorre con maggior frequenza. La conseguenza è che questa grammatica, molto vicina a quella del parlato, viene poi estesa anche a testi che, invece, dovrebbero avere peculiarità diverse e che dovrebbero essere frutto di un differente processo di pianificazione, cioè i testi formali, che vengono quindi attratti verso una tipologia testuale poco adeguata alla loro natura. Non è dunque la scrittura in sé a essere un problema, quanto, piuttosto, la parziale capacità di gestire le diverse tipologie testuali e di adattare a esse le proprie scelte linguistiche. Non è dunque scorretto affermare che oggi molti dei testi prodotti dagli studenti sono diversi da quello che ci aspetteremmo. E in questo senso possiamo certamente affermare che la loro competenza di scrittura, oggi, è più vulnerabile.
Possiamo attribuire ai social la responsabilità di ciò? Io non lo credo.
La società è certamente cambiata e la lingua con essa. E i social network, si è visto, hanno giocato un ruolo non marginale in questo cambiamento. Mentre in passato l’unica forma di scrittura allenata con una certa sistematicità era quella formale, praticata a scuola, in un contesto in qualche modo “protetto”, oggi la forma di scrittura più allenata è quella che si manifesta fuori dalla scuola, senza nessuna forma di presidio e controllo. Non credo sia vero che a scuola si scriva di meno; è senz’altro vero, invece, che fuori da scuola si scrive di più. Il punto è dunque chiedersi se la scuola abbia colto questo cambiamento e abbia adattato a esso le proprie strategie didattiche. A sensazione, la risposta a questo interrogativo è negativa. Ma sarebbe troppo facile, e scorretto, addossare alla scuola la colpa di ciò. Basta osservare i dati sugli investimenti che i governi che si sono susseguiti hanno destinato al sistema formativo per accorgersi che la scuola, da decenni, non è più una priorità per l’Italia. La società cambia, ma la scuola non ha le risorse per stare al passo. E invece proprio le possibili conseguenze linguistiche dei cambiamenti sociali avrebbero dovuto suggerire un incremento dei fondi per la formazione e per il contrasto dall’analfabetismo di ritorno, perché il rafforzamento delle competenze linguistiche è imprescindibile per garantire a tutti e a tutte una piena integrazione sociale.
Nicola Grandi
Professore ordinario di Glottologia e Linguistica presso il Dipartimento di Filologia classica e Italianistica dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna.



Invia un commento