di Raimondo Giustozzi
Capitolo sesto: La stagione fiorentina (pp. 215- 248). Capitolo settimo: Di nuovo in cammino (pp-249 – 278). Capitolo ottavo: L’approdo alla casa di Emmaus (279 – 311). Capitolo nono: “Tra pietà e furore. Gli anni Settanta di Turoldo” (313 – 375). Capitolo decimo: “La fede e la poesia” fino all’ultimo tempo (pp. 377 – 418). Il libro si chiude con un epilogo: L’inquietudine, la persuasione, la speranza (pp. 419- 423) e con l’indice dei nomi (pp. 425 – 443)
Nell’anno dell’esilio in terra tedesca, Turoldo chiedeva di poter rientrare in Italia. Scriveva infatti in una sua lettera indirizzata a Ferin, nel novembre del 1953: “Mi mandino dove vogliono ma mi lascino dirigere le nostre edizioni e traduzioni, mi permettano di venire qualche volta a Milano per i contatti; e ancora, esasperato dalle voci che si stavano diffondendo di una sua prossima uscita dall’Ordine, ribadiva nel dicembre dello stesso anno: “Mi si lasci vivere la mia vocazione; mi si permetta la Messa della Carità e la Corsia” (Mariangela Maraviglia, David Maria Turoldo, la vita, la testimonianza (1916 – 1992) pag. 217, Morcelliana, Brescia, 2025).
La stagione fiorentina
Il 24 febbraio 1954, Turoldo riceve dall’Ordine dei Servi di Maria la lettera di obbedienza, destinazione il convento della SS. Annunziata di Firenze, in previsione di un suo utilizzo come docente di Filosofia nel nuovo Liceo Classico, presso una delle due sedi fiorentine dell’Ordine, il convento dei Sette Santi Fondatori. Turoldo giunge a Firenze con largo anticipo, era il 3 marzo del 1954. Non ci poteva essere destinazione migliore per Turoldo. Nell’ambiente fiorentino consolida le amicizie con Giorgio La Pira, Gian Paolo Meucci, Mario Gozzini, don Divo Barsotti, padre Ernesto Balducci, don Enrico Bartoletti, don Lorenzo Milani, don Raffaele Bensi, don Giulio Facibeni, il creatore dell’Opera Madonnina del Grappa, padre Reginaldo Santilli, il cardinale Elia Dalla Costa.
“Una delle amicizie di particolare rilievo, anche per lo spessore della figura di Turoldo, negli anni fiorentini, fu quella con don Lorenzo Milani, conosciuto fin dal suo arrivo e Firenze, mentre questi era ancora a Calenzano. Articoli e appunti lasciati da padre David, in particolare la prima prefazione inedita alla biografia milaniana di Neera Fallaci e l’intervista a lei concessa, restituiscono il carattere e i toni di quell’amicizia, sorta dal suo arrivo a Firenze attraverso la mediazione di Meucci e, durata, sia pure a distanza lungo l’intera vita di don Milani, salutato in un’ultima visita con don Abramo Levi, un mese prima dalla morte del priore di Barbiana” (Ibidem, pag. 229).
Anche all’interno del convento dell’Annunziata non mancavano i contrasti con Turoldo che era “rimproverato per le frequenti irregolarità nel rispetto di orari e regole della vita conventuale, ma anche per le novità, imposte come un uragano nel torpore che si viveva senza grande fatica su schemi ormai sorpassati. Novità che furono segnalate come pericoli ai vertici della gerarchia diocesana, ma che non infirmarono le relazioni con il cardinale Elia Dalla Costa, di cui Turoldo avrebbe conservato sempre una memoria grata, menzionando tanti incontri e amati ricordi” (pag. 246, op. cit.). Tutto cambia con l’arrivo a Firenze del vescovo Ermenegildo Florit, friulano anche lui, ma distante anni luce per formazione culturale e per temperamento da David Maria Turoldo. Anche io, scrive David Maria Turoldo, fui il primo ad essere espulso da Firenze, per intervento di Florit, sempre in combutta col S. Uffizio” (ibidem, pag. 247). In una nuova lettera di obbedienza, comunicata a Turoldo dal generale dell’Ordine Servita, padre David viene assegnato al convento dei Servi di Maria di Londra, in data 25 settembre 1958, lasciando “un ricordo incancellabile in quanti lo conobbero e lo seppero comprendere durante i quattro anni del periodo fiorentino, anche se c’erano dei frati della sua congregazione che non la pensavano allo stesso modo.
Di nuovo in cammino
David Maria Turoldo era già stato presso il convento dei Servi di Maria, St. Mary’s Priory, fondato nel 1867, per approfondire la conoscenza della lingua inglese. Nell’agosto dello stesso anno (1958) gli arriva dal Canada l’invito per predicare nella diocesi di Montreal, la “Grande Mission” voluta dal cardinale Paul – Emile Léger su ispirazione di quella milanese e con un non diverso mandato per rispondere ai bisogni pastorali di una società in trasformazione (Ibidem, pag. 251). David Maria Turoldo predica in molte chiese di Montreal, più volte a Toronto, a Winnipeg, a Subbury, a Windsor, poi in qualche località minore degli Stati Uniti, In tutti i posti e i luoghi raggiunti si manifesta come un trascinatore. Le folle accorrono per ascoltarlo. Questa popolarità suscita non poca invidia nei suoi confratelli che si lamentano presso i superiori per la personalità ingombrante del padre friulano.
Turoldo rassicurava i superiori della sua obbedienza ma a Mario Gozzini, il 15 novembre 1960, confessava il proprio avvilimento: “Riesco a credere, riesco a perdonare, ad amare, ad accettare il diluvio di obbedienze assurde che mi piovono sulle spalle, ma le ragioni, le ragioni non dette, sospettate soltanto, sono avvilenti. Si può andare sulla montagna, a pregare, ma non si può accettare la vigliaccheria e l’equivoco. Niente Firenze, niente Milano, forse domani niente altre città. Tutto mi sarebbe permesso, ma allineato con il cristianesimo potente, ma con uno spirito che aiuti a conservare non a turbare, posto a servizio della categoria più antitetica al cristianesimo: la borghesia” (Ibidem, pag. 257). David Mara Turoldo era però confortato dalle amicizie e dai riscontri che la sua opera continuava a ricevere. Il 10 agosto 1960 veniva rappresentata, nel contesto dell’annuale Festa del teatro, Istituto del dramma popolare di San Miniato al Tedesco (Pisa), La passione di San Lorenzo, nata negli anni fiorentini ma solo allora portata in scena. L’altra opera di Turoldo, La parola di Gesù, uscita nel 1959, riceveva un attestato di stima verso il frate friulano, da Alberto Scandone, un giovane fiorentino vicino a Testimonianze, la rivista fondata da padre Ernesto Balducci.
Rientrato in Italia, si poneva il problema dove collocare Turoldo, che per la sua forte personalità non andava a genio a tutti. Il 18 novembre 1960 giungeva presso il convento di Santa Maria della Scala, a Verona. Turoldo non stava fermo un minuto. Si allontanava ripetutamente dal convento per il consueto susseguirsi di conferenze. Il 19 gennaio 1961 i superiori dell’Ordine lo assegnavano al convento di Udine, come sede definitiva. Non lo sarà, perché Turoldo sceglierà dopo tre anni un’altra sede. Comunque durante i tre anni trascorsi ad Udine, David Maria Turoldo non si stancò mai di andare là dove era chiamato per tenere conferenze e predicazioni locali, nazionali e internazionali. Tante comunità religiose facevano a gara per averlo tra loro. Udine rappresentò per Turoldo il ritorno alla propria terra e l’occasione per valorizzare la lingua, le tradizioni, la cultura, la vita materiale del popolo friulano.
Il soggiorno in terra friulana lo motivò a scrivere un racconto inedito, “Io non ero un fanciullo”, utilizzato dal regista Vito Pandolfi per il film Gli ultimi. La povertà contadina del vecchio Friuli, narrata da Ermanno Olmi nel film L’albero degli zoccoli si scontrava con la nuova realtà di un Friuli che non voleva sentir parlare di povertà, incamminato com’era verso l’industrializzazione. Il film non ebbe nessun successo, anzi molti friulani se la presero a male perché il loro Friuli non era più né quello di Ermanno Olmi, né quello di David Maria Turoldo. Anche la sistemazione presso il convento di Udine dura poco. Turoldo andava maturando l’idea di fermarsi da qualche parte. La visita fatta al paese natale di papa Giovanni XXIII, Sotto il monte, lo portava a scoprire una vecchia abazia, quella di Sant’Ilario a Fontanella, frazione di Sotto il Monte. Iniziava così l’ultimo periodo di vita, ben ventotto anni, dal 1964 al 1992, per il Servo di Maria, quello bergamasco.
L’approdo alla casa di Emmaus
La sistemazione definitiva di David Maria Turoldo nella vecchia abazia di Sant’Ilario a Fntanella, frazione di Sotto il Monte, fu possibile grazie cooperazione tra il priore veneto dell’Ordine dei Servi di Maria, padre Andrea Cecchin e il vescovo di Bergamo, Clemente Gaddi. Nata l’associazione Amici della Casa di Emmaus, e trovato un altro frate, collaboratore di David Maria Turoldo, nella persona di Lorenzo Boratto, anch’egli Servo di Maria, appena ritornato dal Messico, Turoldo veniva designato “direttore spirituale” della neonata associazione. Le finalità spirituali erano “indicate nella pagina del Vangelo di Emmaus”. Erano da realizzare attraverso lo studio – “cercare insieme a mezzo delle Scritture, Dio e la Chiesa”, l’ospitalità – “Chiunque, credente o no, senta il bisogno di questa ricerca”, la preghiera – “per celebrare insieme il mistero della presenza di Cristo”. Veniva inoltre precisato che nei locali dell’abbazia erano predisposte “celle per gli ospiti e sala dell’Agape” e “una biblioteca a carattere soprattutto ecumenico” e che le attività promosse, gli incontri, le conferenze, l’attività di studio, l’azione liturgica costituivano il “Centro di studi ecumenici Giovanni XXIII” (Ibidem, pag. 281).
La Casa di Emmaus in località Fontanella, frazione di Sotto il Monte, andava ad aggiungersi ad altri centri di spiritualità, nati contemporaneamente o dopo alla sua nascita. L’8 dicembre 1965, proprio nel giorno della chiusura del Concilio Vaticano II, nasceva la Fraternità ecumenica di Bose. Padre Giovanni Vannucci avrebbe dato vita nel giugno 1967, assieme ad altri giovani frati, presso l’eremo di San Pietro alle Stinche, a metà strada tra Firenze e Siena, un centro a vocazione marcatamente contemplativa, anch’esso dedito ad un’accoglienza “senza confini e all’approfondimento dei testi sacri”. Nel 1965, Carlo Carretto, apre La Fraternità dei Piccoli Fratelli del Vangelo, a Spello, in provincia di Perugia, nel vecchio convento francescano di San Girolamo, vicino al cimitero. Fuori d’Italia, da Sotto il Monte si coltivarono relazioni con i monaci catalani di Monserrat, che nel 1965 fondavano la comunità di St. Michel de Cuixa, nei Pirenei orientali, per farne un centro internazionale di incontri e di studi ecumenici; con un piccolo gruppo di monache benedettine di rito bizantino, che formavano la comunità di Cureglia, nel Canton Ticino. Turoldo e gli amici del Centro studi ecumenici Giovanni XXIII prendono contatti e stringono amicizia con altre figure di primo piano a livello europeo: Gunnel Vallquist, svedese, scrittrice e traduttrice cattolica, conosciuta da Turoldo negli anni fiorentini, Beryl Eeman, collaboratrice del Patriarcato ecumenico al Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, Pierre Michalon, Orjan Ekman, Eva Alexanderson, tutte personalità in cerca di una nuova dimensione religiosa, fuori dai canoni obsoleti del passato.
David Maria Turoldo si serve dell’amico fraterno padre Abramo Levi, della segretaria e collaboratrice Pina Crippa, di Giuseppe Rocco per risolvere tutti i problemi amministrativi relativi alla gestione della Casa. A questi si univano altri religiosi dell’Ordine e grazie alla collaborazione di tutti nascevano nella tipografia del convento: Letture ecumeniche, piccoli fascicoli che riproducevano i documenti conciliari, i Quaderni di ricerca, che con i suoi volumi di approfondimento teologico sarebbe diventata la collana più impegnativa della casa editrice. In breve, Fontanella diventava meta settimanale di centinaia di persone. Arrivavano: Scout, parrocchie, istituzioni sociali e politiche, la DC, ACLI, CISL, sindaci della regione, ma anche comunità e gruppi spontanei. Arrivavano poi: mons. Capovilla, già segretario di Papa Giovanni XXIII, Carlo Manziana, vescovo di Crema, don Luigi Rosadoni, don Divo Barsotti, Carlo Carretto, Arturo Carlo Jemolo, Pasquale Saraceno, i Pirelli da Milano, i fiorentini Balducci, Gozzini, Meucci.
Dal maggio 1964 inizia per David Maria Turoldo l’avventura televisiva. Partecipa alla rubrica Tempo dello Spirito, di cui fu l’iniziatore e animatore. I dirigenti della RAI, Ettore Bernabei, Angelo Romanò, Mario Motta stravedevano per Turoldo. Tutte le conversazioni, tenute nella prima rubrica, pubblicate dal neonato editore Pietro Gribaudi, sono particolarmente importanti per ricostruire, ripercorrere i temi e i toni della predicazione turoldiana. Turoldo stesso metteva mano e pubblicava un nuovo testo teatrale Salmodia della speranza, particolarmente apprezzato nei luoghi dove venne rappresentato. Commentò il film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, e rispondeva al priore generale dell’Ordine che lo aveva rimproverata per aver quasi preso le difese del regista tanto chiacchierato. Turoldo, a stretto giro di posta, gli rispondeva che quanto aveva scritto, l’aveva scritto, tenendo in mano l’enciclica “Ecclesiam suam” di Paolo VI.
David Maria Turoldo, si presenta in quegli anni, come il banditore del Concilio Vaticano II, con i temi allora dibattuti: l’ecumenismo, il rinnovamento della Chiesa, il rapporto tra Chiesa e storia, il ruolo del laicato, la Chiesa dei poveri, la pace. Grazie agli arrivi di nuovi padri, soprattutto con il contributo di padre Bernardino Zanella, nasceva una nuova rivista, esistente tuttora, “Servitium” nella quale venivano pubblicati tutti i lavori della comunità. L’Ordine dei Servi di Maria, sotto l’impulso della Comunità di Fontanella rinnova le proprie Costituzioni e offre i primi contributi in campo liturgico, nel quale David Maria Turoldo poteva esprimere “tutta la propria sensibilità per la valenza espressiva e simbolica della parola” (Ibidem, pag.302).
La contestazione del 1968 toccò anche il mondo cattolico diviso tra dissenso e profezia. David Maria Turoldo ed i suoi più stretti collaboratori scelsero il dialogo e la profezia. “La Casa di Emmaus fu uno dei centri più vivi del dibattito in corso. Padre David e i suoi confratelli, pur condividendo gran parte delle istanze riformiste e delle denunce avanzate in nome del Vangelo, non giunsero mai a sposare le posizioni di rottura, che nell’aspra polemica dialettica di quegli anni, portarono a costituire comunità cristiane di base, con nome riecheggiante coeve esperienze latino – americane, le quali, nel segno della fraternità e dell’antiautoritarismo, sceglievano la contrapposizioni, il rifiuto della funzione episcopale e prediligevano la rilettura sociale del messaggio cristiano” (Ibidem, pag. 309). David Maria Turoldo prese le distanze da don Enzo Mazzi, che in segno di protesta contro la Chiesa, rappresentata a Firenze dal Cardinale Ermenegildo Florit, aveva scelto la ribellione e aveva fondato la Comunità di base dell’Isolotto. Turoldo additava nell’unica Chiesa “la casa indiscussa e l’ancoraggio alla parola di Dio, per una maturazione nella fede più che mai irrinunciabile nella opacità del tempo” (pag. 311).
“Tra pietà e furore”. Gli anni Settanta di Turoldo
Raniero La Valle, rimosso nel 1969 dal giornale bolognese “L’Avvenire d’Italia”, nello stesso anno dava l’avvio di un nuovo periodico, “Lettere 69”, che diventerà “Lettre 71” due anni dopo. La nuova rivista divenne lo strumento dove David Maria Turoldo scriveva e faceva conoscere il proprio pensiero: “Per me la chiesa è ogni uomo, è tutta l’umanità nella misura in cui si apre alla parola di Dio, al Cristo che si fa carne, che diventa storia di salvezza nel mondo, al Cristo in quanto conosciuto (accettazione della rivelazione), o al Cristo in quanto valore misterioso che opera autonomamente nel mondo. Se ad essere rifiutata era una chiesa per secoli sospettosa dell’umano, diffidente della libertà e della verità dell’uomo, se ad essere rifiutati erano l’autoritarismo dogmatizzante, il razzismo spirituale, le strutture e gli apparati che sono a scapito della crescita umana, occorreva costituire la chiesa come umanità che realizza la vita del Signore, e perciò stesso che realizza le attese più profonde dell’umanità e perfino la speranza delle cose” (pp. 315 – 317). La rivista della Casa di Emmaus, Servitium era il mezzo usato per diffondere le proprie idee assieme a quelle degli amici di sempre De Piaz, Balducci, Gozzini, Meucci, Masina. Non vedeva affatto di buon occhio la rivista Com – Nuovi tempi, che era la voce dei Cristiani per il Socialismo. “Servitium” invece ospitava gli interventi di padre Giovanni Vannucci, Umberto Vivarelli, Abramo Levi, e molti laici che vivevano nella Casa di Emmaus. Si può dire senza ombra di dubbio che il periodico divenne la punta di diamante del cattolicesimo più vivo, aperto al dialogo con tutti, ai problemi del terzo mondo, al tema della pace e della collaborazione tra i popoli, mete e proposte veicolate dalla chiesa uscita rinnovata dal Concilio Vaticano II.
Turoldo poi entrava nelle case degli italiani attraverso la televisione e programmi radiofonici. Veniva conosciuto dal grande pubblico attraverso la rivista “Sette Giorni in Itala e nel mondo”, nata nel 1967, intelligente arena di dibattito politico – culturale di area cattolica; nel corso degli anni Settanta pubblicò i suoi articoli e per lunghi periodi sui quotidiani, come “Tempo”, settimanale di politica, informazione, lettura e arte, “Il Giorno”, “Corriere della Sera”, “La Domenica del Corriere”. Numerosi erano i suoi lettori che lo ribattezzarono con aggettivi, che, come dirà lui stesso, non ha mai sopportato, come prete moderno, scomodo, di sinistra; tre chiodi di una crocifissione non riuscita (pag. 324). Bersaglio delle sue polemiche e invettive era la “borghesia, che vedeva antitetica al cristianesimo e dunque l’impossibilità del matrimonio che si era consumato lungo i secoli tra la Chiesa e quella classe sociale” (pag. 327).
“Profeta, scriveva non è uno che annuncia il futuro, ma colui che denuncia il presente e ne ha pena. Forte e provocatoria è la poesia “Io voglio sapere”, pubblicata nella raccolta “Il sesto Angelo”, e fatta conoscere anche su “Sette Giorni”, lirica che precede di due anni il memorabile Io so di Pasolini, pubblicato sul “Corriere della Sera” nel novembre 1974, indizio di una vicinanza nel grido civile e morale che Turoldo avrebbe di lì a poco riconosciuto, celebrando la morte del regista” (pag. 329). In tutta la lunga permanenza nella Casa di Emmaus, Turoldo si spese come non pochi nella difesa della pace, allacciando rapporti con grandi movimenti pacifisti e personalità di assoluto livello internazionale. Grande fu il suo interesse per la giovane democrazia di Salvatore Allende in Cile; toccante fu il suo commento dopo la morte del presidente cileno in un articolo imperdibile, pubblicato su “Il Giorno” per la rubrica “Religione e Mondo Moderno”, curata da Giancarlo Zizola. “Il Cristianesimo ci deve aiutare”, era il titolo dell’articolo, pubblicato nel quotidiano Il Giorno, il 16 settembre 1973. Grande fu la sua vicinanza a mons. Elder Camara, al vescovo Oscar Romero, trucidato a San Salvador, mentre stava celebrando la messa, da un sicario degli squadroni della morte agli ordini del governo, ai “desaparecidos argentini”, travolti dal golpe militare del generale Jorge Rafael Videla.
Negli anni Settanta, padre David Maria Turoldo scendeva in polemica con Comunione e Liberazione, fondata da don Luigi Giussani, che l’aveva rilevata da Gioventù Studentesca. Nella nuova aggregazione cattolica, Turoldo ci vedeva il pericolo di un neo – integralismo cattolico, gli estremisti di centro. “Deprecava del movimento la carenza di senso storico che portava a ritenersi sopra e altro dalla storia e quindi a non cogliere il senso vero dell’incarnazione cristiana. Tutto un Cristo intimistico, avulso dalla realtà della storia e della cronaca, ibernato. Dimenticano il Vietnam, il Cile; dimenticano le bombe, il terrorismo fascista. Non si parla di sindacati, di problemi operai, di lotte di lavoro. S’ignora il contesto storico” (Ibidem, pag. 348).
Denso di riferimenti storici è il paragrafo dedicato alla morte di Pasolini, al terremoto di Gemona del Friuli del 1976, ed al caso Moro (pp.356 – 369). Turoldo e Pasolini si erano incontrati poche volte ma i due friulani si erano sempre stimati da lontano. Il terremoto del Friuli rinsaldò ancor di più il suo legame storico con la terra dalla quale proveniva. Il rapporto venne consolidato con una serie di iniziative da lui promosse, come il premio Nonino, istituito in difesa della civiltà contadina (pag. 365). Per la liberazione di Aldo Moro, sequestrato dalla Brigate Ross il 16 marzo 1978, Turoldo e De Piaz proposero che lo statista democristiano potesse essere liberato in cambio di tre ostaggi: il vescovo di Livorno, Alberto Ablondi, Clemente Riva, ausiliare di Roma, mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea. Il progetto venne bloccato dall’intervento deciso della Santa Sede. “Turoldo non si diede per vinto e, incassato il diniego, il 3 maggio, tentò d’interessare la Nunziatura apostolica attraverso l’intervento dell’allora segretario del Partito Socialista Bettino Craxi al quale telefonò egli stesso la notte del 4 maggio 1978” (pag. 367). Le Brigate Rosse, secondo la testimonianza succesiva di Adriana Faranda, non seppero nulla di questo tentativo messo in campo da Turoldo e De Piaz, il cui scopo era solo quello di liberare l’uomo Aldo Moro, non lo statista. Sconfortato da questa mal riuscita operazione, David Maria Turoldo si apprestava a vivere gli ultimi dieci anni della propria vita, dedicandosi alla traduzione dall’Ebraico antico i Salmi della Bibbia e a fare della liturgia il fulcro del proprio interesse, oltre a scrivere poesie, attività che lo ha sempre contraddistinto in diverse fasi del proprio impegno letterario.
La Fede e la poesia fino all’ultimo tempo
Negli anni della diaspora cattolica, molti cattolici impegnati si nutrirono ampiamente del magistero esercitato da centri di cultura religiosa posti sulle alture, come scriveva in un suo celebre articolo Raniero La Valle. “A Camaldoli, padre Benedetto Calati parlava del primato dell’amore nella vita religiosa. A Monteveglio si andava per incontrare il rigore evangelico di don Giuseppe Dossetti; alla Badia Fiesolana ci si imbatteva nella profezia politica di padre Ernesto Balducci; a Bose si apprendeva da Enzo Bianchi la sapienza della Parola. A Fontanella di Sotto il Monte, il paese di papa Giovanni, si trovava con i suoi Servi di Maria, padre David Maria Turoldo che presiedeva fiammeggianti liturgie, in cui si cantavano i Salmi che egli aveva tradotto in una lingua non morta e non volgare, canti di liberazione e di imminente speranza, come da nessun’altra parte si cantavano” (pag. 379). Tutti i canti venivano pubblicati e diffusi attraverso la rivista Servitium.
Di questo ultimo periodo, grande fu la vicinanza di David Maria Turoldo con il nuovo arcivescovo di Milano, poi Cardinale, Carlo Maria Martini, studioso come pochi della Sacra Scrittura, autore letto da migliaia di cattolici. L’incontro con mons. Gianfranco Ravasi, profondo biblista, fece il resto. “Come avrebbe rievocato lo stesso Ravasi, il sodalizio nacque intorno al 1984 – 1985 come una spece di consulenza originata dal desiderio di padre David, che non conosceva l’ebraico, di ritradurre nuovamente tutto il salterio. Questa consulenza di tipo letterario diventò ben presto una consonanza di tipo umano, che si concretizzava in un dialogo domenicale pomeridiano, con visite di Turoldo a Ravasi nella casa di famiglia a Osnago, non distante da Sotto il Monte” (pag. 402).
Non meno importante fu l’interessamento di David Maria Turoldo verso i fuoriusciti dalla lotta armata dei terribili anni di piombo (1970 – 1980 verso i quali si doveva pur trovare una via d’uscita. “In questo lavoro, il cardinale Carlo Maria Martini fu un punto di riferimento per alcuni ex terroristi, insieme ad altre personalità, mons. Antonio Riboldi, vescovo di Acerra, don Luigi Ciotti, il fondatore del Gruppo Abele, il direttore della Caritas romana don Luigi Di Liegro; tra i vicini a Turoldo, padre Ernesto Balducci, la cui fiducia nel recupero all’umanità di colpevoli di terribili crimini si alimentava delle possibilità inedite da lui intraviste nel progredire dell’essere umano” (pag.388). Turoldo incontrò personalmente Dario Fo, Franca Rame, Rossana Rossanda per una iniziativa del tutto nuova: Portare nelle carceri milanesi l’annuncio del Vangelo, supportato dalla Corsia Dei Servi del convento San Carlo di Milano: “Un’esperienza che mi fa tremare”, scriveva allora Turoldo. Gli ex brigatisti, pentiti, consegnarono in arcivescovado, nelle mani del cardinale Carlo Maria Martini tutte le armi in loro possesso. Si scriveva così, anche con l’aiuto dei Servi di Maria una pagina triste della storia d’Italia.
Non meno importante per Turoldo e per tutti i cattolici, che gravitavano nei centri di irradiazione religiosa, fu l’impegno per la pace, prendendo posizione contro l’installazione dei missili di Comiso, in Sicilia. “Le aperture di Michail Gorbaciov agli inizi degli anni Novanta apparvero a Turoldo tanto incoraggianti che egli volle scrivergli una lettera per esternargli la gioia che sia apparso un uomo come Lei in un momento in cui eravamo tutti tentati discoraggiamento” (pag. 395). Oggi non abbiamo più né un David Maria Turoldo, né un Michail Gorbaciov, ma cinque individui dalla personalità, spesso fuori controllo, che hanno in mano il destino del mondo. Dimitrij Medved, all’inizio dell’operazione militare speciale, iniziata dalla Russia con l’invasione dell’Ucraina, ha accusato Gorbaciov di essere stato proprio lui il colpevole della guerra. Lo diceva mentre Gorbaciov era ancora nella bara. Siamo messi davvero molto male. Non ci resta che sperare in tempi migliori” (NDR).
“Culmine del riconoscimento letterario di Turoldo sembrò – ma egli riservava altre sorprese – l’amplissima silloge del 1990 O sensi miei… Poesie 1948- 1988”, impreziosita dalle Note introduttive di Andrea Zanzotto e Luciano Erba, e da una Nota filologica di Giorgio Luzi” (pag. 411). “La fede e la poesia sono” i due grandi doni riconosciutigli da Carlo Bo nella presentazione della raccolta di poesie “Il Grande Male” del 1987, pubblicata da Arnoldo Mondadori. Altre grandi raccolte di poesie sono: Il dramma è Dio, Fabbri Editore, Anche Dio è infelice, Canti ultimi e Ultime Poesie (1991 – 1992).
Concludendo il lungo lavoro su David Maria Turoldo, la vita e la testimonianza del Servo di Maria, Mariangela Maraviglia scrive: “Non era stata una parola teologica, come quella dell’amico Ernesto Balducci, che al Novecento aveva donato prospettive di nuova ecclesiologia e di nuovo umanesimo. Attingendo – da non forte lettore, come diceva modestamente di sé – al patrimonio filosofico e teologico frequentato negli ambiti a lui consueti, il discorso scritto e orale del Servo di Maria si era proposto come una riflessione non sistematica, spesso come un fluire libero di pensieri, ora torrenziale ora incandescente, ora magmatico, ora folgorante, condotto – se scritto – con la penna frettolosa di chi è incalzato da ulteriori impellenti necessità. Nel torrente dei pensieri i suoi estimatori avevano colto raggi di luce e di quelli avevano nutrito le loro speranze e il loro agire” (pag. 420).
Curriculum Vitae
Mariangela Maraviglia, dottoressa di ricerca in Scienze religiose, si è occupata di personalità del cristianesimo contemporaneo; fa parte del comitato scientifico della Fondazione don Primo Mazzolari. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Semplicemente una che vive. Vita e opere di Adriana Zarri (Il Mulino, 2020, Don Primo Mazzolari. Con Dio e con il mondo, (Magnano, Qiqajon, 2010); per EDB, le curatele di Primo Mazzolari, La samaritana (2022), Il Natale (2016), Della fede (2013) (Quarta pagina di copertina del saggio di Mariangela Maraviglia, David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916 – 1992), Morcelliana, Brescia, 2025)
Raimondo Giustozzi