Questo articolo è tratto da MicroMega 4/2025 “Sulle macerie della democrazia”.
In una conferenza tenuta a Vienna nel 1967, dedicata al «nuovo radicalismo di destra», Theodor W. Adorno si interrogava sulle ragioni del repentino successo elettorale del Nationaldemokratische Partei Deutschlands (Npd), partito neonazista comparso alla metà di quel decennio. Il ritorno di un fantasma, in un paese ancora segnato dalla ferita del totalitarismo hitleriano, faceva dire al filosofo che «nonostante il loro crollo, le premesse dei movimenti fascisti continuano a sussistere sul piano sociale, se non anche su quello direttamente politico» 1. Tali premesse non includono solo gli aspetti di psicologia delle masse già analizzati nelle ricerche condotte dal gruppo da lui coordinato negli Stati Uniti sulla «personalità autoritaria» – pensiero stereotipato e attitudine settaria, subalternità al potere e sadismo verso soggetti identificati come inferiori, conformismo servile e ribellismo, assenza di autonomia… – ma anche processi strutturali, quali la «tendenza del capitale alla concentrazione» o «lo spettro della disoccupazione tecnologica», da cui consegue l’erosione della proprietà del ceto medio, e, per ampi strati sociali, il timore di «declassamento». In simili frangenti, per Adorno e altri autori della Scuola di Francoforte, anche l’indole degli individui si modifica in profondità.
Ripartire da analisi di oltre mezzo secolo fa, per comprendere l’ascesa odierna di movimenti e partiti di destra con tendenze autoritarie, in Europa, negli Stati Uniti e in molti paesi del mondo in cui vigono regimi formalmente democratici, può apparire storicamente improprio, come impropri risultano i parallelismi con gli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Resta tuttavia molto attuale, nei tentativi di spiegazione di questi fenomeni, lo sforzo di cogliere i nessi tra mutamenti strutturali della società, discorso politico e atteggiamenti dei singoli individui.
Il paradosso disturbante
Ciò appare di particolare importanza quando si intenda affrontare il paradosso più disturbante dell’attuale quadro politico: quello delle classi lavoratrici e dei ceti medi impoveriti che votano per la destra radicale populista, affidandosi alle promesse di uomini (e donne) “forti”, e dalle forti inclinazioni autoritarie, anche quando questi si mostrano protesi piuttosto a difendere gli interessi dei ricchi e super ricchi, che ad attuare misure redistributive o di protezione sociale per i meno abbienti. Beninteso, anche i ricchi e super ricchi votano a destra, ma ciò non sorprende. Obbligano invece a una riflessione risultati come quelli dell’ultima elezione presidenziale negli Stati Uniti, perché mostrano il consolidarsi di una tendenza chiara: Donald Trump vince (anche) tra i percettori di redditi medio-bassi, tra quelli che le spiegazioni prevalenti dell’ascesa dei populismi definiscono i left behind, i dimenticati.
Perché chi ha meno mira a farsi rappresentare da chi ha di più? Dietro questi comportamenti ci sono davvero motivazioni economiche, o prevalgono fattori culturali, quali la difesa di un’identità nazionale, razziale, religiosa, sessuale o di genere? E ancora, in che modo la percezione di declassamento, e il risentimento che ne deriva, trovano soddisfazione nell’azione politica di forze e individui che, pur vantando una speciale vicinanza alle persone comuni, al “popolo”, riproducono di fatto la logica di governo neoliberale dell’economia e della cosa pubblica?
Guardando alle politiche dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, per esempio, non si può non rilevare la tendenza a ridurre le protezioni sociali, il welfare universalistico e i servizi pubblici; ad alleggerire il carico fiscale per i redditi elevati; a dare priorità alle esigenze delle imprese su quelle di lavoratrici e lavoratori; a far prevalere la nozione neoliberale di “merito” sul principio di uguaglianza. Donald Trump, intanto, riduce le tasse ai ricchi mentre taglia il programma di assistenza sanitaria pubblica Medicaid e altre misure di sostegno alla povertà. Javier Milei in Argentina ha fatto della motosega contro la spesa pubblica il simbolo della sua politica anti-egualitaria. In Ungheria, il governo Orbán avanza forme di welfare paternalistico e autoritario, in assenza di interventi redistributivi, se non dal basso verso l’alto. Alternative für Deutschland, partito di destra nazionalista e nuovo protagonista della politica tedesca, combina nel suo programma l’idea di uno Stato forte con un approccio ordoliberale in economia.
Casi come quelli elencati, da un lato, mostrano il disallineamento tra le domande dei ceti impoveriti e le politiche della destra radicale populista; dall’altro, segnalano la combinazione possibile tra neoliberalismo e autoritarismo, tanto da indurre a parlare di una torsione autoritaria del neoliberalismo, o di «autoritarismo liberale» 2.
Economia o cultura?
Quanto contano, dunque, i fattori economici e quanto la politica identitaria nel determinare il consenso verso queste forze politiche? Autrici e autori critici del neoliberalismo, come Chantal Mouffe e Wolfgang Streeck, hanno visto nella crescita delle forze populiste seguita alla crisi economico-finanziaria del 2008, inclusa quella della destra populista radicale, una sfida al lungo dominio dell’ordine neoliberale. Inoltre, una delle tesi più influenti sulle ragioni che spiegano l’aumento di consenso verso simili forze politiche, quella dell’economista Dani Rodrik, legge il voto populista come la risposta elettorale a fattori quali la globalizzazione non controllata, l’aumento delle disuguaglianze, l’impoverimento relativo di settori della popolazione 3.
La reazione populista può assumere due forme principali: quella di destra, che fa leva sull’identità nazionale, etnica, religiosa, culturale; oppure quella di sinistra, che mobilita soprattutto il conflitto tra classi di reddito inferiore ed élite economico-finanziarie. Secondo Rodrik, questo dipende principalmente dalle «narrazioni» impiegate da leader e partiti per mobilitare il malcontento, ovvero dal tipo di catene causali che vengono costruite dai populismi nel loro discorso: cosa è accaduto, perché, di chi è la responsabilità.
Nel caso del populismo della destra identitaria, quello che avverrebbe insomma è la traduzione culturale di conflitti economici: «Anche quando lo shock di base è fondamentalmente economico, le manifestazioni politiche possono essere culturali e nativiste. Quello che può sembrare un contraccolpo razzista o xenofobo può avere le sue radici in ansie e sconvolgimenti economici» 4. La politica dell’identità sarebbe, in questa lettura, il rifugio dei “perdenti” della globalizzazione, la cui domanda di protezione sociale si esprime, anziché nel lessico delle rivendicazioni economiche, in quello della contrapposizione culturale tra un “noi” e un “loro”, fondamentalmente per via dell’impatto avverso delle migrazioni, abilmente sfruttato dalle forze populiste.
Altre autrici e autori, come Pippa Norris e Ronald Inglehart, esprimono scetticismo verso la spiegazione economica della domanda di populismo, che non riuscirebbe a dar conto, per esempio, della crescita di queste forze politiche in alcuni dei paesi più egualitari e con i migliori livelli di protezione sociale in Europa, come la Svezia o la Danimarca. Cruciale sarebbe invece, nella loro visione, il cultural backlash, cioè il contraccolpo culturale, la «reazione contro il cambiamento culturale di segno progressista» che a partire dagli anni Settanta ha portato le nuove generazioni ad abbracciare in politica temi quali il cosmopolitismo, il multiculturalismo, l’ambientalismo, i diritti umani, l’uguaglianza di genere, i diritti delle minoranze lgbtqi 5.
«Le reazioni a questi sviluppi», scrivono Inglehart e Norris, «hanno innescato un contraccolpo controrivoluzionario», specialmente negli uomini più anziani e meno istruiti, che «rifiutano attivamente la marea montante dei valori progressisti, provano risentimento per lo spodestamento delle norme familiari tradizionali e rappresentano un pool di sostenitori potenzialmente sensibili agli appelli populisti» 6. Si tratterebbe, insomma, di una reazione alla perdita di privilegio e di status da parte di gruppi che erano culturalmente dominanti in passato, e che ora si sentono «estranei ai valori predominanti nel proprio paese» 7. Da cui le battaglie contro il “gender”, il “woke”, la “cancel culture” o altri spauracchi della politica progressista.
Una simile tesi permette di mettere in discussione l’assunto per cui una domanda di giustizia sociale, nata dall’insicurezza economica, si rivolge all’indirizzo sbagliato per una sorta di inganno, o di «falsa coscienza» degli elettori. Invita a considerare l’ipotesi che un fattore cruciale sia la diffusione di un orientamento soggettivo non emancipatorio e antiegualitario. Ma da dove ha origine questo orientamento? Per rispondere, bisogna comprendere il modo articolato in cui l’ascesa del populismo di destra si lega alla vicenda storica del neoliberalismo.
Un Giano bifronte
Come afferma Colin Crouch, quella di cui osserviamo la crescita è una forma di conservatorismo che «non offre sicurezza attraverso la redistribuzione della ricchezza ma mediante l’affermazione di valori tradizionali, vecchie certezze e la gestione del potere da parte di governanti ammirati» 8. La destra populista radicale, che pure deve il suo consenso agli effetti economici e sociali della globalizzazione, offre in risposta al disagio una politica dell’identità, che non incrina l’ordine economico neoliberale.
Si può compiere però un passo ulteriore e affermare che esista, anziché un’opposizione, un rapporto di affinità tra questi apparenti contrari, tra il populismo della destra identitaria e il neoliberalismo. I tratti che li uniscono sono numerosi, e includono: la visione duale della società, che per il populismo è divisa in popolo ed élite o in “noi” e “altri”, mentre per il neoliberalismo è fatta di mercato e non-mercato (lo Stato, la burocrazia, la pianificazione economica); l’appello diretto, “disintermediato”, agli individui e ai settori sociali non organizzati della società, con delegittimazione dei corpi intermedi (sindacati, parti sociali e partiti politici); il favore verso l’azione di esecutivi forti, non limitati dal potere di parlamenti e partiti.
Il neoliberalismo di Friedrich von Hayek, Milton Friedman e degli ordoliberali tedeschi, inoltre, vede i mercati come sempre incorporati in particolari istituzioni e strutture sociali e culturali, attribuendo per questo valore alle identità collettive. Come già notava Stuart Hall, gli artefici politici della svolta neoliberale degli anni Ottanta, Margaret Thatcher e Ronald Reagan, hanno combinato temi come la nazione, la famiglia, l’autorità, la tradizione, con le forme più aggressive di interesse privato, individualismo competitivo, antistatalismo 9.
Di contro, l’avversione dei teorici neoliberali nei riguardi dell’intervento dello Stato nella società sembrerebbe inconciliabile con alcune manifestazioni contemporanee del populismo di destra, che tendono invece a rafforzarne il ruolo, anche mettendo in atto torsioni di tipo autoritario. E tuttavia, lo stesso Hayek non vedeva contraddizione tra libero mercato e autocrazia, tanto da esprimere favore, negli anni Settanta, per il regime di Pinochet in Cile. C’è del resto, come ricorda Alain Supiot, un tratto «totalitario» anche nel regime del «Mercato totale», che ignora ogni limite ed è indifferente alle conseguenze 10.
L’idea che il populismo, in particolare nella versione conservatrice della destra radicale, rappresenti una sfida al neoliberalismo sembra dunque per molti aspetti un’esagerazione. Non solo per via delle contraddizioni rilevabili nell’effettiva azione di governo, ma anche per la risonanza di argomenti e logiche del discorso politico tra i due fenomeni. Più che di una sfida al neoliberalismo in sé, si può parlare di una reazione alla variante liberal, progressista, del neoliberalismo. Contro la libera circolazione del lavoro, non quella del capitale. Contro i valori globalisti, e gli approcci alla diversità basati sui diritti civili e le libertà individuali, non contro la liberalizzazione dei mercati e la privatizzazione dello Stato.
Ritengo per questo che dobbiamo guardare alla destra populista radicale come a un Giano bifronte: un progetto politico che, da un lato, si alimenta degli effetti distruttivi prodotti dal neoliberalismo in campo economico, sociale e politico, mentre ne perpetua la logica essenziale, spingendo sull’individualismo competitivo e spesso su politiche a vantaggio dei più ricchi; e, dall’altro, fa appello ai valori familiari, al nativismo, alla religione, alle politiche di law and order, per rafforzare le gerarchie sociali. La visione che sostiene questo progetto si può descrivere come una forma di conservatorismo che, da un lato, esprime una continuità con i valori della società neoliberale, dall’altro difende apertamente diseguaglianze presunte “naturali” in nome della difesa di identità collettive.
Il demos disfatto
Parlare di una connessione non occasionale tra neoliberalismo e populismo conservatore significa intendere il neoliberalismo come un progetto che non è riducibile solo a un insieme di politiche per comprimere lo Stato sociale, privatizzare i servizi, deregolamentare i flussi di capitali e merci, e distruggere le protezioni sul lavoro; sebbene questi obiettivi siano una parte essenziale delle riforme che, da Ronald Reagan e Margaret Thatcher in poi, hanno condizionato l’economia mondiale. Bisogna pensare a una razionalità, nel senso proposto da Michel Foucault nelle sue lezioni sulla nascita della biopolitica: una razionalità capace di plasmare i soggetti, governare la sfera sociale e orientare la politica.
La razionalità neoliberale, scrive Wendy Brown nel suo Undoing the demos, plasma le persone e gli Stati, la cultura e il diritto, sul modello dell’impresa, cioè secondo i dettami dell’autoimprenditorialità e dell’attrazione di investimenti, con importanti conseguenze non solo economiche ma anche sociali e politiche. Quando gli individui sono trasformati in «capitali umani», la competizione diventa la principale modalità della loro interazione reciproca, mentre viene meno ogni preoccupazione per l’uguaglianza, e la possibilità stessa del demos democratico. Un effetto importante della neoliberalizzazione è «la sconfitta del già anemico Homo politicus della democrazia liberale, una sconfitta con enormi conseguenze per le istituzioni, le culture e gli immaginari democratici» 11.
Tra le conseguenze c’è la crescita di forze ferocemente antidemocratiche nel secondo decennio di questo secolo. Il neoliberalismo, sostiene Brown, ha preparato il terreno per la mobilitazione e la legittimazione di queste forze, non solo attraverso la produzione di crescenti diseguaglianze economiche, o per l’effetto indesiderato di fenomeni quali le migrazioni di massa dal Sud al Nord globale. Altrettanto importante, e normalmente trascurata, è l’azione di fattori quali «la disintegrazione della società», il «discredito del bene pubblico», la svalutazione del «politico», l’«attacco all’uguaglianza» e «la mobilitazione di valori tradizionali» 12.
Individualismo autoritario
Così si può arrivare a comprendere l’apparente paradosso, da cui sono partita, delle classi lavoratrici e del ceto medio impoverito che manifestano un consenso crescente verso forze politiche con tendenze autoritarie e insieme sostenitrici di ordine economico e politico che accentua, anziché ridurre, le diseguaglianze. Al fondo, si trova la perdita di fiducia nella democrazia.
Lo sostiene Gary Gerstle, autore di Ascesa e declino dell’ordine neoliberale (2024), in una lezione tenuta all’Università di Harvard dopo l’insediamento di Donald Trump e intitolata “America’s Authoritarian Turn”, in cui si interroga sulle radici della domanda di risoluzioni di carattere autoritario alle crisi economiche e sociali 13. Lo storico evidenzia il nesso tra il discredito in cui è caduta la democrazia nelle opinioni di cittadini e cittadine statunitensi – ciò che rivelano gli istituti di ricerca –, la difesa del «privilegio bianco» come risposta al declino economico, e l’avversione verso risposte politiche contrassegnate dal proposito di ridurre le diseguaglianze, come può essere descritto almeno in parte il progetto politico del presidente Biden.
Ciò significa che le maggioranze nazionali, razziali, sessuali, religiose, dinnanzi alla minaccia di perdita di status, finiscono per far propri i nemici delle élite, cioè i fautori di progetti redistributivi, e per volgere la propria aggressività verso coloro che si trovano ancora più in basso nella scala sociale, anziché contro le stesse élite che si avvantaggiano delle politiche anti-redistributive. Lo aveva intuito già Adorno quando parlava di «strati sociali» minacciati dal declassamento che «dal punto di vista della coscienza di classe soggettiva risultano del tutto borghesi», che «intendono mantenere i loro privilegi e il loro status sociale e, ove possibile, rafforzarli», e che «hanno sempre la tendenza a odiare il socialismo», cioè «danno la colpa del proprio declassamento potenziale non agli apparati che lo producono, ma a coloro che si sono contrapposti in chiave critica al sistema nel quale avevano potuto godere di quello status» 14.
È chiaro, altresì, che la politica dell’identità della destra radicale populista cresce e si sostiene non tanto su forti identificazioni collettive, quanto su una riduzione radicalmente individualista della società, quale quella prodotta dalla dottrina del «Mercato totale». Nonostante le figure leader di questa destra prendano a bersaglio quelli che sono additati come prodotti dell’individualismo democratico-liberale – i diritti universali, l’uguaglianza di genere, il rispetto delle minoranze –, in realtà non superano, ma anzi esaltano, l’individualismo libertario che ha rappresentato l’ethos del neoliberalismo, cioè il prevalere dell’ideologia del “me ne frego” sui valori dell’uguaglianza democratica.
Come nota Marco Revelli, il populismo «non supera l’individualizzazione radicale operata dal paradigma dominante per raggiungere una nuova capacità di pratiche comuni ma s’innesta su quel processo mobilitando l’individuo assunto nella sua solitudine sociale ed esistenziale, facendo della precedente macchina desiderante una sorta di soggetto rivendicante, con tutta la sua carica di rancore, frustrazione, rabbia e invidia sociale». Il forgotten man, l’uomo dimenticato, messo al margine, non pretende ascolto, non cerca una partecipazione a cui ha smesso di credere, ma pretende «risarcimento per mezzo del sacrificio altrui. Il riscatto dalla propria condizione di vittima attraverso la produzione di una vittima “altra” da lui da parte di una pubblica autorità» 15.
Ecco perché possiamo parlare di individualismo autoritario, cioè di una forma di individualismo che, da un lato, esprime una continuità con i valori della società neoliberale, dall’altra difende apertamente un ordine diseguale, d’impronta gerarchica e tradizionale, tanto nelle relazioni pubbliche quanto in ambito privato e familiare. È precisamente perché fa leva sull’Io, sulla singolarità irriducibile (e rancorosa) di questo pronome, che il nuovo autoritarismo può mobilitare sentimenti d’odio verso determinate categorie di diversi e di nemici. E quella che appare come la vittoria di una visione olistica, della totalità, contro le pretese dell’individuo, non è in realtà che l’affermarsi delle pretese individuali di coloro che formano una parte della collettività, contro tutte le altre.
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1 Theodor W. Adorno, Aspetti del nuovo radicalismo di destra, Marsilio, 2020, p. 14.
2 Gianvito Brindisi, Antonio Tucci, “Authoritarian Liberalisms”, Soft Power. Revista euro-americana de teoría e historia de la política y del derecho, vol. 11, n. 1, 2024.
3 Dani Rodrik, “Populism and the Economics of Globalization”, Journal of International Business Policy, 1, 2018.
4 Ibidem.
5 Ronald Inglehart, Pippa Norris, “Trump, Brexit, and the Rise of Populism: Economic Have-Nots and Cultural Backlash”, Harvard Kennedy School Faculty Research Working Paper Series, 2016.
6 Ibidem.
7 Ibidem.
8 Colin Crouch, Identità perdute. Globalizzazione e nazionalismo [2018], Laterza, 2019, p. 68.
9 Stuart Hall, The Hard Road to Renewal, Verso, 1988.
10 Alan Supiot, La sovranità del limite. Giustizia, lavoro e ambiente nell’orizzonte della mondializzazione, Mimesis, 2020.
11 Wendy Brown, Undoing the demos: Neoliberalism’s stealth revolution, Zone Books, 2015, p. 35
12 Id., In the ruins of Neoliberalism: The rise of antidemocratic politics in the West, Columbia University Press, 2019, p. 7.
13 Gary Gerstle, “America’s Authoritarian Turn”, Julia S. Phelps Annual Lecture in the Arts and Humanities, Università di Harvard, 3 marzo 2025.
14 Theodor W. Adorno, op. cit., p. 14.
15 Marco Revelli, La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite, Einaudi, 2019.