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Rifugiati climatici e sommersione delle isole: il recente caso di Panama

 

gardi-sugdub-panama-isoladi Valerio Calzolaio

Circa 300 famiglie dell’etnia guna qualche settimana fa sono state costrette a lasciare residenzialmente per sempre Cartí Sugtupu, scritto anche Gardi Sugdub, una piccola isola al largo di Panama. Il mare sta mangiando la terra sotto le loro case. A poco a poco hanno preso le cose più importanti che hanno accompagnato la loro vita, non gli odori, i colori i paesaggi gli umori, e sono andati via, ad abitare edifici nuovi di zecca, che ancora non hanno nulla di vissuto. Sarebbe un trauma per ognuno di noi residenti ovunque ci si trovi qualunque sia il tempo in cui ci si è preparati.

 

Il livello del mare non dà scampo, si alza sempre di più, prima o poi inonderà tutto, ogni costa bassa, sabbiosa o rocciosa che sia. Non riguarda solo terreferme lontane, più o meno insulari, potrà accadere anche dalle nostre parti, ormai ne siamo consapevoli. E saremo o saranno decine di milioni i profughi climatici. La questione è complessa e le definizioni dipendono dalle discipline, più o meno giuridiche, più o meno quantitative, più o meno paleostoriche. Nel 2010 vi scrissi sopra un libretto precursore (Ecoprofughi), suggerendo di sottolineare la costante presenza di migrazioni forzate animali per clima e competizioni nei milioni di secoli trascorsi; di comprendere la grande novità umana della stanzialità lentamente progressivamente contraddittoriamente scelta dalla maggioranza degli individui della residua specie Homo nel corso di tanti millenni dopo l’inizio del Neolitico; di distinguere gli impatti dei cambiamenti climatici acclarati come antropici in sede Onu e gli impatti di altri inquinamenti ambientali antropici; di non assimilare gli effetti dei cambiamenti climatici repentini (fughe quasi senza margini di libertà) a quelli più lenti (adattamenti migratori con qualche margine di scelta); di valutare con opportuna diversità gli eventi climatici e gli eventi geomorfologici; di considerare  che chi fugge (quando sopravvive) si ferma il più vicino possibile a dove stava, quasi sempre non supera confini nazionali (utili aggiornamenti escono di continuo). Limitandosi a quell’area insulare nel nuovo millennio, la popolazione di Gardi Sugdub è solo la prima delle 63 comunità lungo le coste caraibiche e del Pacifico di Panama che funzionari governativi e scienziati si aspettano saranno costretti a trasferirsi a causa dell’innalzamento del livello del mare già nel prossimo decennio. Del resto, da un ventennio se ne discute e si negozia in tante piccole isole Stato nell’Oceano Pacifico (anche con accordi bilaterali internazionali, per esempio nel caso Di Tuvalu); lo scorso anno, i residenti di una piccola comunità costiera del Messico si sono trasferiti nell’entroterra dopo che le tempeste hanno continuato a portare letteralmente via le case; altrettanto viene previsto in varie città costruite sui mari di tutto il mondo; una questione per certi versi simile andrà affrontata anche nelle città lagunari mediterranee come Venezia e in alcune comunità costiere dell’insulare Nuova Zelanda.

 

Per ora, a Panama il progetto di ricollocazione vedrà le persone trasferite in un nuovo sito costituito da case di cemento situate su una griglia di strade asfaltate. Sono solo otto minuti di barca dall’idilliaca isola alla terraferma, ma per alcuni di coloro che si trasferiscono, è come se si stessero lasciando dietro di sé in modo irreversibile gran parte della precedente esistenza. Si capisce. Da tanto tempo se ne era iniziato a parlare e oltre un anno fa il percorso era già stato definito come forzato e inevitabile. A fine maggio 2023 il governo panamense aveva istituzionalmente avviato il ricollocamento di circa 1.350 residenti sull’isola Gardi Sugdub, una delle 365 isole dell’arcipelago della comunità indigena di Guna Yala, che stava già subendo continue inondazioni a causa dell’innalzamento del livello del mare.

 

L’isoletta della emigrazione forzata è piccolissima: 0,037 km2 o 0,014 miglia quadrate. I suoi 1.300 abitanti complessivi risultano tutti indigeni del popolo guna. Una parte di questi nativi del litorale settentrionale di Panama si rifugiarono là per sfuggire a schiavitù, abusi e malattie importate, dopo la Scoperta-Conquista, quando gli europei invasero l’Istmo centramericano. E in questo frammento di un arcipelago di 350 isolette di fronte a Gunayala, la costa dei guna, per secoli sono riusciti a difendere la propria autonomia e un peculiare stile di vita. Fino a ora. La nuova minaccia non viene dall’esterno bensì da quello stesso oceano che per secoli ha alimentato i guna: non a caso Gardi Sugdub vuol dire “isola del granchio”. Da alleato, ora, l’Atlantico è diventato avversario. Colpa del riscaldamento globale che provoca la sommersione delle terre che galleggiano a pelo d’acqua. Gardi Sugdub è una di queste: solo il suo cuore centrale ha un’altezza che sfiora a malapena il metro.

 

Anche stando alle previsioni più ottimistiche dell’Intergovernamental Panel on Climate Change (Ipcc), secondo i dati del ministero dell’Ambiente di Panama, entro il 2050 questo tratto di Mar dei Caraibi crescerà di 0,27 metri. Ormai già bambine e bambini non hanno luoghi dove giocare, non c’è posto per costruire altre case per i giovani che si sposano, manca lo spazio per vivere e socializzare. Il rapporto-inchiesta appena pubblicato da Human Rights Watch (Hrw) segnala come fin dall’inizio degli anni Novanta un Comitato di “vicini” ha guidato la comunità verso una scelta dolorosa quanto inevitabile: il ricollocamento. Le generazioni più anziane hanno pensato a quelle dei loro figli, pur sapendo che sarebbe stato difficile continuare a vivere comunitariamente di pesca, turismo e produzione di manioca e banane.

 

La svolta pratica giunse nel 2010 quando, anche grazie all’aiuto dell’Ong svizzera Dispacement solutions, i residenti hanno individuato e ripulito sulla terraferma di Gunayala un luogo adatto, donato loro da altri nativi guna. Negli anni successivi, grazie a un accordo con il governo, quest’ultimo si è impegnato a costruire un ospedale, una scuola e 300 abitazioni e a fornire le infrastrutture di base (acqua potabile, sistema fognario, rete elettrica) per favorire il trasferimento. Isperyala, la valle dei nespoli, così si chiama la “nuova residenza” sarebbe dovuta essere inaugurata un decennio fa, ma la clinica e l’edificio scolastico dovevano essere attivi dal 2014, i ritardi sono cresciuti e così siamo arrivati alla primavera 2024.

 

Nel frattempo, il mare ha continuato a occupare brandelli di Gardi Sugdub. La scuola locale, con 653 studenti, è al massimo della propria capacità (doppi turni); mancano postazioni regolari; in caso di forti venti o piogge le lezioni vengono sospese per il rischio di inondazioni; le famiglie estese condividono le stesse dimore, spesso gli spazi vengono divisi con una tenda. Le malattie si propagano velocemente (soprattutto è stato così con il Covid e poi con la tubercolosi). Il mare salato s’infiltra nei tubi idrici, rendendo l’acqua non potabile. Solo al largo della costa nord di Panama sono 38 le isolette, con una popolazione totale di venti mila persone, che rischiano di dovere traslocare. Per tutti, Gardi Sugdub può essere una sperimentazione “sulla pelle”, forse un modello.

 

I piani per evacuare i guna risalgono a 10 anni fa, ma hanno dovuto scontare rinvii e ritardi. Nel settembre 2023 la situazione è precipitata: l’isola che ormai era ridotta a una superficie grande quanto 5 campi da calcio. Si ritiene che Gardi Sugdub verrà interamente inghiottita dal mare prima del 2050 e ogni stagione delle piogge peggiora la situazione. Anche se la maggioranza dei guna sembravano favorevoli ad andarsene da un’isola in pericolo per trasferirsi in case più salubri e sicure, il loro trasferimento si è rivelato molto lento e impegnativo, viene effettuato gradualmente su imbarcazioni messe a disposizione dalle autorità, richiede “adattamento” culturale e biologico. I profughi climatici hanno così ora cominciato a trasferirsi nell’urbanizzazione di Nuevo Cartí, un villaggio “inedito” di piccole case unifamiliari alimentato da pannelli solari e finanziato dal governo.

 

Nuevo Cartí è stato pensato per disporre di spazi comunitari progettati per preservare i rituali del popolo guna, come la Casa de la Chicha che serve da luogo di iniziazione femminile dopo l’arrivo delle prime mestruazioni e El Congreso per le riunioni comunitarie, garantendo un collegamento (turismo, commercio, attività agricole) con le altre aree urbane attraverso una strada in disuso della regione di Kuna Yala. Il trasferimento delle famiglie indigene è stato via via gestito in coordinamento da diversi enti governativi. Il nuovo insediamento si estende su 22 ettari sulla terraferma, a 15 minuti di barca dall’isola. Certo, questo a Panama potrebbe essere solo il primo di una serie di esodi climatici; molte delle isole di Guna Yala rischiano di scomparire sott’acqua. Le quarantanove isole abitate si trovano solo tra 50 centimetri e un metro sopra il livello del mare e lo Smithsonian Tropical Research Institute che ha sede proprio a Panama, conferma che “quasi tutte le isole saranno abbandonate entro la fine di questo secolo”. Alcune delle isole più basse già vengono allagate ogni mese durante l’alta marea.

 

Per nostra consapevolezza: siamo solo all’inizio del fenomeno delle migrazioni forzate per l’innalzamento del mare causato dai cambiamenti climatici antropici globali. Ancora lontano dalle coste europee, ancora circoscritto nella quantità di sapiens coinvolti. I periodici pluriennali rapporti Ipcc e le periodiche annuali Conferenze delle Parti della Convenzione Onu confermano che interesserà tutti gli oceani e i mari del pianeta, in vario modo, e che saranno progressivamente centinaia di milioni i concittadini coinvolti attualmente residenti in aree costiere. Proprio per avere migrazioni forzate sicure e sane, non conflittuali e con qualche margine di libertà, occorre un patto globale specifico, una sorta di protocollo aggiuntivo ai due Global Compact dell’Onu già in vigore per migrazioni ordinate e per assistenza ai rifugiati.

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