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Libri. Federico Rampini, I Cantieri della Storia Ripartire, ricostruire, rinascere.

i cantieri della storiadi Raimondo Giustozzi

La collana di libri sulla Geopolitica, capire gli equilibri del mondo, pubblicata dal Corriere della Sera su licenza Mondadori S.p.A. Milano, si arricchisce del nono volume: I cantieri della storia di Federico Rampini, edito nella prima edizione Strade blu nell’ottobre 2020, sempre per Mondadori Libri. Non c’è niente di più prezioso che leggere il prezioso volume mentre infuria ancora la guerra in Ucraina, conflitto aperto dalla Federazione Russa con la dicitura Operazione Militare Speciale ma di fatto un conflitto che sta distruggendo città intere e provocando anche di qui a breve una grande emergenza alimentare mondiale, come vanno denunciando le organizzazioni internazionali.

Un cantiere in senso lato è un qualsiasi luogo dove si lavora per la costruzione di un’opera di ingegneria civile o di un fabbricato” (Definizione da Internet). Nella Storia, il termine assume il significato di ricostruzione, ripartenza, rinascita, in senso materiale ma anche umano, sociale, spirituale, geopolitico. L’autore del libro esamina sette ricostruzioni alle quali hanno messo mano nel passato quanti si trovarono davanti ad alcune crisi epocali.

Il primo grande cantiere della storia e quello della caduta dell’impero romano (476 d.C.), che aveva rappresentato per cinquecento anni stabilità e ordine. E’ il primo capitolo del libro: La caduta, il Rinascimento, i monaci. Altri tre capitoli, secondo, terzo e quarto sono dedicati a tre diversi cantieri della storia americana: Schiavismo (secondo capitolo), La Grande Depressione e il New Deal (terzo capitolo), Il Piano Marshall (quarto capitolo). La Francia dopo il disonore è il quinto cantiere della storia. La ricostruzione del Giappone: Miracoli d’Oriente, incompreso Giappone è il sesto capitolo del libro e sesto cantiere. L’ultimo capitolo e ultimo cantiere della storia è quello dedicato alla Cina dopo il massacro di Tienanmen.

Un cantiere del tutto nuovo, gravido di conseguenze per tutti, è quello che si è aperto con la guerra, ancora in corso, scatenata dalla Federazione Russa contro l’Ucraina. Scrive Federico Rampini nella prefazione del libro: “Tra i cantieri da aprire in futuro vorrei includere un’Europa meno ingenua, capace di garantire la sicurezza dei propri popoli, la ricostruzione dell’Ucraina, la rifondazione della Russia su basi sane, che ispirino fiducia ai suoi vicini” (F. Rampini. Prefazione, ibidem, pag. 7). C’è sempre un dopo guerra. Anzi, anche con la guerra in corso e affatto sicuri di vincere contro Hitler, Hiroito e Mussolini, nella conferenza di Bretton Woods, nel 1944, il presidente Franklin Roosevelt e la classe dirigente americana cominciarono a disegnare il nuovo ordine mondiale. Così è anche per l’Ucraina. Spingere lo sguardo oltre l’orizzonte più lontano può aiutarci anche a sopportare le tragedie del presente. Di fronte alla minaccia di Putin che non ha esitato di minacciare l’uso dell’arma nucleare, diventa meno utopistico costruire una difesa comune europea, in collaborazione con la Nato.

Oggi, nove maggio 2022, si è celebrata a Strasburgo la festa dell’Europa. Era il 9 maggio 1950 quando per la prima volta Robert Schuman lanciò per la prima volta il concetto di Europa come unione economica e politica. In Ucraina la guerra è ancora in corso, come nel 1944, a Bretton Woods. Nella piazza rossa a Mosca, nella stessa data del 9 maggio 2022, si è tenuta la tradizionale parata della Russia per ricordare la vittoria sul Nazismo settantasette anni fa, ma con malcelato rancore per presunti torti subiti dall’Occidente e tanta nostalgia per l’Unione Sovietica che non c’è più. Il nostro presente sarà il passato per chi viene dopo. Ripartire, ricostruire, rinascere è possibile, anzi è doveroso. Così è stato per tutte le grandi catastrofi, guerre, carestie, pestilenze. L’autore del libro, come scrive nell’introduzione, si è “Limitato a rileggere e a raccontare alcuni casi, con una scelta molto personale. Il crollo dell’impero romano è l’archetipo di ogni decadenza. Ebbe un impatto enorme sui contemporanei, che ne vissero tutte le conseguenze disastrose; con il passare dei secoli ha acquistato la forca di un mito. Ogni altro impero – oggi diciamo superpotenza – prima o poi ha paura di fare quella fine, cerca di capire come accadde e tenta di evitare quel destino” (Introduzione, pag.15). La Pax romana assicurò per secoli sicurezza nel Mediterraneo, favoriva i commerci e la crescita. La stessa cosa si potrebbe dire con la Pax americana, che ha garantito, pur in mezzo a turbolenze di ogni genere, un periodo di ordine mondiale, considerato da molti agli sgoccioli.

Non c’è storico che non abbia studiato la caduta dell’impero romano, interrogandosi sulle cause che lo portarono alla sua decadenza. Kyle Harper, Edward Watts e Paul Kennedy , storici americani, Ibn Khaldun, storico arabo, Oswald Spengler, tedesco, Edward Gibbon, inglese, Arnaldo Momigliano, Tommaso Braccini, Franco Cardini, italiani, Robert Fossier e Jules Michelet, francesi, Walter Scheidel, austriaco hanno studiato a fondo l’impero romano, trovando analogie e differenze con altri imperi del passato, quello cinese ad esempio, come nel caso di Scheidel.

Ancora nel XXI secolo, il nostro, nel dibattito sull’immigrazione, qualcuno fa riferimento alla Costituzione Antoniniana, o Editto di Caracalla, che nel 212 d.C. aveva concesso la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero. Roma, la città – Stato conquistatrice e dominante di un impero si era convertita in città- mondo. L’apertura liberale del Pantheon romano a tutti i culti e a tutte le fedi presenti nell’impero esprimeva un valore più alto dell’esclusivismo teologico proprio degli Stati, delle etnie e della polis a cui l’impero di Roma si era sovrapposto (Giuseppe Galasso). La fine di quell’ordine imperiale con il sacco di Roma ad opera di Alarico manda in frantumi il tessuto economico. I confini vengono attraversati da nuovi barbari. La popolazione si riduce notevolmente. I cambiamenti climatici del VI secolo distruggono in Italia centinaia di fatiche umane consumate nell’arco di tanti anni. La scarsità di cibo è estrema. Si segnalano alcuni episodi di genitori costretti a vendere i bambini come schiavi per sopravvivere. Le analogie con i problemi contemporanei sono inquietanti: dissesto idrogeologico, eventi climatici estremi favoriti dall’abbandono del territorio, monti che franano e fiumi che esondano perché la popolazione ha smesso di prendersene cura. La denutrizione contribuisce a indebolire la difese immunitarie, ed ecco che da oriente arriva la peste giustinianea che porta migliaia di morti. Le città si svuotano. Un nuovo sacco di Roma, quello operato da Totila nel 546 – 547 porta morte e distruzione. La vita materiale tra i poveri ma anche tra le classi benestanti si immiserisce. Si mangia su stoviglie di terracotta, non più di ceramica.

In questo senario da apocalisse esistono figure nuove che resistono alla decadenza. E’ un cantiere del tutto nuovo destinato a dare i suoi risultati molto secoli dopo: Il monachesimo come salvatore della cultura. San Girolamo, il dottore della Chiesa traduce la Bibbia in latino. Severino Boezio traduce in latino i classici della filosofia greca. I frati – copisti trascrivono opere greche e latine. Remano contro corrente, circondati da un mondo sempre più ignorante e brutale. I monaci non si limitano a ricopiare a mano per tramandare ai posteri; creano le loro scuole, come tante piccole dighe contro il dilagare dell’ignoranza. La loro fede religiosa non ostacolò l’apprezzamento per la scienza pagana. Una delle chiavi del mistero va cercata nella componente celtica del monachesimo; all’inizio molti monaci vengono dall’Irlanda. Sono dei convertiti che hanno dovuto studiare il latino come lingua straniera. Si diffondono su tutto il continente. Fondano cenobi con la regola di San Colombano: focolai di una vita intellettuale molto attiva (Ibidem, pp. 32 – 33). Oggi, l’ignoranza regna sovrana. E’ a buon mercato. Si vende un tanto al chilogrammo. Urge un nuovo Rinascimento. Quello della cultura è un cantiere sempre aperto. Sono pochi gli operatori. Occorre avere pazienza e tanto tatto.

“Quando dalle tribù barbariche emergeranno nuove classi dirigenti con ambizioni continentali (Merovingi, Carolingi), vorranno attingere a quel tesoro preservato all’ombra dei chiostri: per costruire un’identità europea da opporre a Bisanzio e all’Islam. Nessuno è riuscito a ricostruire lo stesso ordine politico e economico su scala continentale che era stato costruito da Roma, ma ci hanno provato in molti a cominciare da Carlo Magno che si fece incoronare dal papa nell’anno 800, sperando di riunificare gran parte dell’Europa dentro un collante ideologico cristiano, ma con un’ambizione geopolitica presa dai Romani. Di Roma ne abbiamo avuta una soltanto. Costantinopoli, Mosca sono delle copie imperfette. Comunque, venendo meno un ordine, soprattutto oggi, con il crepuscolo della Pax Americana, “tutti sono costretti a interrogarsi su quel che avverrà se si crea un prolungato vuoto di potere a livello globale. Precarietà, imprevedibilità, caos sono già alcune caratteristiche del mondo contemporaneo; una ritirata isolazionista dell’America potrebbe accentuare i rischi” (Ibidem, pp. 34- 35).

 

Schiavismo, guerra di Secessione, Ricostruzione

Nell’America di metà mille ottocento, la schiavitù della popolazione afro – americana, la guerra di secessione degli Stati del Sud contro quelli del Nord, rappresentano un periodo tragico nella storia degli Stati Uniti d’America, per certi versi non ancora compiuto. “I due eventi costituiscono un cantiere aperto. Di tutti i conflitti che gli USA hanno combattuto, quello che ha fatto più morti oppose gli americani ad altri americani. Più delle due guerre mondiali, più del Vietnam, a riempire i cimiteri negli Stati Uniti è stato un massacro tutto interno. Nella versione dei vincitori, quella guerra ebbe al centro l’abolizione dello schiavismo: una guerra santa, uno scontro di civiltà che ha fatto prevalere la causa giusta. Nella versione sudista invece fu una colonizzazione da parte del capitalismo di New York e Chicago. Si può trovare qualche analogia con la lettura vittimista che in Italia una certa cultura meridionale ha fatto dell’unificazione: tutti i mali del Mezzogiorno sarebbero nati dalla conquista da parte dei piemontesi; anche negli Stati Uniti il Sud rimane più povero ancora oggi e qualcuno pensa che la colpa sia degli altri” (Ibidem, pag. 37).

Nel North Carolina, la città di Asheville è stata la prima in America a varare dei risarcimenti ai discendenti degli schiavi. Il tema dei risarcimenti agli afro americani è tornato in primo piano nella primavera del 2020 dopo le manifestazioni di protesta per l’uccisione a Minneapolis di George Floyd, il giovane nero soffocato da un poliziotto bianco che per otto terribili minuti gli ha premuto il ginocchio sul collo. Lo schiavismo, negli Stati Uniti delle origini come in altre colonie britanniche, non era limitato ai neri, anche i bianchi erano schiavi di grandi latifondisti che sfruttavano le misere condizioni di grandi masse per tenerle schiave, come nel feudalesimo esisteva la servitù della gleba. Esisteva la servitù a contratto che poteva togliere, per molti anni o per tutta la vita, la libertà delle persone condannate per qualche reato. La condizione degli operai bianchi o un po’ scuri fu altrettanto dura nelle piantagioni degli Stati del Sud come nelle grandi fabbriche del New England, nei bassifondi di New York, nell’agricoltura del far West, quando in Alabama.

Due romanzi descrivono bene la condizione degli schiavi afro americani: La capanna dello zio Tom (1852) e Via col Vento (1936). Le autrici sono due donne bianche, Harrier Beecher Stowe per il primo romanzo e Margaret Mitchell per il secondo. Il primo romanzo venne accolto dal grande pubblico come il manifesto letterario dell’abolizionismo. Il protagonista è uno schiavo generoso, caritatevole e pieno di dignità, che nelle sue sofferenze rievoca la vicenda di Gesù Cristo. Il secondo romanzo, scritto nel mezzo della Grande Depressione, di recente nella sua versione cinematografica, è stato anche censurato perché accusato di razzismo. Non c’è nulla di romantico nel brutale sfruttamento degli schiavi, nelle sofferenze patite nelle piantagioni. Negli Stati del Sud, la guerra civile portò morte e distruzione, un’altra calamità che si sovrappose allo schiavismo. Il generale Sherman fece letteralmente terra bruciata delle terre invase.

La guerra civile fu il primo conflitto su scala industriale. Il Nord poteva disporre di 33.000 chilometri di linee ferrate sulle quali far muovere i soldati e i loro rifornimenti. Il Sud era sottosviluppato rispetto al Nord.  Lincoln voleva una riappacificazione nazionale. Il suo progetto era una Ricostruzione del Sud che coinvolgesse perlomeno una parte delle classi dirigenti locali, quelle disposte a dimostrare fedeltà all’Unione. Questo non avvenne. Le leggi varate dal Congresso di Washington per la Ricostruzione diventano un simbolo di arroganza e sopraffazione nordista. I bianchi del Sud si ricompatta nel trentennio della resistenza contro gli speculatori del Nord. E’ proprio in questa fase storica che nasce, alla vigilia di Natale del 1865, il Ku Klux Klan, movimento di resistenza clandestina contro il potere repubblicano e le nuove leggi egualitarie imposte dal Nord con la Ricostruzione. La saldatura tra ex latifondisti e proletariato bianco è la chiave della rivincita. Li accomuna un risentimento per la distruzione dell’economia sudista. La situazione si trascina fino agli anni sessanta, quando sulla scena politica si faranno strada, Jhon Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King. E’ la stagione della nuova frontiera aperta dal nuovo presidente da un lato e la lotta per i diritti degli uomini e delle donne di colore, guidata da Martin Luther King. Lo schiavismo in America è un cantiere ancora aperto. Negli ultimi anni si è arricchito con le battaglie contro le statue e i monumenti che richiamano la schiavitù delle origini

La Grande Depressione degli anni trenta è la madre di tutte le crisi economiche. Molti studiosi hanno trovato analogie con la crisi economica provocata dalla pandemia da Coronavirus nel 2020: quaranta milioni di americani non hanno reddito sufficiente per un’alimentazione adeguata. Le devastazioni ambientali come gli incendi della West Coast richiamano per certi versi il romanzo di John Steinbeck, Furore. Alla crisi economica del 1929 si era aggiunto un disastro ambientale, una siccità spaventosa aveva trasformato interi Stati – in particolare Oklahoma e Texas –  in deserti di polvere. I contadini fuggivano in massa, attirati dalla leggenda di una California fertile e generosa. Sulla West Coast li attendeva una realtà diversa, un padronato agricolo avido aspettava i disperati per sfruttarli. Furore è un grande romanzo, da rileggere perché alcune situazioni del presente richiamano un lontano passato.

Nel cantiere della Grande Depressione ci furono delle persone che è impossibile dimenticare. Sono diventate delle icone. Dorothea Lange, fotografa, fu mandata in giro per la California a fotografare i nigranti che fuggivano dal Dust Bowl, le tempeste di sabbia che per quasi un decennio spazzarono gli Stati Uniti centrali. Una sua fotografia, una donna dallo sguardo impaurito, un sorriso amaro, con due bambini che le stanno appoggiati addosso, un terzo che le dorme in grembo, sporchi, vestiti con stracci, fece il giro degli Stati Uniti. Lorena Hickok, la più brava reporter americana, nel 1933, su incarico di Harry Hopkins, collaboratore del presidente americano Franklin Delano Roosevelt girò in lungo e il largo tutti gli Stati per documentare la situazione di città e campagne, paesi . Milioni di famiglie vivevano con redditi così miseri che l’ombra di un disastro incombeva ogni giorno su di loro. L’inchiesta sconvolse la Casa Bianca che percepì immediatamente l’immensità della tragedia vissuta dagli americani. Anche il cinema, un’arte appena sbocciata, vive la sua giovinezza con Charlie Chaplin; il suo piccolo eroe Charlot è un clown dolce e gentile, ma dietro il suo sorriso la fame è sempre in agguato. Il monello, Tempi moderni, luci della città sono le opere più conosciute. John Ford, regista irlandese americano, porta nel grande schermo il romanzo Furore di John Steinbeck. Franklin Delano Roosevelt, il presidente americano, dal 1933 lancia la stagione delle riforme progressiste, mobilita le risorse dello Stato e salva gli americani dalla miseria. E’ il New Deal, un cantiere per la rinascita del capitalismo americano su basi nuove, con un contratto sociale meno spietato. Lo Stato interviene direttamente nell’economia del paese con la costruzione di grandi opere pubbliche. In Europa, Stalin, Hitler, Mussolini faranno la stessa cosa ma con risultati diversi. Anche oggi, a distanza di quasi un secolo dalla Grande Depressione, in ogni crisi economica si evoca il New Deal.

Amedeo Giannini, figlio di immigrati da  Favale di Malvaro, in provincia di Genova, è un altro grande personaggio che va ricordato. Fonda a San Francisco la Bank of Italy, ribattezzata poi Bank of America, uno dei più grandi istituti di credito del mondo, esistente tuttora. Il crac del 1929 per San Francisco arriva dopo una prova altrettanto distruttiva: il terremoto del 18 aprile 1906. La città è rasa al suolo. Giannini aveva fondato meno di due anni prima la Bank of Italy, il 17 ottobre 1904, ma è già un imprenditore facoltoso. Davanti al disastro immane recupera i forzieri sepolti sotto i detriti. Li carica su un carretto e li porta a casa sua, nella cittadina di San Matteo, oggi poco lontana dall’aeroporto della città californiana. Sparge la voce che la sua banca fa credito per la ricostruzione. Pescatori, artigiani dell’inscatolamento de pese, contadini e fruttivendoli, tutti di origine italiana si rivolgono a lui. Apre la cassaforte, tira fuori le banconote per il prestito. La ricostruzione di San Francisco è anche opera di questo italiano dalle umili origini. E’ un altro tassello di questo cantiere della storia americana del terremoto, della Grande Depressione e del New Deal.

Il Piano Marshall

Il Piano Marshall viene varato nel 1948, è un altro dei grandi cantieri della storia. Anche oggi, quando c’è da ripartire e da risorgere si tira sempre fuori questo piano. Il Recovery Fund, nato in piena pandemia da Coronavirus è nato da preoccupazioni simili a quelle del 1947: una società troppo impoverita può subire la disgregazione e scivolare verso avventure politiche pericolose. Il dopoguerra in Europa, in Italia, Francia, Regno Unito, Germania è difficile. C’è da ricostruire tutto: infrastrutture, case, strade, ponti. Sciuscià, Ladri di biciclette e altri grandi film del Neorealismo Italiano documentano la miseria e la povertà estrema. In Germania non va meglio. I treni che in Baviera trasportano carbone raggiungono la destinazione del tutto vuoti. Folle di persone si avventano su di loro lungo il percorso e rubano tutto il carbone che possono. Dodici milione di profughi tedeschi sono cacciati dall’Europa dell’est e rientrano a gonfiare i ranghi degli affamati, in una Germania che molti di loro non conoscono; solo una parte di quei rifugiati sono i reduci di un’armata feroce e sconfitta, molti di più sono i tedeschi che da generazioni vivevano in Polonia, Cecoslovacchia, Russia.

A Norimberga vengono processati e condannati a morte i principali criminali di guerra tedeschi. In Francia, Italia, Jugoslavia si scatenano selvaggi regolamenti di conti contro i collaborazionisti del regime Nazifascista. Non migliore è la situazione in Gran Bretagna, nonostante sia una potenza vincitrice. Per gli inglesi, la vita quotidiana nell’immediato dopoguerra è più amare che durante il conflitto. Non si può pretendere, scriveva nell’agosto 1947 il ministro degli Esteri Ernest Bevin che “la gente lavori e produca senza mangiare, questa è la brutale verità”. “Della guerra rimane poi la macchia più orrenda di tutte, la Shoa, il massacro di sei milioni di ebrei, sul quale la verità completa emergerà con inaudita lentezza, tra mille omertà, perché troppe sono le responsabilità coinvolte: i tedeschi e tutti i loro alleati e complici, le potenze vincitrici che hanno scelto di voltarsi dall’altra parte o hanno chiuso le frontiere ai fuggiaschi” (Ibidem, pag. 86).

Il Piano Marshall è meno gigantesco di quanto si creda. Nei piani originari doveva costare al contribuente americano 17 miliardi di dollari di allora; alla fine ne furono spesi di meno, 13 miliardi in quattro anni dal 1948 al 1951. All’America il programma di aiuti costa un decimo del suo intero bilancio federale: non è poco ma non è uno sforzo gigantesco. E’ modesto se lo si paragona con la spesa bellica sostenuta dagli Usa fino a tre anni prima. Il Piano Marshall costa solo il 5 per cento del riarmo americano nella seconda guerra mondiale. I destinatari furono 16 paesi europei tra cui Regno Unito, Francia, Germania occidentale, Italia. Gli aiuti vengono ripartiti in base alla popolazione. Pure i governi di Polonia e Cecoslovacchia si dimostrano interessati a riceverli. Non se ne fa nulla per il diktat dell’Unione Sovietica, tutti i paesi dell’Est erano rientrati nella sua orbita. Il piano Marshall coincide anche con l’annuncio di un altro progetto: il piano Schuman, che nel 1950 lancia la Comunità del carbone e dell’acciaio (CECA), il primo embrione di quel che diventerà l’Unione Europea.

La Francia dopo il disonore

Edit Piaf, che pur aveva frequentato ambienti nazisti durante l’occupazione, nel 1960 cantava “Non rimpiango nulla, né il bene, né il male”. Tutti volevano gettarsi alle spalle il conflitto mondiale che aveva visto il paese transalpino sconfitto e umiliato dalla Germania. La sconfitta militare del 1940 è umiliante. La Francia viene divisa in due: al Nord, l’invasione tedesca si trasforma in occupazione di Parigi, di tutto il settentrione e della costa atlantica, al Sud si insedia il governo del maresciallo Philippe Pétain, con sede a Vichy, che prende ordini dai tedeschi e collabora anche negli atti più infami come la deportazione degli Ebrei.

Da Londra, dopo la disfatta  militare e lo smembramento della Francia, il generale Charles De Gaulle, il 18 giugno 1940, da Radio Londra, rifiuta l’armistizio che il maresciallo Pétain ha firmato con i tedeschi, denuncia la capitolazione, promette una lotta senza tregua contro i nazisti e dice: “Ho la coscienza di parlare a nome della Francia”. Non è vero, e lui lo sa. Lo sanno anche i suoi protettori, Winston Churchill, che lo ospita, e Franklin Delano Roosevelt, con i quali avrà sempre rapporti burrascosi, sentendosi sottovalutato dagli angloamericani. La Francia si è gravemente compromessa con il Nazismo, ma il generale De Gaulle tanto fa che alla liberazione di Parigi, il 25 agosto 1944, si precipita nella capitale francese, si fa affidare la guida del governo provvisorio, scongiurando in extremis il rischio di un governo degli alleati che tratterebbe con Pétain. E’ la prima mossa del generale nel primo grande cantiere della storia che la Francia vive nell’immediato dopoguerra.

Parigi ha una gran voglia di dimenticare il passato, anche se pesa come un macigno nell’immaginario collettivo. Edith Piaf canta La vie en rose, Charles Trenet compone nel 1946 La mer, altro gioiello di poesia e musica, tutto all’insegna della fuga dalla realtà. La gioventù francese è in preda alla violenza. “Troppi francesi praticano l’illegalità, convivono con la frode, la speculazione e l’inganno” (Ibidem, pag. 108). Col tempo, Parigi s’impone come la capitale europea della cultura, rubando il ruolo che era stato di Vienna e di Berlino prima del Nazismo. A Parigi si incontrano Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Albert Camus, Duke Ellington, André Breton, Duke Ellington, Charlie Parker. I negozi di moda spopolano nelle vie del centro. Nelle periferie, Abbé Pierre, frate francescano lancia la prima organizzazione non governativa di aiuti ai senzatetto, gli stracciaioli di Emmaus; negli anni cinquanta, i clochard e gli homeless sono quasi tutti francesi, spesso orfani di guerra e bambini abbandonati dai genitori.

Il generale De Gaulle è capo del governo di unità nazionale subito dopo la liberazione. La Francia deve ritornare alla sua antica grandeur, per arrivare a questo crede che debba avere un sistema politico decisionista, con un esecutivo forte. La sua proposta non passa, per questo si ritira nel villaggio di Colombey-les-Deux- Eglises, dove è nato, dopo aver fatto condannare Pétain all’ergastolo. Assiste alla fine dell’impero francese con il disastro militare in Indocina, dopo la battaglia di Dien Bien Phu (marzo 1954) contro i Viet Minh comandati dal generale Giap. I Francesi lasciano agli americani il compito di sbrogliare la matassa dello scacchiere asiatico. Gli USA saranno costretti anche loro a ritirarsi dopo una guerra spaventosa in Vietnam. Nell’estate 1955 è l’inizio della fine dell’imperialismo francese in Algeria. La battaglia di Algeri dura un anno intero. De Gaulle ritorna al governo, propone la sua riforma costituzionale, che viene approvata in parlamento. Dà inizio alla Quinta Repubblica nel gennaio 1959, un sistema semipresidenziale, con un esecutivo molto più forte, con l’elezione diretta del presidente a suffragio universale. In politica estera restituisce alla Francia il suo ruolo, proponendola con una malcelata velleità come terza forza nella guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Nel marzo del 1962 riconosce l’indipendenza dell’Algeria. Rimane al potere fino al 1969, dopo aver risolto a suo modo la contestazione del maggio francese, condannando il caos e la violenza delle piazze. Rimane uno dei grandi politici nella storia della Francia. Il suo astro si innesta nei trenta anni gloriosi, il trentennio del boom economico e della ripresa. Un tassello unico nel cantiere della storia nella Francia del dopoguerra.

 

Miracoli d’Oriente: il Giappone

“L’11 aprile 1951 il Giappone è sotto shock, di fronte alla notizia del licenziamento del generale americano Douglas Mac Arthur. L’ex capo delle forze armate statunitensi durante la guerra del Pacifico, di cinque anni prima, il 2 settembre 1945, aveva presieduto una cerimonia indimenticabile per generazioni di giapponesi: sul ponte della portaerei Missouri, attraccata nella baia di Tokyo, il governo del Sol Levante aveva dichiarato la propria resa incondizionata di fronte a Mac Arthur. Da quella data in poi si assiste alla rinascita del Sol Levante, destinato a diventare di nuovo una superpotenza ma solo nel campo economico e tecnologico; per cinque anni e mezzo si afferma in un Paese dell’Estremo Oriente la dittatura americana. E’ un cantiere incompreso, soprattutto in Occidente, per tante ragioni. La distanza culturale fra noi e il Giappone resta enorme oggi, figurarsi negli anni cinquanta” (Ibidem, pp. 117- 118).

Il generale Mac Arthur è visto dai Giapponesi come un loro padre. Insegna loro i meriti della democrazia e del pacifismo. Il parallelismo che sorge spontaneo per un americano o un europeo è quello con la Germania, altra potenza sconfitta nella seconda guerra mondiale. Quest’ultima però aveva già avuto una democrazia liberale negli anni trenta, durate la Repubblica di Weimar. Le forze d’occupazione angloamericane, nel rifondare il sistema politico dopo il Nazismo, potevano ispirarsi almeno in parte a un precedente nella storia tedesca. In Giappone invece la situazione è molto diversa. Le riforme importate dall’America vengono accettate senza traumi, anzi sono accolte di buon grado. vengono dati d’autorità nuovi diritti ai lavoratori e nuovi poteri ai sindacati. Le riforme economiche smantellano la grande proprietà terriera, in omaggio all’ideale americano per cui la democrazia si fonda su una società civile autosufficiente (agricoltori, piccoli imprenditori). Sono dissolti i colossi monopolistici a proprietà familiare che avevano dominato il capitalismo bellico, unendo grande industria, banche, società di import – export. A nuova Costituzione, oltre ad essere democratica, è pacifista, vieta il riarmo, ammette solo limitate forze di autodifesa. Vengono liberati i prigionieri politici, molti dei quali comunisti (Ibidem, pp.128- 129).

Il generale Mac Arthur viene allontanato dal presidente americano Harry Truman nell’aprile del 1951 per motivi legati alla nuova guerra di Corea. Il militare ha una sua proposta per porre fine alla guerra contro la Corea del Nord, appoggiata dall’URSS e dalla Cina di Mao Zedong: sganciare un’altra bomba atomica dopo quelle di Hiroshima e Nagasaki. Non ascoltato, Mac Arthur arriva quasi sulla soglia di un colpo di stato. Il presidente è costretto a licenziarlo. Il popolo giapponese, quando il generale Mac Arthur lascia il Paese del Sol  Levante, partecipa emotivamente all’episodio. La TV nipponica riprende la partenza del generale. Lungo la strada che lo porta in macchina verso l’aeroporto è un tripudio di folla festante. Le scuole hanno concesso un giorno di vacanza agli alunni perché possano andare a salutarlo. Molti piangono nel vederlo partire. Devono molto al generale. Il miracolo giapponese, propiziato da un mix di capitalismo e socialismo, continua a generare conseguenze fino ai giorni nostri. La società giapponese può essere al tempo stesso più gerarchica della nostra e meno diseguale. Se oggi, molte delle merci vengono da Made in China, fino agli ottanta- novanta del secolo scorso provenivano da Giappone. Il miracolo economico giapponese sembrava non arrestarsi, tanto era poderoso nel suo sviluppo. Oggi, il Paese del Sol Levante viene visto con grande rispetto. E’ stato uno dei pochi paesi che è riuscito a tenere costantemente sotto controllo la pandemia da Coronavirus. L’impatto del terremoto e del successivo Tsunami sulla centrale nucleare di Fukushima ha fatto ricordare per qualche giorno la tragedia di Hiroshima e Nagasaki ma non ha  piegato lo spirito del popolo giapponese, catturato nella frase fukutsu no seshin, non abbandonare mai.

 

La Cina dopo il massacro

E’ un altro cantiere della storia proposto da Federico Rampini. “Il massacro di Tienanmen, per chi lo analizza a caldo nel 1989, sembra soffocare ogni speranza. Se lo guardiamo nel 2020, invece, dobbiamo ammettere che è l’inizio di una ricostruzione, l’antefatto di una rinascita, la vigilia di una ripartenza a cui allora pochi credevano. E’ una delle tante sorprese della storia. Riconoscerlo non significa abbracciare la versione ufficiale del regime, la narrazione che da Deng Xiaoping a Xi Jinping criminalizza i giovani manifestanti di piazza Tienanmen come teppisti o anarchici. Dopo Tienanmen in pochi speravano che Deng Xiaoping sarebbe riuscito a risollevare il grande Paese asiatico. Quello di Deng Xiaoping è stato un destino amaro. Eredita la Cina post rivoluzione culturale lanciata da Mao Zedong. “Solo nelle campagne muoiono per le violenze e le esecuzioni sommarie tra 750.000 e un milione e mezzo di persone, a seconda delle stime.

Deng Xiaoping aveva avuto anche un figlio reso invalido e costretto a rimanere sulla sedia a rotelle, a seguito dei maltrattamenti subiti ad opera delle Guardie Rosse di Mao Zedong. Davanti ai giovani di piazza Tienanmen non può non ricordare la propria tragedia di padre ma sceglie la maniera forte. “Deng è un concentrato di contraddizioni. Intelligenza e crudeltà. Un tiranno illuminato. Un uomo che ha sofferto moltissimo sulla propria pelle e su quella dei suoi familiari, attraverso la persecuzione politica e la violenza fisica degli estremisti; poi non esiterà a usare la violenza contro gli altri. Un ideologo che non rinuncia al primato del Partito Comunista; un pragmatico che sperimenta tutto. Copia la ricetta giapponese, studia la Corea del Sud, Singapore, ammira il capitalismo americano, adatta  modelli stranieri alla realtà del proprio Paese. Non è il solo ad affrontare questa sfida. La storia non è una galleria di ritratti dei potenti. Il vero protagonista di questa vicenda è il popolo cinese. A tragedia che vive nel 1989 va vista nel contesto di quel che accade prima e dopo (ibidem, pag. 141).

La Cina  nel 1989 era vista come una nazione paria a livello mondiale. Oggi è arrivata a occupare il centro della scena. E’ diventata una presenza ingombrante e inquietante, per la natura autoritaria del suo regime; tuttavia, le cose sarebbero potute andare peggio se non avesse saputo svoltare dopo il 1989. I leader contano, certo, ma il vero protagonista è il popolo cinese, per le terribili sofferenze che ha patito, per la tenacia con cui ha ricostruito. Una sfida  ancora da vincere è quella legata alla pandemia da Coronavirus iniziata proprio in Cina. Nuovi lockdown feroci vengono imposti dalle autorità ad ogni minimo accenno di contagi che salgono. Le persone sono quasi murate dentro le proprie case con barriere in ferro, chiuse con il lucchetto, che impediscono di uscire in strada. Sono immagini in presa diretta, trasmesse dalla televisione, poche settimane fa. La Cina saprà risollevarsi anche da questa pandemia, come l’Italia e altri paesi del mondo. Occorre collaborazione per vincere sfide che sono globali. Quando il problema degli altri è uguale al mio, salvare la vita dalla morte, l’egoismo individuale e di gruppo non ha ragione di esistere.

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