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Libri: Il secolo cinese, Federico Rampini Storie di uomini, città e denaro dalla fabbrica del mondo

Il secolo cinesedi Raimondo Giustozzi

“Siamo entrati, in tutti i sensi, nel secolo cinese. Agli inizi del Novecento, nessuno poteva immaginare quanto sarebbe cambiata la vita durante quello che poi sarebbe diventato il secolo americano. Oggi è altrettanto difficile prevedere in che modo e fino a che punto la Cina ci condizionerà negli anni a venire. In ogni caso dobbiamo prepararci: oggi il nostro pianeta è molto più stretto e indipendente di quanto non fosse cent’anni fa. Il futuro è alle porte. Imparare a conoscere quel Nuovo Mondo, destinato a segnare irrimediabilmente il XXI secolo e di cui sappiamo ancora troppo poco, diventa più che mai urgente” (Federico Rampini, Il secolo Cinese, storie di uomini, città e denaro dalla fabbrica del mondo, Introduzione, pp. 13- 14, Milano, 2022).

Il libro: il Secolo Cinese di Federico Rampini, pubblicato in una sua prima edizione diciassette anni fa (2005), ristampato nel 2015, viene riproposto tra i documenti del Corriere della Sera all’interno della collana dedicata alla geopolitica. Il giornalista ha avuto il privilegio, come dice lui stesso, di abitare in Cina dal 2004 al 2009: “Mi ero trasferito a Pechino da San Francisco. Il capitolo precedente della mia vita, quattro anni in California, mi aveva allenato a scrutare l’altra sponda del Pacifico. La West Coast degli Stati Uniti – le sue imprese tecnologiche, i suoi centri studi e le università – era già rivolta verso l’Asia, che considerava il futuro. Prima del trasloco avevo viaggiato più volte dalla California alla Cina, al Giappone, all’India, per osservare la nascita di quel nuovo centro del mondo che oggi chiamiamo l’Indo – Pacifico” (Ibidem, pp. 8- 9).

Il libro di Federico Rampini, come il primo, Le Linee Rosse, Uomini, confini, imperi: le carte geografiche che raccontano il mondo in cui viviamo, pubblicato nella collana Geopolitica dal Corriere della Sera, è per metà saggio ma per l’altra metà un superbo diario di bordo. Il giornalista entra nelle città di Shanghai, Pechino e delle altre grandi metropoli cinesi, documentando lo sviluppo caotico del traffico cittadino, intasato di Audi e Buick, la demolizione dei vecchi centri urbani, i consumi occidentali nei grandi centri commerciali, Carrefour e Ikea. I viaggi che il giornalista aveva compiuto nella Cina qualche anno prima erano solo un ricordo sbiadito del passato. Tutto era diventato un grande e immenso cantiere.

La Cina di oggi è un grande gigante economico e politico. Copia perfettamente il nodello americano. Molti giovani cinesi, che hanno studiato nelle più prestigiose università americane,  ritornano in Cina con tutto il proprio bagaglio di conoscenze e di esperienze. Anche molti cinesi, che avevano fatto della California l’altra patria di elezione, piegandosi a fare i lavori più umili e mal pagati, ritornano nella propria patria di origine. In breve il più grande gigante digitale Alibaba supererà Amazon. Le potenzialità economiche della Cina sono enormi. Certo a cementare una popolazione così numerosa il nazionalismo cinese gioco un ruolo ancora importante nei confronti dei propri vicini, soprattutto nei riguardi del Giappone, di cui i cinesi non hanno mai dimenticato l’occupazione militare.

Anche una semplice partita di calcio, la finale della Coppa d’Asia, l’omologa della Coppa Europa, diventa occasione di ordine pubblico. Allo stadio di Pechino, la sera del 6 agosto 2004 erano schierati seimila poliziotti in tenuta antisommossa per contenere il tifo contro la squadra ospite. Ironia della sorte vinse il Giappone, battendo la Cina per 3 a 1. I Cinesi non hanno mai dimenticato lo stupro di Nanchino, perpetrato dai Giapponesi nel 1937 durante l’occupazione militare. La scrittrice sino americana Iris Chang, residente con la propria famiglia cinese vicino alla Highway 17 che costeggia la Silicon Valley californiana, aveva dato alle stampe nel 1997 uno dei più grandi best seller mondiale, Lo stupro di Nanchino, appunto, attingendo a ricordi familiari e ricerche d’archivio. Per oltre sessant’anni l’episodio di efferata crudeltà giapponese era stato taciuto e nascosto sotto una coltre di bugie e omertà: 260.000 cinesi erano stati massacrati in una sola città, 20.000 donne furono stuprate dai soldati giapponesi. Il libro fu al centro di furiose controversie e tuttora è  rifiutato dai giapponesi. Iris Chang non resse a tanta pressione, tanto da togliersi la vita.

La Cina dei nostri giorni è non solo esportatrice di prodotti ma anche accaparratrice di materie prime dovunque si trovino. L’uso del carbone nell’attività industriale ma anche per il semplice riscaldamento è la causa prima dell’inquinamento: “Il disastro ambientale lo sentivo nei miei polmoni, svegliandomi tutte le mattine con l’odore di anidride solforosa che entrava dalle finestre benché sigillate” (Ibidem, pag. 8). Ogni sera, i telegiornali cinesi aprono il proprio palinsesto con l’ennesima tragedia consumata in una delle 28.000 miniere di carbone che producono 1,7 miliardi di tonnellate ogni anno; una mole così elevata che una parte viene venduta al resto del mondo. Il bilancio ufficiale dei minatori caduti ogni anno sul lavoro equivale al doppio delle vittime dell’11 settembre: più di 6.000 morti sia nel 2003 che nel 2004. Interi paesaggi, nella Cina oggi, sono dominati dalla presenza del carbone come nell’Inghilterra industriale dell’Ottocento” (F. Rampini, Il secolo cinese, Capitalismo a carbone, pp. 164- 168).

“Ancora oggi, la Cina continua ad essere la fabbrica del pianeta, nonostante la pandemia da Coronavirus e i dazi imposti da Donald Trump. Proprio alla fine del 2021 la Cina ha realizzato il record storico nel suo attivo commerciale. Al tempo stesso è diventata leader in alcune tecnologie avanzate, minaccia il primato americano nell’intelligenza artificiale e nei super computer, investe più di noi occidentali nella ricerca scientifica, vuole dominarci nelle energie rinnovabili e nell’auto elettrica. Per altri aspetti, al contrario, la Cina ha imboccato un’involuzione. Negli anni in cui ci abitavo si era aperto qualche spiraglio di tolleranza verso il dissenso. Poco, ma abbastanza da illudere l’Occidente sulla possibilità che a furia si svilupparsi la Repubblica popolare cinese potesse diventare più democratica… Molte speranze si sono chiuse dopo la crisi finanziaria del 2008, che i leader cinesi interpretarono come un segnale di decadenza dell’America, e ancor più dopo l’ascesa di Xi Jinping nel 2012” (F. Rampini, Prefazione, in Il secolo cinese, pag. 8).

La Cina non è solo modernità. Esiste a Pechino un angolo della città antica che resiste alla corsa verso la modernizzazione. “In mezzo al cuore della frenetica capitale da quindici milioni di abitanti, a poca distanza della piazza Tienanmen, c’è un piccolo mondo antico in cui le biciclette regnano sovrane (i vicoli stretti scoraggiano le auto) e bisnonni e nipoti condividono un’intimità che obbedisce a riti secolari. Sul reticolo fitto degli hutong (i vicoli) si si affacciano i siheyuan, le tradizionali case in pietra grigia a un solo piano a forma di quadrilatero, con il cortile al centro e i tetti di legno intarsiato su cui compaiono dipinti di paesaggi, fiori e animali, come nelle pagode” (Ibidem, pag. 51).

Anche questi piccoli centri di Pechino come di altre megalopoli cinesi sono sotto attacco da una speculazione edilizia senza pari. Può succedere che, improvvisamente dall’oggi al domani, all’arrivo di ruspe e macchine movimento terra, i proprietari di vecchie case vengono costretti con la forza a sloggiare perché tutto il quartiere è interessato alla costruzione di nuovi edifici e centri direzionali: “Il blitz della polizia del 15 novembre 2004, ha preso d’assalto l’intero isolato di via Nanyingfang dove vivevano mille famiglie. Alcune erano radicate da secoli in quelle casette sotto la dinastia Qing per alloggiare i soldati che difendevano la città dalla Porta Chaoyanmen . Una donna anziana che si era asserragliata in casa è stata aggredita e presa a mattonate: l’hanno portata via che sanguinava. La folla di curiosi è stata dispersa a getti di estintori” (Ibidem, pag. 53). La modernità sposata dalla Cina ha dato il via anche alla corruzione diffusa nei vertici politici.

Ancora cinquant’anni fa, Pechino era una delle città medievali meglio conservate del mondo… Oggi di quella Pechino resta ben poco…la capitale cinese si è trasformata nel più grande laboratorio sperimentale dell’architettura moderna… Dopo essere stata per molti decenni di comunismo puro e duro, una metropoli isolata dal mondo e impermeabile all’influenza straniera, oggi questa città brilla per l’eccesso opposto” (Ibidem, pag. 56). Il nuovo stadio olimpico di 100.000 posti, avvolto in un nido d’uccello di colonne intrecciate, opera degli svizzeri Herzog & de Meuron, la piscina olimpica, il nuovo Teatro dell’Opera, la futura sede della televisione, il terzo terminal dell’aeroporto intercontinentale di Pechino hanno fatto della città cinese la capitale della modernità (Pag. 57)

Shanghai è diventata la Manhattan del terzo millennio e il nuovo centro del mondo. Secondo il prestigioso “Time” coprirà il ruolo che fu di New York nel secolo appena trascorso. Armani, Bulgari, Louis Vuitton, Roll- Royce: nessuna firma del lusso può permettersi di non avere negozi a Shanghai. Cosmopolita, raffinata e spietata, Shanghai è la città delle diseguaglianze sociali più stridenti, quella in cui il Partito Comunista di Mao tenne il suo primo congresso. In città proliferano scuole private dalle rette da capogiro. “L’iscrizione in una scuola materna privata e bilingue in un ricco sobborgo residenziale di Shanghai costa 3000 dollari l’anno. E’ il salario annuo di un insegnante e quasi il doppio del reddito medio degli abitanti di Shanghai. Per i super ricchi del capitalismo, che abbondano a Shanghai, sono spiccioli ma per il ceto medio rappresenta un sacrificio. Ancora vent’anni fa, questo era un paese austero che razionava i consumi ma che poteva vantare un livello di diseguaglianze sociali fra i più bassi del mondo. Gli stessi esperti cinesi sono costretti a riconoscere che il dislivello di reddito tra i più ricchi e i più poveri ha superato quello degli Stati Uniti e, cosa ancora più incredibile, perfino dell’India” (Federico, Rampini, Spirito di Shanghai, in Il secolo cinese, pp.59- 66).

 

Il volume Il secolo cinese, trecento cinquantasei pagine, dopo una prefazione (pag. 7) e una introduzione (pag. 13), è diviso in tredici parti. I titoli di ognuna, messi come capitoli, vengono declinati da un differente numero di articoli legati al tema trattato:

  1. Parte prima: il risveglio (la nuova America, 1,3 miliardi e 200 milioni più, 200 meno).
  2. Parte seconda. Il boom (Generazione Ikea, formula uno e velocità zero, l’interprete di Deng al comando dell’Ibm, l’assalto alle materie prime).
  3. Parte terza. I comunisti più ricchi del mondo (Alibaba.com, Chateau Margaux e i principini).
  4. Parte quarta. Le capitali del nuovo secolo (nel cuore del centro del mondo, l’eldorado degli architetti occidentali, spirito di Shanghai, la New York del futuro, concorrenti da 100 euro al mese. Marco Polo a Hangzhou).
  5. Parte quinta. La bolla (Prestare la corda con cui farsi impiccare, se scoppia la bolla).
  6. Parte sesta. La superpotenza scientifica (Harvard a Shanghai, primi in matematica, il ritorno del prof. Chen, gli embrioni della speranza)
  7. Parte settima. La galleria degli antenati (Il ritorno di Mao, Deng, la ferocia del piccolo grande uomo, Jiang l’Americano, il segreto di Hu Jintao, Zhao, un morto ingombrante).
  8. Parte ottava. Ambizioni imperiali (Una partita di calcio, lo stupro di Nanchino, quando iniziò la rincorsa, dove l’America si ritira, revisionismo storico e nostalgie imperiali, geopolitica di uno tsunami, il capitalismo spiegato ai vassalli).
  9. Parte nona. La vita al tempo della modernità (Il pianeta dei figli unici, la lingua delle donne, le cinesi e il sesso, Murdoch e la generazione cool).
  10. Parte decima. L’altra faccia del miracolo: la povertà (Impazzire a scuola, in viaggio con il morto).
  11. Parte undicesima. L’altra faccia del boom: l’ambiente (Capitalismo a carbone, la sete di Shanghai, il PIL verde e il tranello di Kyoto, la madre di tutte le dighe).
  12. Parte dodicesima. Apocalittici e integrati: gli artisti oltre il dissenso (Greenwich Village a Pechino, Pasolini a Shanghai, la diaspora che torna a casa, uno Spielberg neo imperiale, Museolandia sul delta delle perle).
  13. Parte tredicesima. Il partito unico e ingombrante (In gita scolastica al plotone d’esecuzione, la petizione all’imperatore, libri proibiti, forse, la libertà del tassista, il virus contagioso di Hong Kong, telegiornali, il dolce stil nuovo, il ritorno del sacro, l’altro modello asiatico).

 

Conclusione: Era tutto già scritto (pp. 235 – 256).

Il libro di Federico Rampini è particolarmente attuale in questo periodo storico. Stanno emergendo nuovi scenari geo politici, destinati a soppiantare nel lungo periodo quelli esistenti: Stati Uniti, Europa, Russia, Cina. La guerra contro l’Ucraina, scatenata dalla Federazione Russa ne è senz’altro  l’inizio. L’Europa è stata sempre vista dalla Cina, soprattutto negli ultimi decenni, come un malato terminale. L’appoggio dato all’Ucraina dall’Europa nella sua guerra di resistenza all’invasione russa sta dimostrando il contrario. Sarà il futuro a dirlo. Al momento si può dire che il conflitto in corso ha permesso all’Europa di opporsi all’invasione della Federazione Russa, estromessa dai quasi tutti i vertici internazionali e ha rinforzato l’Alleanza Atlantica. Il gigante cinese sta giocando un ruolo di mediazione tra la Russia, l’Europa e l’America. Il conflitto per Pechino è una iattura perché frena l’economia di mercato a livello mondiale in cui la Cina ricopre al pari degli USA un ruolo di primo piano. La modesta recensione è solo un invito a leggere il libro Il secolo cinese di F. Rampini.

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