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Dialoghi in corso. La speranza dell’altezza e quegli appetiti che ci mortificano

Fonte internet

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di Roberta De Monticelli

“Antonio non era solo un uomo autorevole, dieci anni più vecchio di noi: era un anello della catena apostolica, quasi un uomo santo… Per quest’uomo passava la sola tradizione alla quale si poteva senza arrossire dare il nome di italiana…. Sapevamo appena ripetere qualche nome, Salvemini, Gobetti, Rosselli, Gramsci, ma la virtù della cosa ci investiva. Eravamo catecumeni, apprendisti italiani. In fondo era proprio per questo che eravamo in giro per le montagne…”.

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Ecco quello che mi viene in mente quando mi chiedono che Presidente vorrei. E’ un celebre passo dei Piccoli Maestri di Luigi Meneghello su Toni Giuriolo, il capitano degli Alpini che nei tardi anni ’30 aveva interloquito con Norberto Bobbio e condiviso gli ideali di Aldo Capitini, e l’8 settembre ’43 scelse la Resistenza e l’organizzò sull’Altipiano per le file di Giustizia e Libertà. Mi chiedo: come mai non una pagina delle non molte nostre sulla virtù civile viene in mente alla maggior parte dei giornalisti, opinionisti, conduttori televisivi che da settimane ormai dirigono lo sgangherato concerto della pubblica opinione sul destino del Colle? Perché altrimenti, forse, il dibattito in corso non si trascinerebbe nelle bassure avvilenti in cui dimora, fra lazzi e scommesse su qualche mossa più astuta o qualche asso nella manica di queste piccole intelligenze pseudo-machiavelliche che sono i nostri kingmaker.

Già, il “Colle”, questa usurata figura d’eccellenza. Per modesta che sia la sua altezza rispetto a quella dell’Altipiano: se uno rivivesse anche un baleno di ciò che fu l’idea di questa Repubblica, i mali antichi e nuovi da cui si volle ci riscattasse, le speranze che il mondo nutrì allora di una rigenerazione dalle catastrofi del secolo, attraverso le rinnovate democrazie, le Dichiarazioni Universali, le organizzazioni internazionali che allora fiorirono – forse di certe candidature darebbe conto sì, ma con esterrefatto sconcerto; di certi ricatti forse anche, se dar conto bisogna, ma chiamandoli col loro nome; e da certe espressioni, poi la voce o la penna si ritrarrebbero inorridite.

Faccio un esempio per mille altri: la parola “appetiti”. Sento da giorni e giorni commentatori politici fiancheggiare col loro disincanto, con strizzatine d’occhi e gesti d’intesa furba e cinica, l’inverecondia di uno “scatenarsi di appetiti” per la suprema carica dello Stato. Così, come fosse ovvio e normale parlare di “appetiti” in questo contesto. Come se la parola stessa non dovesse suscitare disgusto.

Ma se tu avvilisci le parole che ognuno legge o ascolta, appiattisci ogni giorno l’ideale sul reale e la norma sul fatto, toglierai a noi concittadini ogni luce, ogni arma per resistere alla piena fangosa e libidinosa della mediocrità – di ambizioni, di intelligenza, di motivazioni personali e politiche – che sta travolgendo le istituzioni della democrazia.

Cosa c’entrano gli “appetiti” con ciò che è in palio? E’ in palio il ruolo di garante di un’immensa promessa che, come cittadini, abbiamo fatto a noi stessi, di fondare la nostra convivenza materiale e civile non sulla forza, delle armi o degli interessi particolari e coalizzati, ma sul giusto ordine ideale. Che, comunque inteso, chiede ai suoi garanti di impersonare la “virtù sovrana”, la giustizia, e quindi non chiede che ci si guardi intorno “con la vista più corta di una spanna”, ma al contrario che la si allarghi all’orizzonte dell’universale.

Piero Calamandrei tentava di allargarla, questa visuale, pensando alla costituzione come a una finestra sull’Europa: che proprio in questo semestre, con la Conferenza sul suo Futuro, discute se avviarsi a una maggior condivisione di sovranità, a una politica più equa verso l’immigrazione, più capace di attuare la promessa dei diritti umani – sì, anche il diritto alla felicità di cui parla Nadia Urbinati.

Anche per promuovere la felicità degli altri non servono “appetiti”, ma il senso dell’ltezza di un ideale. Ma se il nostro dibattito pubblico non avesse – come Dante – “perduto la speranza dell’altezza” nella mortificazione delle parole, non  saprebbe indicare, forse, alcune personalità luminose ben più esperte – di quell’immensa promessa che è la Costituzione – di questi supposti leader pieni di piccoli “appetiti”?

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