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Piergiorgio Viti

Lo vérroccio Il leggendario carro agricolo delle nostre campagne.

di Raimondo GiustozziGiogo e fiancata biroccio

Pasquale Tocchetto prima di scrivere si documentava sempre. Quando non trovava informazioni sui libri, andava direttamente dagli artigiani. Raggiungeva e conversava con contadini, calzolai, falegnami, calderai, carradori, fabbri, maniscalchi, muratori, carpentieri. Annotava termini dialettali, tecniche di lavorazione, parti del manufatto, esperienze delle diverse professioni. Trascriveva tutto con meticolosità e pazienza certosina. Preziosa la mostra su: Botteghe, personaggi e l’artigianato morrovallese, curata dal maestro ed esposta nei locali dell’Archeoclub, sede di Morrovalle, presso il palazzo Lazzarini molti anni fa.

 

Il lavoro fatto dal maestro Pasquale Tocchetto rimarrà ad imperitura memoria. Le persone che abbiamo conosciuto, quando erano ancora in vita, rimangono sempre con noi anche quando non ci sono più fisicamente. Questo è vero per i propri cari ma anche per  tutti quelli con i quali abbiamo conversato, parlato e stretto amicizia.

 

“E’ lo caro de cambagna / pitturato e tanto vèllo; / de colori ‘na cuccagna / jallo, roscio e turchinello. // C’è d’annanze  Sand’Antò / co’ la varba vianga e fiacca, / cambanella sur vastò; quarghe vèstia corga e stracca. // Le fandelle ‘mbellettate / co’ le guance a pummidoro; / le fiangate rénfiorate, / verde fòje de lo mòro. // E’ de legno duro e sallo; / cià du’ rote ben ferate, / lo timò che sta a tirallo, / martinicca pe’ frenate; // le scaline réarzate, / vusci e zippo dér fusello, / colonnette rétajate, / s’òpre arrète lo sportello. // Co’ lo jugo ce se ttacca / Cimarè e Bianculì, / anghe un vo’ asséme a vacca: Nnammurà o Garbattì. // Porta a magghio dell’amori / pajarole de lo fiè, / lo magnà pe’ manze e tòri / quanno jela o c’è la né. // Callo sole: spighe è fatte; / carca su le viònne còè / che sull’ara po’ se vatte / e lo gra’ va ‘n sacche nòe. // Lo vèrroccio, a le velegne, / réca l’ua ne la candina; / la ‘pruista de le legne / pe’ scallà se l’aria strina. // Ne le feste condadine / adè lustro e li se ‘nfiocca: / cambanacci e cupertine / a li vò portà je tocca. // D’avvendario ar dì, la spusa / sopre mette letto e ntenne; / lo corredo che ce usa / de lo sposo a casa stènne. // Ogghj è un pezzo récercato / che se sarva pe’ l’andico; / è un recordo mordo amato / de quel monno sano e amico”. (Pasquale Tocchetto, Lo veroccio, in Spiragli di luce, pag. 180).

 

E’ il carro di campagna, / pitturato e tanto bello; / quanto ai colori è una cuccagna / giallo, rosso e turchinello. // Sul davanti c’è Sant’ Antonio / con la barba bianca e fiacca, / con la campanella sul bastone; / qualche bestia coricata e stanca. // Le fanciulle imbellettate / con le guance a pomodoro; / le fiancate pitturate / con verdi foglie del moro. // E’ di legno duro e robusto; / ha due ruote ben ferrate, / un timone per tirarlo, / la martinicca per fermarlo; // le sponde rialzate, / buchi e bastone del fusello, / delle colonnette ritagliate, / si aprono dietro allo sportello. // Con il giogo ci si attaccano Cimaré e Bianculì, / anche un bove assieme alla mucca: Nnammurà e Garbatì. // Nel mese di maggio / trasporta i mucchi di fieno, / alimento per manze e tori / quando gela o c’è la neve. // D’estate, quando le spighe sono mature, / carica i biondi covoni di grano / che vengono trebbiati sull’aia / e il grano viene messo in sacchi nuovi. // Il biroccio, nella vendemmia, / trasporta l’uva nella cantina, / le provvista di legna / per riscaldarsi quando l’aria punge. // Nelle feste contadine viene addobbato e lo si infiocca: / con campanacci e drappi / è un compito che tocca ai buoi. // La sposa è solita mettere sopra al carro l’inventario / il letto e le tende; / il corredo che si è soliti / mettere in mostra nella casa dello sposo. // Oggi (il biroccio) è un pezzo ricercato / che si salva perché antico; / è un ricordo molto amato / di quel mondo sano e amico” (Traduzione di chi scrive).

 

Il biroccio, un mondo scomparso.

 

Dal tardo latino “biroteus” o “birotium”, il “biroccio” marchigiano, solido carro agricolo a due  ruote, “non passa più tra le viti e l’olmi con l’ampie brasche piene di covoni” (Giovanni Pascoli). La meccanizzazione agricola l’ha confinato in un angolo della vecchia casa colonica, esposto alle intemperie o nel migliore dei casi sotto qualche capanno o nei musei di storia dell’agricoltura e delle tradizioni popolari. Improbabile è la sua derivazione dalla parola “Berro”, che indicava un traino a due ruote, destinato all’artiglieria. “Birlocho” (pronuncia: birlòcio) è il termine spagnolo; “biròcc” quello brianzolo e “biròcc”, nel territorio di Senigallia è chiamata la costellazione dell’Orsa Maggiore, detta appunto anche “Carro”. E c’è chi ha visto, nelle ruote del biroccio molte analogie con quelle dei veicoli usati dai Celti, popolo della stessa razza dei fondatori di Senigallia. Un robusto mozzo tornito, cerchiato in ferro è collegato per mezzo di dodici razze alla corona che porta il cerchione metallico.

La fasciatura esterna delle ruote con i cerchioni in ferro impegnava non poco il birocciaio. In un angolo del laboratorio venivano fatti ardere a lungo gli scarti della legna, fino ad avere una superficie di tizzoni incandescenti. E i cerchioni, buttati lì sopra, a contatto con il fuoco, si dilatavano fino a diventare di un rosso fiammante. Venivano quindi sollevati con due robusti bastoni muniti di una presa, adagiati ai bordi delle ruote e uniti al legno da robuste martellate. I ragazzi, tutt’intorno, provvedevano a raffreddare il ferro con getti d’acqua, per evitare che la ruota bruciasse. Al termine della fatica, ricordava il compianto Pietro Pepa, si mangiava la fava lessa con mentuccia, aglio, sale e qualche goccia d’olio, poco perché non c’era.

Quella dei Pepa, in Civitanova Alta, è stata una generazione di birocciai. Il pioniere fu Girio Pepa, nato nel 1819, la cui attività fu portata avanti dal figlio Pietro (classe 1849) e chiusa da Nazzareno, nato nel 1899. L’ultimo dei Pepa, Pietro, fondatore del Museo delle arti e tradizioni popolari di Civitanova Alta, da ragazzo aiutava il padre nella bottega; non è mai stato birocciaio, ma la passione gli ha fatto costruire modellini di birocci in scala. Altre famiglie di birocciai: Nicola Baldoni e Monachesi, detto Montolmo.

Il birocciaio doveva saper fare di tutto: lavorare il legno e il ferro, istoriare le ruote con pitture, l’intelaiatura, le tavole anteriore e posteriore, nonché le fiancate del carro. Le prime erano monocolori, rosso o blu, con guide di fiori collegati ad arabeschi o motivi geometrici, greche, filetti bianchi. La tavola anteriore, spesso rinforzata da due montanti o da due mezze colonnine tornite, portava in genere al centro l’immagine di Sant’Antonio Abate, con la campanella ed il libro, in atteggiamento benedicente. Ai lati venivano raffigurati vasi di fiori e frutta. La tavola posteriore, più bassa dell’altra, era dipinta a fiori disposti in tralci, festoni di rose, panorami e scene agresti o di caccia. Nella fiancata centrale veniva riportato il nome del costruttore, quello del committente e l’anno di costruzione; nelle due laterali c’erano figure geometriche di colore bianco, verde, pupe con colomba, giovani in costume campagnolo e fasci di covoni e di spighe. Tutt’attorno correvano ghirigori e linee ondulate collegate a foglie e fiori. La tecnica di pittura era semplice: il disegno, riprodotto su cartone e finemente bucherellato, veniva applicato alle parti del carro da istoriare; poi, con terra d’ombra spolverata attraverso i fori, il disegno veniva trasferito sulla tavola.

La costruzione di un carro richiedeva circa un mese di lavoro. Non se ne facevano molti perché, costruiti con legno resistente, di olmo e parti di noce, quercia o acacia, duravano a lungo. Tra i contadini, quelli della Amministrazione Bonaparte erano i più fortunati. Era l’Amministrazione infatti a commissionare la costruzione del biroccio e la spesa veniva divisa a metà, mentre gli altri mezzadri pagavano quasi tutti in proprio, perché il proprietario del fondo non voleva sentir parlare di concorrere alla quota. Il biroccio veniva impiegato per il trasporto del fieno, del grano e dell’uva. Alla vendemmia, quando i contadini dei Bonaparte arrivavano con i loro carri dalla campagna a scaricare l’uva nelle cantine dell’Amministrazione, era un correre gioioso di ragazzi. Il profumo del mosto scandiva la vita quotidiana. Ai tempi de “lo radunà”, quando i covoni di grano venivano ammassati sull’aia a formare “lo varcò”, per le campagne era un vociare continuo di contadini che incitavano le mucche attaccate al giogo del biroccio.

La parte più importante del carro, da controllare periodicamente, era la “martinicca”, un elementare freno  a mano. Una lunga fune permetteva di tirare una leva. Quest’ultima agiva su un rullo attorno al quale si avvolgeva una catena che comprimeva i cerchioni delle ruote. Se la fune si spezzava, specie in discesa, succedeva il disastro: le mucche non riuscivano a tenere il carico ed il biroccio, pesante anche mezza tonnellata, si rovesciava di fianco. Oggi la meccanizzazione agricola ha trasformato il paesaggio agrario. Ma il ricordo del biroccio tramanda una vita grama, fatta di stenti, di miseria e solitudine. Oggi, tanti esemplari di birocci marchigiani è possibile ammirarli nel “Museo del biroccio” di Filottrano, voluto tenacemente dall’ingegnere Glauco Luchetti; a lui si deve la splendida collezione.

Pulenda e pulendo’

“A menzo l’ara ammò se scartocciava / tutuli jalli che paria d’oro; / co’ l’organetto arzillo se vallava, / grilli e granocchie là facia lo coro. // Però ci stia la miseria nera, / li contadì nostrani e li puritti / magnava a monzojiorno e po’ la sera, / lo pulendò e li gnucchitti. // Picciava ‘o foco sverda la vergara, / sopre la rola, sotto lo camì / co’ le fascine, e dopo la callara / mettia su la catena co’ l’ancì. // E quanno l’acqua s’era rescallata, / buttava jò na vella jumellata / de la farina jalla setacciata; / jirava co’ gran prescia conocchietta: // cuscì sfasciava tutti li zallòcchi. / Quann’era cotta e mesta a stennarella / su spianatora e senza li pallocchi, / coll’ondo la stongava e sargiccella: // e ‘na ncasciata vona pecorina. / Lo pulendò più tosto e rencoato, cunnia cor sugo e co’ la cotechina, / la ciccia de lo porco e de grastato. // Pa’ de granturco co’ li fichi secchi / era lo jotto de li popolari; / lo pa’ de gra’ pappava quelli ricchi, / li ciammellotti, crema e dorgi rari. // Le vrange secche ne li pajaricci, / do’ se corgava stracchi e ddormentati / marito, moje e fiji tra l’imbicci / che se rizzava a jorno malannati. // Addé pulenda sta de qua londana, / se serve ne le feste gran pietanza / è doventata porbio cosa strana, / comme se ojji fosse nova usanza. // Pulenda, pulendò, pa’ de grandurco / porta lo sole e l’aria de cambagna, / fa  sembre l’omo forte comme un turco / ché dopo le fadighe se li magna!”(Pasquale Tocchetto, Pulenda e pulendo’, 20 giugno 2008, pag. 182, in Spiragli di luce).

In mezzo all’aia ora si scartocciava / pannocchie gialle che sembravano oro; / con l’organetto vivace si ballava, / grilli e ranocchie facevano il coro. // Però c’era la miseria nera, / i nostri contadini e i poveretti / mangiavano a mezzogiorno, poi la sera, / la polenta e gli gnocchetti. // La vergara, svelta accendeva il fuoco, / sopra il piano esterno del focolare, sotto il camino / con le fascine da ardere, e dopo il paiolo / agganciava la catena con l’uncino. // Quando l’acqua bolliva, / gettava nel recipiente una bella quantità / di farina gialla, setacciata; / girava con grande fretta la conocchia: / in questo modo disfaceva i grumi appallottolati di polenta. / Quando era cotta la riversava / sul tagliere e senza pallottole, / la guarniva con il lardo e salsicce / e con una spolverata abbondante di cacio pecorino. / Condiva la polenta solida e pastosa / con il sugo e con i cotechini, / la carne di maiale e con il castrato. // Pane di granturco con i fichi secchi / erano le ghiottonerie del popolino, / il pane di grano lo mangiavano i ricchi, / ciammellotti, crema e dolci vari. // Le foglie secche del granturco venivano utilizzate nei materassi, / dove si coricavano stanchi e sfiniti dal sonno / marito, moglie, figli tra ostacoli d’ogni genere / che si alzavano di mattina tutti malandati. // Oggi la polenta non sta più sulla tavola, / serve nelle feste come una grande pietanza / è diventata proprio una cosa strana, / come se oggi fosse una nuova usanza. // Polenta, polentò, pane di granturco / portano il sole e l’aria di campagna, / rendono l’uomo forte come un turco / perché dopo tanta fatica se li mangia” (traduzione di chi scrive).

Piccolo glossario

  1. Gli gnocchetti. Sono gli gnocchi di patate.
  2. La Jumella  era una unità di  misura con mano a palma chiusa.
  3. Il “ciammellotto”, chiamato anche ciambellone, è uno dei dolci più tipici e antichi del maceratese, diffuso e amato un po’ in tutta la regione Marche.
  4. Polenta e polentone. Sostanzialmente erano uguali, la prima era più elaborata rispetto al polentone, più povero il secondo, con più ingredienti la polenta: costatine di maiale e salsicce. Appuntamento fisso, prima del Coronavirus, a Civitanova Marche era: Lo pulentò ngo li furbi (polipi) e l’abbiti (bietole).
  5. Vergara. Era la moglie del vergaro, il capofamiglia al quale obbedivano quanti abitavano nella casa colonica o nella cascina brianzola. Da noi c’erano il vergaro e la vergara, in Brianza c’erano il regiù e la regiura. In altre regioni d’Italia  c’era il capoccia (Toscana), L’Azdora o Arzdora, regina del focolare romagnolo, era una vera colonna portante della famiglia.

Rumori e colori dell’autunno: la spannocchiatura e la sgranatura del granturco.

Settembre era il mese durante il quale, accanto ad altri lavori agricoli, avveniva la raccolta del granoturco. Le pannocchie, staccate manualmente una ad una dai fusti “li gammù”, gettate sul “Biroccio”, prendevano la via di casa attraverso stradine e sentieri in terra battuta, che si snodavano tra i campi. I contadino era a cassetta o in piedi sul pianale e con in mano le corde legate alle froge delle mucche aggiogate al carro, dava uno strattone. Le bestie obbedivano al comando e partivano di gran lena. Il lavoro non era per altro faticoso. C’era soltanto da trasportare il carico che per quanto pesante fosse, non era mai come trainare l’aratro inferrato nel terreno pronto per l’aratura.

Nelle discese particolarmente ripide, si poneva mano alla martinicca che bloccava i ceppi sulle ruote del biroccio; quando la strada riprendeva a salire o era pianeggiante la si allentava. Le due corde, tirate secondo la necessità a sinistra o a destra, facevano girare gli animali ed il carico nell’uno o nell’altro senso. Ecco perché i contadini ponevano particolare cura, quando le mucche arrivavano ad un’età da tiro, ad addestrarle davanti all’aia o negli spazi antistanti alla casa colonica. Nella coppia, aggiogata al “biroccio” o alla “biroccetta”, i mezzi più utilizzati per questo tipo di “addestramento formale”, c’era “Palomma” che veniva collocata a sinistra, “Garbatì” a destra o viceversa. I nomi degli animali erano frutto dell’estro romantico di ognuno.

Nel corso di più sedute di lavoro, il contadino scopriva le attitudini delle mucche e non terminava mai di provare e riprovare fino a quando non riusciva ad ottenere una coppia di mucche ben affiatata, capace di obbedire ai comandi. Chi aveva più bestie nelle stalle, ciò era proporzionale alla quantità di terra da lavorare, provvedeva a domare più coppie utilizzate contemporaneamente in più lavori o semplicemente nella “vetta”, quando si aggiogavano anche due coppie di mucche, per tirare l’aratro pesante, munito di ruote, vomere, coltro e versoio.

Il carico di pannocchie veniva scaricato sull’aia, nella cascina brianzola, sotto il portico. I fusti, “li gammù” nel nostro dialetto, “mergasc” in quello brianzolo, venivano successivamente estirpati a mano e liberati dalla terra con un leggero scuotimento, legati in fasci, venivano portati a casa e sistemati sotto il forno. Anche se inadatti, perché bruciati facevano solo tanto fumo e cenere, venivano comunque utilizzati assieme ai rovi, quando c’era da accendere il fuoco del forno per la cottura del pane. Nell’economia agricola di una volta non veniva buttato via nulla, ma tutto riciclato per altri usi.

La spannocchiatura

E veniva il lavoro, meglio il rito della “spannocchiatura” del granoturco, “de lo scartoccià”, “scartozzà” nel fermano, “smarroccatura” in Abruzzo, “Sluà ul furmenton” nelle campagne brianzole. Le pannocchie non ancora liberate dalla sfoglia, venivano ammucchiate a semicerchio sull’aia, facendone quasi un cordone dietro al quale venivano sistemate delle panche per gli operatori, nel mezzo c’era il vuoto. La manodopera conveniva dalle case vicine, obbedendo all’antica usanza de “Lu raiudu”, ci si dava cioè una mano quando la terra e le colture richiedevano una grande disponibilità di forza lavoro, perché tutto veniva fatto a mano. Nelle cascine brianzole c’era il detto “Sem al mund per wütas”.  Siamo al mondo per aiutarci.

Il contadino afferrava l’apice della pannocchia, vi infilava trasversalmente un sottile bastoncino in legno, aguzzo all’estremità, apriva le foglie e “scamiciava” la pannocchia. Ecco perché l’operazione, in alcune parti, era anche chiamata “la scamiciatura” del granoturco. Il bastoncino in legno appuntito era legato alla mano da una corda avvolta attorno al polso, questo per dare continuità al lavoro. Il legno utilizzato, nelle campagne brianzole, era preferibilmente quello della siepe martellina, una pianta a crescita lenta che produce un legno difficilmente scheggiabile; nelle nostre campagne si usavano invece le “cacciature de li piantù”, gli alberi secolari di ulivo o di quercia.

Le foglie venivano buttate dietro alle spalle, le pannocchie gettate nel mezzo del cerchio che si andava lentamente riempiendo di altre pannocchie lanciate da cento mani come in una crescente batteria di fuochi pirotecnici. Il lavoro veniva fatto sempre di sera, dopo cena, ecco perché, sia per vincere il sonno, ma anche per alleviare la fatica fisica, veniva accompagnato dai canti, quelli “a batoccu”, i più conosciuti. Si chiamavano così perché, come il battaglio della campana batte una volta da una parte una volta dall’altra, così la voce della donna e quella dell’uomo si rincorrevano in una sorta di botta e risposta.

Le brattee, le foglie, “Scartoss” in termine brianzolo, raccolte e messe ad essiccare, venivano impiegate successivamente per imbottire i materassi, chiamati anche “I pagliericci”. Occorreva trovare subito la posizione giusta sul letto, perché era uno scricchiolare continuo delle foglie, quando anche non pungevano, senza contare la polvere che il materasso così confezionato poteva liberare. A “scartocciatura” avvenuta, la manodopera veniva invitata a mangiare una bella “spianatora” di polenta, preparata dalla vergara da noi, dalla “reggiura” nella cascina brianzola. La spianatura era un enorme tagliere steso sul tavolo.

La sgranatura del granturco

La sgranatura delle pannocchie non avveniva contemporaneamente alla “spannocchiatura”, ma in una fase successiva ed era fatta a mano, prima dell’avvento della sgranatrice meccanica. L’arrivo di quest’ultima faceva rivivere un po’ l’atmosfera della trebbiatura, anche se era tutt’altra cosa. Ma si sa, bastava un nonnulla in una realtà per certi versi sempre immobile a catalizzare l’attenzione di noi ragazzi. C’era la macchina, il trattore, il frastuono delle cinghie legate al volano, il rumore sordo e prolungato del battitore a far rivivere certe emozioni.

Durante la fase della spannocchiatura, non tutte le pannocchie venivano pulite per intero e liberate dalle foglie, alcune, quelle più belle venivano lasciate ancora con le foglie aperte e legate a mazzi ad un bastone, appese alle travi della capanna per l’essiccazione. Nelle campagne brianzole venivano lasciate ad essiccare nei “casot ” di manzoniana memoria, dove il contadino riponeva nel periodo estivo gli attrezzi da lavoro ed i raccolti.

Le pannocchie venivano poi lavorate nel chiuso della capanna o nella stalla, alla sera, quando i lavori nella campagna erano giunti al termine e si apriva il lungo periodo dei mesi invernali.  Ci si sedeva su uno sgabello, si riprendeva il sottile bastoncino di legno usato per la “scartocciatura”, “ul sfilzò” nel dialetto brianzolo e si liberava la pannocchia dai chicchi di granturco, messi poi ad essiccare sull’aia se il tempo era buono, sotto il portico o comunque in spazi ben areati se le giornate erano umide e piovose. Venivano rivoltati più volte al giorno con il rastrello o semplicemente tracciandovi dei solchi con i piedi nudi. Era un lavoro a cui erano addetti soprattutto i ragazzi.

La pellagra

Il granoturco, raccolto in sacchi, veniva portato poi al mulino per ottenerne la farina, quella gialla per la polenta, base fondamentale nei regimi alimentari di una volta. Il granturco era anche chiamato “Carlon” nel milanese, da quando San Carlo Borromeo lo introdusse nelle campagne lombarde e ne incentivò la coltivazione, per sopperire alle proverbiali ricorrenti carestie. Se la fame venne sconfitta, il suo nome rimase a lungo legato alla triste malattia della pellagra, diffusissima nelle campagne del Settentrione d’Italia, ma anche da noi, anche se in misura più contenuta. Nella rivista pellagrologica italiana, anno XII, luglio 1912, nella provincia di Macerata, i pellagrosi ammontavano a 264 unità nel 1881, a 415 nel 1899, a 262 nel 1910 (Cfr. ing. G. B. Cantarutti, La pellagra in Italia negli anni 1881- 1899- 1910, in “Rivista pellagrologica italiana, anno XII, luglio 1912, pag. 161)

L’abuso o meglio la mancanza di integrazione con legumi e verdure nell’alimentazione, solo a base di polenta, portava all’indebolimento di tutto l’organismo fino ad intaccare il sistema nervoso. Negli ultimi stadi di vita, il pellagroso veniva trattato come un malato mentale e rinchiuso nei manicomi. Le cartelle dell’ospedale Sant’Anna di Como registrano casi di pellagrosi che considerati come malati mentali, venivano curati solo con una “Limonea marziale”, un semplice tranquillante. Il recente studio del prof. Franco Veroli su Ernesta Cottino, la mamma di Sibilla Aleramo e l’ospedale  psichiatrico di Macerata, offre un inizio di indagine davvero interessante sulla presenza nella suddetta struttura sanitaria, di malati mentali pellagrosi.

Tutoli e staio.

A sgranatura avvenuta, anche i tutoli venivano utilizzati per alimentare il fuoco del camino o delle stufe. Diverso era l’uso nelle cascine brianzole. Con i “luin”, i tutoli, i ragazzi costruivano una sorta di volano. Infilzavano alla base del tutolo tre penne di gallina e lo lanciavano il più lontano possibile, organizzando anche delle gare, oppure infilzavano un chiodo alla base del tutolo, avvolgevano attorno al chiodo una corda legata all’altro capo ad un bastone; facendo girare velocemente  quest’ultimo, la corda si srotolava e la freccia partiva a gran velocità

Tra gli arnesi di lavoro utilizzati al tempo della sgranatura del granturco, c’era l’onnipresente staio, “Ul stee”, contenitore rotondo del diametro di 40 cm, in legno o in ferro recante una sbarra di ferro piatta, posta sopra in modo trasversale. Serviva principalmente come unità di misura, per pagare la decima o per misurare la quantità di semente di mais necessaria alla coltivazione di un campo. Un ottimo esemplare è visibile presso il museo delle arti e tradizioni popolari di Civitanova Alta.

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