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Piergiorgio Viti

Testimonianza. Le strade della vita.

odogno strade deserte (AP Photo/Luca Bruno)

Codogno strade deserte (AP Photo/Luca Bruno)

di Raimondo Giustozzi

Nell’anno scolastico 1977/ 78, tra le diverse scuole del milenese, insegnavo anche nell’Istituto Tecnico Agrario di Limbiate, sezione staccata di Codogno, il paese nel quale si è sviluppato uno dei due focolai del Coronavirus, che tanto sta mettendo in allarme un po’ tutti. Mi recai presso l’Istituto Tecnico Agrario di Codogno, uno dei più prestigiosi della zona, assieme ad altri colleghi di Limbiate, solo due o tre volte, in occasione del collegio docenti, dal momento che l’istituto era unico. Partivamo in treno dalla stazione centrale di Milano fino a Piacenza. Qui prendevamo il pullman che ci portava proprio davanti alla scuola. In questi giorni, quando sento parlare di Lodi, di Codogno, di Piacenza o di Milano, non posso non riandare con la memoria a questo lontano passato. Sono stato per vent’anni in Lombardia, meglio in Brianza, dove ho lasciato affetti e amici.

L’Istituto Tecnico Agrario di Limbiate, sezione staccata di Codogno, era ospitato nei locali della Villa Pusterla – Crivelli – Arconati, costruita nel XIV secolo per volere dei Pusterla, ricca famiglia milanese. Nei secoli successivi la lussuosa dimora passò prima nelle mani dei Crivelli poi alla famiglia Arconati.  Vi hanno soggiornato Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, e Napoleone Bonaparte, che la utilizzò anche come suo quartiere generale. Nel XIX secolo la villa, in totale stato di abbandono, venne acquistata nel 1863 dal comune di Milano, per utilizzarla come manicomio sino all’entrata in vigore della legge Basaglia del 1978, essendo l’edificio contiguo al vicino ospedale psichiatrico “Giuseppe Antonini” di Mombello. Oggi la villa Pusterla è sede dell’Istituto Tecnico Agrario “Luigi Castiglioni”. Gli altri padiglioni del vecchio manicomio ospitano l’Istituto Tecnico Commerciale (I.T.C.) per periti Aziendali e Corrispondenti in Lingue Estere (P.A.C. L. E.) “Elsa Morante”.

Nell’anno scolastico 1978/ 79 insegnavo in questo altro istituto. Prendevo il treno delle ferrovie Nord Milano, chiamate familiarmente “Le nord” alla stazione di Carugo – Giussano e scendevo in quelle di Bovisio Masciago. Mi fermavo al bar vicino alla stazioncina. Prendevo un pasta e un cappuccino con una leggera spolverata di cacao, lassù usano così, poi, poiché ero a piedi, per eliminare un chilometro e mezzo di strada provinciale, attraversavo l’enorme parco del manicomio Antonini e arrivavo ad un cancello secondario della scuola. Funzionavano ancora alcuni reparti del vecchio ospedale psichiatrico con alcuni degenti. Facevo segno al personale dell’Istituto di aprirmi. Sentivo che gli alunni chiamavano i bidelli, dicendo loro: “C’è un matto che vuole entrare”. Fortunatamente qualcuno mi conosceva e mi apriva. La scuola era frequentata da tremila studenti per un collegio di cento sessanta docenti. Si sa che in una scuola così grande, all’inizio, anche un insegnante poteva  passare per un matto.

Non conoscevo le Groane di cui facevano parte Limbiate e altri paesi. Al mattino, in treno, osservavo con curiosità resti di fornaci disseminate ai lati della ferrovia. Il terreno argilloso non era adatto all’agricoltura. L’esercito austro ungarico utilizzava parte del territorio per le proprie esercitazioni militari. Le carte topografiche, disegnate dal Brenna, ne sono una documentazione preziosa. Nei ripiani argillosi “ferrettizzati” che rendono il terreno duro e poco coltivabile, invece, l’uomo nel corso della storia ha aperto sempre delle cave per l’estrazione dell’argilla. Questa, una volta estratta, veniva lavorata, impastata, modellata, essiccata e cotta nelle fornaci. Sorsero così alle porte di Milano, dal 1700 in poi, sul luogo del “giacimento”, le fornaci. Nel dopoguerra se ne contavano ben dodici, negli anni ottanta erano sette; oggi solo due fornaci rimangono in piena attività: la “Produzione Commercio Laterizi” di Limbiate e la “Enrico e Cesare Giussani” a Cesano Maderno.

 

Oggi, il Parco delle Groane è un parco regionale della Lombardia, istituito nel 1976, posto a Nord Ovest di Milano. Occupa una superficie di 8.200 ettari a un’altezza sul livello del mare compresa tra 160 e 300 metri. Il territorio è caratterizzato dalla presenza di “groane”, ovvero di brughiere, da qui il nome. Dal 21 dicembre 2017 ha inglobato il parco della Brughiera Briantea. Comprende parte dei comuni di Arese, Bollate, Bovisio- Masciago, Cabiate, Cantù, Carimate, Carugo, Ceriano Laghetto, Cermenate, Cesano Maderno, Cogliate, Cucciago, Figino Serenza, Fino Mornasco, Garbagnate Milanese, Lazzate, Lentate sul Seveso, Limbiate, Mariano Comense, Meda, Misinto, Novedrate, Senago, Seveso, Solaro, Vertemate con Minoprio.

Bibliografia

 

  1. Archeologia industriale nelle Marche. L’Architettura, a cura di A. Monti, P. Brugè, Regione Marche – Assessorato alla cultura, servizio beni e attività culturali, Ancona, 2001, 176 p., s.i.p.
  2. Domenico Flavio Ronzoni, Dai campi alla fabbrica alle origini della Brianza Industriale, Bellavite Editore, Missaglia, Como 1994. 
  3. Edoardo Bricchetti, l’Archeologia Industriale nelle Groane, Casa editrice: Parco delle Groane Ente di diritto pubblico, 1986
  4. Edoardo Bricchetti e Massimo Negri, L’archeologia Industriale nella scuola, Assessorato alla cultura del comune di Brescia, Gennaio 1978.

 

Dell’ospedale “Giuseppe Antonini” non sapevo proprio nulla. Sentivo solo che qualche brianzolo, quando si alterava con il proprio interlocutore, lo minacciava dicendogli di mandarlo a Mombell al manicomio insomma. Da noi, sarebbe come a dire: Ti mando a Santa Croce (Macerata), dove esisteva l’ospedale psichiatrico. Sulla malattia mentale avevo letto tutti i libri di Basaglia e visto i servizi televisivi di Sergio Zavoli, raccolti nel volume Viaggio intorno all’uomo e nient’altro. Fu l’amico Gigi Colombo che mi suggerì di leggere la poesia La mamma di gatt del grande  Giovanni Borrella. Me ne diede una copia. Con mia fortuna trovai il testo nella rivista Espressione giovani. Il testo è molto lungo. Riporto solo i primi nove versi. L’ascolto è su YouTube nel link riportato sotto.

 

Sont ona mamma, mì… sont ona mamma, / son la mamma di gati… che riden nò, / se gh’è denter de mal a vess la mamma / di gait?… A mì ‘l me mort el mè popo… / Sont a Mombell?… e inscì?… Son chi in di matt?… / Sont ona mamma, mì!… Mamma di gatt!… // Sont ona mamma, hoo ditt! Femm nò inrabì!… / De che gh’hoo in brascia e stringi ‘sto gattin, / quij brutt carogn me ciamen sempr’inscì!… / L’è nò ‘n gattin quest chì, l’è ‘l mè fiolin: /  Sont minga matta, mì, no… hinn lor i matt! / Per quell, al mè fiolin, ghe disen gatt. /…”(Giovanni Borrella, La mamma di gatt). E’ la triste storia di una ragazza madre che perde il proprio bambino durante il parto. Era figlia di nessuno, cresciuta in mezzo alla strada, picchiata e maltrattata dai suoi sfruttatori. L’unica speranza era riposta in quella creatura che stava per nascere. Con lui avrebbe potuto affrontare la vita e guardare con speranza all’avvenire di ambedue. Il destino crudele invece vuole che lei perda il bambino. Diventa pazza, viene rinchiusa nel manicomio di Mombello. Stringe a sé un gattino che sostituisce il bambino perso.

 

https://www.youtube.com/watch?v=kakaTlHRvHM

 

Bibliografia.

 

  1. Espressione Giovani ’81, bimestrale / anno quarto, n° 3 maggio – giugno 1981, Editrice Elle DI CI.
  2. Sergio Zavoli, I giardini di Abele, pagg. 271 – 283, in Viaggio intorno all’uomo, Società Editrice Internazionale, Torino, 1969.

 

Tutti abbiamo bisogno di sentirci dire che tutto si risolverà e volgerà al meglio

“Piazza Navona, a notte, sui sedili /  stavo supino in cerca della quiete, /  e gli occhi con rette e volute di spirali / univano le stelle, / le stesse che seguivo da bambino / disteso sui ciotoli del Platani / sillabando al buio le preghiere. //  Sotto il capo incrociavo le mie mani / e ricordavo i ritorni: / odore di frutta che secca sui graticci, / di violaciocca, di zenzero, di spigo; / quando pensavo di leggerti, ma piano, /  (io e te, mamma, in un angolo in penombra) / la parabola del prodigo, / che mi seguiva sempre nei silenzi / come un ritmo che s’apra ad ogni passo / senza volerlo. // Ma ai morti non è dato di tornare, / e non c’è tempo nemmeno per la madre / quando chiama la strada, / e ripartivo, chiuso nella notte / come uno che tema all’alba di restare. // E la strada mi dava le canzoni, / che sanno di grano che gonfia nelle spighe, / del fiore che imbianca gli uliveti / tra l’azzurro del lino e le giunchiglie; / risonanze nei vortici di polvere, / cantilene d’uomini e cigolio di traini / con le lanterne che oscillano sparute / ed hanno appena il chiaro di una lucciola”(Salvatore Quasimodo, I ritorni).

https://www.youtube.com/watch?v=0GPB4ZqlQFo

E’ una lunga poesia di Salvatore Quasimodo che mi faceva sempre compagnia quando ritornavo in macchina a Milano, dopo le vacanze estive che trascorrevo parte a Civitanova Marche, parte in Abruzzo, a Pescara, durante i vent’anni vissuti in Lombardia, meglio in Brianza, a Giussano. E’ stata sempre una mia costante quella di imparare a memoria pagine di narrativa, poesie che scaldano tanto il cuore, soprattutto quando ne abbiamo estremamente bisogno, come in questi giorni di tristezza indicibile, attraversati da una epidemia che ha stravolto la vita di tutti i giorni. In un servizio di oggi sette marzo 2020, su Studio Aperto, il grande giornalista, Toni Capuozzo ha descritto con parole e immagini di rara bellezza lo stato di Milano prostrata dal coronavirus.

https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/studioaperto/ecco-come-milano-combatte-il-virus_F310140601134C08

Chissà cosa avrebbe detto Salvatore Quasimodo sulla Milano di questi giorni. Conosceva bene la città meneghina nei tempi di guerra: “Invano cerchi tra la polvere / povera mano, la città è morta. / È morta: s’è udito l’ultimo rombo / sul cuore del Naviglio. E l’usignolo / è caduto dall’antenna, alta sul convento, / dove cantava prima del tramonto. / Non scavate pozzi nei cortili: / i vivi non hanno più sete. / Non toccate i morti, così rossi, così gonfi: / lasciateli nella terra delle loro case: / la città è morta, è morta” (Salvatore Quasimodo, Milano agosto 1943). Salvatore Quasimodo amava anche la Brianza per avervi lavorato. Il riferimento alla terra brianzola è evidente in molte sue poesie.

Quanto a me, ogni volta che le vacanze estive terminavano, ero felice di ritornare in Lombardia. Qualche volta anticipavo anche il rientro per superare lo stress da  prestazione dei primi giorni. In macchina, quando arrivavo all’altezza di Sant’Angelo Lodigiano, anche se ero lontano ancora da casa, mi sembrava di essere arrivato. Senza distrarmi troppo dalla guida, gli occhi catturavano subito alcuni grandi pannelli posti ai lati dell’autostrada. Erano gigantografie che riportavano l’immagine di Santa Francesca Saverio Cabrini (Sant’Angelo Lodigiano, 15 luglio 1850 – Chicago, 22 dicembre 1917). Mi facevano poi compagnia i grandi pioppi che delimitavano le aree coltivate.

A Milano, da Giussano, andavo quasi sempre con i treni delle Nord fino alla stazione Cadorna. Nel capoluogo lombardo frequentavo i corsi presso la Fondazione Feltrinelli, il CISEM, l’Umanitaria; nei primi due anni l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, corso di Porta Romana. Dopo il 1996 (agosto) sono ritornato a Milano solo nel 2004; appena otto anni dopo, l’avevo trovata trasformata. Si sa che lassù i tempi corrono più in fretta. Il presente è triste. Si tratta solo di tenere botta come detto dal primo cittadino milanese, il dott. Beppe Sala, per ripartire con più slancio dopo, passata l’emergenza dei nostri giorni. E’ la speranza di tutti. Dobbiamo farlo per i nostri figli, i nipoti e le generazioni che verranno dopo di noi. Siamo tutti fieri di essere lombardi, veneti, emiliano – romagnoli, marchigiani, in una parola Italiani.

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