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Piergiorgio Viti

Milano nel cuore di tutti quelli che amano la grande città lombarda, la Lombardia con i suoi abitanti, il Nord e l’Italia tutta.

di Raimondo Giustozzi

Era il 1964 quando il cantautore Gino Paoli presentò per la prima volta il testo: A Milano non crescono i fiori. E’ una poesia, amara: “A Milano non crescono fiori, / in quei prati che prati non sono, / sono finti e non hanno profumo, / sotto un cielo che cielo non è. // Ma dove vanno gli innamorati per dirsi / quello che voglio dire a te?/ Devi venire nel mio paese dove c’ è / il sole che brillerà per te. // L’ altra sera volevo baciarti / non ho potuto farlo perché / ci presero nome e cognome / in un prato che prato non è. // Ma dove vanno gli innamorati per dirsi / quello che voglio dire a te?/ Devi venire nel mio paese dove c’ è / il sole che brillerà per te”(Gino Paoli).

A Milano non crescono fiori, cantata da Gino Paoli.

Quale è la canzone, quali le parole, quali le melodie che descrivono meglio le atmosfere di Milano? Forse sono i versi di “Oh mia bela Madunina», scritta in un giorno felice del 1935?: “O mia bela Madunina che te brillet de lontan / tuta d’ora e piscinina, ti te dominet Milan / sota a ti se viv la vita se sta mai cui man in man / canten tucc “lontan de Napuli se mor” / ma po’ vegnen chi a Milan…”.

O mia bela Madunina.

E se invece il repertorio più adatto fosse quello di Milly, di Maria Monti, di Dario Fo, di Nanni Svampa o di Ornella Vanoni? Magari la Vanoni alle prese con le canzoni della mala, con la struggente “Ma mi”, musicata nel 1958 da Fiorenzo Carpi, con le parole di Giorgio Strehler. Musica di Milano, delle strade, delle periferie, delle fabbriche, delle osterie, dei grandi magazzini, della nebbia che entra sin dentro al cuore: “Ma mi, ma mi, ma mi, / quaranta dì, quaranta nott / A San Vittur a ciapaa i bott,  / dormì de can, pien de malann!… / Ma mi, ma mi, ma mi / quaranta dì quaranta nott, / sbattuu de su, / sbattuu de giò: mi sont de quei che parlen no!…”(Ma mi, Fiorenzo Carpi, testo di Giorgio Strehler).

Ma mi, cantata da Ornella Vanoni.

Se fosse la musica di Giorgio Gaber con la sua “Porta Romana bella” e le ragazzine che fanno sognare oppure quella di Adriano Celentano nel testo “Il ragazzo della via Gluck”, quando il cemento ridisegnava la città di Milano, a descrivere la città meneghina?

Porta Romana, cantata da Giorgio Gaber.

Il ragazzo della via Gluck, cantata da Adriano Celentano.

 

La più vera, la più autentica, la più sincera, potrebbe invece essere la canzone di Enzo Jannacci, con il suo barbone che portava le scarpe da tennis, con il palo della banda dell’ Ortica o con Vincenzina e la fabbrica?

El purtava i scarp del tennis, cantata da Enzo Jannacci.

E se fosse invece la rabbia e la malinconia di “Luci a San Siro” del professor Roberto Vecchioni la colonna sonora immortale di Milano?

Luci a San Siro, cantata da Roberto Vecchioni.

Sono canzoni e poesie care a tutti gli uomini colti e ai cuori gentili, uomini, donne, ragazzi e ragazze di diverse generazioni. Serve ascoltarle in questi giorni di tristezza e di buio senza fine. Scaldano il cuore. Passerà  anche questo tempo. Vorremmo tutti che fosse già domani. Ma per il momento,  ci è dato da vivere questo tempo di precarietà. Niente sarà più come prima. Peserà su tutti il ricordo di tanti, troppi morti. Ogni giorno è come ascoltare il bollettino di guerra. Il nemico è il Coronavirus. In trincea si trovano gli operatori sanitari e quelli della protezione civile. Sono loro gli eroi del nostro tempo, come i piloti della RAF nella battaglia di Inghilterra .  “Mai così tanti devono così tanto a così pochi”, scriveva Winston Churchill.

E’ così anche oggi. La gente, che non è in prima linea, ad una determinata ora del giorno si fa trovare sui balconi delle proprie case.  Si fa sentire con canti, bandiere e scritte: “Tutto andrà bene, perché la speranza va messa in circolo”, scrivono su foglietti colorati a Brescia, a Milano e in altre città d’Italia. “Tutto andrà bene perché abbiamo un cuore grande e non lasceremo solo chi sta pagando il prezzo più caro. Tutto andrà bene perché sappiamo come uscire dalle sabbie mobili della paura e dell’incertezza. Tutto andrà bene perché stiamo rimettendo in fila le priorità, le nostre e quelle degli altri. Tutto andrà bene perché siamo donne e uomini che sanno godersi i momenti sì ma che di momenti no ne hanno passati già. Tutto andrà bene perché ci stiamo aiutando, stiamo mettendo a disposizione tutto o il meglio di quello che possiamo dare. Tutto andrà bene perché siamo nelle mani, grandi ed eccellenti, di medici e infermieri che, loro sì, stanno dando tutto. E anche di più. Tutto andrà bene perché vogliamo che sia così. Ed è il momento di dimostrare al mondo che lo vogliamo davvero”. #TuttoAndràBene.

Quando arriveranno i tempi della ricostruzione, morale ed economica, dovremo ricordarci sempre di questa speranza e di questa fede.

 

 

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